da Antonella Massaro | Dic 6, 2017
Un banale alterco diviene un caso mediatico di rilevanza nazionale. Un libanese cristiano e un palestinese si trovano contrapposti in un’aula di Tribunale, che si trasforma anche nel palcoscenico di uno dei capitoli più complessi della storia contemporanea.
The Insult di Ziad Doueniri, in concorso a Venezia 74, sorprende con un legal drama made in Libano che, pur prendendo a prestito alcuni stilemi di un registro narrativo tradizionalmente appannaggio del made in USA, risulta un’opera nel complesso originale, tanto per la questione politico-culturale che fa da sfondo all’intera vicenda quanto per l’esito della battaglia legale che costituisce il cuore del film.
Toni (Adel Karam), libanese militante del Partito Cristiano, discute con il palestinese Yasser (Kamle El Basha, che con questa interpretazione si è aggiudicato la Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile all’ultima edizione della Mostra d’arte cinematografica di Venezia) per una grondaia “fuori norma”. Yasser, di fronte alla tracotanza mostrata da Toni e malgrado si trovi in un quartiere di Beirut socialmente e politicamente ostile ai palestinesi, insulta il suo interlocutore. Toni decide di procedere per vie legali, intentando una causa di risarcimento nei confronti di Yasser. Le leggi degli uomini, tuttavia, non sembrano in grado di risolvere una situazione così complessa che, come avviata lungo il crinale di un pendio scivoloso, degenera ulteriormente. Quello che sembrerebbe un banale alterco quotidiano si trasforma rapidamente in un caso mediatico di rilevanza nazionale, in un Paese divenuto negli ultimi decenni un crogiolo di religioni, culture, ideologie: in un Paese multirazziale che fatica a trasformarsi in un Paese multiculturale.
Allo scontro tra culture si aggiunge anche quello tra generazioni, visto che gli avvocati difensori sono un vecchio fedele alla causa cristiana (Camille Salameh) e una giovane (Diamand Bou Abboud), convinta sostenitrice dei diritti dei palestinesi. Si scoprirà poi che i due sono molto più che semplici colleghi.
I temi con i quali il processo è chiamato a confrontarsi sono quelli con cui il diritto (specie penale) è chiamato frequentemente a fare i conti, soprattutto nei momenti di più complessa e violenta transizione storica. Fanno più male le aggressioni fisiche o quelle verbali? Si può essere condannati per un reato di opinione oppure ognuno ha la libertà di pensare e dire tutto quello che desidera? La dignità del singolo, anche se l’offesa non sia arrecata pubblicamente, è suscettibile di una tutela penale? Si può reagire, secondo il codice penale libanese, anche oltre i limiti della legittima difesa, se il soggetto si trovi in uno “stato emotivo compromesso” che ha compromesso la sua lucidità. Ma la battaglia legale senza esclusione di colpi, portata a conseguenze che né Toni né Yasser avrebbero immaginato e sperato, dimostrerà che non sempre i ruoli di “vittima” e di “aggressore” sono così chiaramente delineati. Se la Presidente del collegio giudicante non leggesse a voce alta il “verdetto” della Corte d’appello, le sole immagini non lascerebbero agevolmente intuire quale dei due contendenti sia riuscito ad avere la meglio.
Ziad Doueiri, come lo stesso regista spiega in conferenza stampa, proviene da una famiglia di avvocati e di giudici: è quindi abituato non solo al linguaggio legale, ma anche all’idea che l’unico strumento di affermazione dei diritti (umani) siano le leggi di uno Stato. Ammette di aver avuto tra i suoi modelli Il verdetto di Sidney Lumet, ma, come anticipato, il risultato di The Insult, più concentrato sulla storia che sui movimenti di macchina ad effetto, è per molti aspetti sorprendente, andando ben oltre le pastoie imposte dal recinto del film di genere.
data di pubblicazione: 06/12/2017
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da T. Pica | Dic 6, 2017
(Teatro Quirino – Roma, 5/17 dicembre 2017)
La bravissima Monica Guerritore porta in scena al Teatro Quirino di Roma la versione teatrale del film Mariti e Mogli di Woody Allen e in un attimo lo spettatore si ritrova quasi voyeur dei “balletti” di sentimenti contrastanti, passioni, bassezze e fragilità di un gruppo di amici frequentatori di una sala da ballo e di un ristorante newyorchesi.
Come ogni settimana Gabe (Cristian Giammarini), nel ruolo che al cinema fu di Woody Allen, e Judy (Francesca Reggiani) si incontrano nella sala da ballo insieme alla coppia di amici più cari, Jack (Ferdinando Maddaloni) e Sally (Monica Guerritore). Assieme a loro frequentano la scuola di ballo anche un collega di Judy, il fascinoso Michael (Enzo Curcurù), Rain (Malvina Ruggiano), giovane allieva del corso di scrittura tenuto da Gabe, e la giunonica e un po’ svampita Sammy.
Tuttavia, quella che doveva essere una delle tante monotone, “lineari”, serate borghesi infrasettimanali della “vita perfetta” delle due coppie di amici Gabe/Judy e Jack/Sally, viene subito alterata dall’annuncio di questi ultimi: “abbiamo deciso di separarci, ma senza tensioni, rabbia e sofferenza”. Da questo fulmineo colpo di scena – al quale fa da sfondo l’inizio di un temporale -, che Jack e Sally sembrano condividere e affrontate con grande serena naturalezza, prendono il largo una serie di riflessioni, turbamenti, piccoli monologhi degli amici Gabe e Judy che riflettono un comune ma nascosto malessere della loro coppia: una latente insoddisfazione, nostalgia per la passione passata e un’inconscia attrazione verso nuove persone, più giovani. Non solo.
Quella che pareva essere una separazione consensuale e amichevole basata solo su un sentimento mutato e su riflessioni interne al rapporto tra Sally e Jack si rivela ben presto la conseguenza della banale relazione clandestina, ma ormai rivelata, di Jack con la procace Sammy. Recriminazioni, gelosie, grida di dolore e insoddisfazioni represse per anni travolgono il gruppo di aspiranti ballerini per una notte che loro malgrado sono costretti a confrontarsi ostaggio della pioggia incessante. Da una separazione dichiarata si passerà per il maldestro tentativo di trovare la felicità nella nuova dimensione di single maturi fino ad arrivare alla deriva dell’altra coppia, quella che sembrava perfetta e lontana da qualsiasi bassezza e tentazione. Mariti e Mogli, sebbene ispirato a un film del 1992, è uno spettacolo tremendamente attuale e smuove le coscienze. Sfido chiunque sia stato in sala alla prima gremita – platea composta da persone, molte coppie, di ogni età – a non essersi riconosciuto nei pensieri, gesti, parole e nelle azioni delle due coppie protagoniste, ma anche dei personaggi che ruotano intorno a loro. La fragilità dell’amore, l’ipocrisia, la paura di rimanere soli e perdere lo status di persona sposata borghese con le sue sicure abitudini, l’insidiosa voglia di trasgredire ed evadere, il bisogno di amare ed essere amati sempre e comunque. Lo spettacolo lascia indubbiamente un po’ di amara rassegnazione a tutti gli inguaribili romantici, ma grazie all’ironia e alle splendide musiche che accompagnano le parentesi ballerine dei personaggi del racconto – tra cui l’elegante “Lilies in the valley” di Jun Miyake – il cinico ritratto della realtà dei sentimenti e dei rapporti di coppia merita comunque di essere visto.
data di pubblicazione:06/12/2017
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da Rossano Giuppa | Dic 6, 2017
(Teatro Argentina – Roma, 21 novembre/10 dicembre 2017)
Dal 21 novembre al 10 dicembre al Teatro Argentina, in prima nazionale, ha debuttato il nuovo allestimento di Re Leardi William Shakespeare, la tragedia del potere, per la regia di Giorgio Barberio Corsetti con protagonista Ennio Fantastichini.
Corsetti ha ideato una sinfonia dolorosa e infernale che parte dalla prova d’amore pretesa da un Re alle sue tre figlie e culmina, in un crescendo delirante, nella distruzione di un regno spazzato via dall’odio e dalla sopraffazione, in cui i pochi superstiti sono chiamati a tentare una ricostruzione in vista di un futuro possibile. È la storia di un regno, di legami politici, accordi finanziari e guerre e di una famiglia divisa e distrutta dall’avidità e dall’ambizione.
Ad inizio alla rappresentazione un video in diretta: voci, corpi, urla, risate, un festino decadente che anticipa la tragedia. Lear, potente re di Britannia, stanco del peso della corona, consapevole che la vecchiaia e la morte sono irrimediabilmente vicine cede il proprio regno alle giovani figlie, sperando di godersi ricchezze e feste confidando nell’ospitalità delle proprie figlie. Vuole ritrovare la giovinezza perduta, abbandonare le cure del regno, il peso delle responsabilità, poter vagare con i suoi cavalieri da un palazzo all’altro, fare bagordi e occuparsi solo del proprio piacere.
Lear pensa di poter essere amato perché sta regalando il potere, ritenendo che il sentimento delle figlie sia una garanzia, un investimento che gli permetterà di vivere spensierato la sua vecchiaia.
Quel Lear pieno di se e padrone del mondo spartisce così il proprio regno tra le figlie Goneril e Regan, mentre Cordelia la figlia più piccola viene allontanata e diseredata. Goneril e Regan priveranno il padre di ogni amore, di ogni rispetto, negandogli sostegno economico e affettivo, trattandolo come un vecchio pazzo.
In realtà è l’epilogo di un uomo che vede frantumarsi i legami familiari fino alla morte. Diventerà pazzo, cominciando a girare per il regno, in preda a deliri sempre più violenti, accompagnato da un pazzo per finta e sostenuto dalla fedele amicizia di Gloucester, altro uomo e padre, ferito e tradito.
Giorgio Barberio Corsetti ha voluto portare Lear ai nostri giorni, cercando di creare un ponte tra passato e presente attraverso un linguaggio moderno e l’impiego della tecnologia. Un linguaggio però che non aggiunge nulla al testo, finendo per sminuire la bellezza e la drammaticità della poetica shakespeariana.
La regia punta a stupire con effetti visivi e sonori e accenti esasperati, ponendo in secondo piano la poesia, il cuore e le emozioni. La scenografia è imponente ed efficace, così come i costumi, moderni e dai colori decisi.
Rimane comunque il forte impatto scenico: il dramma delle due famiglie, Lear e Gloucester, la tempesta, la fuga, la follia, la natura che si confonde con la mente, i complotti, i tranelli, le guerre sono momenti e luoghi fisici e interiori, reali e allucinati.
La tragedia esistenziale è devastante, ma di fronte a tanto male e tanta efferatezza si intravede una speranza: lealtà e fedeltà, rispetto così come la pietà e la compassione, rappresentano ciò che alla fine rimane e dà speranza.
data di pubblicazione:06/12/2017
Il nostro voto: 
da Antonio Jacolina | Dic 4, 2017
Dopo 5 anni torna a noi il pluripremiato regista Michael Haneke. Suoi successi: Il nastro bianco Palma d’Oro a Cannes 2009, ed Amour Palma d’Oro a Cannes 2012 ed anche Premio Oscar 2013 come miglior film straniero. Con Happy End, il regista ci dipinge, senza falsi pudori, la realtà di una famiglia altoborghese di Calais con tutte le sue perversità, le colpe celate nel profondo, gli egoismi e le centrature sull’apparenza e sull’ipocrisia sociale. La famiglia Laurent, priva di valori e quasi allo sbando, è anche specchio di una Società ormai destinata all’infelicità cui fa da sfondo lontano una Calais, luogo di transito dei tanti migranti in attesa di riuscire a passare in Inghilterra. Sotto l’apparente ed adagiata normalità di imprenditori e professionisti, tutti i Laurent hanno qualcosa di cui vergognarsi.
L’anziano patriarca (J.Louis Trintignant) ormai ritiratosi dagli affari, è stanco e deluso della vita e corteggia e desidera la morte; i suoi due figli: Thomas (Mathieu Kassovitz) chirurgo affermato e sposato, in seconde nozze con una giovane donna è centrato su se stesso ed è preso solo dalle sue pulsioni di meschino traditore seriale; Anne (Isabelle Huppert) governa con cinica determinazione ed ambizione l’impresa di famiglia, attenta solo a salvare le apparenze; suo figlio trentenne è imbelle, inetto ed incapace di inserirsi nella direzione degli affari familiari, infine la giovane adolescente Eva (Fantine Harduin), figlia del primo matrimonio di Thomas, che, a seguito dell’ospedalizzazione della madre vittima della depressione, vive ora anche lei nell’opulenta magione di famiglia.
Happy End è un film sulle relazioni umane, sulla mancanza di affetto, di sentimenti e di emozioni che si ritrova nella realtà in cui noi tutti siamo immersi. E’ una denuncia della solitudine, della difficoltà e del mal di vivere, dell’anaffettività, dell’egoismo e della loro pervasività, al di là di ogni emozione, nella società attuale. E’ un film fedele alle “ossessioni” di Haneke ed alla sua maniera di filmare, in cui il regista ci ripropone i temi a lui cari e che tanto hanno fatto apprezzare i suoi precedenti successi: la morte, la malattia, le ipocrisie, il suicidio, l’aridità delle emozioni, la mancanza di sentimenti e la famiglia.
La storia viene vista con lo sguardo ed i pensieri della ben poco innocente tredicenne Eva, ed è proprio attorno a lei, e tramite lei che si sviluppa la narrazione. La giovane adolescente che vive nel più assoluto disincanto, priva di emozioni, affetti e sentimenti, osserva freddamente, filma e commenta con il proprio cellulare la realtà quotidiana ed il disgregarsi, come in un gioco al massacro, di tutta la famiglia e di tutti i suoi componenti nessuno escluso. Non c’è speranza nel futuro per nessuno, nemmeno per la stessa giovane Eva.
Tornano a recitare, ancora una volta, con Haneke i suoi due attori “feticcio”: la Huppert e Trintignant, due mostri sacri del cinema francese e colonne portanti dei suoi passati successi ed anche anima di questo suo ultimo film che si impreziosisce veramente della loro sempre attenta ed equilibrata recitazione. Da notare poi l’interessante, brava e giovanissima Harduin che interpreta ottimamente un ruolo non certo facile, oltre a lei anche un buon cast di attori di prima qualità.
Il regista, con la sua direzione, con i suoi abili movimenti di macchina e con riprese dal taglio freddo e chirurgico, incide senza pietà nella carne della famiglia Laurent, quasi un’autopsia dal vivo, di una classe sociale cieca e suicida. Le riprese sono volutamente scarne, particolari, veri brani di ottimo cinema ed ottimo controllo della recitazione, con anche alcuni momenti recitativi e scene di alta qualità, come il dialogo fra il patriarca e la sua giovanissima nipote, oppure la splendida e commovente inquadratura finale. La maestria di Haneke è fuori discussione e in questo film viene totalmente riconfermata. Ma … ma sono solo sprazzi di splendore affogati in un qualcosa di troppo, un qualcosa che non riesce a librarsi in alto. Questa volta, purtroppo, non ci ritroviamo nel solito meccanismo filmico in cui tutto è perfettamente equilibrato per ritmo e sottigliezza di linguaggio cinematografico cui il regista ci aveva, da tempo, abituati. La sensazione che resta addosso è che il film, a tratti, giri a vuoto o su se stesso, con una tendenza a ripetersi o a dilungarsi in frammenti insignificanti nello sviluppo narrativo.
Il cineasta ha certamente e scientemente inteso tendere un parallelo fra la maniera fredda e controllata della vita della famiglia Laurent e la modalità, misurata e distante, con cui ha voluto riprendere la storia familiare. Lo stile adottato da Haneke è senza concessioni al conformismo e, senza dubbio, la messa in scena è molto meticolosa e rigorosa. Tutto nelle immagini è bello ed elegante, ma scene, spunti e riprese affascinanti e particolari, restano solo belle da vedere e non riescono a smuovere emozioni o sentimenti nello spettatore. Ne risulta quindi freddo ed anestetizzato anche il film stesso che non trova così il necessario scatto di qualità, perché tutto si ferma al solo e mero livello estetico e descrittivo. Il ritmo generale è poi troppo lento con molte scene troppo insistite, con notevoli vuoti narrativi ed inutili virtuosismi e divagazioni prive di intensità. È un po’ poco per un autore del calibro di Haneke e lo spettatore, anche il più ben disposto, ne resta più che disorientato e indispettito.
Dispiace dunque doverlo dire, ma Happy End, contrariamente alle attese ed agli altri film del regista, è decisamente un’opera minore, poco convincente e non perfettamente riuscita, quasi come se, ad un certo punto, Haneke avesse ceduto al vezzo di autocitarsi. Opera minore certo, ma pur sempre un film di un cineasta di alta capacità intellettuale e rappresentativa. Un film d’autore, anche se non agli alti livelli di scrittura ed estetica narrativa cui il regista ci aveva quasi resi certi ad ogni suo nuovo lavoro.
data di pubblicazione:04/12/2017
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da Antonietta DelMastro | Dic 4, 2017
Come in tutti i suoi romanzi, qualche aspetto della storia personale dell’autrice traspare dai suoi personaggi. Questa volta il suo alter ego è Lucia, cilena espatriata in Canada per sfuggire alla dittatura di Pinochet: la sua vita è segnata da un padre bigamo, dal fratello desaparecido, dalla sua personale lotta contro il cancro e da un matrimonio fallito e, nonostante ciò, è una donna viva e piena di voglia di vivere e di lasciarsi tutto alle spalle. A un certo momento della sua vita si trasferisce a Brooklyn per un semestre come visiting professor e alloggia nel seminterrato affittatole da un collega, Richard, anche lui con un passato drammatico che ha inizialmente combattuto affogando nell’alcol e che ora tiene sotto controllo con una disciplina ferrea.
Con loro protagonista del romanzo sarà Evelyn, giovanissima guatemalteca, immigrata clandestinamente negli USA per sfuggire a una gang criminale che è piombata nella sua vita segnandola in modo indelebile.
Poche settimane dopo Capodanno si scatena su New York una furiosa tempesta di neve; mentre Richard rientra a casa nella tormenta tampona il Suv davanti a lui da cui esce Evelyn che, sconvolta dall’incidente, afferra il biglietto da visita che Richard le porge e va via come una furia. Dopo parecchie ore, ormai a tarda sera, Richard se la ritrova sulle scale di casa e, poiché con il suo stentato spagnolo non riesce a comunicare con la ragazza, trova un modo per risolvere il problema della lingua: “l’unica cosa che gli era venuta in mente fosse stata di chiamare la cilena del piano interrato”.
Per quel fortuito tamponamento e le conseguenze che porta con sé, le vite dei tre protagonisti si legano indissolubilmente: “ (Evelyn) aveva preso la macchina della sua datrice di lavoro…., senza dirglielo perché stava facendo un sonnellino. La ragazza aggiunse con difficoltà che, dopo il tamponamento di Richard, aveva dovuto rinunciare all’idea di tornare a casa perché non poteva raccontare cosa era successo”.
I capitoli si alternano tra la narrazione di ciò che affrontano insieme e la descrizione delle loro vite pregresse con i loro fantasmi, i dolori, gli errori, le gioie che li hanno portati a essere ciò che sono diventati.
La Allende, come sempre, ci sorprende con la sua penna. Il romanzo è un po’ un giallo, un po’ un romanzo rosa, un po’ un romanzo storico, gli argomenti che affronta sono forti come il traffico di esseri umani, il potere delle gang o lo strazio della perdita di un figlio; i suoi personaggi sono costruiti magnificamente e prendono vita sotto i nostri occhi segnati dalla differente capacità di ognuno di loro di assimilare le proprie esperienze e cercare di trovare un modo per conviverci.
Forse non sarà la Allende di La casa degli spiriti o D’amore e ombra, ma vale sempre e comunque la pena di leggerla perché, sempre e comunque, ti lascia qualche cosa dentro che è irrinunciabile avere.
data di pubblicazione: 4/12/2017
da Maria Letizia Panerai | Dic 3, 2017
Tratto dal monologo di un padre, come Michele Serra ha definito il suo non-romanzo Gli sdraiati, il film di Francesca Archibugi liberamente ispirato ad esso è una gradevole storia, scritta a quattro mani con Francesco Piccolo, in cui compaiono personaggi che nel libro non ci sono ma che ci consegnano il senso profondo di ciò che Serra ha voluto trasmetterci: una lunga lettera senza risposta di un padre ad un figlio.
Intelligenza, ironia, profondità sono gli ingredienti di questa nuova avventura della regista e sceneggiatrice di Mignon è partita, Il grande cocomero, L’albero delle pere, Lezioni di volo, Questioni di cuore. Un padre ed un figlio visti da una donna, con un occhio attento alle loro sofferenze, ai loro silenzi così carichi di tante parole, al loro senso di abbandono: tutto questo senza lacrime o drammi, ma con quella leggerezza di chi riesce a descrivere i sentimenti senza sentimentalismi, entrando nelle pieghe dei turbamenti di un padre che non riesce a ritrovare la rotta e di un figlio che resiste con maturità mista ad un muro di insofferenza ai suoi tentativi goffi, seppur colmi di un amore smisurato, per appianare le loro diversità.
Claudio Bisio, che ha già portato a teatro questo ruolo nello spettacolo Father and son, è molto bravo nell’esprimere il tentativo impotente di insegnare delle regole ad un figlio che non le vuole apprendere, in questo dialogo tra opposti che non sanno riconoscersi e rispettarsi, in un film che al contrario è un inno al vivere e lascia vivere in cui è importante, anzi fondamentale, per un genitore essere presente senza invadere, andando incontro con rispetto, pazienza e comprensione a chi non ha ancora formati gli strumenti per difendersi, astenendosi dal dettare troppe regole che inevitabilmente vengono disattese creando disinteresse.
Come è già accaduto in altri film della regista romana, anche ne Gli sdraiati la Archibugi riesce a mettere a fuoco il punto di vista dei figli, non solo di Tito interpretato in modo molto convincente dal giovane esordiente Gaddo Bacchini, ma anche dei suoi compagni, un gruppo di amici che ci raccontano quell’alchimia tutta maschile che li unisce, che li rende forti ed invincibili come dei supereroi, impermeabili ai dolori della vita ed alle loro diversità sociali.
Film equilibrato, di cui se ne consiglia la visone anche a chi figli non ne ha.
data di pubblicazione:03/12/2017
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da Daniele Poto | Nov 30, 2017
(Teatro Vascello – Roma, 29 novembre/10 dicembre 2017)
Un’immersione nel sottoproletariato londinese, nella cupezza di vite desolate e desolanti, nell’assoluta assenza dei valori. Dove può maturare una tragedia insensata. Come un infanticidio.
La riscoperta e la valorizzazione di un testo di 52 anni fa non è un’operazione gratuita ma richiede rispetto, storicizzazione e adeguato metro valutativo. La colonna sonora dello spettacolo è gradevole e va a riempire i tempi morti dove sono gli stessi attori a comporre la mutevole scenografia. Che è un misto di vuoto e pieno. Il vuoto sono gli esterni che registrano i dialoghi tra i componenti del branco. Il pieno è la cornice solo un po’ più rassicurante di un ambito familiare oscuro ma non privo di qualche anelito e speranza. Il sottofondo è una società dove l’approdo alla middle class è solo un miraggio. Si delinea una Londra poco rassicurante, pregna di violenza, alimentata dalla disoccupazione e dall’incognita del futuro. Lo spettacolo realizzato con la collaborazione di Acea si regge su un cast ricco e quantitativamente numeroso, come raramente accade nel teatro contemporaneo, anche per una questione di costi. E l’assemblaggio inter-generazione degli attori funziona convenientemente. La chioccia è inevitabilmente Manuela Kustermann madrina del teatro, adusa al nuovo e alla sperimentazione che tiene a battesimo i ragazzi del branco e Lucia Lavia, un’attrice in continua crescita. Teatro, cinema, letteratura degli anni ’60 e ’70 ci hanno mostrato già questo vuoto pneumatico. Si respira nel testo e nei dialoghi quasi naturalistici la regola del possesso, della violenza e dell’insensatezza: un modello di vita. La cronaca nera scritta nella vicenda (la soppressione criminale di un giovane innocente) in fondo è quella che si legge oggi sui giornali di tutto il mondo. Con uxoricidi, abomini, sassi lanciati da un cavalcavia, figli che sopprimono i genitori. Una follia globalizzata che forse l’Inghilterra e la sua espressione teatrale hanno anticipato. L’atto della soppressione di un innocente è gratuito, alla Camus, con un sottofondo esistenziale che allude alla disperazione, alla disoccupazione, a un assoluto vuoto da riempire. E una raccomandazione ci fa capire che clima si respira: “Per alcune scene particolarmente crude si sconsiglia lo spettacolo a un pubblico adulto”. Non per niente la prima scena documenta un rapporto sessuale.
data di pubblicazione:30/11/2017
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da Antonietta DelMastro | Nov 27, 2017
Inutile presentare l’autore, lo conosciamo fin troppo bene dopo aver letto i suoi precedenti successi: Tempo assassino, Non lasciare la mia mano e, su tutti, Ninfee nere.
Con Mai dimenticare, Michel Bussi ci riporta in Normandia: questa volta la scenografia non sarà quella di uno spettacolare quadro impressionista ma ci troveremo a “correre” sulle spettacolari bianche scogliere nella regione della Senna Marittima.
Protagonista del romanzo è Jamal Salaoui, giovane nordafricano in vacanza a Yport per allenarsi, molto duramente, sulle sue falaises e partecipare come primo atleta portatore di handicap all’Ultra-Trail del Mont Blanc, la più dura corsa campestre del mondo.
La mattina del 19 febbraio Jamal sfida il freddo e il ghiaccio e, come ha fatto i giorni precedenti, inizia a correre risalendo una falaise; si ferma solo un attimo per prendere una sciarpa rossa di cachemire che trova poggiata sullo steccato che costeggia la strada, subito dopo gli compare davanti una ragazza: è sull’orlo della scarpata e sembra si voglia gettare, Jamal cerca di convincerla a desistere, ma lei minaccia di lanciarsi se lui si avvicina di più. Allora Jamal le lancia un capo della sciarpa per creare un contatto, per cercare di allontanarla dal precipizio senza avvicinarsi, ma la ragazza fa una mossa improvvisa, Jamal perde il suo capo della sciarpa e la giovane cade inesorabilmente di sotto da un’altezza di più di 100 metri. Quando Jamal arriva correndo alla base della scogliera la ragazza è a terra, morta, con la sciarpa stretta intorno al collo…: testimoni del tragico volo sono stati un uomo e un’anziana con il suo cagnolino .
Ma dalle indagini della polizia, chiamata proprio da Jamal, emerge che non si tratta di un suicidio: la ragazza ha subito una violenza e non è morta sfracellandosi dalla scogliera ma strangolata dalla sciarpa rossa… da quel momento un incalzante succedersi di avvenimenti rischierà di trasformare Jamal da testimone in colpevole.
La storia è raccontata in prima persona da Jamal che ha messo tutto nero su bianco per rendere reale, ai suoi stessi occhi, tutto quello che aveva subito e che era scaturito a seguito della tragica morte della ragazza, perché una volta che tutto è finito per il meglio ha avuto necessità di scrivere per capire la portata di quello che gli era capitato; ma è proprio vero che tutto è finito per il meglio….?
Finalmente ho ritrovato “a pieno” l’autore di Ninfee nere: in Mai dimenticare tutto è illusione, tutto è inganno, tutto è il contrario di tutto, fino alla fine dubiteremo di tutto e tutti, fino alla fine le vicende di Jamal e dei personaggi che lo circondano ci terranno con il fiato sospeso, non si possono non leggere queste pagine se non con una bramosia infinita, perché dobbiamo capire, dobbiamo scoprire cosa è successo a chi e a causa di chi.
Magistrale, non ci sono altre parole.
data di pubblicazione: 27/11/2017
da Rossano Giuppa | Nov 26, 2017
(Teatro Quirino – Roma, 21 novembre/3 dicembre 2017)
Torna in teatro Le Sorelle Materassi, tratto dal celebre romanzo di Aldo Palazzeschi, nel libero adattamento di Ugo Chiti e con la regia di Geppy Gleijeses, al Teatro Quirino di Roma dal 21 novembre al 3 dicembre 2017.
Tre grandissime attrici, Lucia Poli, Milena Vukotic e Marilù Prati, vestono i panni delle tre Sorelle Materassi che vivono cucendo corredi da sposa e biancheria di lusso per la benestante borghesia fiorentina, nel sobborgo di Firenze Coverciano. Accanto a loro, la fidata governante Niobe (la bravissima Sandra Garuglieri).
Tutto sembra scorrere secondo una lenta e stanca routine quotidiana, quando irrompe nella loro vita il giovane, bello e intraprendente nipote Remo (Gabriele Anagni), figlio di una quarta sorella morta, la cui attitudine all’ozio, alla vita dissoluta e allo sperpero sarà la causa della rovina economica della famiglia.
Rancori e rivalità femminili vengono a galla mentre la vita tranquilla delle tre sorelle viene sconvolta; Teresa e Caterina da un lato subiscono passivamente il fascino del nipote e finiscono per accontentarlo in ogni cosa mentre la minore Giselda, con rabbia e forza inascoltate condanna i comportamenti dissoluti di Remo.
Una piacevolissima versione teatrale che ricorda lo storico e straordinario sceneggiato TV del 1972 con Sarah Ferrati, Rina Morelli, Nora Ricci, Ave Ninchi nella parte di Niobe ed un giovanissimo Giuseppe Pambieri.
Un mondo di donne sole anziane e zitelle, un mondo di situazioni non risolte, desideri nascosti, invidie, gelosie, competizione, insomma amore e odio, una rivalità che si acuisce con l’arrivo del ragazzo: uomo giovane, desiderabile, che suscita nelle donne anche inconfessabili desideri erotici.
Bello, pieno di vita, spiritoso, il giovane attira subito le attenzioni e le cure delle donne i cui sentimenti parevano addormentati; si rende conto di essere l’oggetto di una predilezione venata di inconsapevole sensualità e approfitta della situazione ottenendo immediata soddisfazione a tutti i suoi desideri e a tutti i suoi capricci. A poco a poco Teresa e Carolina spendono tutti i loro risparmi per soddisfare le crescenti esigenze del nipote, poi iniziano a indebitarsi e infine sono costrette a mettere in vendita la casa e i terreni che avevano ereditato dal padre.
Una discesa negli inferi e nei debiti che dopo il matrimonio del nipote ed il suo trasferimento in America lascia nella solitudine le donne che si affidano al ricordo per dare un senso agli ultimi giorni che hanno davanti.
Una commedia amara che strappa sorrisi e applausi per le convincenti interpretazioni delle attrici in scena.
data di pubblicazione:26/11/2017
Il nostro voto: 
da Rossano Giuppa | Nov 25, 2017
(Teatro Vascello – Roma, 18/19 novembre 2017)
Tra i più attesi debutti del Romaeuropa Festival 2017, il 18 e 19 Novembre al Teatro Vascello è andato in scena, per la regia di Julien Gosselin assieme alla sua compagnia Si vous pouviez lécher mon cœur, Les Particules élémentaires ( Le particelle elementari), adattamento teatrale del celebre e controverso romanzo di Michel Houellebecq.
Interessantissima ed ambiziosa trasposizione proposta dal giovanissimo regista e dalla sua compagnia per un teatro assoluto e innovativo capace interpretare un romanzo alquanto complesso ed apocalittico, tra i più discussi della letteratura contemporanea.
Dieci attori da subito protagonisti della scena pronti ad assumere il ruolo dei personaggi del romanzo, ma anche di commentatori, narratori e musicisti tra chitarre elettriche e spaccati video live. Oltre tre ore di racconto per attraversare un secolo, dal 1968 al 2079 a cavallo del presente, attraverso le vicende di due fratellastri Michel Djerzinski, biologo molecolare, che vanta una carriera ricca di soddisfazioni professionali ma che poi decide di abbandonare a soli quarant’anni, afflitto anche da una vita privata inesistente e della sua incapacità di amare e Bruno Clèrment fratello per parte di madre, anch’esso abbandonato dai genitori e cresciuto dai nonni fino alla loro morte ed essere poi trasferito in collegio dove diventa vittima dei compagni più grandi. I due si incontrano e finiscono per frequentare lo stesso liceo. La narrazione prosegue con balzi temporali che passano dai contesti hippy degli anni della contestazione fino alle comunità new age di fine secolo. Le loro storie si intrecciano fatalmente e disperatamente con quelle di due donne, Annabelle e Christiane, destinate entrambe a conclusioni amare e senza speranza.
Nell’epilogo infine viene spiegato come le scoperte di Djerzinski abbiano poi portato alla creazione di un nuovo genere umano, geneticamente esente dai difetti del vecchio, voluto proprio da quel genere in via di estinzione, che non conosce la sofferenza e la brutalità, asetticamente orientato a perseguire il bello.
La storia già di per sé molto articolata è raccontata attraverso un ricchissimo vocabolario scenico, grazie al talento del regista che utilizza la lingua dell’autore stessa per tradurla nel linguaggio del teatro. Bruno e Michel, il primo costantemente alla ricerca dell’amore, il secondo da esso terrorizzato, sono il punto di partenza per un ritratto spietato della società occidentale post ‘68 tra ironia e idealismo, sesso e tabù, discoteche e lezioni di yoga, cinismo e furiosa poesia.
E il pubblico viene immediatamente investito da un diluvio di parole, di suoni, di immagini in un flusso ininterrotto, soggiogato dai piani racconto, da sovrapposizioni e modalità comunicative, dalla musica dal vivo, dallo sdoppiamento degli attori in video e dalla grafica proiettata, dai bruschi cambi di luce, sostenuti da una recitazione forte e penetrante cha va dal registro aspro e urlato al filtro dimesso dell’intimità e della confessione, mentre la storia ed i cambiamenti sociali ed epocali avanzano senza tregua.
“Il mio teatro è plastico, è un concerto, è un’installazione, è letteratura. Gesto, attori, spazio, testo… utilizzo tutto ciò che è in mio possesso, ponendolo sullo stesso piano, con lo scopo di dar vita ad uno spettacolo il più potente possibile”.
Un’esperienza fortissima che scuote e insegna per uno spettacolo straordinario che non conosce calo di tensione e di emozione.
data di pubblicazione:25/11/2017
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