(61. stagione INDA al Teatro Greco di Siracusa – 8 maggio/28 giugno 2026)
Molte possono essere le motivazioni che spingono gli uomini a farsi guerra. Ma tutti i conflitti hanno qualcosa che li accomuna. I sopravvissuti, vinti o vincitori, dovranno fare i conti con lo smarrimento della distruzione e il dolore del seppellimento dei propri morti. Tema portante questo della tragedia sofoclea, insieme allo scontro fra le Leggi dello Stato e la ragione personale di Antigone, decisa a seppellire il corpo del fratello nonostante l’interdizione imposta dal re Creonte. Robert Carsen dirige Antigone alla 61. stagione delle rappresentazioni classiche dell’INDA, portando a termine la sequenza narrativa del ciclo tebano iniziato con Edipo Re nel 2022 e proseguito lo scorso anno con Edipo a Colono.
Uno scenario di guerra e un’atmosfera di lutto marcano il carattere dell’allestimento dell’Antigone di Robert Carsen, che si apre con un prologo non scritto. Fedele a un impianto scenico ormai collaudato negli altri capitoli della trilogia andata in scena nella straordinaria cornice del Teatro Greco di Siracusa, il palazzo reale di Tebe torna a essere la scalinata degli allestimenti precedenti. Come anche la squadra di tecnici, collaboratori e parte del cast. Radu Boruzescu per le scene, Luis Carvalho ai costumi, Marco Berriel ai movimenti. La traduzione è affidata ancora una volta a Marco Morosi. Antigone è Camilla Semino Favro e Ismene Mersila Sokoli. Mentre, riconfermati nei ruoli di Creonte e Tiresia, Paolo Mazzarelli e Graziano Piazza.
La monumentale scala ha il colore grigio del fumo lasciato dagli incendi devastanti di una battaglia appena conclusa. I fori di diversi colpi di artiglieria ne costellano i gradini. Edipo, prima di morire, ha maledetto i figli Eteocle e Polinice, colpevoli di non aver impedito il suo esilio. Per mano l’uno dell’altro si uccideranno nello scontro per il dominio della città.
A guerra conclusa, un gruppo di soldati incede trasportando sulla scena le salme dei commilitoni morti dentro sacche mortuarie. Il grande semicerchio, che occupa lo spazio dell’antica orchestra, si trasforma così in un cimitero militare, ordinato ma colmo di desolazione e lutto.
Tra i corpi ve n’è uno più importante degli altri ed è quello di Eteocle. A lui rende omaggio il corteo funebre della famiglia reale. Creonte, con la moglie Euridice e il figlio di loro Emone, versano sul cadavere di Eteocle polvere riarsa e acqua. Il corpo viene poi tumulato in una botola che si apre al centro della scena e lì rimarrà come presenza invisibile fino alla fine della rappresentazione tragica.
Antigone e Ismene vagano tra i corpi in vesti nere di lutto. Il re ha pronunciato l’editto. Il cadavere di Polinice rimarrà senza sepoltura. Chi contravverrà alla legge pagherà con la morte. Ismene si rassegna al volere del sovrano, fragile e impaurita. Antigone invece, saggia e coscienziosa, cerca il favore dei morti, mostrandosi risoluta nel voler seppellire il corpo del fratello.
L’autoproclamazione di Creonte a re di Tebe rompe la mestizia delle scene iniziali. Ancora una volta, come quando fu dopo l’assassinio di Laio per mano di Edipo, si ritrova a forza a governare la città. Ma per saper governare non basta essere i più prossimi nella linea di successione. Ci vuole saggezza. Per Carsen, Creonte è un sovrano senza vocazione al comando. Per nulla intimo come padre; freddo e autoritario come sovrano. È potere e pregiudizio, schernitore della debolezza, che vede riflessa nel sentimento, nella donna, nella fede.
Lo scontro tra Antigone e Creonte si articola tra l’intelligenza del sentimento e la fredda rigidità del comando. Ad animare il coraggio della figlia di Edipo — che porta in sé tutto il peso della maledizione dei Labdacidi — sono l’affetto e la pietà verso i propri cari. Camilla Semino Favro restituisce con intensità e misura questo dolore quando Antigone riappare, già condannata, dall’alto della scalinata. Spogliata del lutto e rivestita di una tunica bianca, la fanciulla pronuncia i suoi tormenti, pronta a incontrare la morte nel momento più disperato della sua stirpe.
Il conflitto centrale oppone così la capacità di amare all’apatia del sovrano, del tutto privo di commozione ed empatia. Creonte governa aderendo meccanicamente a leggi prefissate, incapace di sintonizzarsi con i bisogni reali della cittadinanza. Questa totale distanza emotiva lo rende sordo persino alle suppliche del figlio, che implora invano la salvezza per la promessa sposa. Sarà proprio questa mancanza di trasporto a decretare la sua rovina e la tragica fine dei suoi familiari, costringendolo infine ad arrendersi e a capire. Minaccioso si rivela l’avvertimento del cieco Tiresia — un magnifico Graziano Piazza —, il cui tonante richiamo alla saggezza suona come un ultimo, disperato avvertimento.
Quando si deciderà ad ascoltare le parole dell’indovino, ormai sarà troppo tardi. Il cadavere di Emone viene portato nel punto dove all’inizio era stato sepolto il corpo di Eteocle. Più tardi verrà posto accanto a questo anche il cadavere di Euridice, morta di dolore dopo aver ascoltato in silenzio il racconto della fine tragica del figlio. Il Coro esce di scena, lasciando il re solo con i morti della sua famiglia. Il potere, esercitato solo per dovere di ufficio, che per presunzione non accetta il contraddittorio e non sa guardare con commozione la realtà umana, è inevitabilmente votato al fallimento, è destinato a crollare.
data di pubblicazione:27/06/2026
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