BACKROOMS di Kane Parsons, 2026

(Immagine tratta da cartella stampa)

Backrooms nasce da uno dei fenomeni più strani dell’horror online contemporaneo, un labirinto infinito di stanze giallastre illuminate al neon, nato come creepypasta su internet e poi trasformato da Kane Parsons in una serie virale su youTube. Il passaggio al lungometraggio, prodotto da A24, era un’operazione rischiosa, perché significava espandere un’idea fondata soprattutto su un’atmosfera perturbante in un racconto di quasi due ore.

Il risultato conferma Parsons come dotato di un immaginario visivo fuori dal comune. A soli vent’anni il regista costruisce un horror che rifiuta molti meccanismi classici del genere contemporaneo per lavorare invece sulla disorientante sensazione dello spazio. Le “backrooms” qui diventano un luogo mentale oltre che fisico, tra corridoi deserti, uffici abbandonati, magazzini senza uscita, stanze identiche che sembrano divorare il tempo e la memoria. Un non luogo fra Tarkovskij e certi videogiochi psicologici di ultima generazione.

Il film segue Clark, proprietario di un negozio di arredamento, interpretato da Chiwetel Ejofor, che scopre nel seminterrato una porta capace di condurre ad un universo labirintico e impossibile. Accanto a lui c’è Mary, la terapeuta, interpretata da Renate Reinsve, presenza fondamentale per dare al racconto una dimensione psicologica più esplicita. L’inquietudine è costante pur senza ricorrere all’effetto shock immediato. È un horror capace di trasformare il concetto di intrappolamento in qualcosa di profondamente emotivo oltre che fisico.

La fotografia di Jeremy Cox e la scenografia di Danny Vermette costruiscono ambienti artificiali ed opprimenti che sembrano vivere di una luce malata e irreale. Il fatto che non si tratti di ambienti digitali, ma di set enormi costruiti realmente, contribuisce a dare peso e concretezza all’incubo visivo del film.

Un limite della pellicola è forse, però, la ripetitività narrativa e una sceneggiatura che confonde a tratti il mistero con la mancanza di sviluppo.

In definitiva Backrooms più che un horror nel senso tradizionale è un’esperienza di immersione nell’ansia contemporanea, nella paura degli spazi impersonali, della ripetizione, della perdita di orientamento e di identità, che lascia lo spettatore davanti ad una serie di quesiti che rimarranno ben oltre la visione. Ma forse è proprio questa natura incompleta e quasi aliena il fascino principale di un’opera, che cerca di trasformare un mito nato su internet in un nuovo linguaggio cinematografico dell’inquietudine.

data di pubblicazione:27/05/2026


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