di e con Alberto Fumagalli e Chiara Liotta
(Teatro Basilica – Roma, 10/12 aprile 2026)
Presentato lo scorso settembre a Forlì per Colpi di scena, parte ora in tournée dal Teatro Basilica La Fame, il nuovo spettacolo di Les Moustaches. In riconfermata coproduzione con Accademia Perduta/Romagna Teatri, la compagnia bergamasca porta sul palco un’affascinante e insieme inquietante allegoria dei nostri tempi. Alberto Fumagalli firma il testo e, insieme a Ludovica D’Auria, anche la regia. Mentre sale sul palco con lui una straordinaria Chiara Liotta. Non c’è più nulla da mangiare e la fame coglie di sorpresa Sagrestano e Virtuosa. Cosa faranno per sopravvivere?
È già tutto descritto nella forte immagine iniziale. Statici, pittorici, avvolti da una desolante nebbia, stanno Sagrestano e Virtuosa. Lei lo allatta al seno sotto il tendaggio pesante di un teatrino, come quelli che approntavano nelle piazze i comici dell’arte. L’immagine descrive da subito un rapporto di dipendenza, che si rivelerà malata e velenosa.
Come suggeriscono i nomi, lui è il custode servile nella casetta dove lo strano nucleo familiare sembra destinato a crescere. Lei è una creatura pantagruelica, insaziabile nella sua ingordigia, e pare sia incinta di Sagrestano. Virtuosa in fondo non è quello che il suo nome dice. A meno che non si assurgano a qualità il tempo perduto, la storditezza, il vaniloquio, lo sfruttamento, l’inganno.
Si muore di fame, la dispensa è vuota. Lo stomaco brontola e i crampi sono dolorosi. Sarà proprio l’attesa sperata di quella che Sagrestano pensi sia una bambina a spingerlo ad affrontare le sue paure più profonde. Per procacciare il cibo e sfamare la gestante sarà disposto a sfidare la vastità del mare e il buio della notte. Sarà disposto – come recita il sottotitolo – a fare tutto per amore, guidato dallo sguardo benevolo di una Luna ancora incontaminata.
È una parabola drammatica, dunque. Una favola nera, anacronistica e profana. Anacronistica, perché maschera dietro una scena in apparenza medievale una verità contemporanea. Profana, perché non ammette più nessun tipo di morale: dio è stato scacciato. Un male riferito ai tempi che viviamo. «Ci siamo mangiati tutto», dirà Sagrestano quando si accorgerà che della Terra non è rimasto più nulla.
La fame parla della nostra cecità e del nostro egoismo davanti al male del mondo. Della nostra coscienza, incapace di ravvedersi finché la pancia è piena. E lo fa attraverso un contenitore fortemente teatrale. È un’allegoria dei nostri tempi mascherata dietro una scena, tanto semplice quanto magica, fatta di tavole inchiodate. E nei costumi, bellissime estensioni visive del carattere dei personaggi. Merito del lavoro artigianale di Davide Moriggi e Giulio Morini (le luci sono di Giulia Bandera).
Ma sono il testo e la recitazione la vera forza del lavoro. Il linguaggio aiuta a formulare la struttura e a delimitare i confini del mondo – iperbolico fino alla distopia eppure verosimile – inventato da Fumagalli. La parola scorre, poetica e ritmata, ma a volte si accartoccia, inciampa. Per necessità diventa invenzione, invertendo i generi, improvvisando desinenze. E si adagia sui personaggi, grotteschi e ridicoli. Due insetti esopici che hanno conservato la spregiudicatezza della cicala e dimenticato la previdenza della formica. Due burattini manovrati da un’intelligenza invisibile che li tiene insieme. Il sentimento a servizio di una ragione sbagliata, impaurita. Corpo e voce degli attori suonano come un’unica partitura, ma la recitazione è prima di tutto negli occhi.
Il monito è chiaro: se non ci ravvediamo, come singoli e come comunità, finiremo col distruggere tutto. E quello che rimarrà, soprattutto alla luce degli avvenimenti storici che stiamo vivendo, sarà solo un’atavica, perenne, fame.
data di pubblicazione:11/04/2026
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