C’MON C’MON di Mike Mills, 2022

C’MON C’MON di Mike Mills, 2022

Johnny (Joaquin Phoenix), giornalista radiofonico, sta conducendo un lavoro in giro per gli Stati Uniti intervistando bambini sulle loro aspettative, i loro sogni ed i loro desideri. Con pochi fidi collaboratori, un microfono ed un registratore, spostandosi tra New York, Los Angeles e New Orleans, l’uomo raccoglie con passione ed amorevolezza le giovanissime testimonianze su come gli intervistati vedono il futuro e cosa pensano del mondo in cui vivono.

 

Johnny ha una sorella, Viv, con cui non parla da un anno: dopo la scomparsa della madre, in seguito ad una brutta lite, i loro rapporti si sono interrotti. Una sera Viv rompe il muro di silenzio: al telefono chiede al fratello di occuparsi di suo figlio Jesse, di appena 8 anni, perché lei deve raggiungere il marito, e padre del bambino, ricoverato a Detroit. Johnny, nonostante l’esperienza accumulata con il suo lavoro, resta spiazzato dall’incontro con il nipote, così attento e consapevole (interpretato da uno stupefacente Woody Norman), e non potendolo affidare a nessuno decide di portarlo con sé durante il suo itinerario lavorativo. Sarà un’occasione formativa per entrambi, di scambi mentali e fisici, che sancirà l’inizio di un legame inaspettato. Entrambi, con le dovute differenze, opereranno un inevitabile cambio di prospettiva, in un confronto continuo che li farà crescere.

Il film ha dei contenuti molto profondi e Joaquin Phoenix, l’uomo dai mille volti, è perfetto nel rappresentare la crescita interiore di un uomo alle prese con un bambino molto impegnativo, senza calcare mai la mano, in maniera equilibrata, tenera, reale. Intenso e dalla trama impalpabile, il film si interroga sui traumi personali presenti ad ogni età, ed affronta le difficoltà di linguaggio per il raggiungimento di una reciproca conoscenza tra adulti e bambini. Da questo continuo confronto tra zio, nipote e i bambini intervistati da Johnny che raccontano cosa si aspettano dalla vita, cosa desiderano nonostante l’incertezza dei tempi che stanno vivendo tra difficoltà economiche e sociali, il regista trae spunto per rivolgere l’obiettivo sulla necessità di vivere il presente, di andare avanti anche senza un’idea precisa del futuro, impedendo alle aspettative di non farci mettere a fuoco tutte le sfaccettature dell’oggi, prestando così il fianco solo ad ansie e dubbi.

Il film scava nel rapporto tra adulti e bambini analizzando anche la difficoltà di essere genitori ed i traumi presenti ad ogni età, in una sorta di itinerario di crescita, di stimolo ad incontrarsi, di sprone ad andare avanti (come il titolo stesso recita) anche se non si ha idea di cosa accadrà nel futuro, regalando allo spettatore una vera e propria meditazione su quanto i rapporti d’amore aiutino a crescere nel modo migliore e ad ogni età.

Inquadrature e fotografia di livello alto, un bianco e nero emozionante accompagnano questo film profondo ma lieve, sapientemente girato ed interpretato.

data di pubblicazione:07/04/2022


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HOTEL LUTETIA di Pierre Assouline – ed. Portaparole, 2022

HOTEL LUTETIA di Pierre Assouline – ed. Portaparole, 2022

Ritornando a curiosare fra i libri di nicchia abbiamo trovato il bel libro di Pierre Assouline, giornalista, storiografo ed autore letterario molto noto oltr’Alpe e ben apprezzato anche in Italia.

Assouline con Hotel Lutetia uscito in Francia nel 2005 ed edito da noi solo nel 2017, mette in mostra tutto il suo talento narrativo di giornalista, biografo e storico. Difatti, con una notevole erudizione, frutto evidente di un profondo lavoro di ricostruzione d’archivio e di ricerche, senza mai scadere nel noioso o pedante, dimostra di saper ben miscelare ed amalgamare in modo fluido e gradevole la realtà storica con il piacere della fiction.

Ancora una volta la piccola storia incontra la Grande Storia grazie alla capacità dell’autore di creare con il suo stile letterario inconfondibile un microcosmo, un universo a sé: l’Hotel Lutetia, ove sfruttando tutte le possibili cifre della finzione il lettore è portato a fare un viaggio nel tempo ed in un luogo: in un periodo ricompreso fra il 1938 ed il 1945. Un’Epoca tra le più drammatiche nella storia dell’Umanità.

Le vicende vengono viste e vissute dietro le quinte del palcoscenico, vale a dire dietro le porte vetrate del Lutetia. L’unico Grand Hotel posto sulla rive gauche di Parigi. Fuori c’è l’Europa, la Francia, Parigi, l’Umanità. L’io narrante, il coprotagonista oltre all’Hotel stesso, è Edouard Kiefer, un uomo discreto, solitario e riservato. Di origini alsaziane ha fatto il poliziotto a Parigi ed ora è il responsabile della sicurezza del Lutetia (ove vive) e dei suoi clienti. Una persona attenta, abituata ad analizzare a fondo la realtà e le persone, che, dal suo “osservatorio” ci descrive con tono pacato una Società che va verso il dramma totale. Kiefer è uno di quegli eroi modesti e pudichi, è profondamente umano e non è né rassegnato né impegnato. Tramite i suoi occhi e le sue riflessioni, l’autore con mano salda e prosa asciutta ci fa rivivere le vicende di quegli anni. L’atmosfera ancora gioiosa e serena di prima della Guerra quando la clientela dell’Hotel è fatta di artisti, poeti, politici, nobili e ricchi habitué. Il periodo dell’umiliazione, del terrore e delle delazioni quando, sconfitta la Francia nel 1940, il Lutetia diverrà per 4 lunghi anni la sede dei Servizi Segreti della Wehrmacht, tutt’attorno spoliazioni, retate, arresti, torture, antisemitismo e collaborazionismo. Infine, liberata Parigi, quasi catarticamente nel 1945, l’albergo diviene centro di raccolta delle migliaia di prigionieri, di deportati e di sopravvissuti di ritorno dai campi di prigionia e di sterminio.

Alcuni momenti non vanno raccontati ma solo letti tanto sono toccanti. Testimonianza storica e racconto divengono tutt’uno!

Assouline sa dare vita ai suoi personaggi ed al mondo che li circonda sia nella parte romanzata che nella parte storiobiografica. Ha indubbiamente una bella penna, una scrittura raffinata ed elegante, sa ben cesellare le parole ed è un piacere leggerlo. Il suo stile è chiaro ed il tono è giustamente sobrio, il ritmo narrativo poi segue correttamente l’evolversi degli eventi storici. Hotel Lutetia è dunque un bel libro: una biografia/ un romanzo/ una ricerca storica molto interessante che si legge con passione e velocemente. Un libro che dalla hall di un Grand Hotel ci porta piano, piano, senza mai uscire fuori dalle sue porte, dritti, dritti nella Grande Storia.

data di pubblicazione:06/04/2022

IL FRANCESE di Massimo Carlotto – Mondadori, 2022

IL FRANCESE di Massimo Carlotto – Mondadori, 2022

Carlotto si è conquistato un meritato spazio nell’editoria noir italiana e, per una volta, ha accettato l’invito di una casa editrice mainstream, ricadendo sotto l’egida del prestigioso Giallo Mondadori. La chiamata, vantaggiosa per l’interessato, richiede qualche non trascurabile contropartita perché il libro risponde alle necessità di una chiamata e sembra meno ispirato rispetto alla saga dell’Alligatore oltre a richiedere un notevole esborso per l’acquirente del libro. E’ evidente l’esigenza dell’autore di uscire da uno schema seriale collaudato e di battere nuove piste. Il personaggio del macrò, tanto caro a tanta fiction francese (Manchette, Le Breton) nasce da studi di settore, interviste, frequentazioni, ma non si può dire che Carlotto ci restituisca un personaggio troppo credibile soprattutto quando questa attività borderline di protezione, tollerata dalla legge, sfocia in imprese delinquenziali senza limiti. Ovviamente il libro pullula di caratterizzazioni di donne prostitute, più o meno fidate o alleata del Francese, il protagonista. Ci si tuffa nei meandri di una vicenda ingarbugliata e in una trama e non sempre facilmente decifrabile che Carlotto colora con la consueta vivacità e con qualche compiacimento erotico. La caduta nell’inferno di vendette incrociata e para-mafiose è inevitabile. Il personaggio del commissario donna è di una durezza senza precedenti ma nel suo conclamato cinismo si attira pure qualche simpatia. L’ambientazione è come di consueto nel Veneto bigotto ma peccatore, ricco di devianze e di ipocrita borghesia. E’ la provincia nel cui torbido Carlotto sguazza da tempo. Come documentarista che chiaramente illustra senza avere la pretesa di indicare una via d’uscita. La Maison del Francese accontenta tutti ma è in un equilibrio precario che presto si rompe. Ed i destini delle 12 donne che gli sono legate per interesse si collocano su un precario asse di resilienza. Senza indulgenza e pietà.

data di pubblicazione:06/04/2022

 

BARTLEBY LO SCRIVANO di Francesco Niccolini, liberamente tratto da Herman Melville, regia di Emanuele Gamba, con Leo Gullotta e gli attori di Arca Azzurra

BARTLEBY LO SCRIVANO di Francesco Niccolini, liberamente tratto da Herman Melville, regia di Emanuele Gamba, con Leo Gullotta e gli attori di Arca Azzurra

(Teatro Quirino – Roma, 30 marzo/3 aprile 2022)

Nello studio dell’avvocato tutti i giorni, in moto perpetuo, si ripete lo stesso gran da fare. Poi arriva Bartleby, lo scrivano scassinatore che inceppa l’ingranaggio facendo esplodere tutto quello che ha intorno. Esprime una sola preferenza: quella di non fare ciò che gli si chiede che faccia.

 

Formula dal risultato felice quella di affiancare sulla scena una compagnia di attori compatta e di grande esperienza nel mestiere del teatro a un mattatore sensibile e attento come Leo Gullotta. La versione drammaturgica di Francesco Niccolini del racconto di Herman Melville, messa in scena da Emanuele Gamba, pone in evidenza proprio il distacco che si crea tra un gruppo di impiegati nello studio di un avvocato e un uomo eccezionale nella sua singolare stravaganza, che improvvisamente irrompe nella loro routine in risposta a un annuncio di assunzione. Fatta eccezione per i due personaggi femminili di Rita, la maniacale e comica donna delle pulizie Giuliana Colzi (che dello spettacolo è anche la costumista), e della signorina Ginger (Lucia Socci), l’impiegata che vive in equilibrio tra il lavoro e gli sbalzi emotivi dei suoi colleghi maschi, l’impianto drammaturgico rimane fedele al racconto originale. Fedele soprattutto nel ritmo, costante e lento, di una narrazione che incentra sul solo personaggio di Bartleby lo svolgersi della vicenda. Tuttavia è sulle spalle dell’avvocato, e quindi di Dimitri Frosali, che tutto il peso si sposta: è lui a raccontare quello che accade nel suo studio, a presentarci i personaggi e le loro abitudini, che rimane come folgorato e ammirato davanti a Bartleby, l’impiegato che improvvisamente smette di eseguire le sue mansioni gettando tutto lo studio in subbuglio ma per il quale, per qualche motivo, comincia a provare compassione. Ad agitarsi sono soprattutto gli altri due personaggi maschili della vicenda: Turkey (Massimo Salvianti) e Nippers (Andrea Costagli), sempre a litigare per contendersi il ruolo di miglior impiegato, che letteralmente esplodono di rabbia davanti all’incomprensibile blocco del loro collega appena arrivato.

Il Bartleby di Leo Gullotta è un uomo semplice, come l’abito liso e anonimo che indossa, incastrato in un mondo che non gli appartiene. Un mondo fatto di soffocanti pareti grigie, in uno spazio appena illuminato da una piccola finestra posta troppo in alto, dalla quale cerca di afferrare i deboli raggi di sole che lascia entrare (le scene sono di Sergio Mariotti). Fissa di continuo qualcosa con un sorriso educato e composto (lascia ammirati la resistenza di Leo Gullotta a mantenere ferma la stessa espressione). È laconico e conciso nell’esprimere la sua volontà di non voler fare ciò che gli si chiede. “Avrei preferenza di no” è il ritornello che ripete di continuo, eppure sempre con una sfumatura diversa di senso, segno che è presente a sé stesso in ogni momento del dramma. È un personaggio che rifiuta il dialogo e non si esprime in monologhi neanche quando è solo. Non compie azioni significative all’infuori del fatto che mangia biscotti allo zenzero eppure è capace di scuotere tutto il piccolo mondo che gli vive intorno. Si potrebbe definire un eroe anti-teatrale. È solo nella sua battaglia, non chiede nemmeno al pubblico un sostegno. Anzi, lascia tutti in silenzio a osservare, talvolta generando una sensazione di irritante fastidio per questa continua inazione. Ci si aspetta una tirata che dia una soluzione, ma quello che torna è sempre e solo il ritornello della preferenza a dire di no. E allora non si può che fare un passo indietro, accettare di non ricevere nessuna giustificazione, e lasciarsi interrogare da Bartleby.

data di pubblicazione:05/04/2022


Il nostro voto:

NON E’ VERO MA CI CREDO di Peppino De Filippo, regia di Leo Muscato, con Enzo De Caro, scene Luigi Ferrigno, costumi Chicca Ruocco

NON E’ VERO MA CI CREDO di Peppino De Filippo, regia di Leo Muscato, con Enzo De Caro, scene Luigi Ferrigno, costumi Chicca Ruocco

(Teatro Il Parioli – Roma, 31 marzo/10 aprile 2022)

Omaggio a Peppino ma anche a Luigi a quattro anni dalla scomparsa. Un classico del repertorio del più farsesco dei De Filippo. Con un De Caro all’altezza della parte e della commemorazione. I suoi partner sono la compagnia del compianto Luigi.

Prima fastosa per un classico tutto esaurito da debutto con tanti significati. Pittoresca confusione da generone romano all’ingresso (citazioni per Giovanni Ralli, festeggiatissima e Gianni Letta, di meno). Ma la ricompensa è ghiotta sul palcoscenico per uno spettacolo da 90 minuti senza interruzioni ma con tre suture. L’evocazione della superstizione partenopea è caricata all’eccesso in avvio ma poi si diluisce nella concentrazione sulla gobba portafortuna. Peppino sulla particolarità è più leggero di Eduardo. Poi senza spoilerare il ricorso a quello che viene definito “il regolamento” evapora nella sorpresa finale. Ovviamente l’happy end è in vista con una scena corale che è la fotografia istantanea che riassume tutto l’impegno della compagnia. L’ambientazione è spostata negli anni ’80, senza dimenticare ovviamente Maradona e Pino Daniele. Il poliedrico Muscato ha una storia antica, un sodalizio ventennale con parte della famiglia e non si nega dedizione all’opera di ravvivamento del testo. Concede persino una coreografia di balli moderni nel finale quando l’inevitabile matrimonio salda tutte le contraddizioni, le paure del protagonista. De Caro culmina un bel percorso attoriale, lontano ormai decenni dagli antichi compagni di viaggio. Mostrando di sapersi evolvere da solo, assolvendo un compito non banale. Piero Maccarinelli con questa tappa salda un altro pezzettino di stagione come tanti altri teatri romani. Alti e bassi, non sempre omogenei ma all’insegna della poliedricità per accontentare vaste fasce di pubblico. Senza dimenticare che siamo a Roma nord, in quello che una volta era il tempo del Maurizio Costanzo show.

data di pubblicazione:01/04/2022


Il nostro voto:

RISTRUTTURAZIONE di e con Sergio Rubini

RISTRUTTURAZIONE di e con Sergio Rubini

(Teatro Ambra Jovinelli – Roma, 29 marzo/10 aprile 2022)

Il racconto in prima persona delle disavventure, comuni a molti italiani, legate all’acquisto e la ristrutturazione della casa. Per Rubini il pretesto per proporre uno spettacolo divertente ma anche colto e intelligente.

 

Sulla scia di una programmazione che privilegia un divertimento mai becero e banale, l’Ambra Jovinelli riporta a Roma il nuovo spettacolo di Sergio Rubini, attore, autore e regista di apprezzate performances cinematografiche e teatrali. Ristrutturazione, ovvero disavventure casalinghe raccontate da Sergio Rubini, questo il titolo completo del lavoro scritto a due mani con Carla Cavalluzzi, è il monologo autobiografico – quasi una confessione – dell’attore pugliese ( nativo di Grumo Appula, paese su cui lui stesso trova modo di ironizzare) alle prese con problemi sempre più drammatici connessi all’ acquisto e alle ristrutturazioni delle sue diverse abitazioni. Rubini, con il suo stile unico, porta sulla scena diversi comprimari incontrati nelle sue vicissitudini: la mamma che gli fa comprare la prima casa a Roma, le Banche con i loro mutui, gli architetti e soprattutto idraulici …più o meno capaci.

Il brillante monologo è costantemente arricchito da inserti musicali di alto spessore, grazie ai professionisti della band, Musica da Ripostiglio (Luigi Pirozzi, Luca Giacomelli, Raffaele Toninelli, Emanuele Pellegrini, assolutamente meritevoli di citazione) e da momenti decisamente “colti” (letture tratte da pagine di Vitruvio, Melville, etc). Ma, ripeto, la chiave di lettura preminente è il divertimento intelligente, mai volgare, sempre brioso, proposto e condotto da un Rubini nelle vesti di “entertainer” confidenziale, ma sempre ironico e spassoso .

Episodi, apparentemente banali nel racconto in scena, diventano battaglie epiche (il seminterrato che si allaga, la vasca che sprofonda, il tritarifiuti che richiede “lo spurgo”, la varechina che lo salva dagli odori pestilenziali…) e suscitano negli spettatori sincere risate e divertite riflessioni. Così, due ore trascorrono liete e godibili, perché dove non c’è Rubini con i suoi paradossali eventi casalinghi o le sue letture importanti, c’è la musica e le atmosfere splendidamente rese dalla band rigorosamente “live”. Dunque uno spettacolo completo in cui divertimento, musica e persino cultura si armonizzano appieno.

data di pubblicazione:01/04/2022


Il nostro voto:

MOONFALL di Roland Emmerch, 2022

MOONFALL di Roland Emmerch, 2022

Per eventi misteriosi e inconcepibili la luna esce dall’orbita terrestre e rischia di schiantarsi sul nostro amato pianeta con prevedibili disastrose conseguenze. Fortuna che la NASA vigila e prima di lei un appassionato cospirazionista, astronomo improvvisato. Si crea dunque un’improbabile “ammucchiata” di esperti e dilettanti che insieme all’ex astronauta Jo Fowler intuisce una soluzione e ahinoi ce la propina…

 

Se è vero che la prima scena di un film di azione targato USA può costare quanto un medio film di casa nostra, è altrettanto vero che, nel caso di cui trattasi , il livello di scempiaggini raggiunto è direttamente proporzionale ai costi. In generale, non sono incline alle stroncature, ma se, per errore, ci si imbatte in pellicole come Moonfall, l’etica professionale impone una severa censura e un affettuoso sconsiglio. La doverosa premessa non esclude naturalmente che ci siano state e ci siano pellicole di genere (fantascienza, disaster movies, fantasy, super eroi) pienamente riuscite e altamente spettacolari. Non così Moonfall, peraltro diretta da un buon artigiano come Roland Emmerich che senza essere Kubrick ci aveva regalato il godibile Indipendence Day.

Questa volta il pateracchio è completo e dal menù estraggo a caso pagine di complottismo che neanche un no vax, ansie artificiose che neanche Crepet…, teorie scientifiche che neanche Paperino sotto allucinogeni (la Luna, tutt’al più si allontana dalla terra…). Purtroppo non esagero nel segnalare che per due ore e dieci minuti, confortati – si fa per dire- da un commento sonoro assordante e distonico ci si sottopone alla visione di un campionario misto che va dall’incredulità, all’impossibile transitando per una ingenuità fanciullesca. Se quanto sopra non bastasse a dissuadervi da insani propositi (lo so, non è che al cinema ci sia tanto in questo periodo!), e sorvolando sulla trama per decenza, non posso che evidenziare lo scarso contributo dei poveri attori, il premio Oscar, Halle Berry e John Bradley, sbiaditissima copia del grande Paul Newman, immeritatamente coinvolti nella scombicchieratissima e irresponsabile sceneggiatura e incapaci di dare un sia pur minimo spessore ai personaggi. Ma, almeno gli effetti speciali? Non mancano e non oso pensare a quanto siano costati, ma sono lì anche loro come un corpo estraneo, confusi e slegati, roboanti ma poco coinvolgenti come purtroppo tutto il film.

data di pubblicazione:30/03/2022


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IL DOTTOR BERGELON di Georges Simenon – ed. Biblioteca Adelphi 2022

IL DOTTOR BERGELON di Georges Simenon – ed. Biblioteca Adelphi 2022

Per singolare coincidenza, quasi a volersi scusare con i cultori di Simenon della “colpa” di aver recentemente dato alle stampe una raccolta di raccontini: Il capanno di Flipke che più che appunti di un grande scrittore sono da considerarsi invece solo veri e propri Scarti d’Autore o Avanzi di Cassetto, la casa editrice Adelphi si riscatta pubblicando ora un bel libro del nostro scrittore belga. Un libro già apparso in Italia nel 1964 nella celebre collana della Medusa. Questa volta si tratta di un vero Roman Dur o Roman Roman come amava definirli l’Autore stesso. Un vero romanzo scritto nel 1939, appartenente quindi, per periodo ed ispirazione, proprio alla stagione più creativa dello scrittore, quella che ha dato i migliori frutti letterari Il periodo in cui Simenon definisce magistralmente, libro dopo libro, il suo universo. Un mondo in cui ogni lettore poteva e può ancora identificarsi in una galleria di personaggi autentici, senza tempo e quindi universali. Poco importa che siano francesi, cittadini, paesani o come questa volta, piccoli professionisti di provincia, su tutti grava, ieri come oggi, il Destino da cui non si può sfuggire!

Bergelon è un piccolo medico di quartiere in una cittadina di provincia. Coglie al volo l’allettante offerta di un suo collega più fortunato di intascare l’intero onorario previsto per la degenza del primo paziente che farà ricoverare nella clinica di lusso gestita dal collega e poi di dividersi metà e metà gli introiti dei successivi. Il mediocre Bergelon fa ricoverare una sua paziente prossima al parto. Purtroppo per colpa del collega che era ubriaco durante l’intervento, sia la puerpera che il neonato muoiono. Il giovane vedovo, venuto a conoscenza della realtà dei fatti, decide di vendicarsi su Bergelon per il cattivo consiglio. Il “dottorino” si sente responsabile e… fugge. Fugge senza una vera meta, fino ad Anversa… fugge dal rimorso della morte che ha causato… fugge dal marito assetato di vendetta… fugge soprattutto da una vita, la sua, segnata dalla mediocrità e dal fallimento professionale… fugge dalla sua famiglia… fugge per provare a cambiare vita, per sfuggire al Destino, o… almeno provarci! Ma … il “dottorino” apprenderà che nulla si può fare e che arriva sempre il momento in cui si devono pagare le proprie colpe! Apprenderà altresì che alcune punizioni sono ben peggiori della morte!!

Più che un noir Il Dottor Bergelon è un dramma psicologico, un racconto diretto ed oggettivo, scritto in modo magistrale con la solita bella prosa scorrevole, asciutta ed essenziale. Al centro di tutto è la provincia francese, eguale però a tutte le province quale che sia la loro latitudine o l’epoca. Un mondo fatto di aspirazioni frustrate e di mediocrità, un mondo sempre sospeso fra il sogno ed il bisogno di un cambiamento con le connesse illusioni e poi le amare rassegnazioni. Simenon ne riproduce i contesti esistenziali, le persone, i loro pensieri e le atmosfere con tocchi realistici e naturalistici. Da profondo conoscitore della natura umana, al di là dei fatti narrati, i suoi veri protagonisti sono gli animi e le coscienze dei vari personaggi. Coscienze che Simenon svela progressivamente con la sola forza della sua capacità analitica. Il romanzo delinea infatti una duplice analisi psicologica: da una parte quella di Bergelon sconvolto dalla presa d’atto della propria meschina esistenza e dello squallore di tutto il suo ambiente, dall’altra quella del giovane vedovo cui il dramma subìto innesca la constatazione del proprio fallimento esistenziale. Due crisi umane frutto della propria superficialità e fragile essenza.

Il Dottor Bergelon è un romanzo che risponde in pieno alla giusta fama che merita Simenon! Molto più di un giallo o di un noir! E’ una vera opera narrativa, un romanzo che si divora fino alla fine pur con una crescente sensazione di turbamento e di inquietudine, proprio come Simenon voleva che dovesse essere leggendo della Realtà.

data di pubblicazione:30/03/2022

ESOTICI, EROTICI, PSICOTICI, il peggio degli anni ‘70 in 120 film di Renato Palazzi – Cue Press, 2021

ESOTICI, EROTICI, PSICOTICI, il peggio degli anni ‘70 in 120 film di Renato Palazzi – Cue Press, 2021

Quando c’erano le seconde e le terze visioni, una catena vasta di cinema porno, anche il cinema di serie B o C era preso in alta considerazione e si meritava delle recensioni che non erano semplici trafiletti sui principali quotidiani nazionali. Renato Palazzi si prestava a questo umile compito di filtraggio filmico sulla più diffusa testata nazionale e lo faceva senza sciatteria ma con un preciso senso del dovere, applicando le categorie estetiche che avrebbe utilizzato per una pellicola di Fellini o di Bunuel. Dunque questa è un’antologia vintage di un mondo che non c’è più, circoscritto alla commedia pecoreccia all’italiana, al filone del kung fu caro a Bruce Lee, alla moda dei poliziotteschi tutti eguali con registi e attori che ci hanno costruito sopra una discreta carriera. Carrellata sul film di genere e degenere con notazioni vintage che possono essere care a una generazione over. Libro di nicchia ma prezioso perché documenta un felice momento al botteghino perché c’erano film capostipite e modello che aprivano una lunga scia di imitazioni, con l’occhio mirato agli incassi. Sulla qualità si può discutere ma la quantità è indiscutibile. La sorpresa è trovare uno scrittore di vaglia come Daniele Del Giudice come autore di uno di queste non memorabili sceneggiature (si doveva pure campare, il film in questione è L’assassino è costretto a uccidere ancora, 1975). È anche vero che dall’horror ruspante dei Bava e dei Fulci è scaturito un maestro come Dario Argento. Così questo cinema marginale e residuale, nella rievocazione, acquista dignità e consistenza. E forse i nomi di Femi Benussi, Ria De Simone o Orchidea De Santis diranno qualcosa a un vasto pubblico di estimatori, direi soprattutto maschili. Corpi di attrice ma anche voci ed espressioni. Il sottotitolo ironico veicola il profilo basso dell’intenzione ma la scrittura di Palazzi è sempre controllata e inappuntabile. Onore al merito.

data di pubblicazione:29/03/2022

OSCAR 2022

OSCAR 2022

Dicevamo che è dopo le nomination che si delinea lo scenario reale per il vero rush finale e che è solo allora che il gioco si fa veramente duro e … può anche capitare allora che la pulce vinca sui grandi favoriti … Tutto come previsto! Nulla come previsto! Si sa che i voti dell’Academy spesso non tengono conto né delle graduatorie di merito formulate dalla Critica Internazionale né degli apprezzamenti del Pubblico nelle sale cinematografiche. Mai però come questa volta le valutazioni tecniche, razionali od emotive, le illusioni o le aspettative del cuore sono state così disattese. Questa 94ma edizione degli Oscar attenta alla necessità dell’Industria Cinematografica di recuperare consensi di pubblico dopo i devastanti effetti della Pandemia si è difatti, più che mai, appiattita sul politically correct dando un contentino a tutte le sensibilità.

Quindi … più che un premiare la qualità è stato un voler premiare le opportunità!

Ecco allora che Miglior Film risulta CODA di Sian Heder, piccolo film indipendente che è solo il remake americano del fortunatissimo film francese del 2014 La famiglia Bélier. Un film delicato che tocca i sentimenti, un feeling good movie … Il solo riproporre con sensibilità la storia della giovane ragazza che aspira a cantare e della sua famiglia sordomuta può però far vincere anche l’Oscar per Migliore Attore Non Protagonista e quello per la Migliore Sceneggiatura Non Originale! Addirittura tre Oscar! Troppa grazia! Rivedetevi l’originale francese!

Delle sue 12 nomination, quello che era il vero grande preferito, il western anomalo e psicologico di Jane Campion: Il Potere del Cane si aggiudica solo il premio per la Migliore Regia, mentre lo spettacolare Dune con ben 10 nomination altrettanto qualificanti si merita invece solo 6 “Premi Minori”, premi prettamente tecnici. L’accreditatissimo, tenero ed autoriale Belfast di Branagh con 7 candidature si prende la sola statuetta per la Migliore Sceneggiatura Originale e … il grande sconfitto, lo Spielberg del bel remake di West Side Story con 7 candidature anche lui, porta a casa solo quella per la Migliore Attrice Non Protagonista.

Il resto delle candidature? Il resto è silenzio! Ma allora che senso hanno le nomination?

Le nuove regole hanno generato un eccesso di candidature, un’inflazione di nomination che può probabilmente tornar molto buona per promuovere la distribuzione di più film nelle sale ma di certo non giova nella definizione della pari qualità della rosa finale e poi dei premiati.

Jessica Chastain ha meritatamente ottenuto il premio come Miglior Attrice per la sua esuberante ma buona interpretazione de Gli occhi di Tammy Faye e così anche Will Smith quello di Migliore Attore per il volitivo padre delle sorelle Williams ne Una Famiglia Vincente.

Quanto poi al Miglior film Straniero, purtroppo per il Cinema Italiano, il film di Sorrentino non ce l’ha fatta, e … senza l’aiuto della mano di Dio, l’Oscar è stato assegnato al profondo e sensibile film giapponese Drive my Car, di sicuro il più favorito che, d’altra parte, concorreva anche per la Migliore Regia ed il Miglior Film.

Le altre presenze italiane per i costumi di Cyrano e per il piccolo film d’animazione Luca non hanno avuto la giusta fortuna.

Oscar 2022, un’edizione da non ricordare fra le migliori. Con dei film premiati che non verranno di certo ricordati o che non hanno assolutamente meriti superiori agli altri concorrenti. Verrebbe da farsi qualche domanda provocatoria, ma limitiamoci solo a segnalare: che con L’Oscar a Jane Campion sono arrivate a ben tre le registe donna premiate; che non c’è stato il previsto trionfo di Netflix; che a 60 anni di distanza West Side Story porta a vincere lo stesso ruolo di attrice non protagonista, e che CODA a fine Gennaio non era stato giudicato idoneo per uscire in sala ma solo in DVD!!

data di pubblicazione:28/03/2022