FATHERLAND di Pawel Pawlikowski, 2026

(Particolare di immagine ufficiale)

Pawlikowski conferma la sua Maestria con un’opera impeccabile, bella, essenziale e potente.  Regia, inquadrature, uso della cinepresa, primi piani, formato, fotografia e l’elegante bianco e nero sono assolutamente magistrali. Premio per la Migliore Regia a Cannes ’26. Una magnifica lezione di Grande Cinema concentrata in soli 82 minuti.

Dopo IDA Oscar ’15 come Miglior Film Straniero e Cold War Migliore Regia a Cannes ’18 il regista polacco torna con Fatherland. Il film chiude la Trilogia e fonde la Grande Storia con il dramma familiare. Sullo sfondo sempre l’Europa del dopoguerra, l’incipiente Guerra Fredda e la Germania segnata dalle ferite della sconfitta. Una Germania osservata però con uno sguardo che va al di là del rapporto fra vinti e vincitori. I due sistemi politici contrapposti, le incoerenze delle nuove realtà e della necessaria ricostruzione morale, materiale e culturale si riflettono nelle contraddizioni e nelle dinamiche familiari del protagonista: il premio Nobel Thomas Mann.

Siamo nel 1949. Lo scrittore fuggito agli inizi del regime nazista per poi rifugiarsi negli Stati Uniti, torna per la prima volta in Patria dopo 16 anni. L’occasione è il ritiro del Premio Goethe prima a Francoforte zona americana poi a Weimar zona russa. Una decisione che solleva critiche e polemiche politiche. Lo accompagna la figlia Erika. Un viaggio faticoso fra miseria e macerie. La vista della sua Germania divisa e in rovina alimenta i tormenti interiori e le perplessità culturali ed ideologiche di Mann. Non può non riflettere sulle proprie responsabilità di intellettuale ed anche sul proprio conflitto con il figlio suicida, sulle tensioni con la figlia ed alla personale difficoltà di tornare in un Paese che non riesce più a sentire come proprio.

Pawlikowski utilizza il viaggio per parlarci in realtà di temi ricorrenti nella sua filmografia: esilio, identità, amore e colpa, relazioni tormentate, traumi, memoria, appartenenza e responsabilità. Osserva solo pochi giorni della vita dello scrittore. Sufficienti però per analizzarlo come simbolo culturale e politico, come un qualcosa che trascende lui stesso e anche come padre e uomo. Un universo interiore irrisolto e sospeso che tenta di comprendere cosa resti della sua Patria (e della sua famiglia) e il perché di così tanti errori irrimediabili. Le incomprensioni con il figlio ed il continuo ma formale confronto con la figlia che lo incalza con domande difficili in cui troppo viene lasciato al non detto.

Una lacerante riflessione! Il regista la inserisce però in una narrazione emotivamente contenuta ed in una composizione visiva rigorosa, quasi minimalista, ma tuttavia seducente. Ogni inquadratura è curatissima e nulla è lasciato al caso fino alla significativa inquadratura finale. I protagonisti Hanns Zischer e Sandra Huller sono superbi nei loro ruoli e rendono tutto il dolente tormento del loro confronto.

Fatherland è uno studio sulla responsabilità e sulla complessità dei rapporti umani e dei fattori che li condizionano. Un capolavoro da vedere e su cui riflettere. Una lezione di Cinema e di concisione narrativa. Ne sentiremo riparlare in occasione degli Oscar’27.

data di pubblicazione:15/10/2026


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