da Antonio Iraci | Ott 17, 2025
(ALICE NELLA CITTA’ 2025)
Mattia, di appena undici anni, deve affrontare, con i mezzi di cui dispone, la malattia del genitore, appena quarantenne e affetto da Alzheimer precoce. Affronterà questo dramma familiare con determinazione e spirito di maturità…
La storia molto commovente del rapporto tra il piccolo Mattia (Javier Francesco Leoni) e suo padre Paolo (Edoardo Leo). Di fronte a questa devastante malattia, che lentamente sembra divorare la memoria del padre, il piccolo Mattia sarà sempre presente con le sue premure. L’amore e il supporto familiare emergono come pilastri fondamentali per affrontare la crudele realtà di una infermità, offrendo a Paolo la dignità di andare avanti. Attraverso l’immagine di un nucleo domestico unito e amorevole, Aronadio dimostra come l’affetto e la solidarietà possano diventare strumenti di forza di fronte all’inevitabile.
Il film tratta la storia vera di Mattia Piccoli, la cui dedizione nel supportare il padre gli hanno valso il riconoscimento di Alfiere della Repubblica. Onorificenza conferita nel 2021 dal Capo dello Stato in quanto custode di suo padre. Edoardo Leo, nel difficile ruolo di genitore, offre una interpretazione straordinaria, dimostrando una grande sensibilità e profondità in una parte emotivamente impegnativa. Il piccolo Javier Francesco Leoni, invece, sorprende per la sua professionalità, recitando con la sicurezza e la naturalezza di un grande attore. Molto brava pure Teresa Saponangelo nel ruolo della madre, allegra e coraggiosa. Il regista non intendeva narrare la storia reale di Paolo Piccoli, ma il dramma di un uomo ancora giovane che affronta la perdita della memoria. Aronadio esplora così la fragilità di un’esistenza che si sgretola, catturando l’essenza di una lotta intima e profondamente umana contro il tempo e l’oblio.
Per te è il titolo di un film che già indica una dedica. Infatti è dedicato a tutte le famiglie dove la sofferenza di un singolo diventa un’esperienza condivisa, un percorso di afflizione collettiva e profonda. Un film quindi che sicuramente toccherà la sensibilità del pubblico perché parla di amore come unico insostituibile appiglio nei momenti più bui della malattia. Il regista è stato capace di presentare il ritratto intimo e universale della fragilità umana. Aronadio si impegna a toccare la parte più umana e profonda dello spettatore, utilizzando la pura spontaneità e l’innocenza disarmante di un bambino come Mattia. Sotto questo aspetto il film risulta ben riuscito, offrendo un’esperienza commovente e autentica che lascia un segno nello spettatore più sensibile. Presente al Giffoni Film Festival, rivolto principalmente al pubblico della scuola, viene ora presentato alla festa del Cinema di Roma 2025 e contemporaneamente in Alice nella città.
data di pubblicazione:17/10/2025

da Antonio Iraci | Ott 16, 2025
(ALICE NELLA CITTÀ 2025)
Todd, affetto da una strana malattia, nonostante il parere contrario della sorella, decide di trasferirsi in una casa isolata, un tempo di proprietà del nonno. Insieme a lui ci sarà Indy, un cane fedele, un vero good boy che lo accompagna e segue in ogni attimo della giornata…
Good boy è stato scelto come film di apertura di Alice nella Città di quest’anno. Opera indipendente, realizzata con un basso budget, è subito diventata un caso cinematografico, conquistando l’approvazione della critica internazionale. La trama ruota intorno a Todd (Shane Jensen) ma soprattutto riguarda Indy, vero protagonista della scena. Il cane del ragazzo che ben presto si accorgerà che la casa dove si sono trasferiti è infestata da strane presenze. Il suo principale compito sarà quello di proteggere e salvare il suo padrone dalle forze del male che sembrano invadere la casa. Mentre la figura del ragazzo rimane sempre in ombra, la storia passa attraverso lo sguardo del cane che percepirà quello che sfugge invece a Todd.
Situazioni inquietanti per realizzare un interessante horror dove però viene messo in evidenza il rapporto sincero tra cane e padrone. Una simbiosi perfetta per raccontare una storia paranormale e spingere lo spettatore ad affrontare razionalmente le proprie paure e le proprie angosce. Una costante soggettiva, quella del cane appunto, che fa percepire nell’oscurità una natura malvagia, qualcosa di pericoloso che minaccia l’incolumità del giovane. Il cane sin dal primo momento intercetta presenze, avverte segnali incomprensibili e inquietanti che rimandano alle strane tracce di morte del precedente proprietario. Inoltre Todd soffre sempre di più di attacchi per qualcosa di grave e Indy gli rimarrà accanto anche per proteggerlo e salvarlo dall’entità oscura. Ogni dettaglio viene esaminato e scrutato sotto la prospettiva del cane, ogni percezione passa attraverso i suoi sensi e nulla sembra sfuggirgli creando un’atmosfera adrenalinica.
Good boy parla di fantasmi con una regia e una fotografia, curata dallo stesso Leonberg, che fanno di questo film un piccolo capolavoro. Lo spettatore imparerà a lasciarsi coinvolgere nella storia dalla recitazione di un cane, per quando sia un semplice paradosso. Indy, sotto la direzione del suo stesso padrone, è un ottimo attore che ha imparato a recitare sé stesso. Il regista riesce in pieno a evidenziare come un legame così forte e radicale possa essere necessario per salvarsi da una vita alla deriva. Un film che offre una riflessione profonda su come affrontare la paura della solitudine. Se il terrore è alle porte, Leonberg suggerisce come annientarlo. Un’opera prima degna di nota, grazie alla capacità del regista di trarre il massimo da una sceneggiatura semplice ma originale. Una narrazione delicata e suggestiva che con la sua autenticità saprà sicuramente catturare l’attenzione del pubblico.
data di pubblicazione:16/10/2025

da Antonio Iraci | Set 4, 2025
Lucy lavora a New York come matchmaker, vale a dire fa incontrare i suoi clienti d’élite per portarli al matrimonio. Durante un ricevimento nuziale, da lei combinato, incontra dopo tanto tempo John, il suo ex nelle vesti di un cameriere, e contemporaneamente rimane affascinata dal fratello dello sposo. Harry è l’uomo perfetto: attraente, ricco, elegante e soprattutto desideroso di iniziare una relazione stabile. Lucy dovrà fare una scelta che non sarà proprio facile…
Celine Song, regista sudcoreana naturalizzata canadese, dopo il successo del suo film d’esordio Past Lives, candidato agli Oscar 2024, con Material Love ripropone il tema dell’amore e le dinamiche bizzarre che spesso gli bazzicano attorno. Abbandonate le note autobiografiche presenti nel primo lavoro, la regista si concentra ora sulla crisi dei sentimenti, in un mondo in cui tutto diventa merce di scambio. Se Lucy (Dakota Johnson) risulta abile nell’individuare possibili partner per i propri esigenti clienti, è invece incapace di mettere a fuoco i suoi veri affetti. Dopo alcuni anni ritorna con discrezione la figura di John (Chris Evans), aspirante attore e decisamente squattrinato ma verso il quale Lucy prova ancora una profonda attrazione. Di contro l’avvenente Harry (Pedro Pascal) sarebbe la scelta giusta che qualsiasi donna affronterebbe senza esitazione. Lui rappresenta l’uomo dei sogni perché molto ricco, gentile e decisamente affascinante che la induce a porre seriamente in discussione ogni sistema di valori. Lucy si trova davanti a un bivio e prima o poi dovrà imboccare una scelta tra un futuro di lusso, economicamente garantito, e un passato che sicuramente è più sincero. Il primo rappresenta la stabilità materiale mentre il secondo la precarietà e l’incertezza, ma sicuramente l’amore passionale. La regista affronta ancora una volta il tema delicato dei sentimenti e preferisce farlo con la formula di una commedia romantica sullo sfondo di una New York patinata e nello stesso tempo frenetica. Un film che esplora la tensione tra questi due estremi e solleva domande importanti sull’amore, sulla felicità e sulle scelte che si devono affrontare nella vita. La regia di Celine Song è sensibile e attenta ai dettagli e Dakota Johnson interpreta il suo ruolo da protagonista con grande professionalità e profondità. Nonostante alcune trovate un po’ troppo comiche, Material Love è un film ben riuscito per la sua capacità di affrontare temi seri e difficili con onestà e sensibilità. Le scene del film sono caratterizzate da un’atmosfera calda e accogliente con interni molto curati e raffinati che ricordano le case dei film di Woody Allen. La scelta che Lucy alla fine farà rimane al momento nascosta ma sicuramente indurrà gli spettatori a pensare e a riflettere sulla propria vita e sulle proprie decisioni. Una commedia simpatica, recitata bene e che, senza grandi pretese, merita di essere vista. Il tema del dilemma in amore è stato trattato infinite volte nel cinema, ma questa volta la regista riesce a portare una ventata di freschezza e di originalità.
data di pubblicazione.04/09/2025
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da Antonio Iraci | Ago 27, 2025
Enzo, di appena sedici anni, ha deciso di abbandonare gli studi e di lavorare come apprendista operaio. La sua famiglia è molto benestante e vive in una villa con piscina nel sud della Francia. Sul posto di lavoro il ragazzo è sotto la supervisione di Vlad, giovane ucraino più grande di lui. Enzo è affascinato dal collega che in qualche modo lo trascina nel suo mondo caotico, ben diverso da quello stereotipato in cui è costretto a vivere…
Enzo è stato il film di apertura alla Quinzaine des Cinéastes del Festival di Cannes 2025. Scritto dal francese Laurent Cantet, morto poco prima dell’inizio delle riprese, è stato poi completato e diretto dal suo collaboratore Robin Campillo. Il regista affronta il tema specifico del disagio dei giovani di oggi nel trovare una propria collocazione all’interno della famiglia e, in generale, nella società.
Il protagonista (Eloy Pohu) vive in un contesto sereno con un padre (Pierfrancesco Favino) e una madre (Élodie Bouchez) che si prendono costantemente cura di lui e lo vorrebbero inserito nell’ambiente agiato dove loro stessi vivono. L’esempio del fratello maggiore, tutto dedito agli studi, non gli è di alcun aiuto. Il suo atto di ribellione si manifesta nel lavorare come manovale presso un cantiere edile. Qui Enzo incontrerà una situazione completamente diversa fatta di operai provenienti da vari paesi che devono lottare per guadagnarsi una vita decente. Un film quindi di formazione dove il regista affronta il problema dei giovani, spesso in difficoltà a riconoscersi in una società che li vuole tutti istruiti e ben integrati, in un contesto che spesso non gli appartiene. Il ragazzo non è d’accordo con tutto il suo entourage e preferisce la compagnia sgangherata dei suoi colleghi di lavoro. Tra questi il carismatico Vlad (Maksym Slivins’kyi) che incarna il prototipo della mascolinità e della risolutezza e che ben si contrappone alla figura di Enzo, ancora in quella fase della vita dove non si sa bene dove andare e cosa fare. Un’attrazione fatale che lui sperimenta e che, superando ogni timidezza, lo porterà a toccare quell’oggetto di desiderio proibito.
L’esordiente Eloy Pohu è protagonista assoluto della scena e se la cava molto bene nell’incarnare il tipo di giovane, ribelle a tutto ciò di precostituito, che con determinazione affronta i rischi di una decisione, non approvata dai genitori. La sua ribellione è un atto di sfida contro la monotonia e la superficialità della vita familiare e rappresenta una ricerca di libertà. Lui vuole scoprire la sua vera identità, incluso quella sessuale, e si impegna a trovare il suo posto nel mondo. Il regista vuole così denunciare l’inconsistenza e l’ipocrisia di un certo tipo di borghesia e ricerca quell’autenticità che può essere trovata solo al di fuori delle sue vuote convenzioni.
Il film Enzo è reso ancora più intenso e convincente dall’ottima interpretazione di Pierfrancesco Favino. In effetti riesce a dare vita a un padre severo ma anche indulgente, preoccupato per il futuro del figlio ma anche disposto a lasciargli spazio per le sue scelte.
data di pubblicazione: 27/08/2025
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da Antonio Iraci | Ago 20, 2025
Floria Lind è un’infermiera che presta servizio presso il reparto di oncologia di un ospedale svizzero. Affronta con responsabilità il suo turno di lavoro a dir poco massacrante per la mancanza di personale e per le continue richieste da parte dei pazienti. Le sue ore lavorative sono tutte ore particolari. Nessun attimo di tregua e non tutti i ricoverati le sono riconoscenti per quello che dice e soprattutto per quello che fa…
Con questo film, presentato all’ultima Berlinale, la regista svizzera Petra Volpe ci introduce nel ritmo frenetico di un ospedale per farci capire cosa significa lavorare con e per i pazienti, in un reparto dove per molti non ci sarà probabilmente una via di scampo. Lo spettatore si troverà a seguire, attraverso un’unica soggettiva, l’ultimo turno dell’infermiera Floria in una realtà ospedaliera carente di personale. La sua è un’attività frenetica dove non sono ammessi tentennamenti o, peggio ancora, sbagli. Deve affrontare con determinazione le esigenze dei ricoverati, gestire le emergenze e affrontare tutte le difficoltà insite nel suo lavoro. Costretta a dimostrare sempre una profonda empatia per le sfide e le paure dei pazienti terminali. Il ruolo della protagonista è affidato a Leonie Benesch che è riuscita a trasmettere la stanchezza, la preoccupazione e la dedizione di un’infermiera che sa ben svolgere il compito affidatole. Il pubblico l’aveva già notata, al suo esordio, nel film Il nastro bianco di Haneke e poi nella serie TV Babylon Berlin, ma il vero successo è arrivato con il film La sala professori, con la regia di Ilker Çatak, selezionato per rappresentare la Germania agli Oscar del 2024. L’intera trama si svolge tra i pazienti oncologici per mostrarci, senza troppe drammatizzazioni, come si può affrontare il tema della morte. Ognuno ha una reazione diversa, fatta di silenzi o di disperati appelli verso i quali Floria risponde sempre con un sorriso e una parola di conforto, con una carezza ma anche con deciso rigore. Ecco che il dolore, fisico e interiore, diventa il vero protagonista dell’intera storia. Brava la regista nell’aver adottato un registro espressivo serio e composto e soprattutto per aver affrontato un tema così delicato. Le dinamiche stesse di un ospedale con le difficoltà e i mille problemi che devono essere affrontati senza esitazioni. L’ultimo turno è un film interessante, un’esperienza unica per lo spettatore che si troverà a partecipare in prima persona con lo stato d’animo di chi impara a realizzare il valore della vita. Lui stesso si pone in una duplice posizione, quella del paziente e quella di chi si prende cura di lui. Un film che ci racconta con naturalezza quello che accade nel quotidiano in un ospedale, senza ricorso ad artifici o messaggi retorici. La sensibilità e la delicatezza con cui Petra Volpe affronta la tematica della morte e della sofferenza umana sono il vero punto di forza del film.
data di pubblicazione:20/08/2025
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