UN PO’ DI LUCE di Ali Asgari, 2026

UN PO’ DI LUCE di Ali Asgari, 2026

Arash è un medico di Teheran al quale viene interdetto di esercitare la professione. La sua colpa è quella di aver curato, nel suo studio privato, alcuni giovani gravemente feriti per aver manifestato contro il regime degli Ayatollah. L’uomo viene condannato all’isolamento e la sua condizione riflette l’angoscia di chi lotta contro la repressione interna e la minaccia americana di una guerra imminente. Una situazione drammatica che diventa un crudo reportage in Un po’ di luce del regista Asgari, presentato in concorso all’ultimo festival del Cinema di Venezia …

Nonostante l’interdizione, Arash (Misagh Zareh) continua clandestinamente a soccorrere alcuni pazienti disperati, ma privato della sua propria identità. L’uomo scivola così in una lucida disperazione con la ferma volontà di togliersi la vita. Il regista sceglie di ovviare alla logica del dramma rivelando da subito la decisione del protagonista, il resoconto intimo di una cronaca di morte annunciata. La struttura narrativa del film segue Arash nel pellegrinaggio alle sorelle e al fratello minore, preparandoli alla sua scelta che culminerà nella cena dall’anziana madre. Sullo sfondo di questi incontri, densi di dolore, aleggia la minaccia di una guerra sull’intero Iran, che acuisce il senso di precarietà esistenziale di tutti.

Ecco che la cinematografia iraniana trasforma ogni racconto in un atto di ribellione. La macchina da presa cessa di essere uno strumento di osservazione per diventare uno scomodo testimone d’accusa. Il film di Asgari si inserisce in un filone di resistenza che caratterizza il cinema iraniano costretto a operare in un clima di assoluta censura. Il regista, già autore di Kafka a Teheran, utilizza delle scelte formali precise come inquadrature fisse, interni eleganti ma asfissianti. Una gestione claustrofobica dello spazio che riflette visivamente lo stato d’animo del protagonista. La sua decisione di togliersi la vita diventa così l’unica forma di libertà rimastagli visto che il regime gli ha tolto la voglia di vivere.

Un po’ di luce diventa così la speranza di chi sceglie forse di restare, trovando così nel calore degli affetti l’unica vera possibilità di sopravvivenza. Nell’epilogo domestico vediamo l’intera famiglia riunirsi attorno a una tavola per la cena. La cinepresa indugia sui volti dei commensali quasi a sottolineare sprazzi di solidarietà. In questo microcosmo il regista introduce così uno spiraglio di luce. La luce stessa diventa così un manifesto politico contro il regime che può togliere il lavoro, può persino togliere la vita, ma non gli affetti. Il ballo finale, dove ognuno è legato all’altro in un abbraccio salvifico, andrà a incrinare la determinazione del medico, aprendo un varco al dubbio.

data di pubblicazione:11/10/2026


Scopri con un click il nostro voto:

ANCHE IN CASA SI POSSONO PROVARE EMOZIONI FORTI di Caterina Filograno, 2026

ANCHE IN CASA SI POSSONO PROVARE EMOZIONI FORTI di Caterina Filograno, 2026

Regia e drammaturgia di Caterina Filograno – con Gloria Busti, Caterina Filograno, Francesca Porrini, Simona Senzacqua, Maria Grazia Sughi- Una produzione Sardegna Teatro/Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale/Teatri di Bari

(Teatro India – Roma, 8/11 ottobre 2026)

Originale, e quanto mai impressiva, pièce scritta e interpretata dalla Filograno che inaugura la stagione del Teatro India con una esplorazione surreale delle dinamiche matriarcali. Un’analisi attenta, solo apparentemente superficiale, per interrogarsi sulle incognite che la vita prospetta, in un intreccio tra passato e presente, tra ricordi e emozioni…

La scena si svolge all’interno del villino Tajani, nella imprecisata località balneare di Speronetta, costruito dall’ormai defunto Gabriele all’inizio dello scorso secolo. Lo spettacolo si inserisce in una scenografia suggestiva, interamente dominata dal rosso. Drappi scarlatti cadono costantemente sulla scena per indicare una metafora cromatica di passioni, legami di sangue e tensioni latenti. Al centro della narrazione si sviluppano le dinamiche di una famiglia al femminile, una microsocietà domestica con a capo l’anziana Maddalena, pilastro immobile della memoria. Sotto di lei, con atteggiamento rispettoso, si muovono le figlie Mina e Simonetta, e le affettuose nipoti, Caterina e Rebecca.

Tra le due si innesca un continuo e brillante gioco di provocazioni e dispute verbali. In questo spazio sospeso, isolato dal mondo esterno, le protagoniste ricordano episodi del passato. Frammenti di esistenze dove ognuna, a modo suo, sta ancora cercando la propria esatta collocazione. Dall’esterno si percepisce il suono rabbioso delle onde del mare e il garrito assordante di una numerosa colonia di pappagalli che alimenta un fastidio costante. Elemento cardine della drammaturgia è la totale assenza fisica degli uomini sulla scena. La casa si trasforma cosi in un alveare perfettamente strutturato secondo le ferree regole di un’ape regina e delle sue api operaie.

Qui il ruolo maschile subisce una radicale destrutturazione. Gli uomini vengono esplicitamente paragonati a stelle o comete. Corpi celesti dotati di una propria temporanea e indipendente luminosità che, tuttavia, è destinata a spegnersi rapidamente nel tempo. Senza scivolare in un manifesto prettamente femminista o ideologico, il teatro della Filograno riesce a rimarcare il ruolo fondamentale e autonomo delle donne nella società. Le protagoniste dimostrano una capacità straordinaria di organizzazione e di indipendenza, riducendo la figura maschile a una funzione puramente marginale. Un esordio di stagione intenso e visivamente potente, capace di trasformare le mura domestiche in un luogo di universale riflessione psicologica. Un lavoro potente, ben sorretto dalla straordinaria bravura delle interpreti.

data di pubblicazione:09/10/2026


Scopri con un click il nostro voto:

LA CITTA’ DEI VIVI di Edoardo Gabbriellini, 2026

LA CITTA’ DEI VIVI di Edoardo Gabbriellini, 2026

Presentato alla Mostra del Cinema di Venezia di quest’anno, nella Sezione Orizzonti, il film dell’attore e regista Gabbriellini ha subito guadagnato il consenso della critica. La storia tratta di un caso di cronaca nera che riguarda l’omicidio del ventitreenne Luca Varani avvenuto nel marzo del 2016. Un delitto insensato che aveva già ispirato il romanzo-inchiesta di Nicola Lagioia…

In un’epoca dominata dalla brutalità gratuita del true crime, il merito di Gabbriellini risiede in una rigorosa scelta riguardo l’eliminazione totale della violenza visiva. Dalle confessioni degli assassini si sa che il calvario di Luca è durato ore, ma il regista decide coraggiosamente di saltare l’intera parte cruenta. Il film si dedica essenzialmente sul prima e sul dopo. Nella prima parte ci si concentra interamente sulla figura di Luca e sulle dinamiche tipiche della sua età. Gli incontri con gli amici di borgata e il rapporto con la sua fidanzata Marta. Il regista esplora con delicatezza il contesto familiare del ragazzo, circondato dall’amore dei genitori adottivi. Una madre casalinga e un padre che si guadagna da vivere onestamente come ambulante vendendo dolciumi per strada.

Questa immersione nella sua vita ordinaria rende la tragedia, a cui inconsciamente va incontro, ancora più devastante. Saltato l’orrore del delitto, la seconda parte del film riguarda il tentativo straziante dei genitori e della fidanzata di ricucirsi una parvenza di normalità. Gabbriellini rileva con pudore il peso della tragedia e la fatica del quotidiano di chi resta. Emerge così con forza l’impossibilità di una elaborazione totale del lutto anche se i familiari proveranno ad andare avanti con le loro vite. La figura del ragazzo rimane un pensiero inevitabile, baricentro emotivo che ritorna costantemente in ogni loro discorso, in ogni silenzio e in ogni respiro.

A dare corpo e anima a La città dei vivi troviamo un cast di primissimo ordine. Emanuele Maria Di Stefano incarna la straordinaria semplicità di Luca e per questa sua genuina interpretazione si è guadagnato a Venezia il Premio RB Casting. Viene affiancato da una bravissima Gaia Merlonghi nei panni della fidanzata Marta, con il suo sguardo profondo che incarna il dolore di un amore spezzato. Infine troviamo un Valerio Mastandrea nella parte di un padre buono, dignitoso e soprattutto comprensivo. La forza del film sta nella capacità del regista di firmare un’ottima trasposizione dell’omonimo romanzo di Nicola Lagioia. Con grande abilità cinematografica Gabbriellini evita di scendere nei particolari più morbosi e cruenti della cronaca nera. Riesce comunque magistralmente a restituire la stessa identica atmosfera di disorientamento che si ritrova nelle pagine del romanzo.

data di pubblicazione:03/10/2026


Scopri con un click il nostro voto:

NAZA di Yuval Abraham e Rachel Szor, 2026

NAZA di Yuval Abraham e Rachel Szor, 2026

All’ultima Mostra del Cinema di Venezia, il Premio Speciale della Giuria è assegnato a Naza, dirompente docufilm dei registi israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor. Entrambi erano stati vincitori nel 2025 di un Oscar per il loro documentario No Other Land, diretto e montato da un collettivo israelo-palestinese. Il termine Naza costituisce un acronimo militare impiegato specificatamente per indicare le vittime civili previste dal comando militare israeliano. Ogni singolo attacco aereo programmato aveva l’obbiettivo di annientare tutti i palestinesi della striscia di Gaza…

Il corpo centrale del film si sviluppa interamente attorno alle complesse interviste registrate di notte da Yuval sui tetti di Tel Aviv. Protetti dall’oscurità, alcuni ufficiali e veterani dell’intelligence delle forze di difesa israeliane scelgono di violare il silenzio rilasciando pesanti testimonianze. Le loro rivelazioni indicano una pianificazione strategica, radicalizzata a seguito del drammatico attentato del 7 ottobre 2023, volta alla totale distruzione di Gaza. I militari intervistati denunciano come i continui bombardamenti erano di fatto programmati per individuare non soltanto elementi di Hamas. Gli attacchi erano infatti rivolti alla totale eliminazione della vita sociale palestinese, arrivando così ad un vero e proprio genocidio.

A fare da stridente contraltare a questi racconti, a volte freddi e asettici, si trovano frammenti di vita quotidiana. Il montaggio, curato insieme alla fotografia da Rachel Szor, alterna le agghiaccianti confessioni dei militari a immagini ordinarie di Tel Aviv. La telecamera scruta, dietro le finestre, le case dove la gente comune vive la propria vita comune, indifferente alla distruzione di massa in corso. A soli sessanta chilometri da quella normalità si consuma una tragedia sistematica che per i metodi adottati ricorda le pagine più buie delle persecuzioni naziste. Lo spettatore si trova quindi ad affrontare questo dramma morale, questa apatia verso l’orrore della guerra e verso l’uccisione sistematica di civili inermi.

Proprio per l’estrema gravità del contenuto, il film è stato girato con estrema prudenza e in assoluta clandestinità. I due registi hanno rischiato la propria vita per aver dato luce a un atto di accusa così evidente. Si vuole pertanto sottolineare la discrepanza tra il comportamento della popolazione israeliana e l’annientamento sistematico dei palestinesi. In qualche modo vengono in mente le atmosfere del film di Glazer La zona d’interesse. La vita borghese della famiglia del comandante di Auschwitz scorreva ordinata e idilliaca a un passo dal muro del campo di sterminio. Naza è un film forte che non lascia indifferenti perché denuncia la tragica apatia degli israeliani e ci consegna una testimonianza vera. Rimane a stento riconosciuto il genocidio ancora in atto nei confronti dei palestinesi.

data di pubblicazione:01/10/2026


Scopri con un click il nostro voto:

MAIGRET, L’AMORE E LA MORTE di Pascal Bonitzer, 2026

MAIGRET, L’AMORE E LA MORTE di Pascal Bonitzer, 2026

Ritorna al cinema l’iconica figura del commissario Maigret in un adattamento curato dal regista francese Pascal Bonitzer e tratto da un romanzo di Georges Simenon. Quest’ultima nuova veste si distacca molto dalle tradizionali trasposizioni a cui si era abituati già dagli inizi degli anni Sessanta. Per i numerosi, e certamente non più giovani, fan del celebre commissario rimane ancora impressa l’immagine datane in televisione. Si ricorda la fisicità massiccia e imponente di un individuo di buone maniere, ma anche burbero, amante della cucina francese tradizionale. Anche ottimo intenditore di vini, ma che ricorre spesso, in pausa lavoro, a dell’ottima birra e a dei sostanziosi panini che divora con appetito robusto…

A dare corpo e volto a questo nuovo insolito Maigret troviamo un bravissimo Denis Podalydès, della Comédie-Française, bravo ma inadatto a rappresentare il celebre commissario. Sin dalle prime scene infatti ci si accorge che Podalydès non possiede il cosiddetto physique du rôle. Si presenta minuto, aggressivo nell’interrogare gli indiziati e lontano dall’utilizzare il proprio intuito per entrare in empatia con gli stessi. Durante i serrati interrogatori il protagonista scivola a tratti in un atteggiamento nervoso e persino irritante che spezza l’atmosfera crepuscolare che si è voluto creare.

Il regista ambienta la storia agli inizi del Duemila creando un giallo da camera che punta tutto sulla sottrazione, sull’atmosfera claustrofobica e sull’indagine investigativa più che sull’azione pura. Un’opera malinconica che, tradendo l’iconografia classica di Simenon, riesce a fatica a catturare l’essenza più profonda e psicologica del commissario. La trama si sviluppa attorno all’omicidio di un ex ambasciatore, Monsieur Berthier-Lagès, un delitto che trascina Maigret nei salotti polverosi dell’alta borghesia e aristocrazia francese. Tra segreti di Stato e una fitta corrispondenza amorosa clandestina tra la vittima e la principessa de Vuynes, l’indagine si trasforma in un viaggio nostalgico tra passioni sbiadite e un mondo che si avvia inesorabilmente al tramonto.

Maigret, l’amore e la morte è ambientato in un periodo di transizione dove ancora c’è chi disconosce le nuove tecnologie. Un Maigret che rifiuta di usare il cellulare ed è fortemente legato alle vecchie tradizioni. Questo messaggio viene comunque in parte falsato e depotenziato dalla recitazione di Podalydès, creando un netto cortocircuito per lo spettatore. Manca quella saggia, ironica e sorniona autorevolezza che fu di Gino Cervi nella televisione italiana degli anni Sessanta. O ancora quella solida, pragmatica e magnetica presenza che Jean Gabin impose sul grande schermo alla fine degli anni Cinquanta. Bonitzer restituisce un personaggio a tratti troppo spigoloso che ha finito per snaturare la complessa e rassicurante umanità del commissario più famoso di Francia.

data di pubblicazione:23/09/2026


Scopri con un click il nostro voto: