THE END OF OAK STREET di David Robert Mitchell (2026)

In The End of Oak Street David Robert Mitchell parte da un’idea apparentemente folle e la trasforma in qualcosa di molto più stratificato di un semplice film di dinosauri. Una tranquilla strada di provincia americana degli anni Ottanta viene improvvisamente strappata al proprio contesto e trasportata in un ambiente sconosciuto, dove la natura non è più quella addomesticata dei prati suburbani ma una forza primordiale ostile e smisurata. E dentro questo cortocircuito si trova una famiglia già sul punto di disgregarsi.

Il film gioca quindi contemporaneamente su due catastrofi, quella spettacolare che precipita dal cielo e riempie il mondo di creature preistoriche, e quella, molto più intima, che ha già cominciato a consumare i rapporti fra Denise e Greg Platt e fra i genitori e i loro figli. E quando la realtà viene letteralmente strappata dalle fondamenta, La famiglia è costretta a chiedersi cosa significhi davvero rimanere insieme.

Il riferimento più evidente è il cinema americano degli anni Ottanta, quello capace di mettere l’ordinario a contatto con l’impossibile. Si riconosce lo stupore spielberghiano, la meraviglia di fronte all’ignoto, persino una certa idea della famiglia come rifugio. Ma sotto quella superfice familiare resta la vena inquieta del regista, autore del successo It Follows. La sua America non è mai completamente rassicurante, è ordinata, luminosa, quasi da cartolina, e proprio per questo basta pochissimo perché diventi perturbante.

A questo si unisce una vena decisamente divertente, con jump scares non banali e dettagli narrativi a volte inaspettati. Ma la scelta più felice è forse quella di non trasformare i dinosauri in semplici attrazioni. Sono una minaccia concreta, l’irruzione dell’incontrollabile in un mondo che credeva di avere messo tutto al proprio posto.

In questo scenario Anne Hathaway è il vero baricentro del film. Non la solita eroina d’azione impermeabile alla paura, ma vulnerabile, spesso terrorizzata, emotivamente esausta. E Ewan Mc Gregor accompagna bene questo registro. Unica pecca, forse, il fatto che non tutti i personaggi ricevono lo stesso approfondimento, vittime di un’idea molto più grande del tempo che si concede per svilupparla.

The End of Oak Street è un film deliberatamente strano. Non spiega tutto, non pretende di rendere ogni elemento perfettamente razionale, in generale non è un blockbuster tradizionale, il che lo renderà per alcuni affascinante, per altri, probabilmente, frustrante.

data di pubblicazione:20/08/2026


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1 commento

  1. Sono assolutamente d’accordo con la bella recensione. Un altro aspetto che mi ha totalmente fatto innamorare è il ritorno totale all’analogico sia come tecnica della pellicola (gli animali ovviamente CGI, ma inseriti penso con tecnica analogica, come si faceva una volta) che come accento sui particolari , musica con walkman e selfie con la polaroid
    Nel cinema moderno spesso il digitale è insopportabile

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