LE FALSE CONFIDENZE di Marivaux

26 Apr 2026 | Accredito Teatro

foto di Manuela Giusto

traduzione e regia di Arturo Cirillo, con Elena Sofia Ricci

(Teatro Argentina – Roma, 14 aprile/3 maggio 2026)

Debutto in prima nazionale al Teatro Argentina de Le false confidenze di Marivaux, tradotto diretto e interpretato da Arturo Cirillo. Sul palco insieme all’attore stabiese, un cast di eccezionale livello già consolidato in altre avventure teatrali: Giacomo Vigentini, Rosario Giglio, Orietta Notari, Francesco Petruzzelli, Giulia Trippetta e Giacinto Palmarini. E tra loro anche Elena Sofia Ricci, nel ruolo di Araminte. La ricca vedova finirà per innamorarsi del giovane Dorante grazie alla trama ordita dall’astuto servo Dubois. Un classico settecentesco riletto in chiave moderna e psicoanalitica, prodotto dal Teatro di Roma insieme a Marche Teatro e al Teatro Stabile di Catania.

Il filosofo Gorgia definì la finzione teatrale «un inganno dove chi inganna è più onesto di chi non inganna». E mai affermazione pare più calzante dopo aver visto in scena Le false confidenze di Marivaux. Una perla di stile e complessità della letteratura francese, che non si esaurisce con Molière, ripescata da Arturo Cirillo.

La vicenda ruota attorno ad Araminte, una vedova benestante, e al suo nuovo amministratore Dorante, segretamente innamorato di lei. Il giovane, di modeste condizioni e nipote del procuratore Remy, conserva un ritratto della donna che contempla quando questa si trova lontana. Il vecchio servo di Dorante, Dubois, ora anche lui al servizio della ricca vedova, sarà l’architetto della vicenda. Scatenerà infatti in Araminte l’amore per Dorante per mezzo di dichiarazioni ingannevoli, approfittando della fiducia della padrona nei suoi confronti. Ad ostacolare il matrimonio è la signora Argante, madre di Araminte, che vorrebbe per la figlia un’unione più conveniente con il Conte.

Da questo semplice intreccio si snoda la vicenda, giocata sulle sfumature di un linguaggio allusivo, sospeso. Cirillo, nella nuova traduzione, ne coglie la raffinatezza, sottolineando l’unicità e la bellezza dei personaggi. Ma intercettando anche il chiaroscuro degli opposti su cui è costruita la storia. Il sentimento che si oppone alla materialità; la nobiltà d’animo in contrasto con la bassezza delle finanze. E soprattutto il dato di ambiguità, generato da una sorta di ribaltamento per cui l’onestà appare un disvalore, così come l’amore.

La scenografia, ancora una volta affidata a Dario Gessati (come anche i costumi firmati da Gianluca Falaschi), aiuta questa lettura. Una grande parete fatta di specchi invecchiati dal tempo, fredda ma allo stesso tempo elegante, ruota su un palcoscenico girevole. Lo stesso meccanismo che sempre Arturo Cirillo, interprete e regista, adottò per La scuola delle mogli (2018). Commedia di Molière che, come questa di Marivaux, afferma il regista, rasenta la perfezione. I personaggi e la trama sono disegnati con precisione; il tema trattato svolto con chiarezza.

Le luci rimbalzano sulla superfice apparentemente metallica della scena, creando atmosfere instabili, cangianti, mai ripetute. Alludono quindi a situazioni incerte, scomode. La parete, ruotando all’interno di una cornice più ampia, genera movimenti ingannevoli e illusori. Quello che sembra muoversi in realtà sta fermo, e viceversa. È una scena che può aprire varchi all’improvviso e subito richiuderli, impedendo ai personaggi di uscire o di entrare. L’unico che sa muoversi, ma solo perché occasionalmente calca il centro della scena, è Dubois. Il vero regista dell’intreccio che ha sempre una scusa per non abbandonare la scena, in disobbedienza all’“esce” della didascalia. Con la scusa di spolverare, la sua sagoma si vede infatti origliare in secondo piano quello che accade in casa.

Alla fine, a dispetto di sé stessa, Araminte si scopre innamorata. E, tranne il sentimento d’amore, tutto il resto non è che finzione, inganno. Tutto, quindi, è andato come doveva andare.

data di pubblicazione:26/04/2026


Il nostro voto:

1 commento

  1. Recensione raffinata, come la pièce messa in scena. Il tema del “jeu”, esplorato e valorizzato da Marivaux, correlato ora all’amore ora al “caso”, è messo bene in evidenza grazie alle considerazioni sulle scelte scenografiche, tra le altre cose.
    Grazie, Paolo.

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