MARSHALS: A YELLOWSTONE STORY – Paramount, 2026

MARSHALS: A YELLOWSTONE STORY – Paramount, 2026

Ogni lunedì un episodio di quello che è un sequel della saga dei Dutton, ovvero una delle produzioni dello showrunner di maggiore successo, Taylor Sheridan, creatore di Yellowston, ma anche dei prequel, 1883 e 1923 e del prossimo sequel The Dutton Ranch.

Chi ritiene che il western, in quanto genere cinematografico, sia tramontato, temo s sbagli. Mai come negli ultimi anni, specialmente, in streaming abbiamo assistito al proliferare di produzioni che per stile, affinità ideologiche, location, fanno giustamente parlare di neo western. Tuttavia, nonostante il clamoroso successo della serie primigenia, Yellowstone & prequel e sequel, creature del già citato Sheridan, non godono dei favori dei critici di settore, quelli che assegnano i premi, per intenderci. Le ragioni vanno divise a metà fra lo spirito soap che contraddistingue la saga in alcuni frangenti e l’anima conservatrice del suo creatore. Alla faccia di tali pregiudizi, per lo scrivente infondati, la saga di Sheridan, seppure priva dell’apporto di Kevin Costner continua a macinare consensi di pubblico e i successivi sequel confermano che la vena non si è esaurita del tutto. Con Marshals seguiamo le vicende del figlio più giovane di John Dutton, Kayse, interpretato dal simpatico Luke Grimes, U.S. Marshal nel Montana, dopo aver lasciato il ranch di famiglia, venduto per un dollaro al capo della confinante riserva indiana, Thomas Rainwater. Un altro spin-off The Dutton Ranch seguirà invece la combattiva Beth e suo marito Rip., riconosciuti protagonisti di Yellowstone, ma sarà un’altra storia! Tornando alla serie in onda, il fulcro del racconto è incentrato sul coraggio e la lealtà del giovane Dutton, sempre teso a combattere i crimini nelle aree sperdute del Montana, spesso in contrasto interiore fra gli ideali di giustizia e le tradizioni locali. In lotta fra sangue e potere, rispetto delle tradizioni familiari e desiderio di trovare una propria identità, Kayse va avanti affrontando la dilagante violenza del territorio e pesanti drammi familiari. Spesso al suo fianco c’è il giovane figlio Tate con cui divide il lutto per la scomparsa dell’amata madre Monica, vittima di un tumore, contratto a causa dell’inquinamento da sostanze tossiche nella zona. Non mancano alleati e nemici storici ma, ovviamente, ci saranno tante new entry in una storia che si dipana in 13 episodi per la prima stagione. Nel cast, oltre al protagonista Luke Grimes, ci sono Logan Marshall (Pete Calvin, leader della squadra e compagno di Kayse quando in Afganistan combattevano nei SEAL), Arielle Kebbel (Belle Skinner, specialista in operazioni sotto copertura), Ash Santos (Andrea Cruz marshal in carriera), oltre al bravo Gil Birmingham (il capo della riserva di Broken Rock, Thomas Rainwater), e al giovane Brecken Merrill (problematico figlio di Kayce). Marshals è una serie godibile per svariate ragioni. Intanto prosegue una saga molto amata, è ricca di scenari meravigliosi, piace a chi ama i western per le molte scene di azione, ha una trama thriller che si sviluppa nello scoprire nemici che agiscono nell’ombra. Va altresì detto che non sempre il livello è all’altezza delle serie precedenti, non fosse altro per quell’inevitabile senso di “già visto” e di una certa standardizzazione delle tante produzioni di Sheridan & soci, che forse cominciano ad inflazionare lo streaming.

data di pubblicazione:06/04/2026

DETECTIVE HOLE – serie NETFLIX 2026

DETECTIVE HOLE – serie NETFLIX 2026

La Stella del Diavolo è considerato il miglior romanzo di Jo Nesbo, dominatore delle crime story norvegesi e in assoluto fra gli scrittori più letti al mondo. Nel libro, come nella serie TV, Harry Hole è un poliziotto onesto, ma non privo di vizi e problemi, periodicamente alcolizzato e perennemente a rischio di licenziamento per comportamenti poco ortodossi. Nella nostra vicenda indaga su un serial killer uso a uccidere le sue vittime, donne nella fattispecie, recidendo loro un dito e lasciando un diamante a cinque punte sotto la palpebra, appunto, la stella del diavolo.

Teatro della storia è Oslo, dove stranamente fa un caldo bestiale e sembra quasi Gotham city… A Hole viene offerta dal suo capo un’ultima occasione professionale, indagare sul killer che ogni tre giorni fa fuori una donna. Ma la vita nel distretto per Hole è alquanto complicata, non solo per l’obiettiva difficoltà del caso, e per il suo perenne malessere psicofisico, quanto per l’accesa rivalità di un collega corrotto. Nella prima stagione, composta da nove episodi, diciamo solo che Hole verrà comunque a capo dell’intrico, attraverso un’indagine che lo coinvolgerà sul piano fisico seppure sprofondandolo in una discesa nell’oscurità. Pur con qualche inevitabile sfasatura, La Stella del Diavolo si colloca tra le migliori serie nell’ambito del c.d. nordic noir che ci ha consegnato autentiche perle, come la serie The Bridge (Bron in originale) o Wallander, immediatamente dopo l’indimenticata e iconica Millennium. I pilastri della serie Netflix in onda sono diversi e vanno dall’ambientazione cupa, oppressiva, quasi dark, a una colonna sonora di grande effetto affidata alle coinvolgenti ballate rock di Nick Cave, Ramones, Sex Pistols e The Clash. Come non si può tacere l’interpretazione di almeno tre protagonisti, Tobias Santelmann, Joel Kinnaman e Pia Tjelta, attori già affermati, rispettivamente nei ruoli di Harry Hole, il corrotto Tom Waaler e Rakel Fauke, la fidanzata dell’eroe. La serie vive delle contraddizioni e delle oscure dinamiche in seno alla polizia di Oslo, esaltate da una fotografia tra il verde e il giallo che solo gradualmente si schiarisce fino a definire i contorni dei protagonisti. C’è qualcosa che stride?  Forse le troppe pause legate ai flash back in chiave psicologica che rallentano il ritmo del pari esageratamente frenetico del resto della vicenda. In estrema sintesi si potrebbe aggiungere che la chiave “nordica”, forse, non sempre si sposa con lo stile da thriller americano, ma, ciò non impedisce di consigliare Detective Hole come uno dei migliori prodotti Netflix della stagione. Da ultimo, ricordando che Jo Nesbo è autore per stomaci forti e che la trasposizione sullo schermo va giù pesante, è doveroso segnalare che non è una visione da consigliare a tutti, senza distinzioni.

data di pubblicazione:05/04/2026

SLOW HORSES – Serie APPLE TV, quinta Stagione

SLOW HORSES – Serie APPLE TV, quinta Stagione

Arrivata alla quinta stagione, la squadra dei “ronzini” costola semi clandestina del famoso MI 5 deve vedersela nell’occasione con un gruppo di terroristi libici smaniosi di vendicarsi di pregressi torti imperialisti e pronti a mettere a soqquadro Londra

Benché sia inevitabile al compimento del quinto anno di una qualunque serie, anche la più riuscita, il senso di già visto, o come dicono gli anglo sassoni, la streaming fatigue, anche in tale occasione, Slow Horses non delude. I controversi e poco amati agenti segreti che agiscono nella cd “casa del pantano” sotto la supervisione del loro irascibile ma abile capo, Jackson Lamb (il solito straordinario Gary Oldman) ancora una volta vengono a capo dell’inquietante situazione (un massacro solo apparentemente casuale). Stimolati in ogni modo, più bastone che carota, dal sempre più sarcastico e “svaccato” responsabile, la combriccola si attiva per scoprire un intrigo che anche al loro interno mina a scalfire la già poca credibilità ed efficienza del gruppo. C’è infatti il tentativo da parte dei cattivi di infiltrare una talpa all’interno dei “ronzini”, nonché l’intento di circuire uno degli elementi della squadra. Le storie ben architettate si fondano sui romanzi di Mick Herron, autore di spy story di grande successo e riconosciuto maestro del genere. Anche se lo stile della serie mira a rendere subito chiari gli sviluppo degli eventi, meritevolmente racchiusi in sei episodi, non sarebbe giusto scoprire la trama comunque ben articolata. Fra i tanti pregi della serie c’è l’aggancio a fatti reali, accaduti nel Regno Unito, il sarcasmo verso politici e amministratori della “Londravigliosa” (lo slogan del sindaco laburista in carica) e la fotografia, ora luminosa, ma più prevalentemente oscura, quasi dark.  Naturalmente, in primis, Slow Horses paga un prezzo altissimo alle interpretazioni del cast.

Su tutti uno straordinario Gary Oldman, incline all’alcol come all’ironia, ma comunque straordinario nel disegnare il suo personaggio sgradevole e affascinante allo stesso tempo. Non sono da meno gli altri protagonisti, Taverner, ovvero Kristin Scott Thomas, ora a capo del MI 5 e Whelan, uno strepitoso James Callin. New entry di assoluto rilievo quella di Tom Brooke nei panni dello psicopatico Coe. Rispetto alle precedenti stagioni, ma non è necessariamente un difetto, l’intreccio è un po’ più prevedibile, ma in compenso è acuita la dimensione comica come le schermaglie fra i personaggi. Quindi, in ultima analisi anche la, per ora, ultima stagione di Slow Horses, si attesta come una delle migliori serie di sempre, valida sotto tutti i punti di vista. Già, si sa, che sono in programma almeno altre due stagioni per l’evidente soddisfazione dei tanti appassionati.

data di pubblicazione:24/03/2026

IL FILO DEL RICATTO di Gus Van Sant, 2026

IL FILO DEL RICATTO di Gus Van Sant, 2026

L’8 febbraio 1977, Tony Kiritsis entra nella sede centrale della Meridian Mortgage e prende in ostaggio Richard, figlio del broker dei mutui, M.L. Hall, convinto di essere stato raggirato. Il lungometraggio, tratto da una storia vera, racconta la drammatica parabola di un antieroe.

Il talentuoso Gus Van Sant (Milk, Will Hunting, Elephant), torna al cinema dopo sette anni, raccontando, da par suo, il resoconto di un ricatto, un crimine a suo tempo seguito in diretta da milioni di telespettatori negli USA.

Il protagonista, uno straordinario Bill Skarsgàrd, interpreta un personaggio problematico, spesso fuori dalle righe, ma anche capace di intenerire e coinvolgere il pubblico. In conflitto col mondo intero, ma in particolare con chi gli ha concesso il mutuo impedendogli in seguito di vendere la casa, Tony sequestra Richard (Dacre Montgomery), incolpevole figlio del cinico titolare, M. L. Hall (un sobrio e vecchio Al Pacino) momentaneamente in vacanza in Florida.

Per assicurarsi l’esito del rapimento, che mira al riconoscimento dell’ingiustizia subita e più prosaicamente a un indennizzo da 5 milioni di dollari, Tony punta un fucile a canne mozze contro il povero Richard.  Si assicura che il grilletto, legando con del filo di ferro l’arma al collo di entrambi, in caso di caduta, provochi lo sparo sul rapito. Dopo una fuga per la città con poliziotti al seguito, l’uomo si rifugia nella sua abitazione e lì inizia la drammatica trattativa con la polizia. Ma anche con il padre di Richard, assolutamente impermeabile alle richieste e fermamente convinto del suo operato.

Se raccontassimo come va a finire non infrangeremmo nessuna regola (l’abusato spoiler), trattandosi di un episodio di cronaca vera che ebbe un suo svolgimento ai più noto. Tuttavia, pur trattandosi di un film che ha le sequenze di un thriller, non è nella trama in sé il senso primario de Il Filo del Ricatto Dead Man’s Wire. Girato come un thriller, la pellicola, infatti, vira spesso sulla commedia dell’assurdo, sulla follia del protagonista, sul clamore della vicenda per i media già allora, negli anni ’70, coinvolti a tutto tondo dal sensazionalismo dilagante.

Il film è stato girato in soli 19 giorni e Van Sant dichiara, in primis, per problemi di budget, ma il risultato non sembra averne risentito. La regia è sobria ma non sciatta; la messinscena, robusta ed efficace; l’interpretazione di assoluto rilievo. È facile riscontrare poi come siano diverse le tematiche suggerite, dall’emergere della comunicazione moderna, cui si accennava, alla spietatezza di un certo capitalismo e di un governo spesso dalla parte delle aziende e non dei cittadini. Nelle scene finali si possono seguire le immagini relative ai veri personaggi e conoscerne i destini.

Una considerazione personale: con quello che succede negli USA l’esito del rapimento sarebbe stato, oggi, certamente di ben altra natura e violenza.

data di pubblicazione.28/02/2026


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LA SCOMPARSA DI JOSEF MENGELE di Kirill Serebrennikov, 2026

LA SCOMPARSA DI JOSEF MENGELE di Kirill Serebrennikov, 2026

Una delle menti più lucide e ciniche, responsabile dell’oltraggio più atroce inflitto alla razza umana, Josef Mengele, è il protagonista di una pellicola che ne racconta la sua fuga dalla Germania e poi il suo peregrinare in America latina, per sfuggire alla giustizia e ai suoi sensi di colpa.

La storia, nel romanzo omonimo di Olivier Guez come nel film, si ispira all’esistenza di Josef Mengele, “l’angelo della morte”, soprannome del medico del campo di concentramento di Auschwitz, considerato uno dei maggiori esecutori delle politiche di sterminio naziste. Kirill Serebrennikov, regista russo dissidente, autore del recente, Limonov, racconta con intensità e rigore la fuga e l’esistenza del più ricercato e odiato mostro nazista in Argentina (si parte da Buenos Aires nel giugno del ’49) e Paraguay prima, e in Brasile poi.

Il film è basato sulla fedele ricostruzione della latitanza di Mengele dopo la Seconda Guerra Mondiale, favorita da complicità internazionali (la chiesa, la rete Odessa, la Croce Rossa, la corruzione sudamericana). Il racconto giunge sino alla sua morte, a conferma di come spesso il male possa restare impunito. Lo struggente bianco e nero della pellicola ci immerge nell’oscurità degli anni del dopoguerra, che Mengele vive indenne e mai pentito attraverso vecchi nazisti ancora infervorati dal fùher, agenti del Mossad che negli stessi anni catturano l’infame Eichmann, funzionari corrotti e poveri contadini semi ignari della persona che ospitavano. In alcuni momenti, tra i più coinvolgenti, il bianco nero si colora per mostrare, senza remore, la crudeltà, l’orrore degli esperimenti sulle cavie dei campi, ma anche momenti erotici, o per lui esaltanti, dell’ingegnere della razza.

La Scomparsa di Josef Mengele è certamente una cronaca dettagliata della fuga di uno dei peggiori criminali nazisti del Novecento, ma soprattutto del senso di vuoto che ci lascia sapere dell’impunità del male e del mancato pentimento di un criminale. Lo scrupoloso lavoro di Serebrennikov non fa sconti nelle immagini spesso crudissime, e nei contenuti mai consolatori, fondamentali negli interrogativi che pone sul persistere del male, su come impunità, denaro e corruzione riescano a proteggere chi si sia macchiato di crimini contro l’umanità. Particolarmente struggenti sono gli incontri tra Mengele e il figlio Rolf (l’incontro reale avvenne nel ’77 in Brasile), unica figura in grado di esprimere sentimenti e porre domande sul passato del padre, domande che non troveranno mai risposte oneste. Dicevamo della cifra stilistica, una narrazione sghemba, mai continua. L’alternanza del bianco e nero con il colore, il senso di oppressione che pervade la pellicola, quasi un noir che sposa il romanzo storico. Comunque un ‘opera potente, assai impressiva e visivamente scioccante, ovviamente non assolutoria verso lo squallido protagonista. Nella scena iniziale lo scheletro di Mengele, finalmente riconosciuto come tale, viene studiato e sezionato da studenti di medicina di Buenos Aires, sorta di nemesi storica di quanto accaduto ad Auschwitz. Doverosa la segnalazione per l’attore protagonista, August Diehl, di cui si ricordano le interpretazioni in Bastardi Senza Gloria e nel Giovane Karl Marx, perfetto nella drammatica sottolineatura dello spregevole Mengele, nelle differenti fasi della sua esistenza.

data di pubblicazione:26/01/2026


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