da Nadia Alese | Ago 4, 2026
Con il suo terzo lungometraggio, il regista irlandese Damian McCarthy si consolida definitivamente come una delle voci più lucide e rigorose del panorama horror contemporaneo. Hokum si distacca con forza dalle logiche industriali dei franchise seriali per abbracciare un’estetica della tensione squisitamente autoriale, radicata nel folklore e nella destrutturazione dei classici cliché, trasformando gli archetipi ben noti in un racconto attraversato da colpa, lutto e memoria.
La storia segue un autore, interpretato da un misurato e convincente Adam Scott, lontanissimo dai registri comici che lo hanno reso celebre, che si reca in Irlanda per disperdere le ceneri dei suoi genitori, finendo per scontrarsi con una presenza stregonesca e con i nodi irrisolti del suo passato. In pratica una haunted house story rielaborata attraverso una lente fortemente onirica e psicologica.
Sul piano squisitamente tecnico, la pellicola brilla per una gestione millimetrica dello spazio e del tempo cinematografico. La regia di McCarthy non cede ai jump scare ordinari e prevedibili, ma sceglie deliberatamente un ritmo da slow burn. Più che l’accumulo di eventi, gli interessa la progressiva erosione delle certezze dello spettatore. La macchina da presa si muove con sovrana sicurezza all’interno di una messinscena claustrofobica, concentrata tra le mura dell’hotel isolato e l’oscurità dei boschi circostanti, traducendo l’isolamento geografico in una condizione esistenziale. E’ un cinema che lavora sull’attesa, sulla percezione e sull’idea che l’orrore possa annidarsi appena fuori campo.
Il vero fulcro dell’operazione risiede, però, nella fusione organica tra l’elemento soprannaturale e il folklore irlandese, che non funge da semplice apparato decorativo, ma da vero e proprio motore semiotico del racconto. Questa commistione crea un effetto allucinato e sospeso, dove il confine tra il trauma rimosso e la minaccia arcaica si fa programmaticamente labile.
Hokum dimostra come il cinema di genere possa ancora ambire a una profonda stratificazione narrativa senza rinunciare alla sua missione primaria, ossia fare paura. Tra direzione tecnica sicura, un uso espressionista delle atmosfere e un montaggio sonoro che lavora sottotraccia sui nervi del pubblico, il film si impone come una delle visioni più mature tra gli horror di tutto l’anno.
data di pubblicazione: 4/08/2026
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da Nadia Alese | Lug 16, 2026
Dopo avere piegato lo spazio-tempo e raccontato le ossessioni umane attraverso la fisica, Christopher Nolan ha raggiunto con l’Odissea il culmine logico e monumentale di tutta la sua filmografia, trovando nel poema omerico l’archetipo definitivo del suo cinema: il viaggio di un uomo che vuole tornare a casa e ritrovare sé stesso. Ulisse, interpretato da un eccezionale Matt Damon è, in fin dei conti, il prototipo di tutti grandi protagonisti nolaniani. Come il Cobb di Inception attraversa i livelli del subconscio per riabbracciare i figli o il Cooper di Interstellar solca le galassie oltre l’orizzonte degli eventi, il re di Itaca affronta l’ignoto spinto dall’ossessione del ritorno.
La perfetta aderenza al testo, che all’inizio potrebbe sembrare un limite, è, in realtà, la chiave del capolavoro. L’occhio del regista ci restituisce la perfezione di un’opera senza tempo che grazie al suo occhio si rivela essere di un’attualità imbarazzante. Il film affronta da vicino anche il concetto di disturbo da stress post traumatico. L’Ulisse di Matt Damon non è un eroe senza macchia, è un veterano piegato dai sensi di colpa per gli errori commessi a Troia. La vera tempesta che lo allontana da Itaca non è solo quella scatenata dall’ira di Poseidone, ma la tenebra che si porta nel cuore.
Il cast corale è incredibile, dalla Penelope di Anne Hathaway, una regina non in attesa ma dotata di una straordinaria forza intellettuale e diplomatica, alle divinità Atena e Calypso, interpretate da Zendaya e Charlize Theron, personificazioni della coscienza, del dovere e della tentazione terrena, passando per Elena di Troia (Lupita Nyong’o), protagonista di un momento potentissimo in cui rivendica la propria identità, ricordando che la guerra è stata combattuta in suo nome, ma non per colpa sua.
Dal punto di vista tecnico l’Odissea è potentissimo ed incredibilmente immersivo. È il primo lungometraggio interamente girato con cineprese IMAX a pellicola 70mm. I guerrieri chiusi nel ventre del cavallo durante la presa di troia ed il canto delle sirene diventano così esperienze sensoriali quasi tangibili, mentre la vastità del mare si fonde con il vuoto esistenziale del protagonista.
Non è solo un trionfo visivo, ma una riflessione profonda su cosa significhi perdersi e ritrovarsi, che dimostra come i miti di tremila anni fa parlino ancora direttamente alle nostre ferite più moderne.
data di pubblicazione:16/07/2026
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da Nadia Alese | Giu 25, 2026
Con Supergirl il nuovo universo DC sembra inseguire un paradosso: costruire il futuro tornando alla fragilità. Milly Alcock, centro gravitazionale indiscusso del film, ci restituisce un personaggio lontano dalla figura solare e rassicurante della tradizione, dando un volto e una temperatura emotiva ad una figura che, per decenni, è rimasta all’ombra del cugino più celebre.
Kara è una ragazza ferita, irrequieta, spesso riluttante a indossare il ruolo dell’eroina. In questo senso la pellicola, ispirata alla graphic novel Supergirl: Woman of Tomorrow, tenta di trasformare il racconto supereroistico in un viaggio di formazione, quasi un romanzo picaresco disseminato nello spazio. La protagonista attraversa pianeti e incontri come una viaggiatrice malinconica, più interessata a sopravvivere al proprio passato che a salvare il mondo. Ci si interroga quasi sul significato stesso di eroismo in un’epoca di stanchezza supereroistica.
Il film ha una dimensione in qualche modo western, nella quale il tema della vendetta e quello della perdita assumono un peso maggiore rispetto alle convenzioni del cinecomic. La giovane Ruthye diventa così il contrappunto morale di Kara e quando il film rimane vicino a questa relazione, riesce a trovare una voce personale e persino una certa grazia.
Craig Gillespie dirige con un gusto visivo che alterna atmosfere cupe a suggestioni pop, in alcuni momenti quasi punk. La fotografia e le ambientazioni aliene sono tra gli aspetti più riusciti dell’opera. I pianeti attraversati da Kara non sono soltanto scenari spettacolari, ma luoghi che riflettono il suo stato d’animo e accentuano il senso di isolamento che accompagna il personaggio per tutto il racconto. Forse, però, proprio questa discontinuità narrativa è il limite del film. Le sequenze d’azione digitali, i richiami all’universo condiviso e alcuni personaggi secondari, finiscono per appesantire una storia che aveva trovato la propria identità nella vulnerabilità della protagonista. Anche Lobo, interpretato da Jason Momoa, è un elemento a tratti eccessivamente caricaturale, oltre che marginale.
In generale, comunque, Supergirl, seppur senza particolari picchi, riesce a intrattenere, regalandoci una figura meno monumentale e più umana, primo passo, forse, per un nuovo corso DC.
data di pubblicazione:25/06/2026
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da Nadia Alese | Giu 10, 2026
A quasi cinquant’anni di distanza da Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo, Steven Spielberg torna a confrontarsi con il mistero dell’esistenza extraterrestre e lo fa con un film che, più che interrogarsi sugli alieni, si domanda cosa accadrebbe agli esseri umani se la verità venisse finalmente rivelata. Disclosure Day è fantascienza, thriller cospirativo e racconto spirituale al tempo stesso, un’opera che affronta tanti temi attuali, come il rapporto tra fede e conoscenza, la manipolazione dell’informazione, la sfiducia nelle istituzioni, il valore dell’empatia, ma senza mai rinunciare a quel senso di meraviglia che aveva reso indimenticabile E.T. L’Extraterrestre.
La storia ruota intorno a due personaggi, da una parte Daniel Kellner (Josh O’Connor), coinvolto in una fuga contro poteri che da decenni custodiscono un segreto inconfessabile, dall’altra la meteorologa Margaret Fairchild (Emily Blunt), che inizia a manifestare capacità inspiegabili e diventa il centro emotivo dell’intera vicenda.
La forza della pellicola risiede soprattutto nella regia. Spielberg dimostra ancora una volta una padronanza dello spazio e del movimento che pochi altri autori contemporanei possiedono. Le scene d’azione scorrono con una fluidità quasi invisibile e le sequenze che inseguono quello stupore che caratterizzava i suoi classici, lo fanno con uno sguardo più maturo e malinconico, consapevole delle inquietudini dei giorni d’oggi.
Emily Blunt offre un’interpretazione sorprendente. Il suo personaggio attraversa trasformazioni profonde e l’attrice riesce sempre a renderle credibili senza perdere il contatto con la dimensione umana della storia. Josh O’Connor costruisce un protagonista insolito, vulnerabile e lontano dall’eroe tradizionale, mentre Colman Domingo e Colin Firth incarnano con efficacia le due forze opposte che guidano il racconto, la ricerca della verità ed il desiderio di tenerla nascosta.
Il film procede come una corsa verso una rivelazione annunciata fin dal titolo, ma il senso del film, al di là del colpo di scena finale, sta nella prospettiva nuova in cui Spielberg affronta la tematica a lui più cara e in quella frase criptata che Margaret pronuncia, inconsapevole, in diretta, “non dobbiamo avere paura di quello che non conosciamo”.
data di pubblicazione:10/06/2026
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da Nadia Alese | Giu 9, 2026
Ne Il Prigioniero, Alejandro Amenabar si confronta con il personaggio di Miguel de Cervantes, figura centrale della cultura occidentale, scegliendo però una strada meno convenzionale rispetto al classico biopic, e concentrandosi sui cinque anni trascorsi dallo scrittore in prigionia ad Algeri, dopo la cattura da parte dei corsari ottomani nel 1575. Da questo episodio storico, Amenabar ricava un racconto che parla di libertà, identità e potere della cultura, immaginando come l’esperienza della prigionia possa avere contribuito a formare l’autore che in seguito avrebbe scritto il Don Chisciotte.
L’aspetto più interessante è che Cervantes non viene presentato solo come un uomo che cerca di fuggire, ma come qualcuno che resiste grazie alla forza dell’immaginazione. Le storie diventano un rifugio, una consolazione, un mezzo per mantenere viva la speranza tra i prigionieri. Come in una pagina de Le Mille e una Notte, Miguel allontana la morte e conquista tempo con i suoi racconti al Signore di Algeri.
Julio Pena sostiene gran parte del racconto con un’interpretazione intensa e misurata. Il suo Cervantes è un giovane uomo vulnerabile ma determinato, che cresce attraverso le relazioni con gli altri prigionieri ed i carcerieri. Accanto a lui Alessandro Borghi offre l’ennesima prova di grande presenza scenica nei panni di Hasan, un personaggio sfaccettato che dà profondità al confronto tra mondi e culture differenti. Il rapporto tra i due è uno dei principali motori drammatici della vicenda.
Dal punto di vista visivo, il regista ci restituisce un’Algeri fedele alla storia ma suggestiva, sospesa tra brutalità e fascinazione, crocevia di lingue, religioni e tradizioni diverse. La fotografia valorizza sia la concretezza degli ambienti quanto le aperture verso la dimensione immaginaria, al pari della regia, in equilibrio perfetto tra spettacolo ed introspezione.
L’ambizione culturale del progetto, che mette al centro il potere universale della narrazione, capace di preservare la dignità umana quando ogni altra forma di libertà è stata negata, rende il film molto originale e potente, anche se su alcuni temi, compreso l’amore omosessuale, rimane prudente, preferendo l’eleganza della messinscena alla piena forza emotiva del racconto.
data di pubblicazione:09/06/2026
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