da Antonio Iraci | Dic 6, 2025
Adattamento e regia di Giuseppe Bucci – con Matteo Santorum ed Enrico Sortino
(Teatro Belli – Roma, 4/7 dicembre 2025)
Da parecchie ore Yves è tenuto sotto torchio da un commissario di polizia. Il ragazzo si è auto accusato dell’omicidio del giovane Claude. Con l’interrogatorio si sta in tutti i modi cercando di capire le dinamiche del delitto e soprattutto il perché di questo terribile gesto. All’inizio Yves si rifiuta di collaborare mentre poi, pian piano, svela le vere motivazioni e i tratti della sua vita tra emarginazione e pregiudizi…
Una serata molto particolare al Teatro Belli dove Giuseppe Bucci ha presentato una rivisitazione, riveduta e corretta, di una pièce teatrale scritta del canadese René-Daniel Dubois. Estrapolando la storia dal suo contesto iniziale, ambientata negli anni Sessanta, il regista riporta i fatti ai giorni nostri. Ha così volutamente rimarcato come le problematiche di genere di una volta mutatis mutandis sono rimaste, con le dovute eccezioni, anche nella società di oggi. Al centro della scena troviamo Yves, giovane escort gay, che fa fatica a riconoscere il vero amore, forse perché non ne ha mai ricevuto uno. Come direbbe De André lui l’amore non lo fa per noia né per professione, ma solo per passione. Come spesso accade, alla fine si sopprime ciò che veramente si ama, e così Yves uccide Claude, suo amante, nel momento supremo del piacere. Il serrato interrogatorio dell’ispettore di polizia nei confronti del giovane si trasforma in un gioco pericoloso per entrambi. Il ragazzo prenderà coscienza di sé e dell’universo ai cui appartiene per scelta ma che paradossalmente rifiuta di farlo proprio. Il poliziotto, con le carte in regola per sbandierare la sua eterosessualità, si troverà ad accettare un coinvolgimento emotivo decisamente compromettente. Questo basti a dimostrare come le famose convergenze parallele, sessualmente parlando, di fatto esistono e sono praticabili quotidianamente. Più che tracce di palese omofobia, la storia rivela quanto l’ipocrisia generalizzata possa creare disagio e sofferenza. Alla fine sembra che ognuno dei due abbia sufficienti elementi per prendere coscienza di ciò che in fondo dà un inconfessato piacere. Bucci, non alla sua prima esperienza nel raccontare qualcosa di sdrucciolevole, in questo suo ultimo lavoro di regia mostra grande abilità nel presentare una tematica attuale. Ancor oggi la questione risulta oggetto di profonde battaglie sociali o meglio di genere. Sulla scena specchi sghimbesci, forse per evitare che ognuno dei due protagonisti veda la propria faccia e la sottostante realtà per quello che veramente è. Buona la recitazione di Matteo Santorum e di Enrico Sortino, sicuramente piena di pathos e di grande effetto. Purtroppo il monologo finale di Yves è risultato in platea meno incisivo del dovuto per l’acustica carente. Una produzione Giuseppe Bucci per Teatro Segreto.
data di pubblicazione:06/12/2025
Il nostro voto: 
da Antonio Iraci | Nov 14, 2025
Con il motto “Un futuro per tutti”, divulgato in maniera ossessiva, il governo brasiliano sta varando un provvedimento volto ad accrescere la produttività del paese. Il piano prevede l’internamento degli anziani ultra 75enni in apposite colonie al fine di alleviare le rispettive famiglie da ogni incombenza nei loro confronti. Teresa, nonostante ricercata dalla polizia, rifiuta di essere privata della sua vita e fugge da casa per assicurarsi la propria libertà…
Il sentiero azzurro è diretto da Gabriel Mascaro, regista brasiliano molto apprezzato soprattutto come grande visionario che ama raccontare gli aspetti magici della vita. La storia di Teresa (Denise Weinberg) e la sua fuga dal proprio paese, dove lavorava ed era indipendente, è il pretesto per parlare di libertà. Una donna che non si rassegna a vedersi internare come un oggetto inutile, da eliminare al posto di qualcosa di più produttivo per la società. Il regista usa un linguaggio espressivo ricco di colore e sentimento, elementi questi che definiscono il carattere stesso del Brasile. Il film infatti è ricco di metafore che rendono più suggestiva la visione poetica della vita. In Mascaro c’è il desiderio di affermare, come irrinunciabile, ciò che è giusto e quindi tutto quello che spetta ad ogni persona in quanto tale.
Un viaggio attraverso la foresta amazzonica, con una natura ancora incontaminata, dove si incontreranno uomini strani ed eccentrici. Qualcuno, durante il tragitto, farà conoscere all’anziana donna una lumaca rara che emette una bava azzurra che, messa sugli occhi, fa vedere il futuro. Un film raro e di rara poesia che parla di sentimenti e di amore che possono rivelarsi nelle forme più disparate. Il viaggio che Teresa intraprende non è solo un atto di ribellione verso il sistema ma è una chiara affermazione della sua voglia di vivere. La protagonista vuole dimostrare a sé stessa e agli altri di essere una persona attiva e capace di dare, sfidando i limiti e le aspettative. Ecco perché il film assume una precisa valenza politica e simbolica senza tralasciare l’equilibrio tra impegno sociale e introspezione psicologica.
Il sentiero azzurro, anche se ambientato in un futuro imprecisato, risulta quanto mai attuale per le reali vicende che sconvolgono i precari assetti mondiali. Non è sicuramente un film didascalico perché altre sono le ragioni che spingono il regista a scegliere un linguaggio concreto e visionario nello stesso tempo. Un film che parla di invecchiamento sociale ma anche della possibilità di riscattarsi anche attraverso i sogni. La protagonista intraprende così un viaggio di formazione per riconquistare il proprio posto in una società che l’aveva emarginata. Attraverso questo percorso cerca di riscattarsi e di affermare la propria identità e dignità. Il film è stato presentato alla Berlinale di quest’anno dove ha vinto l’Orso d’argento – Gran Premio della Giuria con ampio consenso da parte della critica.
data di pubblicazione:14/11/2025
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da Antonio Iraci | Nov 11, 2025
Victor Frankenstein, dopo la perdita prematura della madre, deve subire la rigida educazione da parte del dispotico padre, illustre medico. Diventato adulto, si rivelerà come uno dei più celebri scienziati del tempo soprattutto per i suoi esperimenti sul corpo umano. Con l’aiuto finanziario di Henrich Harlander Victor si isolerà, insieme alla sua strumentazione, in una torre immersa nel nulla. Proprio lì farà nascere la sua Creatura, un essere apparentemente mostruoso che darà inizio al suo tracollo personale…
Frankenstein, con la regia di Guillermo del Toro, è stato presentato all’ultima edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Il film, tratto dal romanzo di Mary Shelley datato 1816, ha avuto diversi adattamenti cinematografici a partire dal 1910 quando venne realizzato l’omonimo film muto. Tutte le edizioni successive hanno cercato di dare una propria rappresentazione della mitica figura del mostro. Con l’interpretazione di Boris Karloff e la regia di James Whale si arrivò a creare un’immagine le cui fattezze sono rimaste indelebili nell’immaginario collettivo. Anche Guillermo del Toro non è esente da questa fascinazione e il suo film in qualche modo risulta fedele al soggetto originale. Nonostante ciò si conferma come regista innovativo e di grande talento, capace di raccontare il mito di Frankenstein con originalità e sensibilità.
Quello che più interessa e che cattura l’attenzione del pubblico è il significato intrinseco e del tutto personale che il cineasta ripone nella sua opera. Del Toro abbandona l’icona horror di Frankenstein, mostrando invece un essere buono e desideroso di affetto, lontano quindi dalle trascrizioni precedenti. La mitica figura realizza il desiderio universale di sentimento e di amore, diventando così un simbolo di umanità. Un film quindi che vuole evidenziare come il bisogno di indulgenza sia un tratto comune dell’uomo, ieri come oggi, al di là del tempo. Victor Frankenstein (Oscar Isaac) vuole sperimentare la vita dopo la morte e nasce così la sua Creatura (Jacob Elordi) che ha però il difetto dell’immortalità. Il Creatore diventa quindi ossessionato dalla sua stessa Creatura e cercherà con ogni mezzo di distruggerla, inseguendola fino ai ghiacciai dell’Artico.
Frankenstein non troverà mai pace fino a quando non ci sarà una riconciliazione finale e non abbandonerà l’idea di sfidare l’eternità. Un richiamo chiaro all’umanità di oggi, sopraffatta da mostri dalle belle apparenze ma poco propensi a riconoscere i propri sbagli e rimediare ai danni arrecati. Del resto il regista ha voluto proprio dimostrare quanto sia difficile restare umani in questo periodo, il meno umanizzante della storia. Un film gotico che, con il suo intrinseco messaggio, assume una valenza politica per evidenziare come oggi più che mai ci sia bisogno di amore e comprensione. Un cast curatissimo dove emerge l’interpretazione di Christoph Waltz nei panni del tormentato Harlander nonché quella di Mia Goth che interpreta Elizabeth. Il film, già nelle sale da qualche giorno, si può anche vedere sulla piattaforma Netflix che ne ha curato la distribuzione.
data di pubblicazione:11/11/2025
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da Antonio Iraci | Ott 29, 2025
La storia, ambientata nel XV secolo, si ispira alla figura di Vlad III, principe di Valacchia. Tornato vittorioso da una guerra contro i barbari rinuncia a Dio dopo la brutale e crudele perdita dell’amata moglie…
Il film è una ennesima rivisitazione, questa volta a firma di Luc Besson, tratta dal leggendario omonimo romanzo sui vampiri di Bram Stoker. Dracula, signore dei vampiri, condannato a vagare in eterno fino a quando ritroverà l’amore che ha perduto. Ritorna quindi la storia del famoso Conte, quando ancora rimane nella memoria il recente adattamento curato da Robert Eggers con il suo impressionante Nosferatu. Ma questo nuovo Dracula è visivamente più classico, abbandonati gli schemi della storia originale, Besson trasforma tutto in una tragedia romantica. Il suo film parla in maniera esplicita di sentimenti e della ricerca disperata di un amore di cui si è stati ingiustamente privati.
La sua rabbia passa attraverso la negazione di un dio che gli ha tolto la sua sposa e gli ha rifiutato il privilegio di morire. Lo condanna così ad attraversare i secoli, diventando immortale, crudele e infelice. Decisamente fuori luogo il paragone con il Dracula di Coppola del ’92. Dietro a entrambi i film c’è una ricerca minuziosa del dettaglio, ma con Besson si ha comunque una ambientazione diversa. Il regista risulta pieno di nuove idee, ambientando parte della storia in una Parigi ricca e sontuosa, tra balli sfarzosi e acconciature patinate. Un film sicuramente originale nel genere realizzato da un cast eccezionale dove risalta la recitazione impeccabile di Caleb Landry Jones nei panni del Conte. Dracula riesce a destare persino tenerezza perché è un uomo solo, ferito nel cuore, destinato al castigo eterno pur di rivedere la sua amata. Un dramma d’amore tra gli sfarzi della Versailles imperiale.
Dracula – L’amore perduto è una storia affascinante che fa dimenticare il vampiro sanguinario e induce invece alla benevolenza e alla comprensione. Una colonna sonora ben ispirata quella di Danny Elfman, per non parlare dei costumi curati da Corinne Bruand. Scene che fanno pure sorridere di fronte agli interventi da esorcista del prete, interpretato da Christoph Waltz, o del dottore impersonato da Guillaume de Tonquédec. In questo film Besson affronta il rischio di rendere poco incisiva la figura del protagonista, forse esagerando nelle scene di corte e tralasciando la storia. A parte le stravaganze e le sue scelte criticabili, il film risulta comunque ben riuscito e godibile, che si segue volentieri. Ad eccezione di qualche eccentricità, Besson offre un intrattenimento efficace che non annoia. Dopo tante edizioni, sotto forma di Dracula o di Nosferatu, il Conte sembra destinato a risorgere ancora per sorprendere con la sua strana leggenda.
data di pubblicazione:29/10/2025
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da Antonio Iraci | Ott 27, 2025
Mattia, di appena undici anni, deve affrontare, con i mezzi di cui dispone, la malattia del genitore, appena quarantenne e affetto da Alzheimer precoce. Affronterà questo dramma familiare con determinazione e spirito di maturità…
La storia molto commovente del rapporto tra il piccolo Mattia (Javier Francesco Leoni) e suo padre Paolo (Edoardo Leo). Di fronte a questa devastante malattia, che lentamente sembra divorare la memoria del padre, il piccolo Mattia sarà sempre presente con le sue premure. L’amore e il supporto familiare emergono come pilastri fondamentali per affrontare la crudele realtà di una infermità, offrendo a Paolo la dignità di andare avanti. Attraverso l’immagine di un nucleo domestico unito e amorevole, Aronadio dimostra come l’affetto e la solidarietà possano diventare strumenti di forza di fronte all’inevitabile.
Il film tratta la storia vera di Mattia Piccoli, la cui dedizione nel supportare il padre gli hanno valso il riconoscimento di Alfiere della Repubblica. Onorificenza conferita nel 2021 dal Capo dello Stato in quanto custode di suo padre. Edoardo Leo, nel difficile ruolo di genitore, offre una interpretazione straordinaria, dimostrando una grande sensibilità e profondità in una parte emotivamente impegnativa. Il piccolo Javier Francesco Leoni, invece, sorprende per la sua professionalità, recitando con la sicurezza e la naturalezza di un grande attore. Molto brava pure Teresa Saponangelo nel ruolo della madre, allegra e coraggiosa. Il regista non intendeva narrare la storia reale di Paolo Piccoli, ma il dramma di un uomo ancora giovane che affronta la perdita della memoria. Aronadio esplora così la fragilità di un’esistenza che si sgretola, catturando l’essenza di una lotta intima e profondamente umana contro il tempo e l’oblio.
Per te è il titolo di un film che già indica una dedica. Infatti è dedicato a tutte le famiglie dove la sofferenza di un singolo diventa un’esperienza condivisa, un percorso di afflizione collettiva e profonda. Un film quindi che sicuramente toccherà la sensibilità del pubblico perché parla di amore come unico insostituibile appiglio nei momenti più bui della malattia. Il regista è stato capace di presentare il ritratto intimo e universale della fragilità umana. Aronadio si impegna a toccare la parte più umana e profonda dello spettatore, utilizzando la pura spontaneità e l’innocenza disarmante di un bambino come Mattia. Sotto questo aspetto il film risulta ben riuscito, offrendo un’esperienza commovente e autentica che lascia un segno nello spettatore più sensibile. Presente al Giffoni Film Festival, rivolto principalmente al pubblico della scuola, è stato di recente proposto alla festa del Cinema di Roma 2025 e contemporaneamente in Alice nella città.
data di pubblicazione:27/10/2025
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