da Giovanni M. Ripoli | Set 10, 2026
Presentato fuori concorso a Venezia 83, il documentario ripercorre il tour, Oasis Live ’25, per molti, l’evento musicale più importante del 2025. Evento che segnò la reunion della band e la riconciliazione dopo oltre 15 anni dei fratelli Gallagher.
Come fu studiata ad arte dai media, quindi, sostanzialmente inventata la rivalità fra i Beatles e i Rolling Stones, così nell’agosto del ’95 si parlò di un’accesa polemica fra i Blur e gli Oasis, ovvero le due band che nell’immaginario giovanile dell’epoca avevano preso il posto dei gruppi di Lennon-McCarney e Jagger -Richard. Accusati ingiustamente di plagio verso i Beatles, certamente loro fonte di evoluta ispirazione, gli Oasis con i loro primi due album spopolarono letteralmente nelle hit di tutto il mondo, divenendo la band numero uno e alimentando un fanatismo che non si riscontrava da anni. Fu pertanto un vero shock per le folli osannanti sapere che Liam e Noel Gallagher prima di in concerto avevano pesantemente e irrimediabilmente litigato, sospeso lo show, e di fatto chiusa l’esperienza degli Oasis. Dopo 15 anni, come se non fosse successo nulla, gli Oasis si ricompongono, i fratelli si riconciliano e la band parte per uno straordinario tour sempre sold out in molte città del mondo, sapientemente documentate del Docu. La pellicola di Southern e Lovelace, ideata da Steven Knight, dal 10 settembre nelle sale Imax italiane, ma poi anche in streaming su Disney +, segue sulla scena e nelle prove l’“Oasis Live 25”, uno dei più attesi tour musicali dell’anno. Evidentemente imperdibile per i fan della band di Definitely Maybe, autentico inno generazionale, il documentario può trovare un suo perché a prescindere. É infatti ben girato, attraverso interviste recenti e pregresse (“quello che non siamo? Una band di destra!”), delinea la figura e la personalità dei due fratelli, ed evidenzia in modo obiettivo il fenomeno di costume quasi planetario che attraversa la scena rock. Gli Oasis si erano sciolti nel 2009 e nel film la riconciliazione dei fratelli Gallagher sembra sincera, documentata da abbracci baci e dichiarazioni di perdono reciproco. Che poi si tratti di una mera operazione di marketing, a noi interessa relativamente, resta il piacere della visione e dell’ascolto di un film che offre la visione e l’ascolto di buon rock tirato e diretto per il piacere di chi ha assistito dal vivo e di chi può goderne ora almeno sugli schermi.
data di pubblicazione:10/09/2026
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da Giovanni M. Ripoli | Set 3, 2026
Impiegato più attento al lavoro che agli affetti familiari, si fa convincere dall’adorabile figlioletta, che vive con la nonna, a raggiungere in treno la mamma a Busan. Mal gliene incoglie, scoppia un’epidemia peggiore del Covid e gli esseri umani si ritrovano trasformati in terrificanti zombie.
Confesso di non amare il cinema Horror: verso il genere ho più o meno lo stesso amore che nutro per il generale Vannacci. Non mi sono sottratto, per questo, alla visione di quello che è stato un film evento della straordinaria cinematografia coreana, ovvero Train to Busan, del talentuoso Sang-ho-Yeo. La pellicola del 2016 è il primo film del quarantasettenne regista, sceneggiatore e produttore cinematografico di Seul. Bisogna riconoscere che il film oltre la storia, se vogliamo già nota e vista, (gli appassionati del genere ricorderanno, su tutti, La Notte dei Morti Viventi di Geoge A. Romero), ha dei meriti innegabili perché su un impianto di genere costruisce una trama appassionante e intensa. Sul treno per Busan, infestato di voracissimi zombies, in vagoni claustrofobici si assiste alla violenta e sanguinosa lotta per la sopravvivenza fra uomini e donne ancora integri e la selvaggia torma degli infetti. Padre e figlia insieme ad altri atterriti ma coraggiosi viaggiatori resistono, combattono, periscono, in un viaggio che non lascia attimi di tregua. Il regista pur nella visione da horror tout court, ha la capacità di inserire una svariata tipologia di personaggi e situazioni che rendono Train to Busan un film completo e aperto a più letture. Alcune sequenze meritano di essere ricordate: il prologo con il cerbiatto, la vendicativa reazione di una vecchietta alla morte della sorella, soprattutto il doloroso addio tra padre e figlioletta. Il regista è bravo a non imitare i grandi horror USA visti in sala o in streaming, creando una formula ibrida che dopo il successo ottenuto in patria, continua a dimostrarsi vincente anche da noi, almeno a giudicare dall’entusiasmo riscontrato in sala nel corso dell’anteprima (al mio fianco c’era un convinto Antonio Monda). Premesso che il film è da sconsigliare a chi non ama il genere, il sangue, la violenza, l’atmosfera cupa e claustrofobica, è invece raccomandabile per le ragioni opposte, ovvero il ritmo debordante, la costante attesa del pericolo, naturalmente gli zombies più che mai scattanti, frenetici, feroci, ma anche la delicatezza che ci accompagna in alcune scene come nel rapporto padre-figlia. Alla fine su quel treno ci sono salito anch’io e devo confessare che può risultare riduttiva la definizione di mero horror, trattandosi di una pellicola che integra aspetti tecnici di primo piano, tensione ai massimi livelli, ma anche tanto altro da vero cinema. Recuperato con inspiegabile ritardo dal 2 settembre, Train to Busan è nei nostri cinema.
data di pubblicazione:03/09/2026
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da Giovanni M. Ripoli | Ago 11, 2026
Charlie Cale ha un dono: riesce a capire quando qualcuno sta mentendo. Tale peculiarità le ha permesso di guadagnare molto giocando a poker con i ricchi dei Casino d’America. Ma le ha procurato anche grossi problemi con i mafiosi che gestiscono le case da gioco. Il primo episodio della serie tv Poker Face vede Charlie (Natasha Lyonne) ingaggiata dall’incapace figlio di un re delle bische (Adrien Brody) per organizzare una partita con un cliente miliardario, con esiti diversi da quelli attesi, che costringeranno la simpatica ragazzona a sfuggire a un killer per tutti gli States. Ha inizio così il pellegrinaggio di Charlie Cale, un incrocio al femminile tra Colombo, Jack Richer e “Drugo”Lebowski. Vediamo perché. Come nelle storie del Tenente Colombo (Columbo in originale) la serie in oggetto si caratterizza in quanto ogni singolo episodio è auto-conclusivo e ha la particolarità di far conoscere subito allo spettatore l’autore del delitto, In gergo, si parla di Howcatchem, con il colpevole mostrato già all’inizio della storia, in contrapposizione al Whodunit, allorché il colpevole non è invece noto e va scoperto dall’investigatore/trice di turno. La similitudine con Jack Reacher fa riferimento al peregrinare on the road di Charlie in fuga, mentre a un Lebowski in gonnella ci fa pensare la caratterizzazione che ne offre Natasha Lyonne, imperfetta, sciatta, ma intelligente e sarcastica. Occorre dire infatti che senza una straordinaria Natasha Lyonne, già vista in, Russian Doll, non solo attrice, ma anche produttrice e spesso regista di alcuni episodi, la serie non avrebbe incontrato lo stesso successo. Creata da Rian Johnson, Poker Face, ascrivibile al genere crime/ commedia, deve tanto a Charlie/Lyonne. Il personaggio è costruito a sua misura: non bella, trasandata, apparentemente svampita, maleducata, ma decisamente simpatica, Charlie Cale attraversa i 20 episodi delle due stagioni con spavalda autorevolezza, giostrandosi nelle situazioni più diverse, incontrando ambientazioni sempre più disparate (il baseball, le pompe funebri, gli allevamenti di alligatori, le scuole private, etc) addentrandosi nei posti più sperduti, come nelle città più importanti. Sempre fedele al suo credo: scoprire chi mente, aiutare i deboli e gli innocenti, individuare gli assassini. Ad arricchire la serie di per sé comunque piacevole, originale e ben girata contribuiscono molte autentiche star di volta in volta ospiti e co-protagonisti degli episodi. Da Holmes Adrien Brody a Joseph Gordon-Levitt, da Ellen Barkin a Nick Nolte, da Ron Perlman a Giancarlo Esposito, da John Mulaney a Katie a tanti altri. Considerando che si tratta di puro intrattenimento, Poker Face è un felice omaggio al cinema americano degli anni ’70, con riferimenti a realtà e tematiche più attuali. Forse la prima stagione ha qualche pregio in più, la novità, il ritmo scanzonato, la freschezza di qualche puntata, ma anche la seconda stagione si conferma ad ottimi livelli. Non è una novità assoluta, ma rispetto a serie con stagioni interminabili e trame ripetute a oltranza, Poker Face ha l’indiscutibile merito di non annoiare mai e di potersi godere come singolo episodio. Ora drammatici, ora surreali, spesso infarciti di battute fulminanti, i 20 episodi si susseguono nella loro diversità senza lasciare mai il senso di già visto.
data di pubblicazione:11/08/2026
da Giovanni M. Ripoli | Ago 7, 2026
Francesco Guccini (Modena,14 giugno 1940-Pavana 6 agosto 2026) se n’è andato. Fra i più grandi cantautori italiani di sempre, ma, in realtà artista a tutto tondo, Francesco, il Maestrone, come si faceva chiamare affettuosamente da amici e fan, si è spento nel posto che più amava, il suo Mulino di Pàvana. Negli ultimi anni, quando una rara forma di maculopatia lo aveva già colpito, privandolo del piacere di leggere, non disdegnava ricevere giornalisti, amici, ma anche semplici ammiratori. Per tutti, non potendo più cantare- il suo indimenticabile vocione, si era notevolmente affievolito- aveva racconti, aneddoti, tanta disponibilità e magari un bicchiere di vino. Guccini ha vissuto molte vite ed è stato tante cose. Cronista, giornalista, professore, scrittore, fumettista, enigmista, attore, ma, soprattutto, ci ha regalato album di grande spessore con canzoni che, a pieno titolo, sono diventate evergreen per intere generazioni. Nei primi anni ’60 si fa conoscere come autore per cantanti pop (Caselli, Cinquetti) ma il vero inizio col botto, si ha con Auschwitz, prestata agli amici dell’Equipe84 che la portano al successo. Altri brani li regala ai Nomadi: Noi non ci Saremo, E dall’amore che nasce l’uomo, Dio è Morto (censurata dalla Rai ma non da Radio Vaticana), tutte canzoni considerate scomode in anni decisamente conformisti, ma che lo fanno presto diventare un paladino della sinistra giovanile. Con l’album Folk Beat nr.1 esordisce come cantante oltre che autore. In realtà il disco non sfonda, ma di lì a poco sfornerà una trentina di album, alcuni dei quali indimenticabili, a cominciare da Due Anni Dopo a L’Isola non Trovata fra i suoi capolavori, da Radici a Stanze di Vita Quotidiana, da Via Paolo Fabbri 43 (il suo reale domicilio a Bologna) ad Amerigo, da Parnassius a L’ultima Thule, ultimo definitivo album in studio del 2013. All’interno di questi album autentiche perle, per molti colonna sonora generazionale, rimandi a situazioni politiche (Piazza Alimonda, il brano sulla Baraldini o su Che Guevara), amore tout court (Vedi Cara, Incontro, Autogrill), conflitti interpersonali (Quattro Stracci), anarchia (La Locomotiva), città amate (Bologna, Venezia). Certamente pochi gli episodi trascurabili, ma in assoluto un campionario di canzoni, autentiche, capaci di far riflettere o soltanto sognare. Tocca dire per brevità che Francesco Guccini, uomo colto e curioso ha scritto libri, non facili (Cronache epafaniche dell’89), gialli sull’appennino tosco-emiliano insieme al sodale Loriano Macchiavelli, cito a memoria, Romanzo di Santi e Delinquenti e tanto altro. Seppure in tono minore, ma qui va ricordato, è stato anche attore nei Giorni Cantati di Paolo Pietrangeli, in Musica per Vecchi Animali tratto da un romanzo di Stefano Benni, in Radio Freccia, esordio registico di Ligabue.
Impossibile in poche righe condensare quanto Francesco è stato capace di produrre specie se si pensa che l’uomo si definiva pigro, non aveva la patente e considerava il mestiere di cantautore un ripiego rispetto al sogno di fare lo scrittore. Per tutti Guccini, come forse il solo Dylan, aveva un grande dono, sapeva raccontare e non poterlo più ascoltare dal vivo è certo il rammarico più grande che ci lascia. Un grande artista mai andato fuori tempo!
data di pubblicazione:07/08/2026
da Giovanni M. Ripoli | Lug 30, 2026
Liberamente ispirata alle gesta di Wiliam H. Bonney, per la leggenda Billy the Kid, la serie Sky racconta nelle prime due stagioni le sue origini irlandesi il suo arrivo con la famiglia a New York, il relativo trasferimento nel West e il suo coinvolgimento nella c.d. Guerra della contea di Lincoln
Dimentichiamoci per un attimo di Furia Selvaggia, Arthur Penn alla regia e Paul Newman nel ruolo di Billy, ma anche di Pat Garrett&Billy the Kid, di Sam Peckinpah con la straordinaria colonna sonora di Bob Dylan e, senza troppe schizzinosità, godiamoci la produzione Sky. Ideata da Michel Hirst, arricchita da una fotografia notevole, sostenuta dall’interpretazione assai convincente di Tom Blyth, fascinoso e tenebroso protagonista, Billy the Kid è un bel western quasi classico, evidentemente romanzato rispetto alla storicità degli eventi. Ha tutti i pregi e alcuni difetti delle serie TV: offre una approfondita introspezione dei personaggi, una notevole ricostruzione della frontiera. Al contempo, come accennato, l’aderenza storica lascia un po’ a desiderare e qualche dialogo risulta leggermente prolisso. Tutto, però, passa in secondo piano rispetto alla sequela di eventi narrati, all’impatto visivo, agli inserti musicali e al coinvolgimento della trama. Gli inizi del giovane Billy non sono dei più facili: padre, fratellino e mamma si spengono già nei primi episodi per cause differenti. Opportunisti, imbroglioni e piccoli delinquenti sono l’humus che impregna i primi anni del nostro che, comunque, mostra sempre un lato positivo anche nelle avventure criminali. Come direbbe Crepet sono le cattive frequentazioni che possono incidere sulle scelte dei ragazzi e così accade per Billy allorchè conosce Jesse Evans, amico vero ma anche fuorilegge autentico che lo porta sulla cattiva strada.
Il furto in una lavanderia cinese è il primo piccolo reato che però apre le porte della galera al giovane Bonney. Da allora, fuga dalla prigione, furti di bestiame, taglia sulla sua persona, amicizia con Pat Garrett, non ancora sceriffo redento, riconosciuta abilità con le pistole e tanto altro fino alla partecipazione con la fazione dei Regolatori nella guerra per la supremazia di Lincoln, centro nelle mani di banchieri e allevatori di malaffare. Avrà modo di innamorarsi di una bella messicana, prima ritrosa poi ardente complice, diventerà il capo riconosciuto dei “buoni” contro una sorta di massoneria ante-litteram e dopo 16 episodi sarà ancora vivo ma ricercato dall’ex amico Pat Garrett. Dunque, un Billy the Kid, bello e sensibile, difensore delle minoranze e ingiustamente perseguitato da una giustizia complice e collusa coi corrotti e non il bieco giovane assassino come una parte della storia della frontiera lo descrive. Come si sa nel West è la leggenda a vincere e la scelta di Hirst è stata quella di farne un Robin Hood.
Forse una maggiore concisione avrebbe giovato al racconto, ma intanto due stagioni coraggiose ci hanno restituito un affascinante ritorno al West e a una delle sue leggende. In attesa della terza stagione.
data di pubblicazione:30/07/2026
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