Ritorna al cinema l’iconica figura del commissario Maigret in un adattamento curato dal regista francese Pascal Bonitzer e tratto da un romanzo di Georges Simenon. Quest’ultima nuova veste si distacca molto dalle tradizionali trasposizioni a cui si era abituati già dagli inizi degli anni Sessanta. Per i numerosi, e certamente non più giovani, fan del celebre commissario rimane ancora impressa l’immagine datane in televisione. Si ricorda la fisicità massiccia e imponente di un individuo di buone maniere, ma anche burbero, amante della cucina francese tradizionale. Anche ottimo intenditore di vini, ma che ricorre spesso, in pausa lavoro, a dell’ottima birra e a dei sostanziosi panini che divora con appetito robusto…
A dare corpo e volto a questo nuovo insolito Maigret troviamo un bravissimo Denis Podalydès, della Comédie-Française, bravo ma inadatto a rappresentare il celebre commissario. Sin dalle prime scene infatti ci si accorge che Podalydès non possiede il cosiddetto physique du rôle. Si presenta minuto, aggressivo nell’interrogare gli indiziati e lontano dall’utilizzare il proprio intuito per entrare in empatia con gli stessi. Durante i serrati interrogatori il protagonista scivola a tratti in un atteggiamento nervoso e persino irritante che spezza l’atmosfera crepuscolare che si è voluto creare.
Il regista ambienta la storia agli inizi del Duemila creando un giallo da camera che punta tutto sulla sottrazione, sull’atmosfera claustrofobica e sull’indagine investigativa più che sull’azione pura. Un’opera malinconica che, tradendo l’iconografia classica di Simenon, riesce a fatica a catturare l’essenza più profonda e psicologica del commissario. La trama si sviluppa attorno all’omicidio di un ex ambasciatore, Monsieur Berthier-Lagès, un delitto che trascina Maigret nei salotti polverosi dell’alta borghesia e aristocrazia francese. Tra segreti di Stato e una fitta corrispondenza amorosa clandestina tra la vittima e la principessa de Vuynes, l’indagine si trasforma in un viaggio nostalgico tra passioni sbiadite e un mondo che si avvia inesorabilmente al tramonto.
Maigret, l’amore e la morte è ambientato in un periodo di transizione dove ancora c’è chi disconosce le nuove tecnologie. Un Maigret che rifiuta di usare il cellulare ed è fortemente legato alle vecchie tradizioni. Questo messaggio viene comunque in parte falsato e depotenziato dalla recitazione di Podalydès, creando un netto cortocircuito per lo spettatore. Manca quella saggia, ironica e sorniona autorevolezza che fu di Gino Cervi nella televisione italiana degli anni Sessanta. O ancora quella solida, pragmatica e magnetica presenza che Jean Gabin impose sul grande schermo alla fine degli anni Cinquanta. Bonitzer restituisce un personaggio a tratti troppo spigoloso che ha finito per snaturare la complessa e rassicurante umanità del commissario più famoso di Francia.
data di pubblicazione:23/09/2026
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