C’ERA UNA VOLTA…  A HOLLYWOOD  di Quentin Tarantino, 2019

C’ERA UNA VOLTA… A HOLLYWOOD di Quentin Tarantino, 2019

Negli anni Sessanta a Hollywood , Rick Dalton è un attore alla ricerca del successo e vive quasi in simbiosi con Cliff Both, suo stuntman, ma anche grande amico e sodale. Cliff abita vicino alla villa di Polanski e Sharon Tate a Cielo Drive. Un giorno alla villa si affaccia un timido Charles Manson e…

 

All’interno del cinema (due giovani spettatrici sono uscite a metà della proiezione) e nei commenti ascoltati all’uscita si percepiva un certo disorientamento del pubblico rispetto al film del geniale e trasgressivo regista statunitense. C’era chi non trovava rispondente alla realtà storica il finale, chi registrava la noia durante alcune fasi di stanca della pellicola, chi ancora la trovava poco “tarantiniana”. Ora, non voglio dire che sempre i genii tendono a dividere nei giudizi , né sostenere a priori che Tarantino lo sia a pieno titolo, mi piace invece segnalare che la cifra stilistica del regista, ancora una volta, è rispettata secondo copione.  La storia è inventata? Certo! Basti pensare ai tre puntini sospensivi del titolo. Del resto, non lo era anche Bastardi Senza Gloria? E il Django di Tarantino c’entrava forse qualcosa con quello di Corbucci? Nulla, solo pretesti e omaggi alla personale rivisitazione del cinema di riferimento dell’autore di Pulp Fiction. Ecco allora che il modo più onesto per fruire e godere C’era Una Volta… a Hollywood è quello di non porsi domande e lasciarsi trasportare dalla storia, dalle mille piccole invenzioni e dalle continue citazioni, anch’esse, ora vere ora create ad arte, per divertire e/o stordire lo spettatore. Evidentemente un pubblico troppo giovane o ignaro della cinematografia da B movies, cara al regista, non rimane intrigato come quanti hanno invece cognizione di quella cultura, musica, costumi e spettacolo che segnarono i “favolosi” anni 60. In tal caso, il gioco si fa piacevole e si traduce nel  riconoscere, ad esempio, la vera Sharon Tate del film Missione Compiuta stop. Bacioni Matt Helm o le serie televisive western come Lancers, o quelle di investigation come F.B.I, nella messinscena girate dal protagonista del film Rick Dalton (un Di Caprio al suo meglio). Come pure, è un continuo alternarsi di presenze “reali”: Steve Mc Quinn o Bruce Lee (clamorosa la sequenza in cui Cliff Booth, un ironico e disincantato Brad Pitt, scaraventa il campione di Kung Fu contro la macchina del produttore). Per ragioni intuitive, non sto a raccontarvi  quello che accade nelle quasi 2 ore e 40 del film e tantomeno il finale anti-storico, piuttosto mi soffermo ancora sulle ripetute citazioni, anche dichiarati omaggi, ai western italiani (Dalton, nella finzione, girerà in Italia con Corbucci” il secondo miglior regista di spaghetti-western”) e nella parentesi “romana” si vedranno i cartelloni, ora veri ora rifatti, di tante pellicole girate dai vari Margheriti, Fulci, Corbucci, registi che non poco hanno ispirato Tarantino. Naturalmente, non tutti i riferimenti sono espliciti: la ragazzina che lavora con Dalton in Bounty Law è forse Jody Foster? E i personaggi della Manson Family erano davvero  come li ha descritti Tarantino? E quello che successe in Cielo Drive ? Niente è come sembra e il gioco del regista, perché di un gioco si tratta, è proprio quello dei continui rimandi fra realtà e fantasia, fra personaggi reali e inventati di sana pianta, in un affascinate caleidoscopio che coinvolge tanti ottimi attori: Al Pacino, Bruce Dern, Dakota Fanning, Maya Hawke, oltre ai già citati Leonardo Di Caprio e Brad Pitt e tanti altri. Ineccepibile la ricostruzione delle location del tempo,  brillante la colonna sonora, azzeccato il montaggio per un film che forse dividerà , ma che  ai veri cinefili non potrà che piacere mooolto!

data di pubblicazione:24/09/2019


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LA VITA INVISIBILE DI EURIDICE GUSMAO di Karim Aïnouz, 2019

LA VITA INVISIBILE DI EURIDICE GUSMAO di Karim Aïnouz, 2019

Rio de Janeiro, 1950. Eurídice e Guida sono due sorelle che vivono in una famiglia di impostazione molto rigida e decisamente patriarcale. Entrambe hanno un proprio sogno: Eurídice, già talentuosa pianista, desidera perfezionarsi presso il Conservatorio di Vienna mentre Guida cerca il vero amore in un marinaio greco conosciuto per caso. Per avverse circostanze le loro vite, un tempo così unite, verranno ad essere drasticamente separate dal padre, ma loro continueranno per anni a cercarsi senza mai perdere la speranza di ritrovarsi…

 

Karim Aïnouz, regista brasiliano che ha già ottenuto molti riconoscimenti nei più importanti Festival cinematografici internazionali, con il suo La vita invisibile di Eurídice Gusmão è stato premiato quest’anno a Cannes nella Sezione “ Un Certain Regard”. Il film si è subito guadagnato un grande successo sia di pubblico che di critica, che lo ha definito un piccolo capolavoro, e rappresenterà il Brasile ai prossimi Oscar. Aïnouz è stato indicato anche come un visual artist proprio per essere riuscito a infondere nei suoi lavori quei principi basilari dell’arte visiva un tempo relegati solo alle discipline tradizionali quali la pittura e la scultura: le immagini fissate sulle schermo riescono a rendere concrete e quasi palpabili le situazioni raccontate e i personaggi assumono una tale credibilità da coinvolgere emotivamente gli spettatori senza ricorrere ad espedienti da mélo. La storia è il frutto dell’adattamento di un noto romanzo della scrittrice e giornalista brasiliana Martha Batalha, ambientata in un Brasile ancora legato agli schemi patriarcali in cui alla donna è preclusa ogni libertà di espressione e, soprattutto, le viene negata la possibilità di scegliere l’uomo da sposare. Eurídice e Guida si amano e per tutta la vita si cercano: l’errore di una ricade ineluttabilmente su entrambe e, separate per sempre dai genitori, creeranno tra di loro una solidarietà profonda, tutta al femminile.

Con la splendida fotografia di Hélène Louvart, Aïnouz riesce a confezionare un lavoro pulito ed elegante, in cui le due protagoniste (Julia Stockler e Carol Duarte) si muovono in maniera più che naturale riuscendo ad alternare momenti di gioia a drammaticità e sconforto. Al regista non importa dare un messaggio sociale sulla condizione femminile di quel periodo (anche se di fatto riesce comunque a darlo), quanto piuttosto concentrarsi sui vari personaggi e sulla loro storia. Traspare in ogni istante la sofferenza di due donne schiacciate da uomini padroni, prima padri e poi mariti, capaci solo di annullare le loro aspirazioni più che legittime.

Un film che parla della forza dell’amore nonostante le avversità di un destino crudele.

data di pubblicazione:19/09/2019


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ROMA EUROPA FSTIVAL Furia, di Lia Rodrigues

ROMA EUROPA FSTIVAL Furia, di Lia Rodrigues

(Auditorium Parco della Musica –Roma, 17 e 18 settembre 2019)

Intensissima apertura del Roma Europa Festival 2019 con la prima italiana di Furia, a cura della coreografa Lia Rodrigues, alla Sala Petrassi dell’Auditorium Parco della Musica il 17 e 18 settembre 2019. Un lavoro che parla dolore e di violenza ma anche di speranza, ambientato tra i giovanissimi abitanti di una favela, nato proprio in quei luoghi dove la coreografa ha deciso di stabilirsi fondando un centro culturale e dando vita ad una compagnia di danza, alla periferia di Rio de Janeiro, dove oltre 4mila persone vivono in situazioni drammatiche.

 

Un lavoro politico che parla di lotte di classe e di colore della pelle, di attacco al governo attuale ed alla sua politica scellerata di distruzione dell’Amazzonia, di denuncia nei confronti di coloro che detengono il potere e gestiscono le vite umane.

Con Furia la coreografa brasiliana riflette sulla natura di un gruppo di individui che si confrontano con la loro solitudine e con la loro carne. Lo spettacolo è stato accompagnato da un collage di musiche della Nuova Caledonia, sonorità che sprigionano energia e forza di sopravvivenza. Un affresco devastante fatto di tribalità e rifiuti, di diseguaglianze, di povertà e sporcizia, ma anche di voglia di spogliarsi della sofferenza e di innalzarsi al di sopra delle macerie. Per Lia Rodrigues la favela è un luogo che chiede di essere riscattato. Ed è per questo che, quindici anni fa, ci si è stabilita con la sua Companhia de Danças, creando Furia, lo spettacolo che denuncia con crudezza la violenza della società delle favelas e la sottomissione dell’uomo all’uomo, che aiuta a riflettere su quanto iniqua possa essere la società, nei confronti di chi non può scegliere il proprio percorso.

Lo spettacolo è profondamente radicato in quel contesto e costruisce un dialogo con i suoi abitanti. Si percepisce come tale lavoro sia nato dalla stretta collaborazione con i 9 danzatori in scena, straordinari nelle capacità interpretative e nella loro verità, tutti giovanissimi e provenienti da quella realtà.

Furia è un affresco fatto soprattutto di occhi che raccontano e colpiscono, un tableau vivant in continuo divenire, un bassorilievo che fluisce lento ma inesorabile, che continuamente si trasforma per raccontare la propria essenza nuda ed esorcizzare violenza e povertà, un incontro di anime alla ricerca di sogni. Efficacissime le luci così come costumi e allestimento, che unitamente al ritmo tribale, disegnano un rituale contemporaneo che crea immagini magiche e intime frutto di una straordinaria pulsione creativa che ha voglia di vita.

data di pubblicazione:19/09/2019

ROMEOSINI GRECITÀ di e con Moni Ovadia

ROMEOSINI GRECITÀ di e con Moni Ovadia

(Teatro Vascello – Roma, 16 settembre 2019)

Se esiste un modo per raccontare con sublime trasporto un popolo nella sua tragicità, questo non può che essere la poesia. Al via con uno spettacolo di teatro musicale del grande Moni Ovadia la stagione del teatro Vascello.

 

Il teatro che ci piace partecipare è fatto di memoria, di consapevolezza civile e umana. Trova nell’impegno politico, quello fatto di intramontabili buone ideologie – che mettono avanti l’umanità – la sua giusta collocazione. Si nutre del presente, guardandolo con occhi di speranza e fiducia, ma non dimentica il passato. Anzi lo racconta sotto la nobile forma dell’arte. È il luogo dell’incontro tra persone e personaggi di mondi lontani eppure vicini, della riflessione, del confronto con la diversità che non vuole primeggiare ma soltanto rispecchiarsi e ritrovarsi. In queste parole le intenzioni del programma per la stagione 2019 – 2020 del teatro Vascello.

Sul palco a inaugurare la lunga serie di appuntamenti un Maestro indiscusso della scena, un artista poliedrico e unico, narratore e incantatore, etnologo e musicologo dalle infinite conoscenze, Moni Ovadia, in collaborazione con il Circolo Gianni Bosio, punto di riferimento per la raccolta di materiale musicale della tradizione popolare. Lo spettacolo è una lettura di brani scelti tratti da un poema dello scrittore greco Jannis Ristos, di cui Ovadia è – prima ancora che ammiratore – un instancabile divulgatore. Il componimento si intitola Romeosini e parla della Grecia. Il vento che soffia forte dalla penisola ellenica trasporta con sé l’eco di una terra ferita, troppo spesso dimenticata – sono raccontati nei nostri libri in piccoli paragrafi i conflitti che l’hanno vista vittima lo scorso secolo – con la quale abbiamo un debito immenso di riconoscenza, che ancora oggi soffre dell’umiliazione della crisi economica. Ma trasporta anche i colori e i profumi delle montagne e del mare, del sole che illumina gli esseri viventi e le pietre, della luna che di notte cerca i suoi figli tra i cadaveri dei soldati, e delle stelle che sono gli occhi testimoni del cielo. La natura si antropomorfizza in un’infinità di immagini, pescate nel pozzo del mito e della storia, il tesoro della grecità non solo classica. La poesia diventa un gesto di resistenza, arma di denuncia e di perdono insieme, atto eversivo e di riscatto. La lingua che si ascolta con il vento è quella del greco demotico, parlato dal popolo, espressione della tradizione. È una lingua arricchita da vocaboli provenienti dalla dominazione turca, da barbarismi, da influssi slavi e veneti. La musica è il supporto a cui è affidata, non ci sarebbe altro modo per comprendere per chi come me non la parla. Roberta Carrieri è la straordinaria voce che canta i brani che fanno da cornice tra una lettura e l’altra, accompagnata da lei stessa alla chitarra e da Dimitris Kotsiouros a due strumenti cari alla cultura mediterranea, il bouzouki e l’ud.

Immancabile infine l’ironia, elemento caro a Moni Ovadia, che risolve lo spettacolo nella lettura di barzellette sulla situazione attuale della Grecia.

data di pubblicazione:18/09/2019


Il nostro voto:

DOPODOMANI NON CI SARÁ di Luca Rastello – Chiarelettere editore, 2019

DOPODOMANI NON CI SARÁ di Luca Rastello – Chiarelettere editore, 2019

Un pervasivo e inquietante senso della fine per l’opera finale di un autore sottovalutato, pubblicato in questo caso post mortem con la stima recensiva di personaggi come Roberto Saviano, Nicola Lagioia, Goffredo Fofi, Giuseppe Culicchia. Nemico spietato del politicamente corretto e del buonismo, Rastello ha lottato per dieci anni con una malattia oggi curabile, scandendo il tempo alla rovescia, i suoi sinistri e ferali rintocchi, con considerazioni profonde. Il senso della fine aleggia nelle pause con considerazioni ultimativa e non banali, prive di panico e di orgasmo, offerte con lucidità da chi, per tempo, ha saputo convivere con quello che succederà, peraltro non rinunciando a combattere. Dunque pezzi di arte varia. Dall’esperienza ospedaliera, all’approfondimento della tragedia greca; da una deriva routinaria del volontariato alla critica distaccata della virtualità e di un futuro sfuggente o non decifrabile. L’eredità letteraria e/o testamentaria che ci lascia questo autore richiede spesso una seconda lettura. Le speculazioni, sapendo quello che succederò, somigliano alle profezie. Vicino all’abisso si vede la realtà con un’altra prospettiva, più distaccata e vera. Questo sembra suggerirci l’autore. Nel blog del malato riottoso l’autore ha accompagnato il decorso della malattia con ironia cercando compagni di strada affettuosi e singolari, uniti da quella deriva che accomuna più che mai. Dunque un testo che assimila la letteratura alla saggistica in una diaristica personale di peso e spessore. Che ci fa apprezzare la profondità dell’oggetto-libro di fronte alla caducità e alla banalità del male. Riflette una visione urticante e anti-economicistica. Banale parlare di valori? Qualcuno sembra disposto ancora a crederci. E qualcuno a seguirlo. Rastello è stato scrittore ma anche militante, attivista nei luoghi più sconvolti della guerra nel pianeta. Già direttore di Narcomafie ha conosciuto in trincea il male e poi ha dovuto combatterlo sotto la forma di una malattia subdola e strisciante. L’esperienza delle cose ultime lascia il segno. Indelebilmente.

data di pubblicazione:18/09/2019

GRANDI BUGIE TRA AMICI di Guillaume Canet, 2019

GRANDI BUGIE TRA AMICI di Guillaume Canet, 2019

Sopraffatto da problemi personali e finanziari, Max ritorna nella sua splendida villa di Cap-Ferret sull’Atlantico con il pretesto di voler celebrare i suoi 60 anni in solitudine ma, in realtà, per organizzare all’insaputa di tutti la vendita della proprietà. Nel frattempo i suoi vecchi amici, che non vede da tre anni, insieme alla compagna e ai suoi figli irrompono nella casa per fargli una sorpresa e festeggiare con lui il compleanno. Max all’inizio mostra una aperta ostilità verso gli intrusi ma poi, poco a poco, i giorni che passeranno insieme saranno pieni di eventi che metteranno a dura prova ogni tipo di sentimento.

 

 

Passati quasi dieci anni dalla acclamata commedia tragicomica Piccole bugie tra amici, Guillaume Canet, attore, regista e sceneggiatore francese, riesce a mantenere la promessa data e a portare sul grande schermo il sequel. Le bugie, al pari dell’intero cast, sono “cresciute”, ma nella buona sostanza il plot rimane pressoché identico: coppie scoppiate che tentano di riappacificarsi, rancori mal celati, amori mai espressi, il tutto condito da situazioni frizzanti ma che sotto sotto nascondono però un sapore amaro. Nonostante il profondo affetto che li unisce, gli amici di un tempo dovranno fronteggiarsi ma anche inventare nuove bugie per non voler ammettere i propri fallimenti esistenziali, e mostrarsi deboli o indifesi agli occhi degli altri, oltre che verso se stessi. Il film non afferma nulla di nuovo, e la scrittura utilizzata non appare del tutto originale, tuttavia la storia non annoia e l’eccezionale bravura del cast rende il tutto molto gradevole, anche se alcune scene risultano appesantite da lungaggini scontate che il regista avrebbe potuto evitare. Il risultato è una elegia al concetto dell’amicizia che racchiude in sé la summa di tutti i sentimenti, qualcosa che unisce e commuove ma che non è detto che sia eterna come affermato dallo stesso Max (François Cluzet, un po’ sottotono rispetto all’altro film) quando dice: “siamo amici da vent’anni ma non siamo obbligati ad esserlo per sempre…” Il regista, nonché sceneggiatore, dirige gli attori in maniera perfetta, tra questi inutile dirlo emerge l’interpretazione di Marion Cotillard, nel privato moglie e madre dei suoi due figli ma anche attrice di livello internazionale. Grandi bugie tra amici ben si inserisce in quel nuovo filone che sta caratterizzando il cinema francese di oggi: una Nouvelle Vague capace di rappresentare le nuove tendenze del vivere quotidiano, quasi a testimoniare l’inquietudine di una generazione che sia pur apparentemente disinibita nasconde invece un profondo disagio che dal personale sfocia inevitabilmente nel sociale. Non un capolavoro cinematografico ma una piccola parentesi che tra il serio e il faceto ci ricorda cosa sia la vera amicizia e ci consiglia come fare per mantenerla sempre viva.

data di pubblicazione:16/09/2019


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VOX LUX di Brady Corbet, 2019

VOX LUX di Brady Corbet, 2019

A prima vista, Vox Lux di Brady Corbet, può apparire un documentario, una pellicola sgranata, una voce narrante (la splendida voce di W. Dafoe), macchina a mano, e poi la narrazione ripartita, dopo un breve drammatico prologo, in varie sezioni riferite ciascuna agli anni presi in esame per le vicende narrate.

 

Il giovanissimo autore, l’americano B. Corbet, appena trentenne e già considerato quasi un mostro sacro in quanto apprezzato talento sia come attore sia come regista fin dal suo primo esordio dietro alla macchina da presa con L’Infanzia del capo, premiato a Venezia nella sezione Orizzonti nel 2015, si concede ora, autorialmente , questi vezzi per affrontare senza inibizioni l’appuntamento con la sua opera seconda presentata in concorso alla Mostra l’anno scorso. L’avvio semidocumentaristico di cui dicevamo è infatti lo spunto originale per il regista per concentrarsi sugli ultimi venti anni, dal 1999 al 2017, illustrando gli eventi che hanno segnato definitivamente il nostro modo di vivere e pensare e che hanno inciso e modificato per sempre i comportamenti sociali e culturali del Mondo Occidentale in senso lato. Come dichiarato in conferenza stampa dallo stesso regista: “il suo è un racconto sulla sindrome post-traumatica dell’Occidente, una riflessione sull’ansia collettiva che ci caratterizza ormai tutti… e… più in particolare, sull’intreccio fra cultura pop, spettacolo e violenza…”

Lo spunto narrativo interessante è la vicenda della giovane americana Celeste (Raffey Cassidy, da adolescente, e poi Natalie Portman, da adulta) sopravvissuta alle ferite riportate durante una strage nella scuola ove studiava e divenuta poi, quasi inconsapevolmente, una pop singer conosciuta ed idolatrata in tutto il mondo, aiutata con dedizione costante “dietro le quinte” dalla sorella (Stacy Martin) che, in effetti, è la vera autrice dei testi e delle musiche.

Metaforicamente, come la nostra Società anche Celeste subisce una trasformazione, e da dolce, ingenua, pulita e sincera ragazza, la ritroviamo, passato un decennio, ormai divenuta una donna cinica, dura, indifferente ed egoista, una star violenta, irrispettosa e priva di affetto perfino per la figlia e preoccupata solo per la propria carriera. Un essere centrato solo su se stessa, sulla sua immagine pubblica, sulle ansie di dover sempre essere al centro dei riflettori, priva di riconoscenza anche verso la sorella che sempre l’ha sostenuta in tutte le sue vicende umane ed artistiche.

Celeste è l’equivalente della nostra Società che, persa ormai definitivamente la propria innocenza, in una sorta di sindrome post trauma, convive ormai cinicamente, in un alternarsi umorale, con la dura realtà che è costretta ad affrontare.

Due anni dopo Jackie e lo splendido Il cigno nero del 2008, torna sugli schermi una bravissima ed autorevole N. Portman nei panni di Celeste allorché è divenuta ormai una Star tanto brava, quanto disperata e sgradevole. Nel film l’attrice canta e balla su musiche composte da una cantante pop australiana e si conferma splendida interprete sia nella recitazione sia nelle parti coreografiche. Con lei anche un buon Jude Law nel ruolo del suo agente.

Sembra tutto perfetto, ottimo regista, ottimi interpreti, ottimi coprotagonisti, soggetto interessante… ma … ma il risultato è purtroppo un film discontinuo. Sembra che qualcosa si sia perso strada facendo. L’opera è bella, ben recitata, ben diretta, ma è come priva di anima e vita, manca una vera passione ed il risultato sembra quasi didascalico…”ecco quel che volevamo rappresentare…”. Un film di un valido autore, certamente, ma proprio per questo non basta essere “più che sufficienti”, ci si aspetta decisamente qualcosa di più. A distanza di un anno dai tiepidi consensi con cui fu accolto alla Mostra, proposto finalmente solo oggi sugli schermi, la valutazione resta ancora molto vicina alla “sufficienza”.

data di pubblicazione:13/09/2019


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AUGUSTO di Alessandro Sciarroni

AUGUSTO di Alessandro Sciarroni

(Teatro Argentina – Roma, 8/9 settembre 2019)

Il coreografo Alessandro Sciarroni, premiato alla recente biennale di Venezia con il Leone d’Oro alla carriera, ha portato in scena al Teatro Argentina di Roma, l’8 ed il 9 settembre scorso, lo spettacolo Augusto, una pièce che è un viaggio emotivo che parla di solitudine ed amari sorrisi.

 

Nove danzatori cominciano, uno dopo l’altro, a camminare in cerchio. I passi dettano un tempo costante che cresce, la camminata diventa più intensa e veloce ma sempre sussurrata e si trasforma corsa. I ragazzi sono come scossi da un risveglio ed iniziano a cercarsi con lo sguardo, sorridono, iniziano a ridacchiare prima quasi vergognosi, ma poi la risata diviene sempre più forte ed energica, fino a esplodere in un crescendo corale, convulso, irrefrenabile.

Talvolta alcuni danzatori si staccano dalla catena e si isolano al centro del gruppo, si abbracciano, ridendo o piangendo. Cercano un contatto, un’intesa. Il confronto però con il resto del gruppo è sempre una risata isterica, febbrile, di monito e distacco. L’intensità cresce senza tregua e senza coscienza, in uno stato di trance, mentre le risate forti e insistenti si mescolano a urla incomprensibili e impulsive.

Perché ridono? In Augusto la risata è la maschera, un meccanismo di difesa per nascondersi, per celare le proprie emozioni e la propria solitudine. Forse quelle urla, di strazio e di terrore, di puro dolore, offrono l’eventualità di una liberazione dalla contraddittoria schiavitù della risata

La velocità dei movimenti del corpo è direttamente proporzionale all’intensità delle risate, i gesti sono scomposti e sporchi, buttati fuori da una forza centrifuga, ma non sono liberatori. Movimenti sottolineati dall’uso dosato della musica elettronica ripetuta ed ossessiva e dalle luci che accompagnano il crescendo dell’azione.

Augusto è una dissertazione sul bisogno di sentirsi amati e sul dolore, attraverso la messa a nudo di un meccanismo espressivo basato sulla risata ad oltranza. Ridono di continuo, senza concedere a loro stessi e al pubblico la possibilità di capirne la ragione. Si ride fino a quando non ci si accorge che ci si è fatti male sul serio.

Spettacolo denso di spunti riflessivi che lascia però poco spazio alla passione ed al coinvolgimento emotivo.

data di pubblicazione:13/09/2019


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76. MOSTRA INTERNAZIONALE D’ARTE CINEMATOGRAFICA – LA BIENNALE DI VENEZIA 29.08—–8.09 2018: I PREMI

76. MOSTRA INTERNAZIONALE D’ARTE CINEMATOGRAFICA – LA BIENNALE DI VENEZIA 29.08—–8.09 2018: I PREMI

… Siccome anime disperate vaganti alla ricerca di qualche perla nascosta da scoprire ed attente, nel contempo, ad evitare il “film incubo”, quello che ti costringe all’orribile dilemma “…resisto fino alla fine…o mi alzo e me ne vado?”, così torme di appassionati, di cinefili e critici superstiti, si aggiravano ormai, programmi alla mano, fra le ultime proiezioni di questi giorni conclusivi della Mostra. Volti stralunati, occhi stanchi, tutti resistevano indomiti, solo nell’attesa del verdetto finale… del successo del “proprio” film. Su tutti aleggiava però il grande quesito di questa edizione numero 76: chi avrebbe vinto? Sarebbe poi stato discriminato Polansky?

Sarà pur vero che il bello, il sublime e l’arte si nascondono nei dettagli anche delle opere meno appariscenti e, che sono solo l’occhio e la mente di chi osserva che filtrano ciò che è bello e ciò che è brutto e, quindi, che è solo “il relativo” che domina, ma, i giudizi di pubblico, stampa ed addetti ai lavori, mai come questa volta, sembravano essere unanimemente concordi sui film da premiare.

Eccoci finalmente al disvelamento di tante attese e tanti pronostici!

Dopo la dura presa di posizione della Presidente della Giuria, l’argentina Lucrecia Marcel contro Polansky, si temeva infatti il peggio, ed invece la Giuria è stata, una volta tanto, più saggia della sua stessa presidente ed anche in quasi assoluta sintonia con le principali valutazioni, previsioni ed auspici sia dei critici che degli appassionati di cinema presenti a Venezia.

Il Leone d’oro è andato meritatamente a Joker di Todd Phillips con l’interpretazione eccezionale, inquietante e dolente di un superbo Joaquin Phoenix (già in opzione Oscar!) sottolineando così, giustamente, che non è eccezionale solo l’attore, ma lo è tutto il film dal cast alla regia. Altrettanto accettabile ed apprezzabile il “compromesso” del Leone d’argento al magnifico J’accuse di Polansky (… è un leone di un argento purissimo, prezioso quanto l’oro!!). Due film da correre subito a vedere quando usciranno in sala!

Meritati e corretti anche i premi per le interpretazioni:

la Coppa Volpi per il migliore attore è stata correttamente assegnata al nostro bravissimo Luca Marinelli per il suo apprezzato Martin Eden di Pietro Marcello che brillantemente e genialmente ha trasportato il romanzo di Jack London a Napoli

Un po’ più a sorpresa, quella per la migliore attrice è andata invece alla francese A. Ascaride per la sua vibrante nonna nel film diretto da suo marito Robert Guediguian: Gloria Mundi, un drammone ambientato a Marsiglia sulle battaglie quotidiane di una famiglia che lotta “dignitosamente e non” per far fronte allo sfaldamento ed alle difficoltà economiche. Forse qualche aspettativa, delusa, c’era per la Scarlett Johansson di Marriage Story, e chissà, forse anche per una delle due dive francesi de La Verité. Molto probabilmente la Giuria ha però inteso premiare indirettamente anche la produzione artistica del regista, già apprezzatissimo qui a Venezia nel 2017 con La casa sul mare.

Il Premio Speciale della Giuria è poi andato anche qui meritatamente all’italiano Franco Maresco con il suo originale La mafia non è più quella di una volta.

Unica vera sorpresa che genera più di qualche perplessità è invece il secondo Leone d’Argento che va allo strano, discusso e più che discutibile film dello svedese Roy Andersson About Endlessness, scene fisse, tipo tableaux vivants, filmate, come spunto per una serie di riflessioni sulla vita umana. Può capitare di sbagliare o … di vedere cose che noi umani non abbiamo visto!

Fermandosi sui soli premi maggiori possiamo senz’altro dire che quest’anno non è andata poi tanto male per l’Italia che vince premi significativi come non accadeva da molto, ma, soprattutto, va sottolineato che Venezia continua a premiare film di produzioni americane, film che poi come La forma dell’acqua nel 2017, e Roma o La Favorita nel 2018, procedono sull’abbrivio, spediti verso la conferma del loro valore con i premi Oscar. Questa specie di staffetta, o preliminare “benedizione” veneziana spiega la sempre maggiore presenza delle Majors, dei registi e produttori ed il ritorno in massa delle stars internazionali e dei film di gran qualità alla Mostra.

Ma, più di ogni altra cosa, quest’anno è andata benissimo proprio per il Festival, un Festival che ha riguadagnato e consolidato ormai il suo peso e ruolo storico, un Festival che ha avuto oltre 200.000 presenze, oltre 21 film in concorso e quasi tutti di buona qualità, 36 film fra fuori concorso o nella sezione Orizzonti, un pubblico internazionale, una presenza giovanile altissima, entusiasta e partecipe, e, un mercato commerciale vivacissimo. Sono tutti questi i tanti diversi pregi, segno e conferma nel loro complesso di una vitalità e qualità ormai stabile. Una Venezia 76 dunque con alcuni ottimi film, diversi buoni film, varie conferme autoriali di grandi registi, qualche piccola delusione su un paio di divi ed infine anche qualche gioiellino piccolo, piccolo che fa buon cinema e che speriamo possa uscire sui nostri schermi.

Come ha detto Alberto Barbera, direttore artistico della Mostra dal 2011 … appuntamento di nuovo a Venezia il 2 Settembre 2020!!

data di pubblicazione:08/09/2019

GUEST OF HONOUR di Atom Egoyan, 2019

GUEST OF HONOUR di Atom Egoyan, 2019

(76. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia)

Una giovane insegnante di musica al liceo (Laysla de Oliveira) è accusata di aver abusato della sua posizione per aver rapporti con un suo allievo minorenne. Incarcerata, rifiuta i tentativi del padre (David Thewlis) di farle ottenere la libertà anticipata perché, pur se innocente, ritiene di dover comunque scontare una punizione per un qualcosa avvenuto nel loro passato. Il suo e quello del padre….

 

Manca ormai solo un pomeriggio di pioggia, vento e foglie autunnali per dare forma concreta alla sensazione di “fine stagione”… Purtroppo, a differenza di tanti altri Festival (perfino di quello di Roma), Venezia persiste nel suo recente pessimo vezzo di “sparare” i migliori film o quelli di maggior richiamo nella prima settimana di programmazione, dopo di che è tutto un disperato aggirarsi di critici ed appassionati fra proiezioni di film di non apparente grande appeal o di cinematografie marginali. Sono, ahinoi le dure leggi dettate ed imposte dalle Majors Americane e dai vincoli del “circo” dello Star System che porta le grandi stelle e produzioni da un Festival all’altro. In questa settimana è infatti partito il Festival di Toronto, ed ora, quelli che contano o su cui molto si è investito sono quasi tutti lì!

Eppure… Eppure… si trovano fortunatamente ancora delle belle sorprese o piuttosto delle gradite conferme come nel caso dell’ultimo lavoro di Egoyan.

Il non prolifico regista e sceneggiatore canadese amatissimo dai Festival e talora molto apprezzato anche dal pubblico per i suoi: Dolci Inganni 1997, Chloe 2010, ed il recente Remember 2015, ripropone con questo suo film alcune delle sue tematiche costanti: il senso di colpa, il lutto e l’espiazione. Ancor di più, questa volta tutti questi suoi temi s’incrociano anche con i grovigli di segreti, di equivoci e di incomprensioni che si celano nella famiglia e nelle relazioni fra genitori e figli. Nel nostro caso fra un padre vedovo ed una figlia unica.

Ciò che ha sempre affascinato ed affascina l’autore è, in particolare, anche l’emergere della “vera” Verità all’interno delle varie realtà che ognuno di noi si autoconvince e vive poi come la “Vera Realtà”. Talora però, sottolinea il regista, la Verità si scopre quando è ormai troppo tardi. Il dolore e la solitudine non riescono ad abbattere le barriere erette dal pudore dei sentimenti, delle emozioni e da quell’amore inespresso che padre e figlia non sono, da soli, in grado di superare. Se solo fossero riusciti a parlarsi, ad aprirsi prima! Non è facile essere padri oggi, ci dice Egoyan.

Spesso, secondo il regista, il legame di amore può essere così forte ed inesprimibile da arrivare ad essere schiacciante e deviante fino a generare equivoci tragici ed irreparabili.

Egoyan è bravo, in un’alternanza fluida fra passato e presente a disvelarci nel flusso dei ricordi la realtà del quotidiano vivere, la solitudine, l’affetto inespresso, il vuoto affettivo mai anestetizzato o cicatrizzato che ha inciso la vita dei due protagonisti. Il lento rivelarsi della Verità e dei segreti equivoci. Guest of Honour è un film autoriale profondo, inquietante ed intrigante che cattura lo spettatore tenendolo sospeso nei vortici emotivi che si dispiegano progressivamente. Dove, come e quando ci si riesce a riconciliare? è l’interrogativo che il regista lascia aperto per le nostre riflessioni di spettatori.

Un film autoriale come detto, assistito dall’ottima interpretazione della rivelazione De Oliveira, bella, giovane, brava ed intensa e soprattutto da un eccezionale tragico e straniato Thewlis. Un film non certo facile e non certo banale, dinamico e leggero; un film che invece fa riflettere e che si può anche riuscire ad apprezzare pur senza essere tra i migliori ed i più originali dell’autore.

data di pubblicazione:04/09/2019