LA PROFEZIA DELL’ARMADILLO di Emanuele Scaringi, Italia 2018

LA PROFEZIA DELL’ARMADILLO di Emanuele Scaringi, Italia 2018

(75. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia)

Il film, presentato a Venezia nella sezione Orizzonti, segna la regia dell’esordiente,Emanuele Scaringi, ma deve molto, almeno come idea di partenza, a Zerocalcare (al secolo Michele Rech) autore della graphic novel che ha ispirato la storia e collaborato alla sceneggiatura (con Valerio Mastandrea e Oscar Glioti). La pellicola è la storia del ventisettenne Zero, disegnatore di belle speranze che vive nel quartiere di Rebibbia, arrabattandosi con piccoli lavoretti di sostegno. A casa trova la sua coscienza critica nei panni di un surreale armadillo che lo tiene con i piedi per terra con i suoi consigli. La svolta nella sua vita avverrà in occasione della notizia della morte della sua giovane “vecchia amica” Camille, suo amore adolescenziale, che lo porrà difronte alle scelte importanti della vita.

 

Non saprei dire se i tantissimi appassionati dei fumetti di Zerocalcare hanno ritrovato nella versione cinematografica de La Profezia dell’Armadillo le stesse suggestioni della graphic novel, ma circoscritta al nuovo cinema italiano rivolto ai millennials, il film di Scaringi si presenta come operina fresca e di facile fruizione seppure non banale e, pregio non poco, mai volgare o compiaciuta. Il racconto scorre agile, alternando momenti di autentico divertimento ad altri più tristi e meditativi. Non era facile trasportare sullo schermo il diario a fumetti di Zero, ma l’operazione può dirsi parzialmente riuscita. Deve i suoi principali meriti alla buona sceneggiatura sottostante, ad un commento musicale robusto ma congruo (da Joe Strummer a Boris Vian, da Paradiso ai The Rapture) e, in special modo, ad uno stuolo di attori in ottima forma e mai sopra le righe, normale difetto di molte pellicole nostrane. In particolare, il protagonista, impersonato da Simone Liberati, trentenne attore di Ciampino, è impareggiabile nel mostrare fobie, tic ed idiosincrasie di Zero, ma è ben coadiuvato da altri giovanissimi di talento: l’amico “il secco” Slim (Pietro Castellitto), la dolce Camille (Sofia Staderini). In ruoli da adulti ritroviamo la delicata Laura Morante (la madre imbranata del protagonista), l’armadillo (Michele Aprea, irriconoscibile nella sua imbragatura) e due sportivi famosi: Vincent Candela (il padre di Camille) e Adriano Panatta in un divertente cameo autoreferenziale. Dunque, un buon esordio e certamente, nello stanco panorama nostrano, un’opera intelligente e vivace che piacerà certamente a giovani e giovanissimi (in fondo parla dei loro problemi!), ma che ha tutte le caratteristiche per farsi apprezzare anche da un pubblico più esigente.

data di pubblicazione:04/09/2018








MONROVIA, INDIANA di Frederick Wiseman, 2018

MONROVIA, INDIANA di Frederick Wiseman, 2018

(75. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia)

Frederick Wiseman, a torto o a ragione è considerato attualmente uno dei registi storici della documentaristica. Con un passato da laureato in legge (ha anche insegnato alla Boston University) e qualche anno trascorso fra le forze armate e variegate esperienze parigine, dopo il rientro negli Stati Uniti, si fece notare con il suo primo lungometraggio World Cool che segnò l’inizio di una importante carriera.

A Venezia lo ricordiamo per il premio alla carriera nell’edizione 2014 e per l’appassionato Ex libris-The New York Public Library del 2017, viaggio all’interno della biblioteca pubblica della Grande Mela, fondamentale spazio per la vita culturale e la stessa coesione sociale dei newyorkesi. Col suo Monrovia,Indiana ci racconta la vita quotidiana di un piccolo centro agricolo dell’America più profonda.

 

Diciamolo subito, non è solo la durata del documentario (143 minuti), peraltro eccessiva, ma l’intera operazione a lasciare perplessi. Il ritmo è decisamente lento persino per la tipologia dell’opera, alcune scene si prolungano oltre il dovuto mettendo a dura prova la resistenza di un pubblico pur appassionato ai confini del masochismo. Ciò premesso, è evidente che l’idea di partenza era valida, come è giusto riconoscere diversi spunti di interesse; il regista, infatti, mostra non solo la realtà sociale ed economica di uno stato non ricchissimo, ma intende soffermarsi sui valori stessi che permeano quel tipo di realtà: doveri, vita religiosa, una certa autenticità, spesso messi a confronto con altri stereotipi decisamente contrari nella stessa società americana.

Quindi, il film ci mostra nelle oltre due ore uno spaccato della vita quotidiana di Monrovia, eretta a campione di una faccia dell’America contemporanea meno nota, rappresentata in tutti i suoi molteplici aspetti. Wiseman sostiene la tesi che la forza e le contraddizioni di questa società non sempre sono state apprezzate o comprese dalle grandi città della East e della West Coast americana. Nelle parole del regista le motivazioni primarie per il suo ultimo lavoro:

“Ho pensato che un film incentrato su una piccola comunità rurale del Midwest sarebbe stato il giusto corollario alla serie che ho realizzato sulla vita americana contemporanea. Monrovia, nello Stato dell’Indiana, mi ha affascinato per le sue dimensioni (1400 abitanti), la sua ubicazione (non avevo mai diretto un film nel Midwest rurale) e gli interessi culturali e religiosi condivisi dalla comunità locale”.

La coraggiosa scelta del regista ha comunque il merito non da poco di sollevare il velo su un altro aspetto della vita americana più recente, ovvero, lo spopolamento di tante aree del Paese e aver scelto un piccolo centro con poco più di mille abitanti, come pure il rigore con cui ha trattato la materia, testimoniano del suo impegno.

data di pubblicazione:04/09/2018







ACUSADA di Gonzalo Tobal, 2018

ACUSADA di Gonzalo Tobal, 2018

(75. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia)

Dolores, studentessa della buona borghesia di Buenos Aires, non si fa mancare niente e vive agiata e libertina  fino al brutale assassinio della sua migliore amica. Due anni dopo, però, è l’unica sospettata di un crimine che catalizzerà in modo morboso l’attenzione mediatica, sottoponendo la giovane e tutta la sua famiglia ad una condizione di stress eccessivo. Dolores si prepara al processo trascorrendo le sue giornate, quasi segregata con i genitori e un importante avvocato che preparano la sua difesa, reclusa nella propria casa mentre i genitori fanno di tutto per difenderla. Ma quando  la data del processo si avvicina, la tensione cresce e  nella famiglia   affiorano nuovi sospetti e segreti mai rivelati prima. La stessa Dolores, con la sua fragilità, metterà a rischio l’esito stesso del processo.

  

É lo stesso regista ad offrire una chiave di lettura del film, in concorso a Venezia, che ha registrato una buona accoglienza nella sala Darsena in occasione della prima. “Come spettatore, sono vittima di un senso di inquietudine costante in presenza dei delitti atroci che la cronaca nera di continuo ci offre: un interrogativo che riguarda la natura umana delle persone vere coinvolte in esperienze in cui il confine tra pubblico e privato è offuscato dalla violenza”, Acusada è allora sia un giallo perché ne ha alcune  delle caratteristiche precipue (i dubbi sulla colpevolezza o meno della protagonista e una discreta tensione), ma è soprattutto un ritratto socio-psicologico di tutto quello che a fronte di un crimine coinvolge quanti si trovano a viverlo, principalmente familiari, amici della presunta colpevole (nella fattispecie), quelli della vittima, legali e media che cavalcano l’onda dell’audience che ogni fatto delittuoso inevitabilmente si porta dietro.

Precisando che Acusada non è film indimenticabile, ha comunque alcune frecce al suo arco: una interessante sceneggiatura (dello stesso Tobal con Ulises Porra Guardiola), una  buona fotografia (Fernando Lockett), uno stuolo di ottimi attori  su tutti Daniel Fanego, Ignacio, il padre), sia nei ruoli degli adulti sia in quelli dei giovani (in particolare, l’intensa Lali Esposito), azzeccati inserti musicali (pop e classica) a sottolineare o smorzare i momenti più drammatici. In cosa difetta  allora  la pellicola di Tobal? Evidentemente nel ritmo che presenta diverse fasi di stanca, ritmo che in ultima analisi relega un film di ottime potenzialità a livello di onesto artigianato. Mi viene da pensare a cosa poteva essere una trama del genere nelle mani di cineasti USA…

data di pubblicazione:04/09/2018







WHAT YOU GONNA DO WHEN THE WORLD’S ON FIRE? (CHE FARE QUANDO IL MONDO E’ IN FIAMME?) di Roberto Minervini, 2018

WHAT YOU GONNA DO WHEN THE WORLD’S ON FIRE? (CHE FARE QUANDO IL MONDO E’ IN FIAMME?) di Roberto Minervini, 2018

(75. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia)

Abbiamo visto il secondo film italiano in concorso a questa 75ma Mostra del Cinema di Venezia le cui proiezioni sono state accolte tutte con calorosi consensi dal pubblico presente. Roberto Minervini è ormai un apprezzato autore, già affermatosi e distintosi con Ferma il tuo cuore in affanno del 2013 e soprattutto con il durissimo Louisiana del 2015 presentato a Cannes nella sezione un certain regard.

Con quest’ultima sua opera il nostro regista ci parla appassionatamente e coinvolgentemente della diseguaglianza e del razzismo nell’America Nera negli stati del profondo sud. Un quadro preciso ed intenso, a tratti, impietoso, ingentilito solo da un meraviglioso bianco e nero, sulla comunità afro-americana dei dintorni di New Orleans, la cui esistenza è segnata quotidianamente dalla violenza, delle discriminazioni raziali, dalla povertà ineludibile e dalla brutalità gratuita della polizia. Un film sicuramente di denuncia, ma anche un film dolce, violento, appassionato e pungente che illustra tre vicende umane emblematiche. Minervini che si era affermato inizialmente come fotografo poi come reporter, mantiene ancora questo suo approccio professionale di testimoniare direttamente ciò che rappresenta nelle sue opere, difatti ha vissuto a lungo nel 2017 con la comunità presa in esame, entrando e vivendo lui stesso la stessa quotidianità documentata, da qui la forza e l’intensità profonda e partecipativa delle sue analisi. La cinepresa è lasciata libera di riprendere la vita con lunghi piani sequenza, registrando la vita, la collera, l’impegno e le stesse riflessioni degli uomini e delle donne che ha incontrato e ripresi. Ne risulta un lavoro che va ben oltre le stesse frontiere delle categorie cinematografiche, un reportage che si distacca notevolmente dall’idea di documentario, un prodotto autoriale di tutto rispetto per contenuti e qualità filmica. Senza più dubbi Minervini può essere considerato ormai come un talento capace di osservare, ascoltare e con il grande dono dell’inquadratura.

data di pubblicazione:04/09/2018








DRAGGED ACROSS CONCRETE di S. Craig Zahler, 2018

DRAGGED ACROSS CONCRETE di S. Craig Zahler, 2018

(75. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia)

I due poliziotti Brett Ridgeman e Anthony Lurasetti, sospesi temporaneamente dal servizio per avere usato metodi violenti durante una retata contro un criminale, si vedono “costretti” a procurarsi in maniera non del tutto regolare dei soldi per far fronte ai propri problemi familiari. Il primo, con una figlia adolescente molestata dai ragazzi del quartiere, sente la necessità di trasferirsi altrove anche per poter accudire meglio la moglie afflitta da sclerosi; il secondo, più giovane, pensa invece di voler mettere su famiglia. Presentatasi l’opportunità e forti della loro esperienza, i due si troveranno coinvolti in una rapina che, proprio perché organizzata da altri, sarà piena di eventi per loro del tutto imprevedibili.

S.Craig Zahler è un personaggio poliedrico in quanto regista, sceneggiatore, scrittore, direttore della fotografia e musicista. Il suo film, presentato oggi fuori concorso, vorrebbe definirsi un poliziesco, solo che non è una vera e propria detective fiction con tanto di solerti ispettori e relativo caso ingarbugliato da risolvere. In Dragged Across Concrete infatti abbiamo due poliziotti dalla mano pesante, interpretati dai grandi Mel Gibson e Vince Vaughn, che si fanno sospendere dal servizio e non sanno come sbarcare il lunario. Li vediamo scivolare quindi nel mondo della malavita e diventare loro stessi parte di essa quando decidono in entrare in una rapina sorprendendo di fatto gli stessi rapinatori. Il meccanismo del film funziona, solo che il plot sul finale è alquanto scontato, con dei colpi di scena del tutto prevedibili frutto di una sceneggiatura non proprio tra le più brillanti. Dialoghi sconnessi e fuori posto fanno da contrappunto alla indiscussa bravura dei due protagonisti, ai quali si affianca una eccezionale Jennifer Carpenter, salita alla ribalta con il film The Exorcism of Emily Rose del 2005.

Non sono sufficienti al regista le storie personali dei due protagonisti, uno oramai alla soglia dei sessanta anni che non è riuscito a fare carriera e l’altro, giovane e meno disilluso, che cerca ancora il momento giusto per dichiarare il suo amore alla ragazza che intende sposare, per rendere più accattivante l’intera vicenda narrata nel film. L’ulteriore mancanza di originalità nei personaggi secondari, contribuisce a non far decollare Dragged Across Concrete verso qualcosa che possa realmente appassionare, in un action movie che si rispetti.

Si rimane tuttavia sempre un po’ interdetti nel pensare come, dopo aver scritto e diretto Brawl In Cell Block 99 (Nessuno può fermarmi) presentato l’anno scorso a Venezia ricevendo ampi consensi da parte della critica internazionale, Zahler abbia concepito una sceneggiatura così poco priva di sostanza. Ce ne faremo una ragione.

data di pubblicazione:04/09/2018







THE SISTERS BROTHERS di Jacques Audiard, 2018

THE SISTERS BROTHERS di Jacques Audiard, 2018

Il titolo di questo film dello sceneggiatore e regista francese Jacques Audiard, presentato in concorso a Venezia, non è un ossimoro. Sisters è il cognome di Charlie e Eli, che nella vita non solo sono fratelli ma anche soci in affari. Ingaggiati dal Commodoro per scovare un uomo e eliminarlo, i due non si faranno troppi scrupoli ad uccidere chiunque voglia fermarli nel loro viaggio che dall’Oregon li porterà sino in California sulle tracce di colui che, a quanto pare, ha la formula chimica, forse magica, per individuare i filoni d’oro.

 

Rimescolando gli stereotipi dei western di una volta, senza espresso riferimento né a quelli americani né tantomeno a quelli italiani portati al successo internazionale da Sergio Leone, il regista francese confeziona un film che è una vera e propria babele, ambientato in Oregon nel 1850 ma girato in Spagna e Romania, tratto da un romanzo del canadese Patrick DeWitt ed interpretato da attori americani di grosso calibro quali John C. Reilly, Joaquin Phoenix e Jake Gyllenhaal, nonché dal rapper britannico di origini pakistane Riz Ahmed; a tutto ciò si aggiunga l’impareggiabile tocco italiano della costumista Milena Canonero. Tutti ingredienti eterogenei che contribuiscono a creare alla perfezione una storia turbolenta di pistoleros senza scrupoli, ma che hanno anche uno spirito profondamente umano pur portando a termine una carneficina dietro l’altra.

Il regista in conferenza stampa ha dichiarato che non ha voluto fare del suo film un vero e proprio western, genere a lui più ostico che sconosciuto, quanto uno studio profondo sulle figure dei due fratelli ed il legame indissolubile che li unisce in ogni impresa. Se si vuole considerare come una metafora sulla disillusione dell’amore, in senso lato, forse un accostamento si potrebbe trovare con il film The Missouri Breaks di Arthur Penn con Marlon Brando e Jack Nicholson, film crudo e sufficientemente cinico che non esalta eroi né si schiera favorevolmente con coloro che si pongono come difensori dell’ordine. I due fratelli di Audiard hanno obiettivi diversi tra loro: Charlie vuole uccidere il Commodoro e impadronirsi del suo potere, Eli pensa invece ad una vita romantica, crearsi una famiglia e aprire un negozio per vivere. Nonostante le divergenze non riusciranno mai a separarsi.

Il pluripremiato Jacques Audiard (Il profeta, Un sapore di ruggine e ossa, Dheepan con cui vinse la Palma d’Oro a Cannes nel 2015) ci regala un western diverso, pieno di contraddizioni ma di tanto sentimento, quasi a dimostrarci che anche il più spietato dei cowboy ha un anima di tutto rispetto, ed in questo possiamo veramente crederci.

data di pubblicazione:03/09/2018








LA QUIETUD di Pablo Trapero, 2018

LA QUIETUD di Pablo Trapero, 2018

(75. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia)

Due sorelle legate da un amore profondo, fisico, due metà che si completano solo quando sono insieme perché la distanza reale è troppo dolorosa. Un “amore irrequieto, drogato, completo” è al centro del nuovo film di Pablo Trapero presentato fuori concorso a Venezia, per parlare di “sorellanza” in un complesso rapporto tra due donne che si amano nonostante le apparenze le vorrebbero l’una contro l’altra, con uno sguardo all’intimo femminile all’interno della famiglia. Una storia al presente che affonda le sue radici nelle storture del passato argentino al tempo della dittatura, in un ideale sequel de Il clan con il quale il regista vinse il Leone d’argento alla regia nel 2015.

  

Eugenia (Bèrénice Bejo) e Mia (Martina Gusman) si ritrovano al capezzale del padre colpito da ictus per sostenere la madre Esmeralda (Graciela Borges) presso la loro tenuta denominata la quietud, immersa nelle campagne vicino Buenos Aires. Il rapporto tra le due sorelle è mutuato dal modo con cui la madre si comporta con loro: sempre molto amorevole con Eugenia, verso la quale ha ricordi di grande tenerezza e che le ha appena annunciato di aspettare un figlio che Esmeralda vede come una benedizione, e sempre molto dura con Mia che forse, solo per difendersi, riversa tutto il suo affetto nei confronti del padre morente. Eppure, nonostante Esmeralda non faccia nulla per celare questa evidente diversità di sentimenti nei confronti delle figlie, esse al contrario si amano, si cercano ed ogni volta ritrovano un afflato quasi fisico che le unisce: questo legame speciale farà loro superare avversità di ogni genere.

Trapero, con La quietud riprende il tema della violenza de Il clan, ma lo tratta in maniera differente: il dolore è presente ma non palese, s’impadronisce di queste donne ma non si sa da dove viene, causato sicuramente in parte dal legame malato che la madre, che non le sa amare, ha con una di loro condannandola inevitabilmente all’infelicità.

Le due bravissime attrici (una è la moglie del regista) si somigliano talmente tanto da sembrare proprio due sorelle, e riescono con molta naturalezza ad esprimere questo profondo sentimento che lega Eugenia e Mia, sulle cui esistenze in maniera dolorosa e strisciante incombono vecchi fantasmi che insufflano in loro una non ben identificata sofferenza. Tuttavia Mia ed Eugenia sanno amare e, quando tutto sembra perduto, raggiungono a loro modo, insieme, quella “quiete” evocata dal titolo.

Film originale, sensibile, profondo, tutto al femminile, distribuito in Italia da BIM.

data di pubblicazione:03/09/2018








SUSPIRIA di Luca Guadagnino, 2018

SUSPIRIA di Luca Guadagnino, 2018

Finalmente è stato presentato l’attesissimo lavoro di Luca Guadagnino, tratto dall’omonimo film di Dario Argento: più che un remake, Suspiria, a detta dello stesso regista, è un doveroso omaggio a un autore che lo aveva letteralmente impressionato quando, appena quindicenne, aveva avuto l’opportunità di vedere al cinema quello che sarebbe divenuto a breve un cult a livello internazionale. Una sfida non facile: trarre ispirazione da un soggetto così conosciuto dai cinefili di tutto il mondo, è già di per sé un rischio per il genere horror.

Il film di Guadagnino segue le orme indelebili tracciate da Dario Argento in una rivisitazione dove, al di là delle linee fondamentali del plot originario, il regista inserisce del suo dandone una lettura in chiave più metafisica, in cui sono coinvolte donne e solo donne, che coesistono nella prestigiosa scuola di danza Markos Tanz ubicata nella Berlino ancora divisa dal muro. Il film è ambientato nel 1977 in una Germania scossa dai violenti attacchi terroristici della Raf, gruppo terroristico di matrice marxista-leninista chiamata anche banda Baader-Meinhof dal nome dei suoi fondatori, che il regista ha voluto porre come sfondo all’azione misteriosa che si svolge all’interno dell’Accademia. Fondamentale la figura della coreografa Madame Blanc, una magnetica ed eterea Tilda Swinton alla sua ennesima collaborazione con il regista, in una evocazione della grande Pina Bausch, la cui scuola ha decisamente rivoluzionato il concetto di danza contemporanea, ed intorno alla quale gravita l’apprensione emotiva che accompagna l’intero film. Il tema centrale è quello della stregoneria e della magia nera che ci riporta ad alcune riflessioni sul concetto dell’illusione e dell’ultraterreno, con uno sguardo particolare alla funzione delle donne, tema che sin dai primi fotogrammi è sintetizzato in una frase contenuta in un quadro “Una madre è una donna che può sostituire tutti ma non può essere sostituita”, e che si riallaccia al concetto di Mother nella trilogia di Argento.

Un mix quindi tra horror e stregoneria con uno sguardo anche alla psicoanalisi dal momento che tra i personaggi spicca la figura del dottor Klemperer interpretato da Lutz Ebersdorf (una Tilda Swinton sotto mentite spoglie?), storico psicoanalista degli anni sessanta attivo anche nel teatro sperimentale di quegli anni.

Comunque il film rimane sicuramente una concreta testimonianza dell’universo femminile e dei suoi misteri, tema che come dichiarato dallo stesso regista in conferenza stampa, trova ispirazione nella cinematografia del grande regista e drammaturgo Rainer Werner Fassbinder, uno dei maggiori esponenti del cinema tedesco moderno che seppe trattare le donne come vere eroine, nonostante spesso legate allo sfruttamento ed al potere degli uomini.

Difficile dire se Suspiria sia da considerarsi un esperimento ben riuscito: nonostante l’eccessiva durata, il film si fa seguire per la ricercatezza della fotografia e degli effetti sanguinolenti che lasciano lo spettatore con il fiato sospeso. Bravissime le giovani interpreti tra cui va menzionata Dakota Johnson e le scene di danza sono davvero raffinate e di altissimo livello.

Siamo tuttavia, secondo chi scrive, ben lontani dalle terrificanti tensioni emozionali che solo Dario Argento riusciva a trasmettere: un assoluto e impareggiabile gusto dell’orrore allo stato puro.

data di pubblicazione:02/09/2018








PETERLOO di Mike Leigh, 2018

PETERLOO di Mike Leigh, 2018

(75. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia)

Peterloo, ovvero la crasi tra St. Peter’s e Waterloo, è un termine per descrive “la strage di innocenti” che avvenne durante un comizio nell’agosto del 1819 presso St. Peter’s Field a Manchester ad opera della cavalleria inglese per soffocare nel sangue, immediatamente dopo la vittoria su Napoleone a Waterloo, una pacifica manifestazione di famiglie di contadini che si radunarono per chiedere al Governo inglese la riforma elettorale, non potendo esprimere il proprio voto pur pagando tributi al Re.

 

Mike Leigh (Segreti e bugie, Il segreto di Vera Drake e Turner) ci regala un altro dei suoi “affreschi” sui diritti negati ai più deboli, raccontando un episodio sovente riportato nei trafiletti dei libri di storia inglese, in cui persero la vita una decina di persone ed almeno un centinaio rimasero ferite: un forte atto di repressione sulla libertà di riunione ad opera del governo su donne, bambini e braccianti di Manchester, che rappresentò una delle scintille per la definizione della democrazia.

Il regista ci riporta ancora nel passato per parlarci del presente, mettendo di nuovo al centro dei suoi racconti l’uomo nella sua eterna lotta contro l’avidità del potere, la corruzione e la violenza: questa umanità che perde tutto per tentare una vita migliore, per far valere i propri diritti, che combatte in nome di un ideale che li conduca verso una vita più giusta. Le ripercussioni economiche per un paese appena uscito da un conflitto, seppur vittorioso come il caso dell’Inghilterra su Napoleone, sono ugualmente devastanti e i governi hanno da sempre tentato di risolvere la crisi che ne consegue vessando il popolo, come fecero i conservatori del governo britannico nell’ 800.

Peterloo è un film storico che si articola, come spesso avviene nelle pellicole di Leigh, partendo da una lunga fase di preparazione in cui entriamo nell’atmosfera di queste famiglie contadine inventate ad arte dal regista, ma che verosimilmente ricalcano la vita di quelle reali di allora, persone normali che non sanno come sopravvivere nel quotidiano: in questo ambiente, con il supporto di attivisti e giornalisti, cominciano a nascere e crescere le idee di cambiamento.

Le scene del massacro sono esaltate dal montaggio di Jon Gregory (candidato Oscar per Tre manifesti a Ebbing, Missouri), con una sequenza di immagini di grande impatto visivo; il lavoro di Jon Gregory è stato paragonato da Leigh come quello di uno chef che assembla gli ingredienti per arrivare ad esaltare il gusto finale del piatto che si sta realizzando. Dick Pope ha invece curato la fotografia, attingendo alla sua lunga esperienza da documentarista in zone di guerra: il risultato è dato da inquadrature di ampio respiro di masse di persone brulicanti, di comizi politici, che ci introducono sino alle fasi finali dello scontro.

Peterloo è un film che si sceglie di andare a vedere per riflettere su come la storia si ripeta, incessantemente, sotto i nostri occhi e su come da certi errori del passato si possa partire per affrontare meglio il presente.

data di pubblicazione:02/09/2018








THE BALLAD OF BUSTER SCRUGGS di Joel e Ethan Coen, 2018

THE BALLAD OF BUSTER SCRUGGS di Joel e Ethan Coen, 2018

(75. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia)

Imprevedibili ed eccentrici come sempre, i fratelli Coen lasciano il loro segno in questa terza giornata della 75. Mostra del Cinema di Venezia con il loro ultimo film The Ballad of Buster Scruggs, che lascia il pubblico letteralmente spiazzato contro le aspettative che si erano inevitabilmente formate in base alle notizie già diffuse dalla stampa. Un omaggio divertente, se non addirittura irreverente, ad un genere oramai poco praticato e che nel nostro paese ebbe risonanza attraverso i così detti spaghetti-western negli anni sessanta e settanta, con la partecipazione di attori allora sconosciuti che divennero poi star internazionali.

 

Il film, presentato in concorso, è una raccolta antologica di sei storie western che i fratelli Coen hanno elaborato in 25 anni, rifacendosi in parte a quelle analoghe sperimentazioni italiane del passato in cui venivano raggruppati, in un unico film: diversi episodi tutti legati tra di loro da un medesimo genere narrativo. Ecco che i vari racconti, tutti rigorosamente con la stessa matrice, ci riportano nelle sconfinate regioni di frontiera del far west dove si aggiravano solitari pistoleri a cavallo, che non esitavano a far fuori chiunque osi anche solo contraddirli o intralciare i propri passi. Abilmente i Coen entrano in questo mondo preconfezionato e ne ribaltano e disperdono le regole, rendendo i propri personaggi figure al limite del reale e tirando fuori dagli stessi quegli elementi eterni e assoluti al fine di coglierne la struttura fondamentale del loro essere. Sfogliando le pagine di un libro si procede via via alla narrazione e i vari soggetti prendono forma accompagnati da una ballata musicale che li contraddistingue, tra le distese infinite dei canyon americani che li accolgono e li plasmano a seconda della situazioni.

Il film, a detta dei registi, non vuole essere quindi solo un western ma va oltre, seppure ne utilizza il linguaggio espressivo tipico: qui si basa la loro sperimentazione, arrivando a confezionare un’opera finale molto divertente ma che lascia ampio spazio a momenti di seria riflessione. Cast come sempre di eccezionale bravura dove spiccano l’attore Tim Blake Nelson, protagonista del primo episodio e James Franco, che caratterizza forse l’unico capitolo del libro che più ricorda gli spaghetti-western italiani. Perfetta la sceneggiatura a cura dei Coen, che trova ampio appoggio in una fotografia al tempo stesso intensa ed impalpabile curata da Bruno Delbonnel.

Pur avendo già girato Il Grinta nel 2010, remake di un western del 1969 con John Wayne, questa seconda volta Joel e Ethan Coen cercano un concreto pretesto per interrogarsi sul significato dell’esistenza umana e su ciò che determina le scelte che si compiono, anche quelle tragicamente sbagliate. Film assolutamente da non perdere che ha tutti i presupposti per ottenere il successo internazionale che merita. Pubblico entusiasta.

data di pubblicazione:01/09/2018