da Daniele Poto | Mag 4, 2022
Il sottotitolo completa un’informazione che potrebbe apparire sibillina, La storia, i delitti, i retroscena, l’ultima testimonianza del capo della Banda della Magliana. Da Romanzo Criminale in avanti la figura di Maurizio Abbatino è perentoriamente venuta a galla nell’immaginario iconico, forte della propria violenza e di un carisma che le fiction hanno ulteriormente ribadito. Questo è un libro-intervista ma ricco di approfondimenti e vicoli illegali infiniti. Vedi le connessioni con la mafia e la massoneria, non escluso il circolo della P 2. Per accorgersi della centralità della Banda, dal primo sequestro per auto-finanziamento di Grazioli fino ai legami con i servizi segreti e con i tanti misteri della storia italiana degli ultimi quaranta anni. Abbatino, uscito dai ranghi della protezione, fa la figura oggi di una sorta di irredente pecora nera di sistema la cui testimonianza non è stata convenientemente messa a fuoco. E l’autrice lo interroga sulla strage di Bologna, sulla sparizione di Emanuela Orlandi, sul delitto Pecorelli, sulla tante sentenze aggiustate anche grazie all’opera di prezzolati specialisti. Dalle origini della banda come espressione di un quartiere ai legami con i gruppi di Testaccio e Val Melaina, con una serie di regolamenti di conti senza pietà. Un racconto crudo e spiegato di violenza, di un codice dell’onore perverso che ha attraversato la storia politica italiano e non solo quella, limitata, della cronaca nera. Abbatino racconta i segreti dell’organizzazione, le oscure trame di compiacenze in un romanzo verità che vale anche la possibilità di una grande riscatto etico, di un esercizio di memoria. E alla fine ti chiedi se non siano più pericolose le parabole di killer come Giuseppucci o Diotallevi e non invece il compassato cinismo di un politico come Andreotti, scampato a probabili condanne solo grazie all’esercizio della prescrizione. Quel periodo evidentemente non è ancora alle spalle perché tutti i conti con la giustizia non sono stati fatti o, ancora peggio, sono stati truccati.
data di pubblicazione:04/05/2022
da Giovanni M. Ripoli | Mag 1, 2022
Continua sul grande schermo la saga dei Crawley, questa volta alle prese con un’inaspettata eredità, una villa in Costa Azzurra e l’arrivo di una troupe cinematografica che affitta la dimora di famiglia.
Dopo 52 episodi televisivi e un primo film per il cinema, la vena di Julian Fellowes il fortunato e lungimirante creatore della saga, qui in veste di sceneggiatore, inevitabilmente comincia a perdere qualche colpo. Fellowes, nel tempo (le sei stagioni della serie tv) ha avuto la capacità di costruire
ingranaggi quasi perfetti, ha saputo creare e descrivere personaggi, diversi tra loro (nobili, borghesi, valletti e cameriere) tutti destinati ad emozionare e intrigare pubblici di differenti latitudini. La serie, pluri- premiata che partiva dalla data del naufragio del Titanic (1912) nel film in questione arriva a cogliere il passaggio dal cinema muto a quello del sonoro (il crepuscolo degli anni ‘20). Occorre rilevare che il meccanismo perfettamente oliato per i tempi e le cadenze seriali , perde qualcosa sul grande schermo sia pure in una trama sviluppata in oltre due ore. I personaggi sono meno caratterizzati, seppure ancora una volta splendidamente sorretti dalle ottime interpretazioni dei “soliti” bravissimi attori. I dialoghi, a volte, sono un po’ scontati, se non involontariamente risibili e le idee , vedi il film nel film, non sempre del tutto originali e convincenti. Naturalmente, non è il caso di andare troppo per il sottile, seppure inferiore ai precedenti episodi, la nuova era di Downton Abbey per la regia di Simon Curtis, rimane un’avventura godibile e di facile fruizione. Il pubblico e chi scrive si è troppo affezionato negli anni a Lord Crawley (Hugh Bonneville), alla bella, algida e timorata Lady Mary Talbot (Michelle Dockery) e naturalmente alla spumeggiante e ironica Lady Violet, contessa madre di Grantham (Maggie Smith), per tacere dell’ineffabile maggiordomo capo Mr.Carson (Jim Carter) e dei tanti altri co-protagonisti, per non incuriosirsi ed apprezzare misuratamente le collaudate dinamiche corali messe in atto anche in questa pellicola..
Il precedente film del 2019, diretto da Michael Engler, era costato 13 milioni di euro e ne aveva incassati ben 190 a testimoniare la grande affezione del pubblico ai personaggi della serie tv britannica più famosa e premiata di sempre. E’ assai probabile che lo stesso, o anche in misura maggiore, avverrà per Downton Abbey del 2022, probabile definitiva conclusione della saga. Sulla trama non mi soffermo ma tranquillizzo che sia pure “all’acqua di rose” tutte le problematiche inespresse nelle precedenti puntate troveranno facili e adeguate soluzioni con qualche piccolo colpo di scena che risparmio ai lettori. Inutile dire che le musiche, le scenografie, così come i costumi ,per la gioia delle signore, il cast e l’inevitabile lieto fine, rappresentano comunque la garanzia di uno spettacolo già collaudato e nel complesso gradevole.
data di pubblicazione:01/05/2022
Scopri con un click il nostro voto: 
da Rossano Giuppa | Apr 29, 2022
(Teatro India –Roma, 26/30 aprile 2022)
Biancofango presenta al Teatro India di Roma ABOUT LOLITA, diretto da Francesca Macrì e prodotto dal Metastasio di Prato e da Fattore K. Una drammaturgia originale che riscrive il mito di Lolita e l’immagine della ragazzina in costume da bagno che guarda senza pudore la macchina da presa, ricercando quel che è rimasto nell’immaginario collettivo del personaggio nato dalla penna di Vladimir Nabokov e reso immortale da Stanley Kubrick. In un campo da tennis, fisico e metaforico, va in scena il drammatico scambio di colpi tra sensi di colpa, fallimenti, l’attrazione della giovinezza in età adulta (foto di Piero Tauro).
ABOUT LOLITA è stato presentato in prima assoluta alla Biennale di Venezia 2020 e rappresenta il primo passo di un dittico dedicato al tema di Lolita.
Il romanzo scandalo di Nabokov e la trasposizione cinematografica di Stanley Kubrick, entrata nella cultura di massa per dare una forma e senso all’ossessione di un uomo maturo per una ragazza pre-adolescente e nel contempo descrivere una persona giovanissima sessualmente precoce che appare comportarsi in maniera seduttiva nei confronti di uomini più grandi, individuano la densa e drammatica eredità da cui parte la rielaborazione di Biancofango. Totalmente ambientata in un campo da tennis, riprende solo alcuni momenti del testo nabokoviano ed alcuni fotogrammi del film cult riattraversandoli entrambi e abbandonandoli per viaggiare dentro il mito di Lolita, per esplorare la triangolazione pericolosa di una ragazzina troppo curiosa e due uomini, per inoltrarsi nei territori proibiti del piacere e del desiderio, in un equilibrio precario l’immaginato e l’agito.
Uno spettacolo che è esasperazione della nostalgia della giovinezza e della sua sconvolgente sessualità, il proibito ed il peccato. Accanto a Lolita impersonata da Gaia Masciale, si ritrovano i personaggi di Humbert e Quilty – rispettivamente Francesco Villano e Andrea Trapani. Giocare a tennis con Lolita diventa giocare con il fuoco, è sudare e fraintendere, desiderare fino a sentirsi male ed in colpa, è provare insieme, dolore e piacere, beatitudine e tortura. Il tutto si consuma sulla terra battuta di un rettangolo di gioco, tra una partita, spasmodici allenamenti alla battuta e chiacchiere tra un cambio di campo e l’altro. C’è il patrigno maturo, paranoicamente geloso, possessivamente legato alla ragazza, che agli occhi degli altri fa passare per sua figlia ed un amico di vecchia data, attore spaesato anch’egli soggiogato dalla ragazzina che rilegge la propria vita e carriera attraverso i protagonisti de Il Gabbiano di Cechov e che poi rinuncia a qualsiasi approccio quando si accorge di non riuscire a tenerne il passo ad una decisa Lolita che prova a giocare con i due uomini, ma che non è in grado di fare i conti con se stessa, tra chewing gum, caramelle e canzoni di Tiziano Ferro.
I dialoghi che si intrecciano tra i protagonisti hanno il sapore di un’affannosa ricerca: dell’amore, del sesso, della consapevolezza, della crescita, della maturità arrivata troppo presto, delle occasioni perdute. Il tutto scandito da frasi e citazioni.
La drammaturgia di Francesca Macrì (che firma anche la regia) e Andrea Trapani non è un adattamento ma un’indagine su cosa sia rimasto di Lolita nel nostro immaginario. Lolita è proprio il frutto proibito, e soprattutto sono i mille stimoli al piacere che tentiamo ripetutamente, in nome di un supposto costrutto sociale, di soffocare e di censurare.
Punti cruciali dello spettacolo rimangono certamente gli scambi di sguardi, ritmi e movimenti esasperazioni del quotidiano, lo sfibrante allenamento-amplesso, la fatica della partita fatta di urla e gemiti, espedienti interessanti per dare suono e immagine al desiderio e alla disperazione. I riferimenti di partenza appaiono però talmente distanti e perfetti da vanificare lo sforzo di riscrittura drammaturgica che appare talvolta un po’ banale e poco coinvolgente.
data di pubblicazione:29/04/2022
Il nostro voto: 
da Antonio Jacolina | Apr 26, 2022
James (Rupert Friend) politico in carriera, ministro ed amico, fin dai tempi di Oxford, del Primo Ministro Britannico e Sophie (Sienna Miller) sua devota moglie, conducono con i figli, una vita tranquilla e privilegiata. Tutto va però in pezzi quando la breve relazione del marito con la sua assistente viene a conoscenza della Stampa. Ancora peggio poi quando c’è anche una denuncia di stupro da parte della stessa ex amante. Scatta il processo in cui la rappresentante dell’accusa, l’inflessibile Kate (Michelle Dockery) farà di tutto per evidenziare la verità dei fatti …
David E. Kelley creatore di Serie di successo come Big Little Lies e The Undoing unitamente a Melissa J. Gibson (House of Cards) hanno apprezzabilmente adattato per la televisione il buon romanzo omonimo. Come nelle sue precedenti produzioni anche questa volta Kelley ripropone al centro della narrazione il mondo delle classi più abbienti, delle élites sociali e politiche, quel mondo di privilegiati disabituati a sentirsi dire di NO! I loro scheletri si celano nei loro ricchi armadi: bugie, omissioni e manipolazioni sottilmente violente delle Verità e delle altrui Volontà.
La Mini Serie si articola su sei episodi di ca. 40 minuti, tutti ben dosati e può essere quindi divorata quasi in un sol boccone. In un’epoca di Post Me Too il tema di fondo della Violenza e del Consenso trova un’eco particolare e si incentra sia sul punto di vista della moglie ignara e devota che prende progressivamente coscienza delle conseguenze dello scandalo sulla coppia, sia sul contemporaneo impegno della rappresentante dell’accusa di mettere in evidenza durante il dibattito processuale il tema dello stupro e quello delle tante possibili sfumature della Verità a seconda della diversa interpretazione di un SI’ o di un NO. Più il processo procederà più si svelerà l’intima natura del giovane politico e ciò che egli effettivamente è sotto la superficie accattivante del suo passato e delle sue relazioni: un uomo che sa, da sempre, manipolare senza scrupoli la realtà per i suoi fini.
Un Mini Serie di sicuro accattivante ma, che, sia ben chiaro, va letta e valutata non con parametri cinematografici ma piuttosto con la sola ottica delle produzioni televisive che si rivolgono per definizione ad un pubblico generalista, transgenerazionale e di gusti facili. Produzioni quindi che hanno una propria tipicità di narrazione, di ambientazione e di definizione dei ritmi e della messa in scena. Prodotti ove i caratteri seguono canoni convenzionali molto semplici ed in cui le sfumature ed i percorsi psicologici troppo sottili non sono affatto previsti.
Tutto ciò chiarito, si può osare dire che Anatomia di uno Scandalo è un buon mélange fra Thriller e Legal Drama, intimo ed accattivante che mantiene le sue promesse e che punta più che sulla suspense sulla finezza della sceneggiatura, sulla sobrietà dei colpi di scena, su una buona regia e su una realizzazione visiva ricca di virtuosità tecniche. Il ritmo è quello proprio delle Serie e quindi i tempi sono dilatati ma un buon montaggio riesce a mantenerlo pur sempre intrigante e coinvolgente. La trama poi è lineare e ben definita e assume un respiro più ampio quando si entra nell’aula del Tribunale in un balletto rituale di scontri verbali per definire la sottile linea di frontiera di quando scatta il dissenso. I dialoghi pur non proprio cesellati alla perfezione non sono però mai banali e sono ben resi dalla più che discreta qualità degli interpreti. Sienna Miller è sempre bella, impeccabile, intensa ed umana, Michelle Dockery (la Lady Mary di Downton Abbey) di contro si conferma attrice interessante.
In conclusione, pur con qualche difetto sulla definizione delle psicologie, con qualche difficoltà di riuscire a trasmettere le emozioni degli eventi narrati e pur con un uso eccessivo dei flashback, la Serie intrattiene con efficacia e spinge lo spettatore a cliccare su “episodio seguente”. L’orizzonte delle altre offerte pur numeroso è d’altra parte di così scarso appeal che la nostra Mini Serie non può non distinguersi.
data di pubblicazione:26/04/2022
da Paolo Talone | Apr 23, 2022
(Teatro Quirino – Roma, 19/24 aprile 2022)
La classe di Vincenzo Manna è un contenitore di forti emozioni. Un’analisi ricca e dettagliata sulla condizione delle giovani generazioni e il mondo della scuola. Una scrittura drammaturgica fresca e attenta alle sfide che la società pone.
Ai fini del raggiungimento della promozione, un irruente gruppo di ragazzi viene trattenuto tutti i pomeriggi per quattro settimane in un’aula fredda e disordinata di un istituto tecnico superiore per un corso di recupero di crediti scolastici. I sei studenti della classe sono stati tutti sospesi per motivi disciplinari. Hanno radici diverse per religione e cultura.
Andrea Paolotti è Albert, un professore potenziato – figura professionale nata con la riforma della buona scuola – che svolge una didattica alternativa. Il suo ruolo è quello di riequilibrare una classe problematica di ragazzi segnati dal disagio, dalla delusione, rabbiosi e desolati. Riesce tra non pochi sforzi a guadagnarsi un po’ della loro fiducia fino a impegnarli in un concorso europeo il cui tema è “Giovani e adolescenti vittime dell’Olocausto.”
Gestisce la scuola un superpreside, il personaggio interpretato da Claudio Casadio, rigido e concentrato sugli obiettivi da raggiungere più che sulle esistenze dei ragazzi. Un preside imprenditore, che paragona i suoi studenti a un gruppo di galline chiassose, che hanno le ali ma non sanno volare, e che nella sua visione hanno l’unico merito di saper percorrere grandi distanze in poco tempo ma solo se è la paura a muoverle.
L’assetto scenografico di Alessandro Chiti segue il realismo estremo e cruento adottato dalla scrittura nell’analisi sociale. La classe ha una sola finestra che si affaccia su un campo profughi, chiamato con disprezzo “Zoo”, una sorta di campo di detenzione dal quale parte una rivolta che costringe la scuola a una chiusura anticipata. Un disastro sociale che mette ulteriormente alla prova la crescita dei giovani studenti, costretti a farsi spazio in un mondo difficile che emargina chi è diverso. L’aula diventa così una scatola ricolma di emozioni disordinate e violente, amplificate dalle sonorità rock di Paolo Coletta.
Il testo di Vincenzo Manna sembra sondare l’abisso della più cupa indigenza per vedere se, dopotutto, si possa trovare una ragione di speranza e riscatto. Forse i volatili quando escono dal guscio si somigliano tutti. Possono sembrare galline, ma sicuramente tra di loro c’è chi è destinato a diventare aquila. Come i giovani attori selezionati per questo lavoro (Valentina Carli, Edoardo Frullini, Federico Le Pera, Caterina Marino, Andrea Monno e Giulia Paoletti), talenti di grande energia ed entusiasmo.
data di pubblicazione:23/04/2022
Il nostro voto: 
da Daniele Poto | Apr 21, 2022
(Teatro Sala Umberto –Roma, 20/24 aprile 2022)
Rivisitazione post-cinquantennale di uno spettacolo che diede scandalo e ancora lo dà. Cercando a piè sospinto l’oscenità e il trash. Del resto la pubblicità della locandina non lascia adito a dubbi: censurato, ironico, spudorato.
Chi avrebbe potuto immaginare Marisa Laurito come unico volto femminile nel ruolo che fu di Pupella Maggio per una proposta che fu oggetto di oltraggio al pudore. La provocazione è manifesta e sfuma piacevolmente in toni leggeri quando le battute sono pronunciato da un travestito che dispensa perle di saggezza tra le vampe di una denunciata stupidità. Il resto rivela i suoi limiti quando mette troppa carne al fuoco. Dopo due ore di recitazione gli intellettualismi sul razzismo dell’afro-americano risultano un sovrappiù che è valore un sottratto più che aggiunto alla combinazione alchemica di quattro piuttosto desolanti esistenze. La notte di Capodanno è la cartina di tornasole di un resoconto esistenziale fatto di fragilità, di sesso, di isolamento, con il fondale di una Napoli raggelante. Definite “quattro persone naturali e strafottenti” che intereagiscono anche con una violenza oggi più che mai politicamente scorretta. La simulazione dell’atto sessuale è il prologo a una vera e propria violenza maschile, accusata con una rassegnazione docile che oggi stupirebbe. In platea per la prima una platea omogenea al tema ricca di gaytudine. Si può immaginare retrospettivamente lo sconcerto di mezzo secolo prima quando certe tematiche erano inaffrontabili, ben prima dell’avvento mainstream di Annibale Ruccello e del suo consolidato mito. Consonanza del plot a parte, meritano un vivo applauso gli attori immersi in parti estremamente impegnative. Chi confinava la Laurito in ruoli leggermente comici ora sarà costretto a ricredersi mentre Anzaldo si conferma come uno dei prototipi attoriali più interessanti del nuovo teatro italiano. L’ultima parola pronunciata (“Spettacolo”) è la metafora della finzione a cui si è assistito.
data di pubblicazione:21/04/2022
Il nostro voto: 
da Antonio Jacolina | Apr 19, 2022
Vienna 2012, terroristi mediorientali dirottano un aereo e ne prendono in ostaggio tutti i passeggeri. La sezione della CIA operante presso l’Ambasciata Americana non riesce a gestire correttamente la vicenda e ad evitare la strage. La coppia di agenti americani Henry (Chris Pine) e Celia (Thandie Newton), pur amandosi, non riesce a reggere all’impatto del dramma e si lasciano. Celia scompare. Dieci anni dopo, nuove informazioni inducono a pensare che all’interno della stessa CIA a Vienna ci fosse una talpa. Lo stesso Henry è incaricato di indagare per scoprire chi era stato l’informatore …
Dimenticatevi i bei tempi di Ian Fleming o di John le Carré i cui libri allorchè portati sugli schermi, pur se se ne conosceva la trama, continuavano ad affascinare, coinvolgere ed intrigare gli spettatori grazie all’ottima resa cinematografica delle sceneggiature, alla qualità degli attori, ai ritmi, all’abilità dei montaggi e soprattutto delle regie!
La Cena delle Spie è un modesto adattamento cinematografico del romanzo omonimo ed è l’opera seconda del modesto regista danese di Borg/ McEnroe (2017). Lo stile, il tipo di riprese, la luce, le atmosfere iniziali sembrano voler preannunciare un thriller di spionaggio come quelli degli anni d’oro del Genere … ahinoi, in realtà nulla di più lontano! La messa in scena è molto convenzionale ma manca comunque qualcosa, quel qualcosa che riesce a coinvolgere veramente lo spettatore. Mancano totalmente la suspense, la tensione drammatica, la profondità e l’intensità dei fatti narrati, dell’intreccio e dei personaggi. Ogni sviluppo è prevedibile, il finale è scontato, opache e poco empatiche le interpretazioni.
Lo spunto letterario poteva pur essere buono e forse mani più salde e capaci avrebbero potuto sviluppare la storia e l’idea del senso di colpa con risultati migliori. La narrazione delude proprio da un punto di vista filmico, registico, narrativo e tecnico priva come è di ritmo, azione ed emozioni, poco sostenuta poi da una sceneggiatura dal giusto respiro cinematografico. La vicenda è appesantita da troppe deviazioni, troppi personaggi che hanno l’unico effetto di confondere lo spettatore e spezzare i tempi della narrazione. Ne risulta un film ove si mescolano stereotipi del genere spionistico con elementi melodrammatici, il tutto infarcito di flash back eccessivi, in una totale assenza, come dicevamo, di azione e tensione emotiva. Purtroppo un prodotto che appare artefatto, poco credibile, a tratti banale e troppo spesso scontato per chi apprezza il buon Cinema ed il Genere.
Chris Pine è bello e prova ad atteggiarsi come Pierce Brosnan, ma sia lui che la Newton privi di adeguata direzione e non sostenuti da uno script adeguato sono incerti, poco incisivi e poco credibili. Peccato poi veder coinvolto e sottoutilizzato un attore del calibro di Jonathan Pryce.
La Cena delle Spie è dunque, ahinoi, un prodotto con pochi pregi e molti difetti che come il junk food eviterei di assaggiare per doverlo poi gettar via nel cestino, un “video movie” usa e getta che nemmeno la necessaria pausa post prandiale dopo le abbondanti tavolate pasquali può giustificare!
data di pubblicazione:19/04/2022
Scopri con un click il nostro voto: 
da Maria Letizia Panerai | Apr 18, 2022
Marianne si è da poco trasferita a Caen in Normandia ed è in cerca di una occupazione. Non sembra molto preoccupata che il lavoro sia esclusivamente a tempo determinato perché lei è disposta a fare anche le pulizie sulle navi, pur di lavorare. Durante i colloqui presso l’ufficio di collocamento conosce Christelle, madre single di tre bambini, e Marilou, giovane donna che vorrebbe sposarsi e scappare con il suo amato lontano da quella triste realtà: le due donne le mostreranno solidarietà e, pur lavorando a ritmi serrati e per paghe davvero irrisorie, troveranno il tempo di insegnarle i “trucchi” del mestiere per ottenere il miglior risultato nel più breve tempo possibile.
Tra loro si stabilisce immediatamente un legame empatico che Mariane sembra apprezzare molto e che parrebbe il preludio di una bella amicizia, cementato dalla condivisione di un lavoro duro e dalle comuni difficoltà economiche. La donna (interpretata da una bravissima Juliette Binoche), nonostante dichiari di essere separata e di non possedere una automobile, non sembra preoccuparsi troppo della precarietà di quel lavoro in cui comunque mette tutto il suo impegno ma che di certo non le garantisce una vita agiata. Ma Mariane ha il raro dono di saper ascoltare i racconti di Marilou e di entrare in sintonia con Christelle, ma ha anche qualcosa che la differenzia da esse, qualcosa che sin dall’inizio ci fa intuire che nasconda una verità che via via si fa più inconfessabile.
Emmanuel Carrère scrive e dirige Tra due mondi ispirandosi ad un racconto autobiografico della giornalista Florence Aubenas che, per descrivere le condizioni lavorative del personale addetto alle pulizie – in prevalenza donne – delle cabine nei traghetti che attraversano la Manica, molti anni fa si fece assumere fingendosi una di loro allo scopo di raccontare in un libro-inchiesta quella dura realtà in “presa diretta”. Ma il film di Carrère, con la sua poetica incentrata sull’introspezione dei personaggi, non sembra avere la cifra da film di denuncia alla Ken Loach o uno stile assimilabile a quello dei fratelli Dardenne, pur essendo improntato sulla contrapposizione tra Marianne, che esercita un mestiere intellettuale sotto mentite spoglie, ed un gruppo di donne (tutte non attrici) che si vedono costrette ad accettare un lavoro pesante e mal retribuito non avendo altra scelta. In realtà, seppur da infiltrata, Marianne entra in contatto con la parte più profonda di alcune delle sue colleghe, con il loro sentire, con la fiducia che sgorga dal cuore di alcune di loro e che si manifesta con una incondizionata solidarietà.
Forse una chiave di lettura possibile è sicuramente nel titolo: lo scrittore Carrère, alla sua terza opera da regista, vuole forse dirci che due mondi paralleli possono osservarsi, studiarsi, comprendersi, adattarsi a fare tutto e a crederci pure, senza tuttavia mai incontrarsi veramente; si può accettare anche una vita che non è la propria se poi si torna ad essere quello che si è, cioè al punto di partenza. L’amicizia secondo Carrère è qualcosa di talmente profondo ed intimo che richiede lealtà e sincerità e non può essere ingannata, ed anche se si agisce con le migliori intenzioni possibili, essa ci fa restare su binari paralleli se le differenze sono talmente evidenti da essere un ostacolo. Ed il livello culturale non basta a comprendere il senso di tradimento che prova chi viene ingannato, sentimento che a volte non sceglie la sponda più colta per palesarsi.
Film profondo, sensibile, poetico, magnificamente interpretato, sicuramente da vedere.
data di pubblicazione:18/04/2022
Scopri con un click il nostro voto: 
da Paolo Talone | Apr 15, 2022
(Teatro Quirino – Roma, 12/17 aprile 2022)
Tutte le sere un gruppo di attori ebrei si riunisce per stabilire a processo se l’imputato Gesù di Nazareth sia colpevole o no secondo la legge giudaica. Capolavoro dimenticato di Diego Fabbri, proposto nel cartellone del teatro Quirino di Roma, per la regia di Geppy Gleijeses e l’interpretazione dello stesso (in sostituzione dell’impossibilitato Paolo Bonacelli), insieme a un folto numero di artisti tra cui Marco Cavalcoli, Daniela Giovanetti e Giovanna Bozzolo.
È innegabile che la figura di Gesù abbia destato nel tempo molti interrogativi. Giudicato ora scomodo, ora sobillatore dell’ordine costituito, uomo o dio si pensa a lui come a un personaggio straordinario, i cui insegnamenti hanno rivoluzionato il mondo. Alcuni lo credono una favola, uno scandalo, un racconto ben orchestrato davanti al quale è inutile ogni tentativo di spiegazione razionale. Che si abbia fede o meno, è una figura davanti alla quale ci si pone delle domande e contemporaneamente non si può esprimere giudizio che non possa essere confutato.
Gesù è la pietra di inciampo che genera l’azione drammatica. La sala si riempie così di accusatori e difensori. Viene sorteggiato tra gli attori chi dovrà prendere le difese di Caifa, Pilato e Gesù stesso, e così anche l’accusatore. Un giudice anziano e saggio è al centro della scena. I testimoni sono gli apostoli Pietro, Tommaso e Giovanni, ma per volere di una delle attrici, vengono invitati a dare la loro testimonianza anche altri interlocutori: Maria, la madre di Gesù, Giuseppe, il padre putativo, la Maddalena e Giuda, il traditore. La prima parte del dramma scompone e ricompone così i fatti noti che conosciamo già dai Vangeli, soprattutto quello di Giovanni, ritenuto il più vicino alla realtà dei fatti e insieme quello più spirituale. Il linguaggio è filosofico, giuridico, impone concentrazione per essere seguito. Ma è nella seconda parte della vicenda che tutto si fa più vicino alla nostra condizione, più umano. Dalla platea prendono parola altri personaggi che via via offrono la loro testimonianza, ora favorevole ora contraria, ma sempre legata a un’esperienza concreta nella quale, per qualche aspetto, ci si riconosce. Il ragazzo scappato di casa, la prostituta irrequieta, il prete e l’ex seminarista, fino alla commovente storia della donna delle pulizie che lavora in teatro: tutti depongono la propria testimonianza.
Ciò che pone in evidenza Diego Fabbri in Processo a Gesù è proprio questa molteplicità di visioni e prospettive, che discutono tra loro in un interminabile e acceso confronto. Autore scomodo anche lui, che nella letteratura teatrale e nella proposta sul palcoscenico non gode di molta fortuna. Senza contare che riproporre questo suo capolavoro implica un notevole sforzo di risorse e un consistente numero di attori, ben diciannove in questa versione, tutti con un proprio stile recitativo e una preparazione artistica che non deve essere stato facile accordare.
È al regista allora che va il merito di aver compiuto il gesto coraggioso di rimettere in scena questo testo, di aver riesumato un autore dimenticato e poco conosciuto. La sua regia si affida
totalmente alla parola scritta. Non ci sono orpelli scenografici a contestualizzare la vicenda. Tutto si svolge come in un’aula di tribunale appunto, approntata alla meglio nello spazio libero da quinte e fondali del teatro. Non c’è finzione, ma la cruda realtà resa ancora più manifesta dalla presenza degli attori tra il pubblico. Un espediente forse non più di moda, ma necessario al testo, poiché avvicina la domanda a chi assiste in platea. Il processo tocca inevitabilmente quelle questioni che tutti nella nostra vita ci siamo posti. Si rimane così confutati o chiariti nella nostra personale idea di Cristo e della cristianità. Il caso è appassionante.
Certo, il pubblico in sala non è lo stesso del 1955, anno in cui vide la luce l’opera. Allora ci si stava riprendendo da una guerra, ci si riteneva protagonisti di una ricostruzione. Esprimere la propria opinione in pubblico e discuterne era un gesto di responsabilità politica, nel significato di presa di posizione davanti a una questione. Oggi forse non è più così. Oggi chi va a teatro vuole essere intrattenuto, provare piacere per lo spettacolo, emozionarsi insieme a un personaggio. Almeno così è per molti. Ma quella di vedere rappresentato un testo come questo rimane un’occasione unica – non a caso proprio nei giorni in cui si celebra la Pasqua – un’opportunità che difficilmente avremmo modo di rivedere proposta.
Il nostro voto: 
da Paolo Talone | Apr 14, 2022
(Teatro Lo Spazio – Roma, 7/16 aprile 2022)
Jennifer vive nell’attesa che il telefono squilli per lei. Franco avrebbe dovuto chiamarla la sera dopo il loro primo incontro, ma da allora sono passati già tre mesi e mezzo. Nella speranza che si faccia vivo, lei indossa ogni sera il suo vestito più bello e si trucca per farsi trovare pronta. Le cinque rose di Jennifer racconta la difficile condizione dei travestiti all’inizio degli anni Ottanta, un dramma di emarginazione e solitudine.
La regia di Agostino Marfella rispetta in pieno il testo di Annibale Ruccello, marcandone gli elementi di inquietudine e isolamento che denotano la vicenda di Jennifer, il travestito interpretato da Leandro Amato sul palco insieme a Fabio Pasquini. Un omaggio ad Annibale Ruccello, scomparso troppo presto trentasei anni fa.
Avvolto nella completa oscurità, un tappeto di rose rosse di stoffa irrora la superfice del palco, la stanza dove vive Jennifer. L’appartamento è in un ipotetico quartiere, dove vivono solo travestiti, forse alla periferia di Napoli o chissà in quale altra città. Le cose che possiede sono espressione di un mondo artificioso che parla di sé con uno specifico linguaggio, fatto di gusti e oggetti esageratamente kitsch, ma sono anche il ripieno che tiene in piedi un’esistenza fragile, al limite della disperazione. Necessario è il telefono che intercetta, per un problema alla linea, chiamate destinate ad altri interlocutori, ma non dell’unica persona dalla quale Jennifer aspetta un saluto. Fondamentale è il suo guardaroba di abiti di lamé e trame trasparenti, che definiscono la sua scelta. Il mondo raccontato da Annibale Ruccello è fermo al periodo a cavallo tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta, un’epoca fondamentale per la lotta ai diritti delle persone LGBT+.
Indispensabile la radio, che trasmette canzoni di Milva, Patty Pravo e Mina, nei cui testi la protagonista cerca conforto e spiegazioni e che per questo assurge di diritto a ruolo di personaggio dialogante (le voci sono di Gioia De Marchis Giannini e Enzo Avolio). La radio è anche lo strumento che avverte della presenza di un maniaco killer – sicuramente omofobo – che sceglie le sue vittime soprattutto tra i travestiti. È il dato che infonde la graduale inquietudine che fa da sfondo al dramma e che obbliga la protagonista a prendere ancora più distanza da ciò che la circonda.
Jennifer è un personaggio amabile, esilarante, comico, espressione di quella napoletanità che piace perché sfrontata, orgogliosa, comunque ironica di fronte al brutto della vita. Leandro Amato le dà vita e carattere, con la sua voce ricca di toni e sfumature e dalla splendida musicalità. Non lascia cadere mai il personaggio nel ridicolo, riducendolo a pura macchietta di “femminiello” al quale siamo abituati, ma gli conferisce una sacralità che lo rende inviolabile, specialmente quando il dramma – in modo lento e inesorabile – trascina Jennifer in un vicolo senza uscita, di una felicità e una rivalsa che non arrivano. Anche Anna, un travestito che si presenta a casa di Jennifer con la stessa speranza di intercettare una telefonata, è un altro esempio di questa disperazione votata alla solitudine e all’emarginazione. Nei panni del personaggio, Fabio Pasquini sembra uscito da un quadro espressionista. Grottesco e caricaturale, appare ancora più estraneo alla realtà sociale che li ha isolati. È proprio attraverso Anna che il dramma diventa ancora più inquietante, quando accusa l’amica di averle ucciso il gatto Rosinella, alla quale era visceralmente legata. Inquietudine che la complessa regia di luci, di taglio e dal basso, amplificano in modo sconcertante.
L’occasione di vedere Le cinque rose di Jennifer è da non perdere, in scena fino a sabato al teatro Lo Spazio.
data di pubblicazione:14/04/2022
Il nostro voto: 
Gli ultimi commenti…