da Giovanni M. Ripoli | Nov 24, 2025
Nella categoria Eventi Speciali, solo il 23,24,25 novembre, si può gustare al cinema un omaggio a Rino Gaetano, folletto e cantautore unico nel suo genere. Verdelli, ormai specializzato nei documentari sui grandi artisti scomparsi, ne fa un’affettuosa ricostruzione, coinvolgendo nell’operazione testimoni e colleghi.
Nel film di Verdelli c’è tutto Gaetano: la sua breve vita, le sue canzoni, il ricordo di chi lo ha conosciuto nel percorso artistico, dalla gavetta al successo, e chi successivamente lo ha considerato come uno degli artisti più singolari del suo tempo. La sua ironia, la sua irriverenza, la sua non facile né dichiarata ideologia, la sua troppo rapida e improvvisa scomparsa nella notte del primo giugno’81, lo hanno reso personaggio destinato a resistere nel tempo. Aveva solo 30 anni quando se n’è andato, ma ancora per tanti, fan, colleghi cantautori, studiosi di costume, Rino Gaetano ha lasciato un segno profondo nell’ambito della canzone d’autore italiana. Ancora si cantano, si suonano, si reinterpretano le sue canzoni. Nel documentario di Verdelli artisti oggi famosi, Jovanotti, Cammariere, Brunori Sas, Paolo Jannacci lo ricordano con affetto e ne rimpiangono il talento, il brio, gli sberleffi che riservava ai potenti di turno nelle sue ballate ironiche dai ritmi incalzanti. Verdelli in 92 minuti, troppo pochi, per un’eredità artistica così intensa, ripercorre alcune tappe fondamentali dell’esistenza, dell’artista di Crotone, attraverso materiali d’archivio, teche tv, testimonianze dirette. Ne consegue il ritratto di un uomo, prima che un artista, onesto, libero, in grado di testimoniare la trasformazione di un paese, la sua rabbia, i suoi falsi miti, l’innocenza perduta. Capace di mostrarcelo fragile e indifeso, candido con la sua maglietta a righe sotto il frac, stranito difronte alle domande di scafati giornalisti o sul palco di Sanremo. Il sarcasmo con cui prendeva in giro certi capisaldi della società, senza indorare la pillola, e mai in modo volgare, hanno trovato continuatori e riletture contemporanee. Il suo rock leggero, il suo pop o il suo reggae, il suo giocare con le parole e i calembour, il suo essere innamorato del divertissement hanno descritto e analizzato il suo tempo meglio di tante sterili denunce. Sempre con la leggerezza che lo contraddistingueva. Aveva mosso i suoi primi passi nel Folk Studio di Cesaroni, con i Venditti i De Gregori, là dove nasceva la scuola romana della canzone d’autore. Ma, come ben raccontato, aveva poi trovato una sua strada originale, quasi iperrealista, senza peraltro, tralasciare gli aspetti sociali e lo sfottò dei luoghi comuni o le italiche virtù. Nel film possiamo goderci stralci di alcuni dei suoi brani più riusciti e ormai autentici evergreen: Ad Esempio a me Piace il Sud, ballata dolce nei toni, ma forte contro una visione oleografica del meridione d’Italia, ma anche, Nuntereggaepiù, brillante e canzonatorio catalogo di personaggi noti di politica e televisione. E poi, Gianna, Aida, E Cantava le Canzoni, Berta Filava, Mio Fratello è Figlio Unico, tutto per divertire ma far riflettere alla sua maniera. E naturalmente, Ma il Cielo è Sempre più Blu, autentico inno generazionale con cui si apre e si chiude il garbato ricordo consegnatoci da Giorgio Verdelli.
Lo abbiamo visto in anteprima alla recente Festa del Cinema di Roma, ora è per qualche giorno sugli schermi, ma confidiamo che fra poco sarà possibile ritrovarlo su Rai Play o piattaforme simili.
data di pubblicazione:24/11/2025
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da Giovanni M. Ripoli | Nov 22, 2025
Diretto dal regista e sceneggiatore Simon Stone e proposto dalla piattaforma Netflix, il film è un thriller dai meccanismi consolidati. Scorrevole, diretto, coinvolgente. Laura “Lo” Blocklock (Keira Knightley), affermata giornalista del Guardian, viene invitata su un prestigioso Yacht dove l’aspetta una crociera di beneficenza per super ricchi, diretta in Norvegia. La piacevole opportunità si trasforma rapidamente in vero incubo.
Lo vede precipitare in mare una giovane donna, ma pare sia l’unica ad aver visto il fatto che viene negato dalla maggioranza dei supponenti croceristi. Tutti tranne uno, l’altro giornalista al seguito, Ben Morgan (David Ajala) cui Lo è ancora sentimentalmente legata.
Trattandosi di un giallo non vado avanti nella trama che si dipana, ripeto, in una narrazione secondo stilemi classici ma ben oliati e di buon impatto. La storia è presa pari dal romanzo omonimo di Ruth Ware e cattura lo spettatore per l’architettura della sceneggiatura, la buona resa degli interpreti, alcune annotazioni di costume. Sottotraccia si legge, infatti, la spocchia della maggioranza degli invitati della upper class internazionale, la falsità dei rapporti interpersonali, il solito dannato interesse per il possesso. La Donna della Cabina numero 10 ha il pregio di sapersi accostare con discrezione sia ai classici di Agatha Christie sia ai film del grande Hitchcock. Gli elementi in comune ci sono tutti: una sparizione misteriosa, la paranoia che assale la protagonista, un delitto inspiegabile, un passato rivelatore. Il drammatico evolversi degli avvenimenti chiarirà nello specifico in modo plausibile tutto il mistero. Non aggiungo altro se non la doverosa citazione degli attori che affiancano un’ottima Keira Knightley, ovvero Guy Pearce, il proprietario dello Yacht, Richard Bulmer, marito dell’ereditiera Anne Lyngstad, interpretata da una convincente Lisa Loven Kongsli. Il resto, location, inquadrature, colonna sonora ai soliti alti livelli delle migliori produzioni Netflix, tutto per un tranquillizzante intrattenimento davanti alla tv.
data di pubblicazione:22/11/2025
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da Giovanni M. Ripoli | Ott 22, 2025
La pellicola segue la realizzazione dell’album Nebraska, inciso da Bruce Springsteen nel 1982 con un registratore a quattro piste nella camera da letto della sua casa in affitto a Colts Neck nel New Jersey. In seguito al successo di The River, i discografici si aspettavano che Springsteen realizzasse Born in the USA, album destinato al sicuro successo e alla sua definitiva consacrazione come rockstar. Invece Bruce, caparbiamente, se ne uscì con un album composto da canzoni cupe e raggelanti, un album che aveva composto unicamente per sé.
Il film di Cooper, amico, regista e sceneggiatore, parte dall’omonimo libro di Warren Zanes del 2023, e deve molto allo stesso Springsteen che si è fatto intervistare prima e ha poi personalmente partecipato a molte scelte della produzione, in primis l’attore che lo ha impersonato. A tale proposito, va subito segnalata la bravura di Jeremy Allen White, quasi perfetto nella postura fisica, ma soprattutto nell’interpretare con forza e credibilità alcuni brani del nostro. Non è giusto cercare confronti o paragoni con attori di casa nostra, ma non deve essere sottaciuta la performance di Allen white, oggi, un quasi perfetto Springsteen, come ieri fu quella di Timothèe Chalamet nel ruolo di Dylan. Bravi non solo come attori, ma professionali al punto da “avvicinare” sensibilmente le loro voci a quelle di straordinari artisti.
Più di quarant’anni sono passati da Nebraska, che non fu certamente l’album più venduto del Boss, ma ancora oggi è considerato il disco che più lo rappresenta. Un’opera – e il film ben lo delinea – in grado di far comprendere appieno la sua carriera di artista, ma anche di uomo problematico alla continua ricerca di sé stesso. Quando produttore e discografici preannunciavano un futuro digitale, Bruce, con pochissimi fidati complici, pensa e scrive un capolavoro realizzato con mezzi obsoleti, vicino a istanze sociali, inquieto come lo stato d’animo degli USA a quel tempo. Di estrazione popolare, padre alcolizzato e depresso, guidatore di camion, Bruce evolve musicalmente e culturalmente. Legge autori importati: Steinbeck, Faulkner, Keruac, Flannery O’Connor. Ascolta Woody Guthrie e s’innamora del film di Terence Malick, Badlands (La Rabbia Giovane). Tutto questo e altro si ritrova in Nebraska e nella narrazione del riuscito film di Cooper. Puntuali nella caratterizzazione dei personaggi tutti gli attori: Jeremy Strong, nel ruolo dello storico manager e mentore Jon Landau; Paul Walter Hauser, nei panni del tecnico di chitarre Mike Batlan; Odessa Young, la fidanzata Faye; e Stephen Graham, il padre Doug. Come di consueto perfetta la ricostruzione degli anni in cui la storia si dipana. Della colonna sonora, inutile parlarne, comunque ai massimi livelli.
data di pubblicazione:22/10/2025
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da Giovanni M. Ripoli | Ott 17, 2025
(20ª FESTA del CINEMA di ROMA 2025)
Nel “2001 Kate Moss, già all’apice del successo, quale modella super famosa e strapagata, dichiara alla rivista, Dazed &Confused, di voler essere ritratta dal pittore Lucien Freud, uno dei più celebri ritrattisti del’900. Il film di Lucas, coprodotto dalla stessa Moss, traccia un’affettuosa ricostruzione del profondo rapporto che si instaura fra pittore e modella.
James Lucas alla sua prima regia mette a confronto due forti personalità. Lei. Kate Moss, 27 anni. scatenata e incontrollabile icona del fashion internazionale. Lui, Lucien Freud, nipote di Sigmund, nel 2001 maturo e affermato artista. L’incontro parte maluccio, Kate è super impegnata e poco incline alla puntualità e alle regole, che sono invece le caratteristiche peculiari del grande ritrattista. Nel corso di nove lunghi mesi però le cose cambiano e gradualmente, fra incomprensioni e piccoli litigi, fra i due si instaura una profonda confidenza e una amicizia che perdurerà fino alla scomparsa del pittore nel 2011. Lucas insiste poco sugli aspetti trasgressivi di Kate Moss, esagerata consumatrice di cocaina, capace- si racconta- di tracannarsi una bottiglia di Vodka in una sola sera, preferendo delinearne piuttosto la sensibilità e le fragilità emotive oltre alla straordinaria bellezza, Una parentesi è d’obbligo: Ellie Bamber, l’attrice che la interpreta sullo schermo è persino più bella dell’originale e fornisce una straordinaria interpretazione del personaggio. Certamente in grado di offrire una vasta gamma di espressioni, Ellie Bamber regge magnificamente il confronto attoriale con il sempre grande Derek Jacobi, un titanico Lucien Freud. Per tornare al film, occorre dire che non è tanto il racconto di quegli anni, ricchi di eccessi e scandali, quanto piuttosto il ritratto intimo, giocato su toni e semitoni, di due personalità complesse e affascinanti. Che poi la storia sia vera, nulla toglie al registro minimalista scelto dal regista che ne ha solo enfatizzato gli aspetti più umani e meno noti. Per quanto le riprese privilegino prevalentemente lo studio dell’artista, l’occhio di Lucas fotografa altresì la Londra del 2002, in maniera sobria e realistica. Ma, ripeto, il pregio del film, è saper giocare con l’interazione che nasce tra i due, al lento e continuo evolvere di un rapporto tenero e intenso, quasi un amore platonico, forse il solo autentico fino in fondo provato da Kate. Si può parlare allora con convinzione di una pellicola intimista, di un film su due esseri umani così diversi fra loro ma in grado di sapersi incontrare grazie alla chimica dei sentimenti. Quindi, non solo moda, eccessi, trasgressioni, ma arte come terapia e ausilio alle problematiche esistenziali. Certamente un incoraggiante debutto per Lucas e per la brava Ellie e una conferma della statura dì Derek Jacobi.
data di pubblicazione:17/10/2025

da Giovanni M. Ripoli | Ott 12, 2025
Tempo di Natale. Nella regione del Jura, imbiancata di neve, un orso terrorizza un gruppo di emigranti clandestini e sulla strada costringe a una pericolosa sterzata il pick-up di Michel che sbanda finendo su una vettura ferma uccidendone la guidatrice in sosta. Spaventato, il compagno della donna, casca e finisce impalato in un robusto ramo sporgente. In un solo colpo il povero Michel si ritrova due cadaveri a carico…e un mucchio di problemi da risolvere.
Un Crimine Imperfetto, il cui titolo originale era Un ours dans le Jura, parte in perfetto stile fratelli Cohen, nella fattispecie Fargo, con un “poverocristo” coinvolto in due morti da lui involontariamente provocate. Non solo, nel portabagagli dell’auto speronata c’è anche un borsone da tennis con due milioni di euro all’interno. Della trama ulteriore, solo apparentemente ascrivibile al genere noir, non dico altro se non che si dipana in modo solido e avvincente. Cerco invece di chiarire che il film in questione, campione d’incassi nella passata stagione in Francia (oltre un milione e mezzo di biglietti venduti), non è il classico noir alla francese, alla Melville, per intenderci. Piuttosto, una dark comedy, poco splatter, ma spesso ironica, cinica, in fondo grottesca, comunque attenta a sottolineare problematiche mai banali quali la disabilità, la tristezza della provincia, le crisi matrimoniali, lo scambismo, l’immigrazione clandestina, il narcotraffico, l’avidità delle persone e altro ancora. Dunque, non è un filmetto, ma, pur senza essere un capolavoro, si declina come pellicola, non di semplice evasione, bensì ricca di molteplici spunti e suggestioni. C’è un Simenon attualizzato, un pizzico di Polar, la commedia nera, e una formidabile congrega di personaggi fra protagonisti e comprimari a rendere il tutto estremamente apprezzabile e coeso. Il regista è Franck Dubosc, qui anche attore nel ruolo di Michel alla sua terza regia dopo Tutti in Piedi del 2018 e Rumba Therapy del 2022. Sua moglie Cathy, è Laure Calamy, arguta complice dell’insicuro marito e madre di un figlio problematico. Autentico mattatore del film è Benoit Poelvoorde, che ricordiamo in Niente da Dichiarare o in Dio Esiste e vive a Bruxelles, attore straordinario di grande sostanza ed ecclettismo, Nel ruolo del maggiore Roland della scalcagnata Gendarmeria del paese, si dimostrerà capace, paterno e all’occorrenza, flessibile, ma soprattutto in grado di offrire una grande interpretazione attoriale. Se ne giova la pellicola che ha nel milieu ben costruito (Simenon mixato con i fratelli Cohen), piuttosto che nella natura poliziesca che troppo si affievolisce nel finale, il suo punto di forza. Non manca una morale: i soldi non fanno la felicità e una piccola rara verità: a volte, la formica mangia la balena che è poi la frase che appare a fine film su sfondo nero.
data di pubblicazione:12/10/2025
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