da Giovanni M. Ripoli | Apr 30, 2025
La storia inizia con il ritorno a Clarksdale dei fratelli gemelli Smoke e Stack, fortificati dalle trincee della Grande Guerra e dall’attività criminale al servizio di Al Capone a Chicago. L’idea è quella di aprire un juke joint, ovvero un locale in cui si suona, si balla e si beve liberamente, a beneficio della comunità locale di colore. A tal fine comprano da un bianco in odore di Ku Klux Klan un vecchio capanno. La realtà del luogo, siamo nel 1931 nel profondo sud degli USA, è ampiamente variegata: neri sfruttati nelle campagne di cotone, presenza del KKK, sette più o meno sataniche, cristiani benpensanti e su tutto il blues, per molti, la musica del diavolo.
Difficile definire il film di Coogler, buon regista, già apprezzato per Creed e i due Black Panther. La trama de I Peccatori sembra, inizialmente, seguire il percorso del blues pre-war (come lo definiscono gli esperti del filone musicale), che evoca in parte la leggenda di Robert Johnson “l’uomo che vendette l’anima al diavolo per diventare il più grande suonatore di chitarra di sempre”. In realtà c’è molto di più e c’è soprattutto il formidabile cambio di registro della seconda parte che lo fa virare nelle truci atmosfere del genere horror. Questo va a vantaggio di una pellicola che, attraverso una tensione costante, riesce a confrontarsi con più generi creando una interessante seppure audace combinazione. Escludendo mere ragioni commerciali (riuscire a catturare gli amanti del blues e i seguaci dell’horror) trovo l’episodio in gran parte riuscito. Certo, l’emozione di vedere riprodotta la Clarksdale del 1931 con la consueta perfezione dei film americani, in un contesto arricchito dal blues, è comunque un bel vedere e sentire. Se aggiungiamo poi le atmosfere gotiche, il vampirismo utilizzato in chiave allegorica, i temi del razzismo e della discriminazione, una recitazione superba, finiamo col ritrovarci all’interno di una narrazione ben costruita e coinvolgente, di forte impatto. Gli attori, in particolare Michael B.Jordan, nel doppio ruolo dei gemelli afro americani, Miles Caton, il cugino Sammie Moore, prodigioso chitarrista di talento e l’icona blues Buddy Guy, caratterizzano al meglio i rispettivi personaggi, rendendo una performance di tutto rilievo. Altre perle da segnalare, in primis, la strepitosa colonna sonora di Ludwing Goransson che vibra di corde di chitarra blues per tutto lo spettacolo, la fotografia di Autumn Durald (il film è girato su pellicola da 65 mm) che rende la pellicola fruibile al meglio solo al cinema, merito da non poco. Senza tornare ad evidenziarli, ricordo solo che il direttore della fotografia, il compositore, il costumista, il montatore sono tutti artisti in varie occasioni insigniti di premio Oscar. Dunque, si tratta di una produzione importante che ha incontrato un notevole successo al box office statunitense. Da noi un po’ meno, forse perché non c’è stata un’adeguata pubblicità.
I limiti? Qualcuno potrebbe notare un eccesso di durata, o di effetti grandguignoleschi (e sfido a non ricorrervi in presenza di vampiri!) ma, onestamente, non si corre il rischio della noia, grazie, ripeto, a un ritmo e un montaggio sempre incalzanti. Un ultimo suggerimento: aspettate la fine del film fino ai titoli di coda. Ne avrete una bella sorpresa che, ovviamente, non rivelo.
data di pubblicazione:30/04/2025
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da Giovanni M. Ripoli | Apr 18, 2025
Tra la prima e la seconda guerra mondiale, due utopisti tedeschi, Friedrich Ritter e Dora Strauch lasciano la Germania e vanno a vivere nell’isola di Floriana alle Galapagos. Pensano di sfuggire alla civiltà europea che credono in declino e contano di vivere in quel posto sperduto in perfetta solitudine. Speranza vana. Vengono raggiunti prima dalla famiglia Wittmer e in seguito da una sedicente baronessa con amanti- aiutanti al seguito. La sopravvivenza tra i diversi gruppi non sarà idilliaca.
Gli inizi di Eden si soffermano sull’instaurarsi della vita sull’isola da parte della famiglia Wittmer, padre (Daniel Bruhl), madre (Sydney Sweeney) e figlio cagionevole (Toby Wallace), appena giunti alle Galapagos, per sfuggire al nazismo e seguaci delle idee di Fredrich Ritter. L’ambiente ostile ed il trattamento loro riservato, almeno inizialmente, da parte di Fredrich (Jude Law) e Dora (Vanessa Kirby) smonteranno, sulle prime, gli entusiasmi di una nuova avventura. A complicare ulteriormente le cose sarà l’arrivo della baronessa Eloise (Ana De Armas), avventuriera priva di qualsivoglia scrupolo morale. Le diverse motivazioni dei personaggi: l’idealismo di Ritter e moglie, l’esigenze da sopravvivenza della famiglia Wittmer e gli obiettivi della baronessa (costruire un lussuoso albergo per ricchi) creeranno un’inevitabile miscela esplosiva. In apparenza quindi, un film di avventure con un climax che va crescendo fino alla violenza tout court? Non direi o meglio non solo. Ron Howard, regista di interessanti pellicole e, cito a caso A Beautiful Mind, Apollo 13, Frost/Nixon, riflette piuttosto sui conflitti umani, la convivenza forzata, il ruolo della donna, la profondità stessa dell’esistenza, l’utopia, come ispirazione ideale, quasi sempre irrealizzabile o irrealizzata. Il rifiuto della scienza e della politica, la libertà creativa e sessuale, il vegetarianesimo, ma anche la voglia di lasciare tracce della propria esistenza, il desiderio del potere della mente, questo ed altro ancora avevano spinto nel 1929 Fredrich Ritter a recarsi a Floreana, da cui inviava periodici aggiornamenti alla stampa europea. Il personaggio, realmente esistito e tutta la storia, si basa su testimonianze dei sopravvissuti agli eventi raccontati nel film. La narrazione, senza essere un thriller in senso stretto, alterna tensione a pause che consentono al regista riflessioni sulle condizioni della vita di allora come di oggi. I personaggi sono ben delineati, assolutamente convincenti nei rispettivi ruoli, in virtù di un cast di altissimo livello. Jude Law offre un ritratto sfaccettato dell’idealista frustrato, Vanessa Kirby è una moglie dalla fede incrollabile, la Sweeney e Bruhl, misurati e coerenti piccolo borghesi, ma, direi che su tutti primeggia per bellezza, carisma ed eclettismo, Ana De Armas, la spumeggiante e controversa baronessa. Un po’ per i personaggi, un po’ per le atmosfere, il film mi ha ricordato due pellicole, il Fitzcarraldo di Herzog e il più recente, Capri Revolution del nostro Martone. In entrambi c’era l’utopia, e la riflessione filosofica sulla vita e le relazioni umane quando vengono private delle convenzioni sociali. Nel complesso una singolare ed intensa esperienza cinematografica, certo non un intrattenimento leggero, ma un percorso ricco di domande anche scomode, per una rievocazione che riesce a cogliere tanto la bellezza aspra dei luoghi quanto la ricchezza degli stati d’animo degli individui. Ovviamente, la fotografia di Mathias Herndl è parte integrante, nonché valore aggiunto, nell’immersione suggestiva cui ci si sottopone in oltre due ore di proiezione.
data di pubblicazione:18/04/2025
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da Giovanni M. Ripoli | Apr 10, 2025
Seconda stagione della serie prequel di Yellowstone e seguito cronologico di 1883. Le diverse vicende nei primi anni del XX secolo con al centro il ranch dei Dutton trovano il loro logico (?) divenire e si dipanano fra tragedie, agguati, crudeltà ed eroismi vari. L’evento principale è il tentativo di Spencer, eroe di guerra e nipote di Jacob Dutton, di riuscire a tornare nel ranch di famiglia nel Montana per aiutare lo zio in lotta con spietati nemici. La stessa idea ma con ancora maggiori tribolazioni la vive la dolce Alexandra che vorrebbe ritrovarsi con Spencer, suo grande amore.
Non è facile raccontare quanto accade in questa interminabile saga che fra originale, sequel, prequel e spin-off rischia di confondere i tanti appassionati frequentatori. A costo di ripetermi, tutto questo è merito o colpa del suo autore, Taylor Sheridan, lo sceneggiatore statunitense di molti dei grandi successi dello streaming mondiale. Della saga primigenia di Yellowstone – e quindi 1883 e 1923 di cui trattasi – ma anche di Landman, Lioness. Mayor of Kingstown, solo per citare i più visti sulle diverse piattaforme. Tutto quello che tocca Sheridan si trasforma in oro, in prodotti di grande appeal e risonanza, questo a prescindere che lo si giudichi un reazionario wasp o un anarchico libertario.
Tornando alla serie, va dato atto che la sua riuscita è nel ritmo incalzante, nella forza e nella complessità delle vicende, nella grandezza degli attori (in primo piano il formidabile Harrison Ford e la sempre straordinaria Helen Mirren), nella perfezione dei dialoghi, nella assoluta fedele rappresentazione dei tempi e dei luoghi, nella bellezza delle locations, nel montaggio serrato, nel commento sonoro equilibrato e piacevole. I personaggi continuano a evolversi anche con le loro fragilità e la loro determinazione. In questo sono accumunati buoni e cattivi.
Dopo una prima stagione, questa seconda ha dovuto attendere la fine della pandemia, ma ha ripreso gli eventi dove si erano interrotti. Si era partiti dalla fine della Prima guerra mondiale e dallo scoppio del grande amore fra Spencer Dutton, (Brandon Sklenar, bello e schivo) e Alexandra (Julia Schaepfer. attraente e intensa). Terribili circostanze li avevano separati, niente in confronto a quello che affronteranno nei sette episodi che integrano questa seconda e probabilmente non ultima stagione. Non c’è stato un episodio in cui i protagonisti e i loro comprimari non si siano trovati a vivere/sopportare carichi e situazioni ai limiti del possibile e dell’impossibile. Senza dubbio anche la seconda stagione di 1923 ha mantenuto gli alti standard qualitativi della prima. Non aggiungo altro per non togliere il piacere della scoperta, ma rassicuro che la serie in questione ha certamente tutti i crismi di una delle più riuscite e appassionanti saghe familiari di sempre.
data di pubblicazione:10/04/2025
da Giovanni M. Ripoli | Mar 14, 2025
Seconda stagione della serie con al centro Dwight Manfredi, mafioso leale che si fa 25 anni di galera e per “ricompenza” viene spedito dai capi e sodali newyorkesi a Tulsa in Oklaoma, località che non ha mai sentito parlare di crimine organizzato prima del suo arrivo. Troverà modo di organizzarsi e rendere la sua presenza in loco sufficientemente avventurosa, piacevole e redditizia. Non senza provocare problemi con la casa madre ed altri trafficanti delle aree circostanti, a causa dei suoi successi, per così dire, imprenditoriali.
Non si può parlare di Tulsa King, senza aprire una necessaria digressione sul suo autore, Taylor Sheridan, lo sceneggiatore statunitense autore di molti dei grandi successi dello streaming mondiale, vedi la saga di Yellowstone, con i prequel, 1883, e 1923 ma anche Landman, Lioness. Mayor of Kingstown, per citare i più riusciti. In buona sostanza, tutto quello che tocca Sheridan si trasforma in oro, ossia in prodotti di grande appeal e risonanza. Le sue storie, però, fanno storcere il naso a molti: non possono infatti definirsi propriamente politicamente corrette. Al centro c’è in genere un bianco alfa, wasp o similare, capo carismatico di una enclave, incline alla violenza, forte, generoso, anti- sistema, vagamente trumpiano, dunque.
Tornando alla serie, va dato atto che la sua riuscita è nel binomio Sheridan, autore e Sylvester Stallone, attore e produttore esecutivo. Confesso di non essere mai stato un grande estimatore di Rambo e suoi succedanei, ma, nell’occasione, Stallone del ruolo di Dwight Manfredi è, come non mai, nel personaggio e rende la serie particolarmente calzante, avvincente sempre, comunque, sul filo dell’ironia. Lui è davvero il re di Tulsa, e ne diventa il catalizzatore di tutte le attività lecite e illecite del luogo coinvolgendo nella storia ottimi comprimari (soci fidanzate ed ex mogli) in molteplici storie che nella seconda stagione ancor meglio si delineano. L’idea di partenza, occorre dirlo, non è nuova del tutto. Nel 2010, la serie USA-Norvegia, Lilyhammer, con un grande Steven Van Zand nel ruolo di un pentito di Cosa Nostra finito in Norvegia, nella città dei giochi olimpici, per sfuggire a ex complici ne anticipava lo schema: personaggio losco, ignorantello e disinvolto alle prese con un popolo estremamente ligio alle regole. Per associazione di idee era un po’ come si comportava il nostro Checco Zallone in, Quo Vado. A Tulsa, mutatis mutandis, il buon Manfredi fa lo stesso: trasforma una piccola, operosa cittadina, con piccoli vizi (la marijuana) in un centro dedito ad ogni fruttuosa attività illecita. Carismatico, ingombrante, sornione, persino seduttivo e simpatico, Stallone fornisce la sua migliore interpretazione di sempre e fa di, Tulsa King una delle migliori serie tv del periodo.
data di pubblicazione:14/03/2025
da Giovanni M. Ripoli | Feb 27, 2025
Terza stagione della serie tratta dai fortunati romanzi di Lee Child. L’ex maggiore, Jack Reacher, solo Reacher per amici e nemici, è un ex militare dei servizi speciali, addestrato a pensare ed agire con assoluta determinazione. In questa occasione si trova coinvolto in un’operazione sotto copertura per scoprire chi c’è dietro un trafficante già di per sé pericoloso. Un ‘avventura che lo riporterà a rivivere i fantasmi di un passato inquieto.
Torna, dopo il successo dei primi due capitoli, il formidabile Reacher, campione di stazza e di ironia, in una nuova stagione all’insegna della forza dei suoi principi e dei suoi bicipiti.Nella prima stagione lo abbiamo visto muoversi in solitudine per tutti gli Stati Uniti, nella seconda era affiancato dalla sua vecchia squadra, ora viene riproposto nuovamente nella versione da eroe solitario, con tanto di T shirt e spazzolino , come sue uniche proprietà. Ovviamente, incontrerà nella sua peregrinazione nuovi personaggi, difenderà ragazzotti inermi e sposerà le cause più nobili, trovandosi sistematicamente nel posto sbagliato al momento sbagliato, forse ritrovando un antico nemico. A metà strada tra Schwarzenegger e Rambo, Alan Ritchson interpreta Reacher dall’alto del suo metro e novantotto, con occhi di ghiaccio, ma anche sufficiente ironia e carisma. Il personaggio si rivela dotato nei calcoli, nell’immediatezza delle situazioni, ma anche in materie umanistiche oltre che nelle arti marziali e belliche. La serie, decisamente Action, si compone di otto episodi, è basata sul romanzo di Lee Child La Vittima Designata e vede l’ex maggiore nell’impresa di salvare un informatore dell’Antidroga sotto copertura. Rispetto al romanzo da cui è tratto, l’adattamento è abbastanza fedele tranne per il particolare dell’eliminazione della madre del giovane salvato da Reacher, artificio che permette di enfatizzare maggiormente il rapporto e il conflitto generazionale fra il padre Zachary (apparente venditore di tappeti) e il ragazzo, cui il nostro eroe si affeziona dopo averlo salvato da un rapimento. Come sempre le location sono suggestive e realistiche, le avventure intense e coinvolgenti, i comprimari idonei nei rispettivi ruoli e la colonna sonora, ora country ora rock perfettamente calzante. Non guasta una certa attenzione ai risvolti psicologici di Reacher e compagni e compagne seppure è l’azione a farla da padrona, con effetti speciali che non fanno rimpiangere il primo adattamento cinematografico con Tom Cruise nel ruolo oggi di Ritchson. Al momento, non conosciamo né il finale né gli ulteriori sviluppi della vicenda, che comunque non riveleremmo, ma su Reacher III abbiamo la certezza di essere difronte ad un’ennesima ottima serie tv, ben fatta e ben diretta. I meriti vanno divisi fra Nick Santora, il creatore della serie, il vigoroso Alan Ritchson e naturalmente il romanziere Lee Child autore di ben 28 romanzi con Reacher protagonista.
data di pubblicazione:27/02/2025
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