CLARETTA L’HITLERIANA di Mirella Serri – Longanesi, 2021

CLARETTA L’HITLERIANA di Mirella Serri – Longanesi, 2021

Un libro che sconvolge e destabilizza una certa iconografia del fascismo. Claretta Petacci non è solo la fedele amante (una delle tante, ma la più importante) del Duce ma una politica intrigante che più che fascista ha cercato di essere hitleriana. Per salvare l’amato, se stessa e tutti i capitali lucrati dalla situazione di comodo che era riuscita a creare. Per se e per la propria famiglia. La Serri, critica letteraria ma più frequentemente storica revisionista, rilegge la storia alla luce di documenti inoppugnabili, assemblati in un incalzante excursus cronologico. Che non trascura sesso, guerra, trattative comportamenti intriganti e un’infinita di colpi bassi. A latere c’è la progressiva caduta di un Mussolini sempre più anziano, iroso, irretito nell’ambiguità del rapporto con il nazismo e con un’Italia che non è più sua. La memoria storica ci ricorda che fu, tra gli altri, Sandro Pertini, a decretare la condanna a morte del Duce anche se le modalità dell’atto rimasero avvolte a lungo nel mistero come una sorta di segreto di Stato o di complesso di colpa per l’efferatezza delle violenza sul corpo stesso della Petacci. Così la lettura di un saggio è appagante quanto quella di un romanzo per descrivere l’arcobaleno cangiante dell’attività di questa trentenne figlia di famiglia, prediletta dell’alcova ducesca. Abile nel trarre vantaggi dalla situazione ma anche estremamente compromessa con il regime. Tanto da non vedersi risparmiata l’ingloriosa ma tanto ricercata sorte di morire accanto a Benito Mussolini. Il libro è un grande affresco d’epoca su un decennio di lento scivolamento verso la catastrofe. Ma un declino non privo di lussi, di orpelli, di una vertigine insensata. Oltre Claretta si descrivono le ambizioni del clan di famiglia: opportunista e servile ma anch’esso inevitabilmente precipitato nella catastrofe collettiva della fine del fascismo. Claretta comunque emerge come lucida e calcolatrice, nonché fedelissima servitrice dell’ideologia di destra, anche estrema. Il sottotitolo è estremamente eloquente: “Storia della donna che non morì per amore di Mussolini”.

data di pubblicazione:24/05/2021

L’AMORE DEL CUORE di Caryl Churcil, con Tania Garribba, Fortunato Leccese, Alice Palazzi, Francesco Villano e Angelica Azzellini, regia di Lisa Ferlazzo Natoli

L’AMORE DEL CUORE di Caryl Churcil, con Tania Garribba, Fortunato Leccese, Alice Palazzi, Francesco Villano e Angelica Azzellini, regia di Lisa Ferlazzo Natoli

(Teatro Vascello – Roma, 15/23 maggio 2021)

Dramma domestico con iterazioni sceniche. Un canovaccio per saggiare l’espressionismo del testo e la validità della sinergia attoriale. Con un vivo successo di pubblico.

Un’acclamata autrice inglese su cui una lungimirante casa editrice ha investito addirittura un pezzo di futuro con la pubblicazione di sei volumi dedicati alla sua produzione, nella disponibilità di regia di uno dei talenti più apprezzati del magro parco italico. L’effetto è deflagrante nel sempre vivo teatro della Kustermann che si appresta a celebrare Giancarlo Nanni, indimenticato demiurgo del teatro e dei suoi originali spazi. Il testo è seminale e lo dirige dentro la scena uno degli attori, precisamente quello che interpreta il figlio ubriaco. Ed è un deterrente che ovviamente serve a coinvolgere il pubblico. Ed è un continuo avant’indrè, a ritmo veloce o a ritmo lento. Con gli attori come automi condannati a replicare sempre lo stesso inesausto copione con variazione di stile, di ritmo, di intenzioni. Una sorta di prolungati Esercizi di stile (come non pensare a Queneau). Dunque una tensione che si taglia con il coltello e che presuppone una durata che non vada oltre l’ora. Il realismo di una scena nuda e spoglia mette l’accento sul particolare tecnico dei microfoni vintage,. Il linguaggio è scarnificato, la tensione tra i componenti di una famiglia che attende, diremo quasi invano, la figlia dall’Australia, evidente. I dialoghi sono sempre sull’orlo dell’esplosione. L’attesa è pari a quella di un Godot, l’evocazione di un cadavere, di un’amica, di un tradimento, disseminano nel plot gli elementi di una vita e di un dramma in fieri. Uno spettacolo inquietante che sonda le paure e sembra enuclearle come un messaggio di speranza del post pandemia. La riflessione sul teatro trasmette allo spettatore una sorta di ineluttabile grado zero.

data di pubblicazione:24/05/2021


Il nostro voto:

FURORE dal romanzo di John Steinbeck, adattamento di Emanuele Trevi, con Massimo Popolizio

FURORE dal romanzo di John Steinbeck, adattamento di Emanuele Trevi, con Massimo Popolizio

(Teatro Argentina – Roma, 18/30 maggio 2021)

Furore racconta la grave crisi economica e sociale che colpì la classe contadina americana nel decennio successivo alla grande depressione del ‘29. Massimo Popolizio ripropone sul palco dell’Argentina la lettura dell’omonimo capolavoro di Steinbeck. Una cronaca di fatti accaduti ieri che suona ancora attuale nel nostro oggi.

 

Sulle tavole del palcoscenico si è posata una coltre di sterile e arida polvere. Tutto intorno sono accatastate pile di vecchi giornali. Una macchina da scrivere è pronta su una scrivania appena illuminata. La redazione del San Francisco News è interessata a raccontare le pessime condizioni di vita in cui versa un intero popolo, costretto a una migrazione forzata in cerca di lavoro e pane dalle regioni interne degli Stati Uniti verso l’assolata California. Il giornale commissiona a John Steinbeck l’indagine. Lo stile giornalistico caratterizza la lettura di Furore secondo l’adattamento di Emanuele Trevi e l’interpretazione di Massimo Popolizio. La vicenda della famiglia Joan, sulla quale poggia la trama del capolavoro di Steinbeck, è una storia tra tante ancora di là da venire. Lo spettacolo, una produzione della Compagnia Umberto Orsini con il Teatro di Roma, torna in scena dopo il debutto due anni fa al Teatro India (leggi anche la recensione di Daniele Poto su Accreditati.it). Le implicazioni scaturite dalla grave crisi agricola hanno risonanze attuali. La povertà che arriva all’improvviso a causa di una calamità naturale. L’abuso di poche persone che accumulano grandi proprietà sottraendole alla gestione di tante famiglie. La disperazione, l’indigenza e la fame di chi è costretto a migrare altrove facendo di tutto per sopravvivere. La dignità calpestata a ogni chilometro che si aggiunge sulla strada per la libertà. I sogni infranti di una gioventù che si aggrappa con forza alla speranza e all’utopia (il futuro è un’immagine a colori a contrasto con un presente in bianco e nero). La tecnologia che scalza il lavoro dell’uomo e danneggia irrimediabilmente il pianeta in cui viviamo. Le immagini che appaiono proiettate sullo sfondo riportano la memoria a qualcosa accaduto quasi un secolo fa, ma il dato reale di cui sono cronaca non basta ad allontanare il pensiero da quanto avviene ancora oggi sotto i nostri occhi.

La collera divampa, percorre una parabola ascendente a ogni quadro di cui è composto il racconto. Germoglia da un piccolo seme fino a diventare il frutto di un furore incontenibile (Grapes of wrath è il titolo originale dell’opera). Massimo Popolizio rende palpabile e intensa questa rabbia. Se ne fa un vestito, la canta come fosse un gospel. La sua voce e il suo corpo sono espressione della forza vitale e disperata dell’umanità che lotta. Un’energia sottile che scatena le percussioni di Giovanni Lo Cascio, in scena con lui in un perfetto gioco di risonanze e drammaticità. Poi la musica e le immagini si fermano, rimane solo la magia del racconto e della parola. Un gesto di solidarietà riporta tutto alla calma. Rose, la giovane sposa che nel viaggio perde tutto, il marito e il figlio nato morto, è l’unico personaggio espressamente citato di tutto il romanzo. Il suo latte di puerpera servirà a mantenere in vita uno sconosciuto. Il dramma si risolve così in un momento lirico, che lascia intravvedere in una semplice azione di altruismo, la speranza in un’umanità in fondo pura e generosa. La resistenza di una pianta al potere divorante della polvere.

data di pubblicazione:22/05/2021


Il nostro voto:

MATERNAL di Maura Delpero, 2021

MATERNAL di Maura Delpero, 2021

Buenos Aires oggi. Esistono delle case famiglia religiose per ragazze madri di estrazione sociale bassa in cui le giovani, spesso minorenni, vengono accolte per essere assistite durante la gravidanza ed anche in via successiva se non hanno un lavoro ed una casa dove andare.

Maternal racconta l’esistenza di madri adolescenti che vivono li. In particolare Lu, che è divisa tra il crescere la sua dolcissima bambina e il desiderio di scappare dall’istituto per stare con il compagno violento; Fatima invece, più accomodante e rassegnata, non sente di avere prospettive fuori da quelle mura. Nonostante le loro diverse personalità, l’esperienza condivisa della maternità adolescenziale porta le due donne a stare vicine. Dall’Italia arriva Suor Paola, una suora sui generis, giovane e bella, in procinto di prendere i voti perpetui, sensuale e pura allo stesso tempo, differente da ogni altra. Le tre esistenze si sfiorano e si contagiano, rompendo alcuni schemi e ricomponendone altri.

La regista Maura Delpero ha lavorato proprio in quel luogo per quattro anni e quanto raccontato è l’elaborazione di quanto respirato e vissuto. Il film è costruito sui silenzi e sugli occhi di tutte le protagoniste. La Delpero ha volutamente scritturato delle attrici non professioniste come le due ragazze madri al centro della vicenda, entrambe superbe. Denise Carrizo interpreta Fatima, una timida ragazza incinta che è la migliore amica nonché convivente di Lu, la ribelle interpretata da Agustina Malala.

Ma nel modello di vita e di famiglia predicata nel convento manca assolutamente la figura maschile, esterno anche al conflitto che ciascuna delle donne presenti nell’Hogar (è il nome argentino di queste case famiglia nonché il titolo originale del film), religiose o non, deve prima risolvere .

Tutta l’azione si svolge all’interno dell’istituto e con un solo terrazzo che tange l’esterno, pur non risultando il film claustrofobico, ma essenziale ed ascetico per certi versi, che vive sul contrasto tra i dogmi religiosi, l’ora et labora predicato dalle vecchie suore e quel mondo esterno cui appartengono le giovani madri, fatto di smalti per unghie e violenze, di desiderio di vita e di un futuro che non sembra possa però essere loro riservato.

L’unica suora a cavallo dei due emisferi è Paola, interpretata da Lidiya Liberman, arrivata dall’Italia per terminare il suo noviziato e prendere i voti, in un periodo che anche per lei è di grande confusione. Paola si lega a Fatima e quando Lu scappa improvvisamente dal convento, inizia a prendersi cura della sua adorabile bambina Nina (Isabella Cilia). Il rapporto con la piccola fa vacillare la sua devozione all’abito che indossa e questa crisi viene raccontata attraverso piccoli dettagli significanti, tocchi sapienti: quel legame metterà quasi in crisi la relazione che Paola ha con il proprio destino.

Maternal è un film d’esordio straordinario, un’opera prima intensa e rigorosa, in cui la regista dimostra di amare e rispettare tutte le sue protagoniste, raccontandole nella propria intimità, nel proprio modo di essere madre e donna, senza stereotipi e con tanta bellezza.

data di pubblicazione:21/05/2021


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LA DONNA ALLA FINESTRA di Joe Wright – Netflix, 2021

LA DONNA ALLA FINESTRA di Joe Wright – Netflix, 2021

Anna (Amy Adams) è una psicologa che soffre di agorafobia e vive separata dal marito e dalla figlia a causa delle sue nevrosi. Reclusa di fatto nel suo vasto appartamento a New York, guarda annoiata dalla finestra i suoi vicini ed assiste ad un omicidio. Difficile sapere se ciò che ha visto sia realtà o sia piuttosto il frutto delle sue paranoie, agevolate anche dal suo eccessivo amore per il vino! …

 

Dopo varie vicissitudini realizzative/produttive e difficoltà legate non solo alla pandemia ma anche alle reazioni delle prime “proiezioni test”, La donna alla finestra un film con un cast a 5 stelle lungamente atteso dagli appassionati del genere thriller non uscirà in sala ma ha trovato ospitalità alla fine solo su Netflix. Valeva la pena di tanta attesa? Catastrofe o sorpresa?

Il libro da cui la pellicola è tratta faceva apertamente riferimento per situazioni ed atmosfere al capolavoro di Hitchcock: La finestra sul cortile. Joe Wright, più che apprezzato regista britannico (L’ora più buia 2017) si allinea quindi, fin da subito, in tutto e per tutto, allo stile ed ai ritmi hitchcockiani, anzi, ancor più, arricchisce le situazioni con un’infinità di dettagli, citazioni e rimandi cinefili di film noir degli anni ’40 per accrescere le sensazioni ansiogene e di oppressione. Così facendo il regista centra l’occhio dello spettatore sulla sua eroina e lo porta a vedere con gli occhi di lei e quindi a credere, dubitare ed entrare in tensione con lei e come lei. Un montaggio dinamico e serratissimo che impegna molto l’attenzione, un gioco di colori e di effetti sonori rendono ed accentuano poi, di volta in volta, le atmosfere di malessere, di angoscia, di incertezza che incombono nell’ambiente chiuso dell’appartamento. Ne emerge il ritratto di una donna costretta fra allucinazioni e realtà in un turbinio visuale a tratti anche delirante. Abile regia indubbiamente, ma soprattutto un’intensa interpretazione da parte di Amy Adams che conferma, una volta di più, tutta la sua bravura. Il film è tutto sulle sue spalle, anche se le danno una buona mano dei coprotagonisti di supporto del calibro di Gary Oldman e Julianne Moore.

Si potrebbe allora dire: buon regista, buona protagonista e buoni attori … ciò non di meno le traversie realizzatrici si sentono e si vedono tutte: poca logicità della storia, poca coerenza e continuo alto rischio di precipitare da un thriller classico ad un filmaccio ad effetti paranormali di serie B! La prima parte, il ritratto psicologico di una donna alla deriva sembra infatti reggere ed anche promettere bene, poi però la sovrabbondanza visiva diventa un mero estetismo, un esercizio di stile, un’effervescenza eccessiva che maschera in realtà una sceneggiatura con delle notevoli carenze ed un intrigo molto, molto flebile che talora sfiora quasi il banale se non addirittura il caricaturale. Peccato! Veramente peccato!

Ne risulta quindi un film che solleva parecchi dubbi, un film che ha parecchi difetti e che, al tempo stesso, è anche a tratti ammaliante come pure stancante. Un film cui non bastano una buona regia ed un’ottima interpretazione, perché privo di sincerità e schiacciato da una debolissima sceneggiatura. Un film sull’orlo di un pasticciaccio, che farà discutere e … si capisce bene allora perché non abbia avuto una distribuzione nelle sale e sui grandi schermi! Non valeva la pena di tanta attesa! Peccato!

data di pubblicazione:16/05/2021


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22.11.63 di Stephen King – ed. SPERLING & KUPFER  Pickwick 2021

22.11.63 di Stephen King – ed. SPERLING & KUPFER Pickwick 2021

Le 1000 realtà della Lettura!!… Può impegnare il pensiero e richiedere riflessione ma può semplicemente darci anche mera distrazione, svelandoci personaggi o storie, magari lontanissime dal nostro vivere eppure specchio di inquietudini o desideri che comunque ci appartengono. Ecco allora che girovagando per librerie può pure accadere di essere attratti da uno Stephen King! Un autore che è stato vittima della stessa “Sindrome” di Simenon: troppi libri pubblicati, troppi libri venduti, troppo successo, e … un’etichetta infamante incollata al suo nome! Se per Simenon era “poliziesco”, per King è “horror”!! Rifiutati dalla Critica Letteraria, entrambi hanno però proseguito nel loro cammino. La Storia ha già dato ragione a Simenon, vedremo se sarà lo stesso anche per King. Per giudicarlo occorre saper andare oltre le apparenze e considerare che è un autore che non si ferma solo all’horror di superficie, ma in realtà studia ed analizza, a modo suo, la Società, i comportamenti umani, le eterne paure, le follie unitamente alle inquietudini ed ai desideri repressi che tutto muovono e tutto condizionano.

22.11.63 ci offre proprio l’opportunità di scoprire un King molto lontano dai suoi racconti orrorifici che, lasciando in sordina i meccanismi della paura, si cimenta invece, con discreti risultati in un ampio ma fluido racconto in cui si alternano momenti di tensione narrativa e momenti di maggior respiro sempre governati in un giusto equilibrio. King affronta con successo la rischiosa sfida dei “viaggi nel Tempo”, una versione alternativa della Storia, mettendo credibilmente in scena un tranquillo professore di una cittadina del Maine del 2011 che, per casi fortuiti, grazie ad un “passaggio temporale” si ritrova nel 1958 e che si dà come missione salvare alcuni destini e … soprattutto salvare il Presidente Kennedy!! Siamo lontanissimi dall’ennesimo libro sull’uccisione di J.F.K. o da una delle tante inchieste sulla scomparsa del carismatico Presidente. La vicenda offre allo scrittore solo l’opportunità di spalancare le porte della sua fervida immaginazione per poter descrivere con forza e piacere l’America degli anni ’50 e ’60. L’originalità del libro è oltre che nella suspense legata all’obiettivo storico, proprio nel confronto/ricostruzione fra l’americano di oggi e gli americani della metà del ‘900. King, senza mai cadere nella “nostalgia del buon tempo antico”, sottolinea l’evoluzione dei costumi e della morale, il perbenismo e l’innocenza della gente comune di quei decenni. Si pone e pone al lettore la vera domanda “ma in fondo quella era poi vera innocenza??” per gli Americani come pure per noi Europei?? In realtà, al di là dei miti, era un’epoca tanto bella quanto pure brutta!  Un romanzo interessante ed accattivante con sullo sfondo una possibile versione alternativa della Storia … “cosa sarebbe successo se Kennedy non fosse morto?”  Meglio o peggio??

Lo scrittore sa andare molto al di là di un racconto a tesi predefinita e, trascendendo dai fatti storici reali o anche ipotizzati, costruisce con apprezzabile abilità un romanzo coinvolgente che riesce a mantenere la suspense fino all’ultimo. Certo, su ben 768 pagine ci sono indubbiamente delle lungaggini e non sempre mantiene la stessa intensità, ciò non di meno la scrittura e lo stile intervallato da accelerazioni folgoranti, riescono a catturare la fantasia e la curiosità del lettore e a regalargli una buona occasione di distrazione con anche qualche spunto di possibili riflessioni.

data di pubblicazione:16/05/2021

SI VIVE UNA VOLTA SOLA, di e con Carlo Verdone, Rocco Papaleo, Anna Foglietta, Max Tortora – Prime Video, 2021

SI VIVE UNA VOLTA SOLA, di e con Carlo Verdone, Rocco Papaleo, Anna Foglietta, Max Tortora – Prime Video, 2021

Un Amici miei riveduto ma non abbastanza politicamente scorretto per evadere da parametri medi della commedia all’italiana. Storia con guizzi comici ma strizzatine sempre più evidente al cinema commerciale dei Vanzina. Il Verdone touch è sempre più flebile.

Esce per Amazon il più tormentato film sotto il segno della pandemia. Pronto già a febbraio del 2020 per l’uscita nelle sale, poi congelato, ripresentato timidamente per tre giorni e poi venduto alla popolare piattaforma. Plot fuori del tempo se 16 mesi non hanno fatto invecchiare la storia e non perché universale ma perché rattrappito nel suo statico limbo. In effetti se volessimo riassumere il film attraverso una sfilata di tag le parole da cui inequivocabilmente non potremo prescindere sono le seguenti (tenetevi forte): zoccola, culo, profilattici, corna, viagra, scambismo, sesso, zingarate, kamasutra”. Si ride ma con il limite di pretesti di grana grossa. Il personaggio di Verdone in effetti finisce col ridurre il rapporto con la figlia a chiacchierate incomunicative con il suo lato B. E la stessa chissà perché parla napoletano per rimandarci alla madre separata. La pratica dello scherzo è alla base della story. Il tormentato da questa costante è Papaleo che ha l’occasione per prendersi una vendetta di cui non vi diremo. Gli attori salvano il film e lo fanno ascendere alla sufficienza. Perché sono assemblati bene e mostrano di divertirsi in una rivalità interpretativa che è il valore aggiunto della pellicola. I contributi pubblicitari sono pesanti. Primo fra tutti il viaggio in Puglia che ci regala una sorta di cartoline, debitamente sponsorizzate del Salento. In questo senso le inquadrature a volte sono martellanti a ribadire una commercialità che è la metafora stessa del film. Ci auguriamo che Verdone ora non si indirizzi verso parti da pensionato. Farebbe torto al suo passato e al proprio validissimo cursus honorum.

data di pubblicazione:14/05/2021

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ROMANZO IRRESISTIBILE DELLA MIA VITA VERA di Gaetano Cappelli, Marsilio, ristampa 2021

ROMANZO IRRESISTIBILE DELLA MIA VITA VERA di Gaetano Cappelli, Marsilio, ristampa 2021

L’auto-fiction è il genere più praticato dalla letteratura italiana del momento ma Gaetano Cappelli, rieditando quanto scritto dieci anni fa, confonde le acque della biografia, come fa in tutti suoi romanzi inserendo elemento etnografici-tribali in un picaresco excursus su adolescenza, crescita e incongruente presente di uno scrittore lucano che tanto gli somiglia. Pensiamo a un Vitali del sud ma più corrivo, ancora più disinvolto, meno ortodosso e più sconcertante. Lettura che non annoia se non riannodata al suo immaginifico sottotitolo di “una vita raccontata fin quasi negli ultimi e più straordinari sviluppi”.

Cappelli cavalca il plot con disinvoltura, infischiandosi a tratti di verosimiglianza ed esagerazioni per garantirsi l’effetto comico e la indubbia piacevolezza del raccontare. Un “lasciatemi divertire” quasi palazzeschiano in cui non sai mai cosa aspettarsi girando pagine ed entrando in nuovo imprevedibile sviluppo. Perché i colpi di scena sono garantiti, così come gli arabeschi dello stile. Si potrà dire che tutti i suoi romanzi si assomigliano ma le variazioni sul tema continuano a garantire sorpresa, sin dalla lunghezza wertmulleriana dei titoli. Lo spunto è l’amore per una Beatrice idealizzata rivista quasi trent’anni dopo. Quando sparisce la fascinazione rimane la realtà ben più prosaica. Il crescendo tragicomico nelle avventure del nostro eroe (per cui inevitabilmente simpatizziamo) è inevitabile.

A essere presa in giro è la letteratura con la sua pretesa di grandezza, la musica con il suo inesausto capitale di imitazioni, la vita stessa con la girandola di tradimenti per la cronica mancanza di fiducia nel prossimo. Dunque è inevitabile essere cinici con piglio disincantato ma cercando di cogliere le piacevolezze, se si vuole anche consumistiche (Cappelli non le nega) del nostro esistere quotidiano.

Prodromi di Dolce vita un po’ nostalgica per i tempi passati, per il dialetto, per un essere orgogliosamente. “meridionali dentro”.

data di pubblicazione:14/05/2021

GLORIA MUNDI  di  Robert Guédiguian, 2021

GLORIA MUNDI di Robert Guédiguian, 2021

Daniel (Gérard Meyland) esce di prigione dopo molti anni e ritorna nella sua Marsiglia, Sylvie (Ariane Ascaride) la sua ex moglie gli ha fatto sapere che sua figlia Matilde ha appena partorito la piccola Gloria. Il tempo è passato, ognuno si è ormai rifatta una propria vita barcamenandosi fra difficoltà, ambiguità ed equilibri precari. Daniel, spaesato, non avendo più una propria ragion d’essere e non avendo più nulla da perdere, cercherà di aiutare a modo suo….

Colpa o merito della Pandemia? Esce ora sugli schermi un film presentato e visto a Venezia 2019 ove l’Ascaride è stata premiata con la Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile. (Quanto sembrano lontani i tempi in cui si proiettavano in sala film come: Ad Astra, Joker, Storia di un matrimonio, L’ufficiale e la spia … ed oggi ci si è invece ridotti a far festa per  un più che senile Woody Allen o per un quasi normale film coreano …).

Va detto subito, questo 21° film del regista e sceneggiatore francese, autore del recente e molto apprezzato La casa sul mare (2017), è un film amaro, cupo e melanconico, privo di quel filo di humour e di quei tratti di poesia che avevano accompagnato tutti i precedenti lavori del cineasta.

Guédiguian è un autore notoriamente arrabbiato ed impegnato, l’equivalente francese del britannico Ken Loach. Non è un caso che come Loach nel quasi contemporaneo Sorry we miss you, entrambi i registi emettano la stessa disperata diagnosi sullo stato del Mondo. La vittoria dell’ultraliberismo alla Uber e la sconfitta dei lavoratori, la perdita della solidarietà di classe, il vacillare anche dell’ultimo rifugio: la famiglia. I due film si assomigliano tantissimo, ma Guédiguian con uno stile diverso dal collega inglese preferisce centrarsi sui sentimenti, sul dramma e sulla constatazione/denuncia dei mutamenti della realtà marsigliese e … della Società tutta. Un quadro nerissimo, equilibri ambigui e precari, il mondo è veramente cambiato in peggio! Ovunque prevale il neoliberismo, l’interesse ed il fascino del denaro. Amara constatazione, davanti alla “Società dell’apparire”,  quella che è costretto a fare un regista impegnato socialmente e politicamente, dopo anni di militanza, testimonianza e lotta. Per il regista la società e la famiglia nelle sue varie componenti, soprattutto i giovani, per poter sopravvivere, sono ormai sempre più privi di valori morali e sempre più attratti dai soli valori materiali. La frattura sociale è irreversibile!

Un film duro, realista, una denuncia a tratti disperata ove solo le vecchie generazioni provano a fare quel che sanno fare o che possono.

Però, come Woody Allen, come Ken Loach, anche Guédiguian invecchia ed ha perso lo smalto, la zampata graffiante, l’ironia ed il lampo geniale e creativo, perché il film, al di là delle atmosfere, pur assistito dal solito gruppo di buoni e fedelissimi attori, tutti generosi e precisi nei loro ruoli,  risulta come privo di vitalità, prevedibile, discontinuo e con tratti eccessivamente melodrammatici.

Un risultato inferiore alle aspettative ed uno sguardo molto, molto triste sulla “gloria del mondo”.

data di pubblicazione: 14/05/2021


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MINARI di Lee Isaac Chung, 2021

MINARI di Lee Isaac Chung, 2021

Un delicato bozzetto di una famiglia coreana trapianta nell’American Dream ovvero come creare un grande film da un piccolo plot. Il mood del regista avvince per la semplicità della narrazione e la delicatezza con cui viene usata la camera Meritato corredo di premi fino alla pregiata considerazione degli Oscar.

Il minari è un’erba coreana simile al crescione ed è la metafora di un radicamento che conserva il rispetto per le proprie radici. La famiglia orientale protagonista vive infatti un difficile trapianto in quegli Stati Uniti in cui è riposto tutto il capitale di fiducia per il futuro. Il capo-famiglia unisce a un’umile lavoro il progetto del varo di una grande fattoria. Un miraggio che suona come un riscatto per le umili origini di partenza e costituisce un’occasione di collante per un matrimonio che inizia a scricchiolare. Nella dialettica del progresso si innestano la malattia di cuore del piccolo figlio e l’inurbamento della nonna, prima rifiutata e poi largamente accettata nella famiglia. Ci sarà una svolta che risolleverà il menage dal rischio della separazione scacciando la tentazione della consorte di riposizionarsi in California. Il tono medio colloquiale della narrazione, l’umanità dei protagonisti (compresi i più giovani) e il tocco delicato della regia apportano un valore aggiunto a un’opera significativa, ampiamente distribuita nel circuito. La diffusione sulla piattaforma Sky contribuisce in questi giorni alla sua popolarità. Sei le nomination nell’ampio ventaglio degli Oscar con l’attribuzione finale per la migliore attrice non protagonista (la nonna, colta da ictus), un raccolto inferiore ai meriti della pellicola. Ha avuto buon fiuto Brad Pitt nel produrre l’ultimo rigoglioso frutto della sempre più sviluppata cinematografia coreana. Non c’è stato il bis di Parasite ma la qualità è sempre molto alta.

data di pubblicazione:12/05/2021


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