THE QUEEN’S GAMBIT di Scott Frank e Allan Scott – NETFLIX 2020

THE QUEEN’S GAMBIT di Scott Frank e Allan Scott – NETFLIX 2020

Il percorso di una giovane prodigio degli scacchi: Beth(Anya Taylor-Joy) nell’America degli anni ‘50 e ’60, in piena Guerra Fredda. La sua ascesa, il suo passaggio nell’età adulta, la sua emancipazione in quanto donna in una Società maschilista ma anche… le sue dipendenze …

Un gioco complesso ed affascinante come gli scacchi non è certo quanto di più “cinegenico” si possa pensare e portarlo sugli schermi fa facilmente correre il rischio di annoiare chi non ne conosce le sottigliezze psicologiche, eppure Scott Frank ed Allen Scott osano immergere gli spettatori nel mondo degli scacchi con intelligenza, capacità e glamour e vincono la sfida riuscendo a rendere il gioco palpitante e coinvolgente nella nuova elegante e divertente serie, articolata in soli 7 episodi, appena lanciata su Netflix. Una miniserie accattivante, realizzata con una cura meticolosa, una regia accurata ed una messa in scena attenta ai dettagli, alle ambientazioni, ai caratteri dei personaggi e, soprattutto, esteticamente perfetta.

Al centro il ritratto intimista e complesso di Beth: da quando ragazzina di 9 anni, orfana, dal destino segnato e spaventata dal mondo che la circonda, incontra, nell’orfanatrofio ove vive, chi le insegna a giocare intuendo da subito il potenziale della sua mente brillante, fino a quando, torneo dopo torneo, diventa un’eccellente scacchista ed una giovane e bella donna che lotta per essere la migliore e per riuscire ad imporsi in un contesto prettamente maschile. Da una parte il giuoco, le sfide e la scacchiera teatro di guerre psicologiche, dall’altra i giocatori e le loro vite che si consumano nella tensione fra contraddizioni ed ambiguità.

Anya Taylor-Joy è magnetica e rende tutta la ricchezza e complessità, la vulnerabilità e tenerezza del suo personaggio; veramente una prestazione straordinaria. Il resto del cast, come sempre nelle serie americane, è perfetto in tutti i ruoli anche i più collaterali. A voler trovare dei difetti forse la serie avrebbe guadagnato se avesse abbreviato alcuni episodi evitando così diverse ripetitività e se avesse meglio illustrato gli aspetti e gli intrighi politici in epoca di Guerra Fredda.

Ma sono piccole cose, The Queen’s Gambit è sicuramente una delle migliori miniserie viste finora ed è una vera festa per gli occhi ed uno splendido studio di personalità femminile.

data di pubblicazione:18/11/2020

LA TRILOGIA DI FABIO MONTALE (Casino Totale – Chourmo – Solea) di Jean Claude Izzo – edizioni E/O   2020

LA TRILOGIA DI FABIO MONTALE (Casino Totale – Chourmo – Solea) di Jean Claude Izzo – edizioni E/O 2020

Gli appassionati dei gialli, dei noir, dei polizieschi o dei “polar” conoscono Parigi, New York, Los Angeles e le città americane come le loro tasche perché, insieme ai vari grandi autori, hanno percorso le strade ed i quartieri di queste città infinite volte, conoscendone i misteri e le zone più inquietanti. Con Izzo invece, è Marsiglia ed il Mediterraneo che si ritagliano la parte del leone. Non certo la Marsiglia turistica o il Mediterraneo fatto di falsi cliché: sole e cicale, ma, al contrario, la Marsiglia della fine anni ’90, una città in crisi, in trasformazione, una città non più industriale e non più grande porto commerciale, una città che da sempre parla gli accenti del Sud dell’Europa e che ora sente sempre più anche quelli del Nord dell’Africa.

Con Izzo si sente il mare con i suoi profumi ed i suoi cattivi odori, si sente il caldo, si beve (vino, pastis, caffè …), si mangia, si cucina, si ascolta la musica e si apprezza il jazz, si pensa alle donne, con rispetto, tenerezza e con amarezza e nostalgia perché non si è stati capaci di tenerle e di continuare a farsi amare. Ci sono anche i morti, le sparatorie e le inchieste ma quel che veramente importa è Marsiglia e, con lei: Fabio Montale, l’io narrante.

Montale è l’immagine della città stessa, figlio di immigrati italiani, poliziotto disilluso che non tarda ad abbandonare la sua professione, uomo che apprezza il buon cibo, il buon bere, le amicizie, la poesia, il jazz, la pesca e la bellezza femminile. Un uomo sensibile, segnato dal suo passato giovanile che riemerge nella memoria nel corso delle inchieste e segnato anche dal ricordo dolce amaro delle donne che ha avuto e perduto. E’ uno dei protagonisti fra i più umani ed attraenti nell’ambito dei noir francesi e non solo. Un bellissimo personaggio, molto accattivante, dotato di una grande sensibilità, una sensibilità a fior di pelle che poco convive però con la sua visione manichea della Società, in una Marsiglia ed in un Mondo che sono realtà in cui, avere degli Ideali giova molto poco, in cui troppe volte il Bene ed il Male non si sa da che parte stiano ed in cui spesso ci si deve domandare anche … “noi da che parte stiamo?!”

Riunire in un solo volume i tre romanzi che mettono al centro della scena il personaggio di Fabio Montale (vero prolungamento letterario dell’Autore), è una gradita occasione per rendere omaggio ad Izzo, uno scrittore di talento ed un uomo che ha lottato tutta la sua breve vita per realizzare i propri ideali e, nel contempo, occasione per farlo scoprire o riscoprire ai lettori. Si tratta di tre romanzi d’ambiente e di atmosfere, tre polizieschi, tre storie e vicende autonome ed a se stanti, anche se cronologicamente consequenziali e collegate. Una trilogia noir, molto noir, un vero melange fra poliziesco e noir in cui si incrociano violenze, amicizie e crimine ed in cui l’azione si svolge apparentemente con un ritmo lento, ma quello è il ritmo stesso della città portuale, senza grande suspense, con dei flash back sul passato del protagonista e con uno sfondo di una piccola umanità di piccoli personaggi positivi, di “piccoli esseri” verso cui è palese l’empatia assoluta dell’autore.

Nel complesso: un polar vigoroso ed intelligentemente impegnato cui Izzo ha saputo dare un gusto intenso e melanconico con tratti di lirismo. Lo stile è essenziale, fatto di frasi brevi, il ritmo è dinamico, bastano spesso piccoli tocchi descrittivi di 3-4 parole, mai un eccesso ed il lettore è sempre in tensione dall’inizio alla fine.

Tre libri in uno che si fanno divorare senza mai arrestarsi e da cui è bello farsi trascinare fra le atmosfere di Marsiglia.

data di pubblicazione:17/11/2020

THE EARLY BIRD – L’UCCELLINO DEL MATTINO di Leo Butler, regia di Massimo Di Michele

THE EARLY BIRD – L’UCCELLINO DEL MATTINO di Leo Butler, regia di Massimo Di Michele

(Teatro Belli – Roma, 14/16 novembre 2020)

Debbie e Jack sono una giovane coppia a cui è stata rapita l’unica figlia. Il dolore intrappola i due in un vicolo senza uscita di rinfacci, accuse, disattenzioni e ricordi ormai sfumati.

 

Si chiude in un forte abbraccio il dolore di Debbie e Jack, genitori della piccola Kimberley, scomparsa una mattina come tante mentre andava a scuola. The early bird gira intorno al vuoto e alla disperazione per questa improvvisa sparizione o rapimento. Invano si tenterà una ricostruzione dettagliata di cosa sia realmente accaduto quella mattina. I ricordi sono nebbiosi e incompleti, la memoria va in frantumi e diventa una gabbia dalla quale è impossibile uscire. È un girotondo infinito quello si vede sulla scena, un girare a vuoto tra hula hoop con cui nessuno giocherà più. La straziante drammaticità di questo evento, racchiusa in un’idea di scrittura piuttosto semplice e breve, si arricchisce di una regia pensata come se fosse un’eterna danza-rituale tra i due sconfitti genitori. Roberto Marra (Jack) e Valentina Corrao (Debbie) sono i giovani interpreti di questa pièce, arricchita dal parallelo disegno drammaturgico delle luci e dei gesti. Impressi in una luce fredda e poco profonda, i loro corpi appaiono come lastre di ghiaccio incastrate in una montagna di pensieri e dimenticanza. Cercano di appoggiarsi l’uno all’altra, ma nessuno dei due è così forte da sostenere tutto il peso della coppia. Il dialogo frammentato si riflette nelle loro movenze lente e disarticolate: non c’è pace o soluzione al loro ragionamento. Il dramma arriva tutto grazie all’interpretazione coerente dei due artisti in scena, ma è Valentina Corrao a distinguersi per naturalezza e concentrazione sul gesto danzante, come sulla fluidità della voce esibita con gradevolezza nel canto e nella recitazione.

data di pubblicazione:17/11/2020


Il nostro voto:

OMBRE ROSSE di John Ford – USA, 1939

OMBRE ROSSE di John Ford – USA, 1939

Un variegato gruppo di persone si mette in viaggio su una diligenza che va da Tonto a Lordsburg. Sulla strada ci sono gli Apaches di Geronimo. Ognuno dei componenti, più Ringo che è salito durante il tragitto, ha buone ragioni per raggiungere la meta. Non tutti ce la faranno, ma John Ford avrà diretto il più famoso western di tutti i tempi.

Anche i più autorevoli e severi critici del mondo hanno dovuto riconoscere che, Stagecoach, da noi, una tantum, sapientemente re-intitolato Ombre Rosse, è uno dei film più importanti di tutta la storia del Cinema. Il capolavoro assoluto, di un Maestro, quale è stato John Ford, certamente il più grande “westerner” di sempre. Un Titano, personaggio e uomo, immensi allo stesso tempo. Alla domanda di Peter Bogdanovich su chi fosse e se si sentisse onorato di essere considerato un grande cineasta rispose, umilmente: mi chiamo, John Ford e faccio western! A proposito dei film sull’ovest americano, appunto, il West, per anni è circolata la falsa e banale affermazione che si trattasse di mero intrattenimento, robe di sparatorie e cavalli, cow boys e indiani.

Considerazioni banalmente contenutistiche avevano isolato il genere in una sorta di ghetto culturale, privilegiando invece opere che spesso avevano il solo merito di trattare rozzamente temi civili e politici; rozzamente, perché spesso tali opere erano prive di qualsiasi spessore , mancavano di quella ambiguità, di quella polivalenza di significato, di quella fresca inventiva che, da sempre, sono i connotati del grande cinema. Poi arrivò Andrè Bazin, riconosciuto come uno dei più autorevoli critici cinematografici di ogni tempo e dove e le cose, allora, cambiarono…Più o meno le sue considerazioni furono che il western era il solo genere cinematografico le cui origini si confondevano con quelle del cinema. Esso, pur subendo continuamente influenze estranee (quelle del romanzo giallo, della letteratura poliziesca o delle preoccupazioni sociali contingenti, etc) ha resistito imperterrito, e, citando sempre Bazin, si può dire che queste contaminazioni hanno operato su di esso come un vaccino. Dato al Western il giusto riconoscimento e dovendo eleggere a campione del genere un solo film a testimonianza della sua eterna giovinezza, fra i tanti capolavori (anche di Hawks, Mann, Walsh…) la scelta non poteva che cadere su Ombre Rosse di John Ford. Anni fa, Tullio Kezich in un articolo sulla Repubblica, accostava il film alla Divina Commedia, per l’universalità dei temi, i panorami, la drammaticità degli schemi, la sfaccettatura dei personaggi, concludendo che in Dante c’era tutto e così in Ford. Chiaramente, una simpatica provocazione: certo che John Ford non è Dante ma anche vero che su quella diligenza c’era già molto della storia del cinema… Più umilmente, ma tornando al film tout court, aggiungerei fra i pregi di Ombre Rosse e in generale del cinema di Ford, vanno indicati,- l’efficacia del montaggio ( basterebbe la scena in cui il telegrafista dice: la linea si è interrotta…l’ultima parola era:…Geronimo!), -la preziosità della fotografia (per la prima volta la maestosità della Monument Valley ),- la bravura degli attori: l’allora semi sconosciuto John Wayne (Ringo Kid, fortemente voluto da Ford al posto di Gary Cooper che piaceva ai produttori ), Claire Trevor ( Dallas, prostituta dai buoni sentimenti), John Carradine ( Hartfield, il gentiluomo del Sud, memorabile la sua ultima frase, prima di morire: quando vedrete il giudice Greenfield…), ma anche Thomas Mitchell ( il dottor Boone, sensibile alla bottiglia ma ricco di umanità).Sono, inoltre, talmente puntuali, e mai scontate, tutte le caratterizzazioni che tutti altri attori comprimari meriterebbero la citazione. Il film non ve lo racconto, ma confidando che almeno una volta (magari non al cinema ma in TV) tutti abbiano visto (Paolo Conte diceva che “le donne non amano i western, come il Jazz…”), riferisco solo che all’origine, l’idea dello script c’era una novella di Maupassant, Palla di Sego (un banchiere può valere meno di una prostituta!), traslata in un romanzetto western, La Diligenza per Lordsburg di Ernest Haycox pubblicato nel 37. “E’ una buona trama!” disse Ford e così ne fece la trasposizione cinematografica.

Nell’ultima inquadratura (Ringo e Dallas, autorizzati dallo sceriffo fuggono verso il Messico) il buon doc commenta:” così si sono salvati tutti e due dalle delizie della civiltà…!”

Io, ragazzino, dopo oltre un’ora e mezza immerso nella penombra di un cinema di Matera (con mio nonno, credo) guardavo lo spettacolo della vita umana ridotta a un microcosmo avventuroso. Ancora oggi, ricordando i destini di quei cari personaggi con la palpitazione della prima volta so che quel film mi avrebbe assorbito per tutta la vita!

data di pubblicazione:14/11/2020

THE NIGHTS di Henry Naylor, lettura in musica di Elena Bucci e Marco Sgrosso

THE NIGHTS di Henry Naylor, lettura in musica di Elena Bucci e Marco Sgrosso

(Teatro Belli – Roma, 9 novembre 2020)

La redazione di un giornale spinge la giornalista Jane Carter a scrivere un pezzo di indignazione contro la richiesta di Shamina Begun – conosciuta come “la sposa jihadista” – di tornare con il suo bambino in Inghilterra. L’incontro con un veterano di guerra cambierà il suo parere.

 

Retroscena: Shamina Begun partì dall’Inghilterra per sposare un combattente dello Stato Islamico in Siria quando aveva appena 15 anni. Trovata in un campo profughi chiese di tornare in Inghilterra; anche la sua famiglia fece appello. Ma l’allora ministro degli Interni britannico le negò questa possibilità, privandola della nazionalità inglese. Il suo bambino morirà poche settimane dopo nel campo dove erano rifugiati.

Quale opinione esprimere davanti a questa richiesta di aiuto negata? La ragazza merita di pagare o deve essere perdonata? The nights del pluripremiato drammaturgo Henry Naylor parte da questo spunto per raccontare una storia che ci colpirà con la forza di un pugno dato allo stomaco. Sfiora appena il dato di cronaca per addentrarsi immediatamente nella riflessione che scava dentro la capacità dell’uomo di diventare violento e vendicativo in situazioni estreme, chiarendone ma senza giustificare le motivazioni. Non si può avere la presunzione di avvicinarsi alla spina più acuminata dell’altrui dolore e rimanere illesi al tempo stesso. Lo comprende Jane Carter, una giornalista alla ricerca di un parere che avalli il suo giudizio di condanna nei confronti di Shamina. Va a cercarlo in un negozio di cimeli bellici, gestito da un veterano della guerra in Iraq, quella che vide la caduta di Saddam Hussein. Il capitano Kane non fornisce però la risposta che lei si aspettava: un’opinione non è sempre facile da dare quando si conosce la verità. E la verità è sempre lì dove si trova l’azione, anche se ad avvicinarsi troppo si rischia la vita. Il passato riemerge da casse di legno inchiodate dal tempo, il lucchetto arrugginito e polveroso apre una porta cigolante e mostra arsenali di atroci esecuzioni. Fantasmi rievocati fanno la loro apparizione. Per un attimo il meccanismo della violenza generata da altra violenza si inceppa. Il mondo non è più diviso in buoni e cattivi e il fiume impetuoso della verità sgretola la barriera che divide l’Occidente dall’Oriente. Rimane il gesto, questo solo può essere giudicato umano o disumano. Non perde di teatralità la lettura del testo portato sullo schermo dalla coppia Bucci/Grosso per la Compagnia Le Belle Bandiere. Basta un cambio di cappello a dare vita a un nuovo personaggio o il rumore creato con la bocca per evocare l’immagine di un cranio che si rompe o una bomba che esplode. La musica poi fa da meraviglioso contrappunto all’emozione della scena e la regia video, semplicemente risolta in una sequenza di inquadrature strette sugli attori, comunica l’estrema intimità della confessione. Ci costringe a guardare da vicino ciò che nella realtà teniamo a giudizio da lontano, facendo del mezzo informatico un veicolo linguistico di nuove possibilità, ora che siamo costretti ad applaudire la scena nella solitudine del nostro divano.

data di pubblicazione:11/11/2020


Il nostro voto:

STRONCATURE di Daniele Poto – ed. L’ERUDITA 2020

STRONCATURE di Daniele Poto – ed. L’ERUDITA 2020

In un’epoca in cui la seconda ondata del Virus sta sconvolgendo, forse definitivamente, il Mondo così come lo conoscevamo fino a pochi mesi fa, in un’epoca in cui molto sarà rimesso in discussione e ci si domanda in che modo e quali mai saranno i futuri assetti sociali, ha senso indignarsi contro il buonismo e contro “la falsa igiene mentale del politicamente corretto”? Assolutamente sì! Sì, proprio perchè come nel passato anche nel futuro prossimo le ipocrisie, le cattive coscienze, le banalità elevate a summa ideologica potranno, se non contrastate, riproporre, come già oggi, tutta la loro negativa e nefasta influenza, vero oppio ottundente le coscienze civili della Società.

Daniele Poto, navigato giornalista ed autore di svariati libri, da sempre fortemente impegnato nella difesa del Valori Civili, ci regala con questo suo ultimo lavoro: Stroncature (riprendendo fin dal titolo stesso lo spirito con cui nel 1932 Giovanni Papini si scagliava contro i mostri allora sacri dell’establishment di fine ‘800 e di inizio ’900) un piccolo saggio, un cahier de doléances che ci apre la mente davanti alle tante ipocrisie del dominante conformismo di buona parte della ns. realtà quotidiana, e, soprattutto, quel che è più grave, proprio di quella parte di noi che si autodefinisce più progressista, illuminata, colta, riformista e socialmente aperta. Un pamphlet ricco di piccole e grandi informazioni, frutto di accurate ricerche e letture, scritto in modo fluido, con una prosa scorrevole e piacevole, ricco di analisi, a tratti approfondite, a tratti limitate a pochi ma significativi accenni che lasciano però sempre il segno ed inducono a riflettere su ciò che avviene attorno a noi nel quotidiano. Una Realtà composita piena di contraddizioni che Poto evidenzia dandocene una visione d’insieme per farci capire, per svelarci le tante falsità e complessità. Una lettura molto originale la sua, interessante ed utile per capire ciò che forse non sappiamo o che non vogliamo sapere, o, ciò che ci viene differentemente rappresentato, una lettura articolata su un itinerario fatto di tanti brevi capitoli tutti vivi ed evocativi, una sintesi al vetriolo di fatti, interpretazioni e conseguenze, una fotografia incisiva ed acuta dei “tanti vizi e delle pochissime virtù”! Ed ecco allora fra i tanti: La Pubblicità, tanto più invasiva e martellante quanto più inversamente proporzionale è la qualità del Prodotto; L’Edonismo Dominante di un Paese in cui solo un 5% legge, compra libri e biglietti per musei e mostre, mentre il restante 95% fruisce latu sensu della Cultura solo se e quando è gratuita e trendy, un Paese con un 5% di “Ottimati” ed un 95% di “Barbari” che preferiscono spendere solo per beni voluttuari ed effimeri; La “mancanza di coraggio” di un Paese Improduttivo che non ha più progettualità né individuale né collettiva, la cui economia è tornata paradossalmente al tenere “i soldi nel materasso”; Un Paese in ritardo ed in cui il Ritardo domina a danno dei pochi puntuali, in cui “i Populisti sono sempre gli altri”, in cui regna il “rito dell’apericena” che … “allude ma non conclude”, vera metafora di un’Italia paese del melodramma in cui tutto sembra muoversi ma in realtà tutto resta fermo come pure drammaticamente fermissimo è l’ascensore sociale ed in cui i Sindacalisti fanno carriera in Politica …

Uno studio accurato dunque delle tante sfaccettature italiche da “stroncare”, un saggio tutt’altro che pedante, anzi, al contrario, vivace, oggettivo e reale. Una vera miniera di informazioni da valutare. Da attento osservatore Poto ci rende partecipi senza menzogne ed infingimenti della sua passione civile e della sua indignazione e ci regala un’analisi lucida e venata di amarezza di quanto avvenuto fino ad oggi attorno a noi. Una opportunità da cogliere, un piccolo libro che merita di essere letto, una rara opportunità su cui riflettere per meglio comprendere gli auspicabili nuovi assetti che dovrebbero però sottostare al desiderio ed alla necessità di cambiare radicalmente gli equilibri dei valori del nostro vivere civile.

data di pubblicazione:10/11/2020

BORAT 2 – Seguito di film cinema di Jason  Woliner, 2020 (su Amazon Prime Video)

BORAT 2 – Seguito di film cinema di Jason Woliner, 2020 (su Amazon Prime Video)

Ritorna BORAT (Sacha Baron Cohen) l’esuberante reporter Kazako innamorato degli USA che, condannato per aver offuscato l’immagine del proprio Paese, per riscattarsi accetta di recarsi nuovamente in America con l’obiettivo di portare un dono al Vice Presidente degli Stati Uniti …

 

Con i cinema definitivamente chiusi non ci resta che lasciarci tentare da ciò che passano i “conventi”, cioè le varie piattaforme on line, e … si può allora cedere alla tentazione di vedere cosa abbia realizzato di nuovo un commediante geniale, sregolato e provocatorio come Sacha Baron Cohen, un artista che si può solo amare o disprezzare senza vie di mezzo. Il suo nuovo film (in onda su Amazon Prime Video) rimette in gioco il baffuto reporter kazako, ma, mentre il primo Borat nel lontano 2006, in piena epoca Bush, si avventava con ottimi risultati contro il politicamente corretto senza assolutamente curarsi dei danni collaterali, oggi, dopo ben 4 anni di Trump e per di più, schiacciati da una realtà infinitamente peggiore della più pessimistica delle possibili fantasie, le nuove provocazioni di Borat non producono effetti se non marginali. Allora si rideva di cuore davanti alle dissacranti provocazioni del commediante inglese, oggi purtroppo nulla ci può sorprendere, né ci possiamo meravigliare più di tanto delle reazioni dei soggetti presi di mira, né di quell’America profonda per cui i fatti e la realtà non sembrano avere la benché minima importanza. Più che un seguito effettivo del primo film ci troviamo quindi davanti ad un film politico, che cerca di essere il più attuale possibile fotografando la realtà sociale americana sotto tutti gli aspetti, ivi compresa la pandemia da Covid19 e con un occhio particolare anche alla tematica della condizione femminile. L’autore infatti, spregiudicato, dissacrante e volgare da par suo, gioca sul confronto fra le diversità di opinione, comportamento e bigottismo della “grande America” di Trump e del “rurale Kazakistan” al fine di poter mettere in luce tutte le contraddizioni antiche ed attuali, presenti ancora oggi.

Gli spettatori non “innamorati di Borat” potranno però restare delusi: la ricetta è sempre la stessa, una serie di sketch più o meno corrosivi su certi nostri comportamenti e su quelli degli Americani in particolare, ironizzando sul loro livello culturale e la loro mancanza di sensibilità, ma, questa volta, è troppo poco per poter soddisfare lo spettatore. Tutto è infatti meno buffo, meno brillante, meno dissacrante e pungente, meno originale del primo Borat, si è persa da allora tutta la novità, l’ironia e la genialità. C’è una sola piacevole e riuscita novità, l’indovinatissimo personaggio della figlia del giornalista (l’eccezionale Maria Bakalova) in attesa di essere donata all’amico di “Mc Donald” come “donna oggetto”, destinata a vivere in una gabbia dorata come “Melania” e che, per tutta la durata del viaggio, cerca di apprendere come riuscire a divenire da “donna Kazaka” una perfetta “donna Americana” nei modi e nel fisico. Un’invenzione esilarante e geniale che permette a Cohen/Borat di giocare a mettere in risalto il ruolo di poco conto o di semplice bell’oggetto che ha la donna ancora oggi. Ma non basta!

Per il resto appare infatti difficile credere ancora a quella apparente genuinità a quell’effetto happening reale che aveva positivamente caratterizzato il primo film. In conclusione, pur sapendo che il buon gusto non è mai stato di certo la prima preoccupazione dell’autore, resta solo un film difficile da seguire per le sue scene crude e comiche al tempo stesso. Un film che fa sì riflettere, ma dai tratti molto trash, molto provocatori, scandalosi e volgari senza più il guizzo qualificante della provocazione intelligente né la genialità innovativa e dissacrante. Pur prendendo Borat per quel che è, e pur sapendo quanto sia apprezzato fra la generazione dei millennials, va però detto che si tratta senza dubbio di uno dei film meno riusciti di Sacha Baron Cohen.

data di pubblicazione:05/11/2020


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BUONISTI UN CAZZO di Luca Bottura, Feltrinelli, 2020

BUONISTI UN CAZZO di Luca Bottura, Feltrinelli, 2020

Il gusto della battuta non è quello della barzelletta. E il fluviale Luca Bottura, autore infinito per Bertolino, Cucciari, Littizzetto, in passato per Gnocchi, Crozza, Cornacchione, Celentano (tenete presente, non è tutta farina del loro sacco) ha tentato un passo lungo ma probabile. Un libro che è un condensato di umori fertili, il filo rosso di una narrazione molto personale, quasi un livre de chevet, sulla sua lunga parabola giornalistico-satirica. Percorso in cui le preferenze politiche sono dichiarate (l’idiosincrasia per i grillini ad esempio, vittima designata l’ex Ministro Toninelli al quale dedica spiegazioni particolareggiate). Dunque non una storia da romanzo ma tante storie, tanti frammenti a cui non si chiede di radicarsi in un impianto coerente. Dove la dispersività intrigante è un dono e non una diminutio. C’è il racconto di una lunga gavetta con la dolorosa esperienza a L’Unità, giornale tradizionale della sinistra la cui abdicazione è un po’ la metafora del tradimento di tutto un versante politico in cui riponeva tante speranze di futuro. L’autore ci racconta l’Italia che vede e che sopporta con l’occhio ironico ma non distaccato di un cronico disadattato e/o indignato. I buonisti? Sostiene che siano sempre meglio, con la loro constatata fragile identità, dei cattivisti in circolazione nel Paese, a partire dai pupulisti/sovranisti. Un libro a cui non si chiede particolari doti di coerenza quanto di brillantezza e di generosità autoriale. Dunque un manuale d’uso che è quasi una sorta di guida scapestrata ai tempi difficili che viviamo. Il testo abbonda di citazioni musicali e sportive (il Bologna calcio, la Fortitudo). I bersagli sono tanti (Marco Travaglio, ad esempio) ma il lettore non disquisirà sulle predilezioni quanto sarà piacevolmente risucchiato dal vortice carsico di affabulazioni satiriche. Le une sulle altre con effetto esponenziale. Un libro survoltato ma comunque non sopra le righe. Come si diceva una volta.

data di pubblicazione:05/11/2020

MOUTHPIECE di Kieran Hurley, regia di Maurizio Mario Pepe

MOUTHPIECE di Kieran Hurley, regia di Maurizio Mario Pepe

(Teatro Belli – Roma, 2/8 novembre 2020)

Edimburgo, strapiombo di Salisbury Crags al tramonto. Libby è una scrittrice in crisi, Declan la salva prima che lei si getti di sotto. Il ragazzo ha una storia da raccontare e Libby ne approfitta per ritrovare ispirazione.

 

Per indicare qualcuno che parla a nome di un altro in inglese si usa il sostantivo mouthpiece. Il titolo dà l’idea di quello che vedremo, succede così quando si rispettano le rigide regole dello storytelling. Lo sa bene Libby, una scrittrice di opere teatrali in preda al blocco dello scrittore. È a un passo dal buttarsi nel vuoto quando Declan, un ragazzo di appena diciassette anni con una straordinaria dote di disegnatore, la ripesca indietro e tra i due inizia un’amicizia. Libby rimane affascinata da uno dei disegni del ragazzo, una bambina in piedi sullo skyline di Edimburgo sovrastata da una bocca gigante che sta per inghiottire tutto. Quando gli chiede le ragioni dell’opera scopriamo che il ragazzo ha una storia difficile alle spalle, ed è una storia da raccontare. Libby coglie l’occasione per tornare a scrivere, appropriandosi del racconto di Declan. L’interesse nei confronti del ragazzo è quindi egoistico. La loro è un’amicizia improbabile, se non altro per il divario di età. Ma quello che li distingue nettamente è la provenienza sociale: Declan fa parte del nuovo tessuto povero inglese, che fa i conti con le scarse finanze e le frustrazioni che ne conseguono. È del tutto solo e deve arrangiarsi. Non così la borghese Libby, che sfrutta la storia commovente di Declan per tornare a darsi uno scopo nella vita. È in questo modo che Hurley trasforma la vita reale in teatro, creando un gioco incredibile di continuo passaggio dalla finzione alla realtà e da questa di nuovo nella finzione dello spettacolo che Libby vuole mettere in scena. Il cortocircuito nella testa dello spettatore è assicurato, coinvolto in prima persona anche grazie alle soluzioni da teatro epico insite nella struttura del testo. Ma le regole dello storytelling non sono quelle della vita reale. Il finale è tutto da scoprire.

Una riflessione sull’urgenza dell’arte, vista come necessità o sfogo e non come un prodotto scientificamente strutturato. Uno spettacolo che guarda al dramma della vita di tutti i giorni. Una scrittura brillante e coinvolgente, come gli attori in scena, Cecilia Di Giuli e Edoardo Purgatori, sacrificati forse alla lettura al leggio, ma tuttavia complici di una regia dinamica che si avvale della forza seduttiva e convincente della loro interpretazione. Un esperimento che ci ricorda quanto il teatro sia legato alle nostre esistenze e quanto abbiamo bisogno di arte. Qui, ora, soprattutto in questo periodo di pandemia.

data di pubblicazione:05/11/2020


Il nostro voto:

HOME, I’M DARLING di  Laura Wade, traduzione di Andrea Peghinelli, regia Luchino Giordana e Ester Tatangelo

HOME, I’M DARLING di Laura Wade, traduzione di Andrea Peghinelli, regia Luchino Giordana e Ester Tatangelo

(Teatro Belli- Roma, 30 ottobre/1 novembre 2020)

Nuova scena inglese con ammiccamenti a Pinter rimodellato nel nuovo millennio. Senza morbosità ma con una traduzione scoppiettante fedele a fornire un ritratto veridico della middle class britannica negli anni della crisi.

Lei è tutta casa e pranzetti, immedesimata nel proprio ruolo di casalinga che si scoprirà forzoso più che libera scelta (è stata convinta a dare le dimissioni da un brillante lavoro). Lui è zelante ma in crisi incapsulato in un matrimonio soffocante. Le cartine di tornasole che faranno detonare la stagnante situazione sono gli altri protagonisti della commedia in due tempi proposta con streaming a pagamento per la rassegna TREND, la nuova scena britannica, ovvero un’amica, la madre della padrona di casa, la capoufficio di lui. E, gradatamente l’atmosfera rosea delle prime scene diventa plumbea, anche di fronte a una possibilità di tradimento. Il chiarimento arriverà alla fine con un contraddittorio che sa molto di teatro, con dialoghi all’altezza, la viva complicità e partecipazione di attori assai in sinergia con il tema e debitamente affiatati. La scenografia di Francesco Ghisu mostra il fondale ideato da lei, una gabbia stretta. Il richiamo ideale agli anni ’50, compresi balli, televisore e frigorifero. Una cornice mortifera da cui solo l’evasione, come da un carcere è possibile. Rimbalzano nelle due ore e mezzo di spettacolo senza cali di tensione molte delle frenesie del tempo: l’emancipazione della donna, un femminismo non completamente digerito, il carrierismo, l’economia del dopo Thatcher, il sessismo. Qualcuno ha evocato Un Tram che si chiama desiderio di Tennessee Williams anche se qui siamo lontani da esasperazioni e perversione. Un piccolo grande dramma domestico in via di risoluzione grazie all’amore che è fonte ispiratrice di due protagonisti che non vogliono perdersi. Un inno all’amore ma anche al teatro con questa originale proposta rivolta al pubblico online. Se non si può andare a teatro è il teatro che entra nei nostri schermi.

data di pubblicazione:03/11/2020


Il nostro voto: