UN FILM FATTO PER BENE di Franco Maresco, 2025

UN FILM FATTO PER BENE di Franco Maresco, 2025

  1. Franco Maresco intende girare un film su Carmelo Bene in visita a Palermo. Sul set ne accadono di tutti i colori, al punto che lo stesso produttore, Andrea Occhipinti, si vede costretto a far interrompere le riprese. Maresco accusa la produzione di “filmicidio” e sparisce dalla circolazione.

La trama di Un film fatto per bene, naturalmente, è solo un pretesto che dà vita all’ennesimo “strambo” progetto del regista di Belluscone (2014), Totò che visse due volte (1998), La Mafia non è più quella di una volta (2019) e l’indimenticabile Cinico Tv, allora insieme a Daniele Ciprì, tanto per citare le sue produzioni più note e divisive. Con i lungometraggi dell’artista palermitano non esistono mezze misure, o piace per il suo stile dissacrante, funereo, anti-cinematografico o lo si rifiuta, in toto, per le stesse ragioni. Nel definire coraggiosa o incosciente la scelta di presentare il film in una rassegna come la Mostra d’arte cinematografica di Venezia per l’obiettiva difficoltà di vedere la pellicola, già di per sé ostica, in un panorama internazionale, non possiamo che dirci perplessi sul risultato finale.

È evidente il proposito di Franco Maresco che partendo da uno spunto non nuovo (il film che non si riesce a portare a termine), ripercorre buona parte del suo geniale ma controverso archivio per dirci, senza mezze misure, che il cinema è morto. Se vogliamo, mutatis mutandis, è un po’ quello che insegue Nanni Moretti ne, Il Sol dell’Avvenire, ovviamente in chiave assai più soft e ottimista. Nei titoli di testa viene omaggiato il grande Goffredo Fofi, scomparso da poco, il finale, con una sequenza in bianco-nero fra lapidi, intende seppellire il cinema italiano, a suo dire, schiavo dei mediocri, dei “ruffiani digitali”, incapace di sviluppare creatività e talenti autentici. A dire il vero, per arrivare a tali conclusioni, discutibili ma legittime, per oltre 100 minuti, Maresco ci propone o ripropone a suo piacimento una summa o un bignami del suo cinema e della sua televisione.

In realtà, l’assenza di una vera trama, il susseguirsi di immagini ed episodi privi di reali collegamenti, alcune lungaggini, rendono il film una provocazione fine a sé stessa, a volte monotona, a volte divertente, sempre spietata, senza però realizzare quell’opera definitiva che era probabilmente nelle intenzioni del regista. Troppa carne al fuoco; le vite dei santi, la partita a scacchi con la morte, Gigi Marzullo e il trash tv, sequenze pasoliniane, la censura e tanto altro, con la sensazione di girare a vuoto senza mai affondare il colpo.

In ultima analisi, Un Film Fatto Per Bene può risultare interessante per chi non si è mai avvicinato al cinema di Maresco, ma di certo non segna un nuovo riuscito episodio in una filmografia che ha lasciato tracce più consistenti e importanti nei precedenti lavori del caustico regista palermitano.

data di pubblicazione: 9/9//2025


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BALLARD Prime 2025

BALLARD Prime 2025

Renèe Ballard è una detective del LAPD, caduta in disgrazia e temporaneamente a capo di una unità operativa secondaria, quella cui sono assegnati i “casi freddi”, ovvero i crimini irrisolti. Lei stessa ha dovuto formare una squadra raccogliticcia di ex poliziotti in pensione e giovani volontari. La ragazza, però, sa farsi valere, affronta situazioni difficili, scontrandosi con la burocrazia e la corruzione del dipartimento e raggiunge, infine, il suo obiettivo.

La nuova serie Prime nasce come costola, oggi si dice spin-off, di Bosch, il detective creato da Michael Connelly. Autore di una ventina di romanzi di successo poi magnificamente tradotti in episodi tv per sette stagioni. Diciamo subito che Ballard non delude, pur ritagliandosi una sua identità ben differenziata dalla serie di derivazione. Già, perché il personaggio della giovane valida e scontrosa investigatrice era stato introdotto proprio da Harry Bosch nello spin-off, Bosch, Legend, a coadiuvare l’ormai stanco detective nella gloriosa LAPD (Los Angeles Police Department). Sono molti gli elementi sia formali che sostanziali a rendere differenti, ma comunque apprezzabili, le due serie che in comune mantengono l’ambientazione, la città di Los Angeles e alcuni personaggi che ritornano sia pure in ruoli di contorno. Primo fra tutti Harry Bosch, perfettamente incarnato da Titus Welliver, leggenda losangelina, detective sempre pronto a collaborare benché pensionato. Ma questa volta la vera protagonista è Maggie Q, attrice talentuosa e ricca di sfumature che ben si attagliano a un personaggio complesso e controverso come la Renèe Ballard della serie. Effettivamente il carisma della protagonista, così diversa dai muscolosi detective di tradizione cinematografica e seriale, è il valore aggiunto della produzione. Maggie/Ballard non è una bellezza classica. Ugualmente, è dotata di fascino, di ironia e intuito, con uno spiccato senso etico e naturalmente coraggiosa e intelligente. La violenza, inevitabile in una serie poliziesca, è limitata e anche il linguaggio colorito meno esplicito del solito. Diciamo che la forza di Ballard è l’aspetto minimale di tutto quanto accade. Più che sui muscoli o le sparatorie è il gioco di squadra, lo studio dei casi, il rigore scientifico a prevalere, rendendo la serie assolutamente un unicum nello streaming attuale. Altri pilastri sono la costruzione del carattere della protagonista e dei comprimari, l’attenzione alle dinamiche femminili, la precisione dei dettagli procedurali. Ma tutto quanto non toglie nulla alle vicende e alla suspance che le stesse creano in dieci episodi, quasi tutti di ottimo spessore seppure dal ritmo non forsennato. Alla regia si alternano diverse registe e registi, ma il credito maggiore va ovviamente riconosciuto a Michael Connelly, produttore esecutivo della serie, autore dei romanzi da cui sono state tratte impeccabili sceneggiature di inconsueta profondità emotiva.

data di pubblicazione:22/07/2025

DEXTER RESURRECTION Paramount Plus, 2025

DEXTER RESURRECTION Paramount Plus, 2025

Il ghiaccio fa bene e mantiene vivi. È il paradossale inizio dell’ennesima serie dedicata a Dexter Morgan, serial killer a fin di bene. Dato per morto, trafitto da un colpo di fucile al petto sparato dal figlio Harrison, il nostro si ritrova in coma all’ospedale, salvato dalla neve che a sottozero ne ha rallentato il battito cardiaco. La clamorosa resurrezione, ovviamente, dà vita a una nuova stagione di truculente ma appassionanti avventure che da Miami si spostano a New York city.

Non sono bastate otto stagioni per 96 episodi della “serie franchise”, la miniserie, Dexter: New Blood, il prequel, Dexter: Original Sin a impedire un nuovo straordinario ritorno dell’oscuro passeggero, Dexter Morgan, nato dalla penna di Jeff Lindsay nel suo romanzo, La Mano Sinistra di Dio, e interpretato da Michael C. Hall. Dopo il primo stupore per l’inverosimile accadimento della rinascita, lo spettatore, evidente fan della serie, riprende a seguire le ben articolate vicende che gli scaltri sceneggiatori sono stati capaci di ammannirci. Certo, un finale plausibile e per certi versi definitivo c’era già stato in New Blood, ma tant’è. Ora le avventure col redivivo e forse un po’ cambiato protagonista riprendono a New York e questo è già un plus e una variante rispetto al passato. Nella fattispecie abbiamo location diverse, ambientazioni suggestive e new entry, fra cui un’inquietante Charley (Uma Thurman) e Leon (Peter Dinklage) ad affiancare attori e comprimari già noti. Il figlio Harrison rimane un tipetto da prendere con le molle. Crede di aver sparato al padre e lavora in un hotel di New York non senza aver perso l’inquietudine paterna di dover ammazzare senza troppi problemi i serial killer in giro per le città. Va precisato per i non frequentatori della serie, già in onda dal lontano 2006, che il problema di Dexter è quell’”oscuro passeggero” che lo porta ad eliminare i cattivi in modo da tenere a bada l’irrefrenabile bisogno di uccidere. Tale tara pare sia ereditaria e, come fu il padre di Dexter a rimediare per così dire al diabolico istinto, così ha tentato di fare Dexter con il figlio Harrison. La discutibile morale fa sì che – come direbbe Lapalisse – è meglio uccidere terribili assassini, che magari rischierebbero di farla franca, piuttosto che vittime innocenti. Con queste premesse sarà interessante vedere nei dieci episodi della serie Paramount come evolveranno le vicende. Per ora abbiamo assistito ai primi due, caratterizzati dal miracoloso risveglio di Dexter, dal figlio fattorino nella Grande Mela e già alle prese con noti istinti paterni, dalla comparsa di un serial killer di taxisti, nonché di una affascinante dark lady. Per ovvie ragioni non si rivela altro, ma è già una trama sufficientemente intricata e intrigante in perfetto “Dexter style”. La programmazione prevede due episodi ogni venerdì sera, sempre, ai confini della realtà.

data di pubblicazione:19/07/2025

LA TRAMA FENICIA di Wes Anderson, 2025

LA TRAMA FENICIA di Wes Anderson, 2025

Imprenditore super ricco, Anatole Zsa-Zsa Korda, tipino, peraltro poco raccomandabile, va alla ricerca della sua giovane figlia Liesl, nel frattempo diventata novizia cui intende lasciare la sua ingente fortuna. Prende tale decisione a seguito di un ennesimo attentato subito mentre vola sul suo jet personale. Ovviamente è solo uno spunto per dipanare spassosi legami familiari e invenzioni surreali alla maniera del talentuoso regista americano.

Tra inevitabili colori pastello, accuratezza e singolarità dei costumi (opera della nostra Milena Canonero), rimandi frequenti alle commedie slapstick, cast stellare di amici e amiche, torna il cinema inconfondibile di Wes Anderson, quasi un genere a sé stante oramai. Sempre uguale, sempre col suo marchio indelebile, quello di Anderson è un universo immaginario seppure intriso di inevitabili riferimenti a personaggi del nostro tempo. Dopo Asteroid city e l’Oscar per La Meravigliosa Storia di Henry Sugar (visto solo in streaming), è tornato in Concorso per la quarta volta al festival di Cannes con La Trama Fenicia. Apparso sulla terra nel 1969 a Houston, introverso studente di filosofia presso l’università di Austin, Wes si nutre da sempre di arte e cultura pop. Così i suoi film che per molti lo rendono un genio, per altri solo un “regista fighetto e ripetitivo”, divisivo certo, ma anche ricco di innegabile talento e fantasia. Senza dubbio riuscitissimi I Tenenbaum o Le Avventure Acquatiche di Steve Zizzou, in cui gabellava ricchi e viziati personaggi, al tempo stravaganti e bizzarri, ma ancor più Grand Hotel Budapest, o il recente Asteroid City, ne hanno accresciuto fama e contrasti. Il film visto a Cannes, di recente uscito nelle sale italiane, non sembra distaccarsi di molto dai precedenti appena citati. Un gioco di scatole cinesi, ora riuscitissime, ora inespresse o persino incomprensibili. gestite da grandi star, con Benicio Del Toro, a farla da campione, nel ruolo del capitalista enigmatico e corpulento. Lo affiancano, Mia Threapleton (sorella Liesl), talentuosa figlia di Kate Winslow e Michael Cera (Bjorn) nei ruoli protagonisti, con Mathieu Amalric, Jeffrey Wright, Scarlett Johansson, Tom Hanks, Bryan Cranston e compagnia cantando in fugaci amichevoli camei. Quinta sceneggiatura a quattro mani con il fidato Roman Coppola, La Trama Fenicia si discosta solo leggermente dalle precedenti produzioni del prolifico genietto di Houston, perché pur mantenendone i tratti distintivi e caratteristici: iperboli, giochi di parole, toni e situazioni sfumate, inquadrature simmetriche (alla Kubrick) e prospettive inconsuete, scene che sembrano quadri, appare, in ultima analisi, meno frivolo e lezioso, intrecciando da par suo dinamiche familiari, thriller e giochi di potere. Tutto per confezionare il solito, fra parentesi, film di Anderson, bello e frustrante al tempo stesso, con i suoi stilemi narrativi, spesso confusi ed enigmatici, i suoi aspetti calligrafici, i suoi deliranti dialoghi tra l’assurdo, e l’irreale(?), sempre comunque ben orchestrato e piacevole, anche se inevitabilmente di non facile fruizione per tutti.

data di pubblicazione:29/05/2025


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NON È IL PUNTINI PUNTINI PUNTINI SHOW con Nino Frassica e Giovanni Veronesi

NON È IL PUNTINI PUNTINI PUNTINI SHOW con Nino Frassica e Giovanni Veronesi

(Teatro Ambra Jovinelli – Roma, 12/19 maggio 2025)

Premetto di apprezzare Nino Frassica come uno dei più puri talenti della comicità di casa nostra. La sua presenza scenica, la sua innata simpatia, ma soprattutto la capacità di creare a volte improvvisando giochi di parole, personaggi fantasiosi, battute fulminanti riconosco che mi conquistano e così credo conquistino vasti strati di pubblico popolare ma anche colto. Non nascondo quindi la quasi totale delusione difronte allo spettacolo che ieri, 12 maggio (si replicherà il prossimo 19) è stato presentato all’Ambra Jovinelli, teatro che notoriamente mette in scena produzioni leggere di ottima fattura. Ma come sottrarsi al compito precipuo di un critico? Per definizione la funzione di un critico di cinema, teatro, musica o qualsivoglia è quello di assistere ad una performance ed offrire un commento puntuale ed obiettivo, volto a plasmare e/o influenzare, nei limiti, il successo come il fallimento, di una determinata opera.  Questo modo di interpretare il ruolo è proprio della tradizione anglo-sassone che vanta grandi e severi critici, molto temuti ma anche riconosciuti da attori, registi e musicisti. Da noi, tocca dirlo, prevale quasi sempre la logica dell’italico volemose bene, traducibile nel concetto di non parlare mai male di nessuno. Certo, vanno evitati pregiudizi e antipatie ma anche pressioni esterne di ogni tipo. Al netto di quanto sopra lo spettacolo condotto da Giovanni Veronesi e, solo in parte, da Nino Frassica (uno specchietto per le allodole vista la sua ridotta partecipazione?) è qualcosa di difficilmente consigliabile. Magari l’idea di partenza non era male, a cavallo tra il vecchio Maurizio Costanzo Show e le meravigliose zingarate della compagnia di Arbore, non a caso scopritore del bravo Frassica.  Ma il risultato si è rivelato, in verità, assai modesto. Ci sono alcuni ospiti interessanti come Margherita Bui, costretta a giudicare due imbarazzati giovani attori e brava nell’interpretare una famosa canzone di Ornella Vanoni o Rocco Papaleo, simpatico ma ripetitivo nel suo personaggio di amante sfortunato. C’è un gruppo di ottimi musicisti, Musica da Ripostiglio, ma, il resto, è una rappresentazione di personaggi minori anche un po’ tristi, quasi mai ironici, che fanno pensare ad un teatro di nani e ballerine in tono minore. Il colpo di grazia, infine, viene offerto da un surreale intervento provocato da uno spento Giovanni Veronesi che intervista un prete (pare vero) sedicente esorcista che ammorba un’attonita platea, fin troppo paziente, in una concione sul diavolo per oltre 45 minuti. Alla fine applausi frettolosi e di mera cortese simpatia, e il comune sentire di aver perso gli ideatori dello spettacolo un’occasione di far divertire e il nutrito pubblico presente tempo e denaro. Per quanto riportato, cresce nello scrivente la curiosità di leggere le critiche paludate sui giornali nazionali nei prossimi giorni.

data di pubblicazione:14/05/2025


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