da Nadia Alese | Mag 6, 2026
Pecore Sotto Copertura è un film che sulla carta rischia di sembrare un esercizio di stile un po’ bizzarro, con le sue pecore detective, un omicidio in campagna ed il tono a metà tra il family movie ed il giallo classico. Ma in realtà, sorprendentemente, trova proprio in questa eccentricità la sua forza più autentica. Diretto da Kyle Balda e tratto dal romanzo di Leonie Swann, il film costruisce un equilibrio delicato tra leggerezza narrativa e una vena malinconica che emerge quasi in sordina, ma con insistenza.
La premessa è tanto semplice quanto fertile: un pastore affettuoso (Hugh Jackman) legge ogni sera romanzi gialli al suo gregge, inconsapevole che quelle storie vengono capite ed assorbite dalle sue pecore. Quando l’uomo viene ucciso, saranno proprio loro a farsi carico dell’indagine, osservando il comportamento umano con sguardo ingenuo ma acuto. Ed è qui che il film trova la sua intuizione più riuscita, quella di trasformare il punto di vista animale in una lente straniante capace di rivelare l’assurdità e la fragilità delle dinamiche umane.
Pecore Sotto Copertura funziona perché, oltre ad essere una favola divertente, riesce anche a costruire un racconto emotivo coerente, alternando ironia e riflessione senza mai risultare forzato. La regia di Balda, al suo primo live action dopo una carriera nell’animazione, si percepisce proprio nella gestione del ritmo e nel modo in cui le pecore realizzate in CGI si integrano con il mondo reale. C’è, infatti, una fluidità visiva che evita l’effetto artificioso e permette allo spettatore di accettare rapidamente la premessa.
Ciò che rende però più interessante la pellicola è la sua ambizione tematica. Sotto l’apparente leggerezza, infatti, si parla di perdita, memoria e responsabilità affettiva, affrontando con tatto il tema del lutto e della rielaborazione emotiva.
Non tutto è perfetto. In alcuni passaggi, ad esempio, la sceneggiatura indulge in soluzioni convenzionali, ma quando vira sul punto di vista animale, tutto si fa più vivido e brillante.
In definitiva, Pecore Sotto Copertura è un piccolo oggetto anomalo, una detective story travestita da favola o forse una favola che usa il giallo per parlare d’altro. Ed è proprio questa ambiguità, insieme ad una scrittura più sottile di quanto ci si aspetterebbe, a renderlo un’operazione curiosa e riuscita.
data di pubblicazione:06/05/2026
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da Nadia Alese | Apr 29, 2026
Nel Tepore del Ballo è uno dei lavori più essenziali e cupi di Pupi Avati, un film che rinuncia a qualsiasi illusione consolatoria per affondare in una dimensione narrativa dove il dolore, la caduta e la memoria si intrecciano senza filtri.
Al centro c’è la parabola discendente di un volto televisivo, Gianni Riccio (Massimo Ghini), travolto da uno scandalo finanziario proprio nel momento del massimo successo, che diventa lo spunto non solo per una denuncia dell’essenza spietata del mondo della televisione, ma anche per un racconto di rovina e possibile riscatto, per l’immersione in un’umanità fragile, segnata fin dall’origine da abbandoni e solitudini.
Il tono è tetro e disincantato, la regia sceglie una forma asciutta, che rifugge la spettacolarizzazione e punta invece su una costruzione per accumulo di dettagli emotivi, da una tinta che si scioglie sotto una doccia fino a un finale struggente che tenta disperatamente l’elaborazione consolatoria di un lutto mai veramente affrontato, per sopravvivere a una tragica vita di solitudine.
È un cinema che non fa sconti, dove anche gli inserti più eccentrici, una serie di camei di personaggi famosi nella parte di sé stessi, figure sopra le righe, non rompono mai la sensazione di un mondo che si sfalda lentamente.
Sul piano attoriale massimo Ghini risulta completamente credibile, mentre Isabella Ferrari lavora per sottrazione, senza trucco, in linea con lo stile della pellicola. Ma è soprattutto Giuliana De Sio a imporsi come presenza dominante, con una performance straordinaria, nel ruolo di una conduttrice col pelo sullo stomaco alla Barbara D’Urso, ma che in fondo può essere chiunque, figura al tempo stesso grottesca e tragica.
Quel che resta è un film che non cerca di piacere né di rassicurare. Avati torna ad un’idea di cinema spoglio, quasi controcorrente rispetto alle logiche produttive contemporanee, e proprio in questa scelta trova una sua coerenza radicale. Nella sua malinconia insistita e nello sguardo disilluso, finisce per trasformare la storia individuale del protagonista in qualcosa di più ampio, una riflessione amara sul tempo, sulla solitudine, la perdita e la difficoltà, oggi, di immaginare una vera possibilità di rinascita.
data di pubblicazione:29/04/2026
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da Nadia Alese | Apr 22, 2026
Il biopic Michael, diretto da Antoine Fuqua e interpretato da Jaafar Jackson, arriva in sala con l’intenzione di raccontare Michael Jackson, ma finisce per costruire un qualcosa che assomiglia di più ad una celebrazione selettiva che a un vero ritratto biografico. La scelta più evidente e discutibile è quella di fermare il racconto al 1988, cioè all’apice di Bad, senza neanche parlarci di Bad, lasciando fuori oltre vent’anni di vita, trasformazioni e controversie. È una cesura che pesa, e chiamare l’operazione biopic diventa quasi improprio, dato che il film evita deliberatamente tutto ciò che renderebbe il racconto completo e complesso.
Anche nella parte di vita raccontata non si può parlare di omissioni, ma di un vero e proprio approccio narrativo che privilegia l’osannazione senza andare a fondo. Micheal è solo genio e icona, mentre le contraddizioni, le fragilità e le ambiguità restano sullo sfondo, appena accennate, magari suggerite da un cerotto sul naso o da una frase sulla vitiligine buttata come per caso. Anche l’interpretazione del nipote Jaafar, frutto evidente di uno studio ossessivo per riprodurne alla perfezione la voce e le movenze, è però completamente incapace di restituirne la dimensione interiore.
La regia di Fuqua privilegia un racconto spettacolare, scandito da numeri musicali e ricostruzioni sceniche di forte impatto. Il film funziona quando si lascia trascinare dalla musica, anche se comunque, per quanto accuratamente riprodotte, le performance in scena non saranno mai realmente all’altezza dell’originale. Per quelle si può guardare il materiale di repertorio, mentre per capire chi fosse realmente la più grande star del pop mondiale, siamo davanti ad un’occasione persa.
La pellicola riesce solo come macchina di intrattenimento, rinunciando a qualsiasi rischio, incredibilmente limitata rispetto alla portata reale della figura che mette in scena. Anche la solitudine di Michael, nella sua infanzia non vissuta prima e nella giovinezza poi, o la sofferenza nell’incidente subito durante le riprese del famoso spot, lo trovano sempre con un sorriso ebete in faccia, senza un turbamento o un rimpianto, cosa impossibile da credere per un essere umano che ha avuto la sensibilità di creare tanta magia in musica.
In definitiva, Michael è un oggetto ben confezionato, piacevole, ma incapace di lasciare un segno proporzionato alla materia che racconta, e che alla lunga dà l’impressione di non andare mai oltre una confezione accurata.
data di pubblicazione:22/04/2026
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da Nadia Alese | Apr 16, 2026
La nuova incarnazione di The Mummy segna una rottura netta con l’immaginario avventuroso del franchise, scegliendo una direzione radicalmente più horror, molto più cupa e disturbante, in linea con la sensibilità contemporanea del genere. Diretto da Lee Cronin, il film abbandona ogni ironia per immergersi in uno scomodante racconto familiare, incentrato su una figlia scomparsa che ritorna anni dopo profondamente mutata, trasformando il trauma domestico in un incubo soprannaturale.
Questa scelta è il vero cuore dell’operazione, che ci consegna una pellicola inquietante ed emotivamente potente, piena di tanto gore, ansia ed eccessi. Certamente chi si aspetta una reinterpretazione del mito finora conosciuto potrebbe rimanere deluso. Il prodotto, infatti, rinuncia consapevolmente a qualsiasi dimensione epica, assomigliando più ad una variazione del cinema precedente del regista che ad una reinvenzione del mito. Lavora su pochi personaggi ed uno spazio limitato, trasformando l’orrore in una presenza costante, più insinuante che esplosiva, costruendo la tensione per accumulo senza scorciatoie.
La performance della giovane interprete, che sostiene il cuore emotivo del racconto, è però rivelatoria. È infatti sull’asse genitori-figlia, tra amore e orrore, che il film costruisce il principale ed il più efficace elemento di angoscia, evitando la dispersione narrativa tipica di molti reboot degli ultimi anni.
La regia di Cronin, dal canto suo, è insistita, fisica, a tratti compiaciuta nel mostrare il degrado corporeo e la violenza, certamente non adatta ai deboli di stomaco. Ed è proprio questa scelta estetica, a mio avviso, quella che si rivelerà più divisiva.
Nel complesso La Mummia di Lee Cronin appare come un reboot che rifiuta ogni nostalgia e compromesso, scegliendo una linea autoriale precisa ma rischiosa. Non è un film che cerca di piacere a tutti, né di rilanciare un universo condiviso, quanto piuttosto un horror compatto, disturbante e a tratti spiazzante, che utilizza un’icona del cinema popolare per raccontare qualcosa di più intimo e doloroso. Ed è proprio questa ambizione a renderlo interessante, pur nella sua distanza dalle aspettative più mainstream.
data di pubblicazione:16/04/2026
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da Nadia Alese | Apr 8, 2026
Finché Morte Non Ci separi 2 nasce già con un compito delicato, ossia ampliare un’idea già compiuta, senza però tradirne lo spirito. Infatti il film funziona soprattutto come espansione, spesso anche eccessiva, del primo capitolo, più che come reale reinvenzione.
Il dato più evidente è che il film sceglie consapevolmente la via dell’overdose, con più personaggi, più violenza, più scala narrativa rispetto al prequel. L’intuizione di trasformare il gioco mortale da rituale familiare a sistema più ampio di potere, con famiglie rivali ed una sorta di gerarchia globale, sicuramente dà respiro e prospettiva alla storia. Tuttavia questa apertura comporta anche la perdita di quella dimensione gotica, quasi teatrale, che rendeva il primo film così compatto e riconoscibile. La tensione, infatti, tende a disperdersi in una struttura più caotica, dove l’azione prende spesso il sopravvento sulla costruzione tematica.
La trama è infatti semplice, a tratti persino prevedibile, e non sempre riesce a sostenere l’ambizione del mondo che introduce. Siamo dinanzi ad un horror – comedy ad alto tasso di intrattenimento, che però rinuncia quasi del tutto alla sottigliezza satirica che nel primo capitolo accompagnava la critica sociale. Qui la satira diventa meno incisiva, spesso sacrificata in favore di un ritmo più frenetico e di una comicità più esplicita e “cartoonistica”.
La componente di black comedy viene spinta all’estremo, le sequenze di morte sono sempre più elaborate, creative e volutamente sopra le righe, con un gusto per l’eccesso che oscilla tra il grottesco ed il liberatorio, finendo però per diventare ripetitive, riducendo l’effetto sorpresa e riportando la formula ad un meccanismo riconoscibile.
Al centro di tutto resta l’interpretazione di Samara Weaving, vero punto di forza del film, una final girl che alterna vulnerabilità, ironia e furia in modo estremamente efficace. Accanto a lei Kathryn Newton aggiunge una dinamica interessante, con un rapporto tra sorelle che introduce una componente emotiva più marcata, pur senza diventare davvero il fulcro del film. Sara Michel Gellar, dal canto suo, volto iconico dell’horror e del thriller, rappresenta una scelta di casting precisa, per dialogare con un immaginario già consolidato, giocando apertamente con i codici del genere.
In definitiva, Finché Morte Non Ci Separi 2 funziona perché offre uno spettacolo crudele, ironico e liberatorio, in linea col primo episodio, ma, allo stesso tempo, conferma quanto sia difficile replicare l’effetto dirompente di un’idea originale.
data di pubblicazione:08/04/2026
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