ICE CREAM MAN di Eli Roth, 2026

(Particolare di foto cartella stampa)

C’era un tempo in cui il cinema di Eli Roth rappresentava la provocazione pura, la spina nel fianco del perbenismo hollywoodiano, a colpi di body horror e carne strappata. Oggi, con Ice Cream Man, quella carica eversiva sembra essersi congelata in un esercizio di stile, che rimane un po’ indietro rispetto al panorama cinematografico contemporaneo.

Un camioncino di gelati attraversa un quartiere assolato, richiamando i bambini con la sua musichetta rassicurante. Il film parte da qui, da una di quelle immagini dell’innocenza americana, che il cinema horror ama sabotare, per trasformarla in una trappola perturbante.

Il regista di Hostel conosce bene la grammatica dello splatter, e infatti non lesina sangue e truculente uccisioni concepite per provocare disgusto e risate nervose. Il problema è che l’escalation visiva non coincide con un’escalation cinematografica e il volume dell’orrore si alza senza mai riuscire a produrre vera suspense. Laddove il cinema horror odierno ha imparato a coniugare il genere con la satira sociale o la complessità psicologica, Roth sceglie di rimanere ancorato alla pura estetica d’impatto, lasciando in secondo piano la trama. I personaggi sono poco approfonditi, i dialoghi per nulla incisivi ed il mistero dietro l’enigmatico gelataio (Ari Millen) non trova una motivazione narrativa convincente. Anche l’estetica luminosa, con colori saturi da cartolina estiva, finisce talvolta per sottrarre ombre ed inquietudine alla messa in scena.

Persino il guizzo narrativo nel finale, che colpisce i protagonisti, e che ha effettivamente una sua originalità, arriva troppo tardi e senza la dovuta valorizzazione, lasciando nello spettatore più esigente la sensazione di un potenziale sprecato. Ne risulta un prodotto che parla soprattutto ai nostalgici del gore primordiale, ma che, di per sé, appare superato e privo di visione. Ice Cream Man si pone come una coppa di gelato avvelenata, dolce e ripugnante, che vorrebbe scioccare il palato e che invece si scioglie prima ancora di avere lasciato il segno. Del resto, la provocazione da sola non basta, per diventare cinema anche l’orrore ha bisogno di ritmo, misura e idee.

data di pubblicazione:29/10/2026


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