THE SOCIAL di Aaron Sorkin, 2026

(Immagine tratta da cartella stampa)

Sedici anni dopo The Social Network, Aron Sorkin, che ne aveva curato la sceneggiatura, torna a raccontare Facebook. Ma se il primo film parlava della nascita di un’idea destinata a cambiare il mondo, questo fissa il momento in cui quella stessa idea presenta il conto. Non è propriamente un sequel, forse è meglio considerarlo il secondo capitolo di una stessa grande storia americana, quella della tecnologia trasformata da promessa di connessione a formidabile strumento di potere.

Al centro stavolta non ci sono i ragazzi di Harvard ma Frances Haugen, giovane ingegnera che nel 2021 decise di portare all’esterno migliaia di documenti interni dell’azienda, e Jeff Horwitz, il giornalista del Wall Street Journal che li trasformò in un’inchiesta. Mikey Madison, nei panni della prima, offre un’interpretazione tesa e vulnerabile, priva di eroismi facili, mentre Jeremy Allen White, nelle vesti del giornalista apparentemente antiquato, quello delle fonti, delle verifiche e dei documenti, è misurato e caparbio. E poi c’è Mark Zuckerberg. Jeremy Strong lo interpreta come una presenza algida, molto diversa dallo Zuckerberg giovane e nervoso di Jesse Eisenberg. Non cerca di imitarlo, quanto piuttosto di restituire l’immagine di un uomo, talmente potente e ricco, da essere radicalmente distante da tutti gli altri. Sicuramente una scelta poco conciliatoria, destinata a dividere.

Il ritmo è serrato, eppure rispetto a The Social Network c’è meno elettricità. Lì la velocità del dialogo coincideva con l’energia febbrile di un mondo che stava nascendo, qui, quella stessa velocità, cerca faticosamente di capire ciò che ha creato. Manca la regia di David Fincher, manca quella miscela quasi perfetta di freddezza, ambizione e seduzione visiva. Il racconto dei fatti è un po’ didascalico, anche perché gran parte del materiale trattato era già di dominio pubblico.

Non siamo di fronte a un nuovo miracolo cinematografico, ma l’opera è stimolante ed interroga lo spettatore sulla responsabilità degli algoritmi e sulla nostra assuefazione al cinismo digitale. E la domanda che ci lascia è molto più scomoda di qualsiasi condanna a Zuckerberg ed al sistema. Se sappiamo ormai come funziona la macchina, perché continuiamo a starci dentro?

data di pubblicazione:07/10/2026


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