DIO RIDE di Giovanni Veronesi, 2026

(Immagine tratta da cartella stampa)

Che cosa può esserci di più sovversivo, per un’istituzione che pretende di amministrare il sacro, di un uomo che parla di Dio senza paura e, soprattutto, senza smettere di sorridere? È da questo paradosso che prende le mosse Dio Ride, il film con cui Giovanni Veronesi si allontana dai territori più familiari della commedia sentimentale per avventurarsi nel Seicento, tra fede, eresia e repressione. Un cambio di passo ambizioso, che trova in Pierfrancesco Favino, all’ennesima maestosa interpretazione, un protagonista capace di trasformare una vicenda storica in una riflessione sorprendentemente attuale.

Al centro del racconto c’è fra Leopoldo da Casamacchia, religioso anticonvenzionale che conquista il popolo raccontando il Vangelo con una spontaneità disarmante, restituendo alla parola divina una dimensione umana, accessibile, perfino gioiosa. Il suo Dio non è una presenza distante custodita nelle formule latine e nelle gerarchie ecclesiastiche, è un Dio vicino agli uomini, capace di comprenderne le debolezze e riderne con loro. Il successo del frate, però, finisce per diventare una minaccia. Quando le chiese si svuotano e la sua voce si diffonde tra i villaggi, Roma interviene. A indagare viene mandato il cardinale Maculani, interpretato da un Silvio Orlando in stato di grazia, chiamato a confrontarsi con una fede che sfugge alle regole.

Veronesi costruisce così un racconto nel quale la questione religiosa diventa immediatamente politica. L’eresia di Leopoldo, infatti, non consiste tanto nel negare un dogma, quanto nel sottrarre il sacro al monopolio di chi ne stabilisce le condizioni di accesso.

Favino affronta il personaggio con energia, fisicità e un gusto per la caricatura che restituisce efficacemente la forza contagiosa di un uomo che non ha bisogno di intimidire per frasi ascoltare. Orlando gli risponde con una recitazione più trattenuta, fatta di esitazioni ed incrinature. Il loro confronto è senza alcun dubbio il vero motore del film.

Anche la confezione visiva, tra paesaggi, fotografia calda e ricostruzione d’epoca, rivela una cura che distingue questo progetto di Veronesi da tutti i suoi precedenti.

E alla fine Dio ride ci lascia con una convinzione limpida: nessuna istituzione può dirsi davvero spirituale se teme la libertà di chi crede. Si esce dalla sala con la sensazione di avere assistito a qualcosa che consola senza anestetizzare, come una carezza armata di intelligenza.

data di pubblicazione:28/10/2026


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