PECCATO CHE FOSSE UNA SGUALDRINA di John Ford

foto da cartella stampa

regia e traduzione di Lorenzo Lavia

(Teatro Greco – Teatro della Città di Roma, 5/17 maggio 2026)

L’orgoglio e la lussuria guidano l’animo umano. È così che Annabella cede, nella candidezza della sua verginità, alle lusinghe incestuose del fratello Giovanni. Il padre la darà in sposa a uno dei tanti pretendenti, innescando la spirale di eventi che porteranno a consumazione la tragedia. Lorenzo Lavia dirige un ricco cast di quattordici attori nel capolavoro dello scrittore elisabettiano John Ford. Prodotto dalla United Artists, Peccato che fosse una sgualdrina è un ritratto completo di una società che, per difetti e perversioni, può essere la nostra.

Quando John Ford iniziava a scrivere per il teatro, Shakespeare metteva in scena La Tempesta, il suo ultimo dramma. Il lavoro dell’ultimo degli elisabettiani si colloca quindi alla fine di un’epoca, che vede, tra l’altro, il tramonto della monarchia e la chiusura dei teatri da parte dei Puritani. Peccato che fosse una sgualdrina – definito il capolavoro dello scrittore, dato alle stampe nel 1634 – riflette allora tutto il decadimento di una società in trasformazione. La storia incestuosa tra Giovanni e Annabella, fratello e sorella, è quindi una storia di perversione e morte. Di pulsioni e istinti ambigui, messi in atto in un’epoca guidata da una morale egoistica. Ognuno dei personaggi del dramma è concentrato sul proprio interesse. L’autorità è abolita – o almeno è il fantasma di sé stessa – così come la trascendenza.

Ford porta sulla scena il lato oscuro, crudele, dell’essere umano. Artaud ne aveva colto il senso, prendendo l’opera a modello per confermare l’assunto dell’azione teatrale come liberazione delle pulsioni perverse dello spirito. Lorenzo Lavia ne accetta e ne segue la lezione, traducendola in un allestimento che interroga lo spettatore in prima persona.

La scena è ridotta all’essenziale. Paola Castrignanò disegna un piano su cui stende una moquette rosso sangue e una scala che porta a un piano superiore. Un semplice praticabile che sparisce in quinta. Nulla dice che siamo a Parma. Le prime scene sono all’esterno, si svolgono sotto una pioggia scrosciante che bagna tutti indistintamente. Un flagello che coinvolge ognuno, come fanno l’orgoglio e la lussuria, simboleggiati nella camicia rossa che ogni personaggio indossa. Anche i costumi di Mara Gentile non hanno particolari caratterizzazioni. Il mondo raffigurato non ha gorgiere a indicare chi è nobile, ma tailleur per le donne e completo per gli uomini. Tutti sullo stesso piano; tutti affetti dalla propria perversione. Tutti costretti, per dovere di etichetta, a un rapporto distaccato e formale.

Se per la parte visiva Lorenzo Lavia adotta come regola la sottrazione, per le emozioni sottopone la scena a un continuo raffreddamento. Attraverso le luci, grammaticalmente sbagliate secondo le leggi dell’illuminotecnica classica, che mandano in avaria il sentimento, sabotando la scena. E anche attraverso una recitazione caricata fino all’eccesso perché ci si accorga della finzione e su questa si rifletta. Freddi e impacciati sono anche gli abbracci tra i due fratelli.

Annabella è l’unico personaggio per il quale si prova emozione. La vera vittima, l’eroina della tragedia è solo lei, che è tutto tranne che “sgualdrina”, come vuole il titolo. Ma eroico non è il gesto, semmai la sua condizione di innocenza tradita e abusata. In un’epoca di “dannazione”, dove vincono la scaltrezza e l’opportunismo, e sono virtù la vendetta e l’inganno, l’innocenza rimane il vero tesoro da apprezzare.

data di pubblicazione:13/05/2026


Il nostro voto:

1 commento

  1. A dispetto della lunga e ormai inusuale durata dell’allestimento, che segue fino alle virgole l’impianto voluto da Ford (parlando con il regista prima dello spettacolo Lorenzo Lavia ci dice ironicamente che non e’ colpa sua, l’autore va rispettato), si srotola davanti a noi uno spettacolo bello, fluido, registicamente interessante e stimolante, con tanti giovani promettenti e un piccolo zoccolo duro di attori di vecchia guardia che creano un ensemble affiatato, emotivamente agitato e ben incardinato in un’idea di rilettura del classico che ci avvince. Merita più pubblico.

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