Un variegato gruppo di persone si mette in viaggio su una diligenza che va da Tonto a Lordsburg. Sulla strada ci sono gli Apaches di Geronimo. Ognuno dei componenti, più Ringo che è salito durante il tragitto, ha buone ragioni per raggiungere la meta. Non tutti ce la faranno, ma John Ford avrà diretto il più famoso western di tutti i tempi.

Anche i più autorevoli e severi critici del mondo hanno dovuto riconoscere che, Stagecoach, da noi, una tantum, sapientemente re-intitolato Ombre Rosse, è uno dei film più importanti di tutta la storia del Cinema. Il capolavoro assoluto, di un Maestro, quale è stato John Ford, certamente il più grande “westerner” di sempre. Un Titano, personaggio e uomo, immensi allo stesso tempo. Alla domanda di Peter Bogdanovich su chi fosse e se si sentisse onorato di essere considerato un grande cineasta rispose, umilmente: mi chiamo, John Ford e faccio western! A proposito dei film sull’ovest americano, appunto, il West, per anni è circolata la falsa e banale affermazione che si trattasse di mero intrattenimento, robe di sparatorie e cavalli, cow boys e indiani.

Considerazioni banalmente contenutistiche avevano isolato il genere in una sorta di ghetto culturale, privilegiando invece opere che spesso avevano il solo merito di trattare rozzamente temi civili e politici; rozzamente, perché spesso tali opere erano prive di qualsiasi spessore , mancavano di quella ambiguità, di quella polivalenza di significato, di quella fresca inventiva che, da sempre, sono i connotati del grande cinema. Poi arrivò Andrè Bazin, riconosciuto come uno dei più autorevoli critici cinematografici di ogni tempo e dove e le cose, allora, cambiarono…Più o meno le sue considerazioni furono che il western era il solo genere cinematografico le cui origini si confondevano con quelle del cinema. Esso, pur subendo continuamente influenze estranee (quelle del romanzo giallo, della letteratura poliziesca o delle preoccupazioni sociali contingenti, etc) ha resistito imperterrito, e, citando sempre Bazin, si può dire che queste contaminazioni hanno operato su di esso come un vaccino. Dato al Western il giusto riconoscimento e dovendo eleggere a campione del genere un solo film a testimonianza della sua eterna giovinezza, fra i tanti capolavori (anche di Hawks, Mann, Walsh…) la scelta non poteva che cadere su Ombre Rosse di John Ford. Anni fa, Tullio Kezich in un articolo sulla Repubblica, accostava il film alla Divina Commedia, per l’universalità dei temi, i panorami, la drammaticità degli schemi, la sfaccettatura dei personaggi, concludendo che in Dante c’era tutto e così in Ford. Chiaramente, una simpatica provocazione: certo che John Ford non è Dante ma anche vero che su quella diligenza c’era già molto della storia del cinema… Più umilmente, ma tornando al film tout court, aggiungerei fra i pregi di Ombre Rosse e in generale del cinema di Ford, vanno indicati,- l’efficacia del montaggio ( basterebbe la scena in cui il telegrafista dice: la linea si è interrotta…l’ultima parola era:…Geronimo!), -la preziosità della fotografia (per la prima volta la maestosità della Monument Valley ),- la bravura degli attori: l’allora semi sconosciuto John Wayne (Ringo Kid, fortemente voluto da Ford al posto di Gary Cooper che piaceva ai produttori ), Claire Trevor ( Dallas, prostituta dai buoni sentimenti), John Carradine ( Hartfield, il gentiluomo del Sud, memorabile la sua ultima frase, prima di morire: quando vedrete il giudice Greenfield…), ma anche Thomas Mitchell ( il dottor Boone, sensibile alla bottiglia ma ricco di umanità).Sono, inoltre, talmente puntuali, e mai scontate, tutte le caratterizzazioni che tutti altri attori comprimari meriterebbero la citazione. Il film non ve lo racconto, ma confidando che almeno una volta (magari non al cinema ma in TV) tutti abbiano visto (Paolo Conte diceva che “le donne non amano i western, come il Jazz…”), riferisco solo che all’origine, l’idea dello script c’era una novella di Maupassant, Palla di Sego (un banchiere può valere meno di una prostituta!), traslata in un romanzetto western, La Diligenza per Lordsburg di Ernest Haycox pubblicato nel 37. “E’ una buona trama!” disse Ford e così ne fece la trasposizione cinematografica.

Nell’ultima inquadratura (Ringo e Dallas, autorizzati dallo sceriffo fuggono verso il Messico) il buon doc commenta:” così si sono salvati tutti e due dalle delizie della civiltà…!”

Io, ragazzino, dopo oltre un’ora e mezza immerso nella penombra di un cinema di Matera (con mio nonno, credo) guardavo lo spettacolo della vita umana ridotta a un microcosmo avventuroso. Ancora oggi, ricordando i destini di quei cari personaggi con la palpitazione della prima volta so che quel film mi avrebbe assorbito per tutta la vita!

data di pubblicazione:14/11/2020

Share This