Con il suo terzo lungometraggio, il regista irlandese Damian McCarthy si consolida definitivamente come una delle voci più lucide e rigorose del panorama horror contemporaneo. Hokum si distacca con forza dalle logiche industriali dei franchise seriali per abbracciare un’estetica della tensione squisitamente autoriale, radicata nel folklore e nella destrutturazione dei classici cliché, trasformando gli archetipi ben noti in un racconto attraversato da colpa, lutto e memoria.
La storia segue un autore, interpretato da un misurato e convincente Adam Scott, lontanissimo dai registri comici che lo hanno reso celebre, che si reca in Irlanda per disperdere le ceneri dei suoi genitori, finendo per scontrarsi con una presenza stregonesca e con i nodi irrisolti del suo passato. In pratica una haunted house story rielaborata attraverso una lente fortemente onirica e psicologica.
Sul piano squisitamente tecnico, la pellicola brilla per una gestione millimetrica dello spazio e del tempo cinematografico. La regia di McCarthy non cede ai jump scare ordinari e prevedibili, ma sceglie deliberatamente un ritmo da slow burn. Più che l’accumulo di eventi, gli interessa la progressiva erosione delle certezze dello spettatore. La macchina da presa si muove con sovrana sicurezza all’interno di una messinscena claustrofobica, concentrata tra le mura dell’hotel isolato e l’oscurità dei boschi circostanti, traducendo l’isolamento geografico in una condizione esistenziale. E’ un cinema che lavora sull’attesa, sulla percezione e sull’idea che l’orrore possa annidarsi appena fuori campo.
Il vero fulcro dell’operazione risiede, però, nella fusione organica tra l’elemento soprannaturale e il folklore irlandese, che non funge da semplice apparato decorativo, ma da vero e proprio motore semiotico del racconto. Questa commistione crea un effetto allucinato e sospeso, dove il confine tra il trauma rimosso e la minaccia arcaica si fa programmaticamente labile.
Hokum dimostra come il cinema di genere possa ancora ambire a una profonda stratificazione narrativa senza rinunciare alla sua missione primaria, ossia fare paura. Tra direzione tecnica sicura, un uso espressionista delle atmosfere e un montaggio sonoro che lavora sottotraccia sui nervi del pubblico, il film si impone come una delle visioni più mature tra gli horror di tutto l’anno.
data di pubblicazione: 4/08/2026
Scopri con un click il nostro voto: 




0 commenti