da Antonio Iraci | Feb 21, 2016
(Berlino, 11/21 febbraio 2016)
Quando nel 2013 a Venezia il Presidente di giuria Bernardo Bertolucci premiò il film Sacro GRA di Gianfranco Rosi con il Leone d’Oro, non tutti furono d’accordo con lui e gli altri componenti la giuria sulla scelta effettuata, oltretutto trattandosi non di un film ma di un documentario che mai, nella storia del Lido, aveva ottenuto un premio così importante. Bertolucci si limitò a rispondere che aveva percepito in Rosi la mano di un grande regista ed il premio di oggi a Berlino per Fuocoammare sta confermando questa lungimirante previsione, dandogli ragione. La giuria, presieduta da Meryl Streep, ha voluto premiare l’intensità delle immagini di questa splendida pellicola, che ci hanno fatto piangere di rabbia e nello stesso tempo sorridere con gli occhi del giovane Samuele, facendoci percepire il cuore di un posto a noi così lontano. Lampedusa è una piccola isola di pescatori i quali accettano ed accolgono tutto ciò che viene dal mare, incluso uomini, donne e bambini che non possiedono nulla se non la speranza di una vita degna di chiamarsi tale e che trovano da anni accoglienza dagli isolani. Rosi ha voluto dare la propria reale partecipazione per la soluzione immediata di questa grande tragedia, che ogni giorno ci viene presentata dai media e sulla quale pochi hanno il coraggio di soffermarsi, ignorando la portata del problema. Siamo convinti che il suo contributo non andrà perso e ci auguriamo che dopo questo importante riconoscimento tutto il mondo potrà prendere visione di questo docufilm per imparare che la vita va rispettata e che ognuno, per la sua parte, dovrà far qualcosa.
Gli altri importanti premi assegnati sono stati:
Grande Premio della Giuria al film Morte a Sarajevo del regista bosniaco Danis Tanovic;
Orso d’Argento per il film che apre Nuove Prospettive a A Lullaby to the Sorrowful Mystery del filippino Lav Diaz;
Orso d’Argento per la Miglior Regia a Mia Hansen-Løve per il film L’Avenir;
Orso d’Argento per la Migliore Attrice a Trine Dyrholm nel film Kollektivet del danese Thomas Vinterberg;
Orso d’Argento per il Miglior Attore a Majd Mastoura nel film Hedi del tunisino Mohamed Ben Attia;
Orso d’Argento per la Miglior Sceneggiatura a Tomasz Wasilewski per il film polacco United States of Love.
L’entusiasmo e la passione nel seguire questa edizione della Berlinale si spera siano emersi attraverso la comunicazione delle impressioni, giuste o sbagliate, di chi scrive che crede, come dice Samuele nel film di Rosi fabbricandosi la sua fionda, che ci voglia passione in tutto.
data di pubblicazione:21/02/2016
da Antonio Iraci | Feb 20, 2016
(Berlino, 11/21 febbraio 2016)
Segnalato dalla popolare rivista americana di cinema Variety, tra i registi europei degni di maggiore attenzione, Tomasz Wasilewski ha aperto la nona giornata della Berlinale con il suo United States of Love. In una Polonia alla ricerca di una nuova identità politica, all’interno di un contesto europeo ancora in assestamento dopo la recente caduta del muro, quattro donne (Agata, Iza, Renata, Marzena) ognuna con un proprio diverso vissuto, sono alla ricerca del loro equilibrio sentimentale. Il film è una riflessione sulla condizione della donna che, seppur emancipata socialmente, stenta ancora a trovare una propria autonomia affettiva dall’uomo e trovare quello che di più la appaga, lontano da sterili conformismi. Buona la fotografia con colori sempre tenui quasi a voler farsi timidamente spazio nel grigiore totale che domina l’intera scena ed i personaggi stessi, a loro volta spenti per assenza totale di speranza o quanto meno di una qualche minima illusione. Di diversa natura il film francese Saint Amour dei due registi Benoît Delépine e Gustave Kervern al loro settimo film insieme e già presenti alla Berlinale nel 2010 con il film Mammuth. Jean (Gérard Depardieu) e suo figlio Bruno (Benoît Poelvoorde) stanno partecipando a Parigi ad una famosa fiera zootecnica in cui sono fieri di presentare il loro toro Nabucodonosor, in concorso per un premio. In effetti Bruno preferirebbe abbandonare la fattoria del padre e dedicarsi di più al vino, di cui è grande estimatore e soprattutto bevitore. Jean, pur di accontentare il figlio, lo asseconderà in un tour enologico attraverso la Francia insieme a Mike (Vincent Lacoste), che con il suo taxi li accompagnerà in una serie di avventure, anche a sfondo sessuale, nelle quali rimarranno coinvolti insieme. Tipica commedia francese, di cui abbiamo avuto già esempi in questo Festival, dove la bravura degli attori protagonisti ha regalato alla platea quasi due ore di puro divertimento, risollevandola un po’ dalle atmosfere della precedente pellicola. A Dragon Arrives! dell’iraniano Mani Haghighi è l’ultimo tra quelli in Concorso; il regista, in un intervista all’interno del film stesso, ci spiega i motivi che lo hanno indotto a scrivere questa storia che narra di fatti realmente accaduti, a partire da una inchiesta iniziata il 23 gennaio del 1965, il giorno dopo l’uccisione davanti al Parlamento iraniano del Primo Ministro. I fatti si svolgono principalmente in Qeshm, un’isola sperduta nel Golfo Persico, e precisamente in un vecchio cimitero abbandonato, dove forze soprannaturali causano terribili terremoti ogni qualvolta viene seppellito un defunto. Il soggetto, tra l’assurdo ed il grottesco, tiene lo spettatore con il fiato sospeso, meritando la giusta attenzione tra le pellicole che in questi giorni sono state presentate e che pone il regista al livello di altri famosi filmmaker iraniani, sulle tracce già segnate dal grande Abbas Kiarostami.
data di pubblicazione:20/02/2016

da Antonio Iraci | Feb 19, 2016
(Berlino, 11/21 febbraio 2016)
Certamente non tutti tra il folto pubblico presente in sala erano preparati ad affrontare, con enorme spirito di abnegazione, il film in Concorso di oggi che ci ha trattenuto inesorabilmente per otto ore. Il regista filippino Lav Diaz è stato meritatamente il protagonista unico di questa ottava giornata della Berlinale presentandoci il corposo film A Lullaby to the Sorrowful Mystery che a tratti ricordava le fumose rappresentazioni in bianco e nero del russo Andrei Tarkovsky con un utilizzo, forse a tratti eccessivo, del piano sequenza per risaltare la drammaticità del racconto stesso. Ci troviamo nelle Filippine, alla fine dell’ottocento, in piena guerriglia contro i colonizzatori spagnoli che stanno attuando una spietata offensiva per mantenere il potere della corona, in un paese oramai allo sbando e brutalmente decimato dalle truppe d’invasione del Capitano Generale. La vedova di Andrés Bonifacio, oggi considerato eroe nazionale della resistenza filippina, si aggira per la folta giungla in cerca del corpo del marito, incontrando personaggi dal comportamento ambiguo, a volte quasi mitologico. Il regista pone qui in atto la sua ben nota tecnica cinematografica di condurre lo spettatore in medias res, coinvolgendolo in tempo reale quale parte integrante della scena stessa e protagonista esso stesso dell’azione. Lav Diaz, che ama spesso trattare nei suoi soggetti il contesto socio-politico del suo paese, in questo suo ultimo film pone un risalto particolare al pensiero ed alle utopie dei ribelli che non si rassegnano alla violenza subita e cercano a tutti i costi di riscattarsi con altrettanta violenza ed un giusto sentimento di odio. Il regista, più volte premiato in Festival internazionali di prestigio, è molto conosciuto a Venezia per aver vinto il Leone d’Oro (Menzione Speciale della Giuria) nel 2007 nella sezione Orizzonti con il film Death in the Land of Encantos e l’anno successivo, sempre nella stessa Sezione, il Gran Premio con il film Melancholia: entrambe pellicole lunghissime. Sicuramente un film interessante quello di oggi, dove però una sforbiciata qua e là avrebbe di certo alleggerito lo spirito in sala ed evitato allo spettatore, poco avvezzo a tali maratone cinematografiche, questa esagerata prova di sopravvivenza.
data di pubblicazione:19/02/2016

da Accreditati | Feb 18, 2016
Basato su una storia vera il film di Thomas McCarthy, presentato a Venezia 72 nella Sezione fuori concorso, narra di un gruppo di giornalisti investigatori appartenenti alla sezione denominata Spotlight (tutt’oggi esistente) del quotidiano locale The Boston Globe.
È l’estate del 2001 quando il neo direttore (Liev Schreiber) decide che la Spotlight deve accantonare le indagini giornalistiche in corso per riaccendere i riflettori su alcuni casi di abusi su minori susseguitisi una trentina di anni prima nella loro comunità ad opera di alcuni prelati, e segretati dall’omertà di alcuni componenti di spicco della società cattolica bostoniana. Coordinati da Walter Robinson “Robby” (Michael Keaton), nel gennaio del 2002 il gruppo Spotlight riuscirà a rendere di pubblico dominio la storia di un sistema di protezione attuato da un gruppo di avvocati nei confronti di alcuni sacerdoti della diocesidi Boston.
Il film di McCarthy è di estrema attualità e punta il dito non solo sull’inefficacia delle rare misure adottate dalla Chiesa nei confronti delle sue mele marce, ma soprattutto sulle violenze, oltre che fisiche anche di fede, arrecate a bambini affidati alle cure di sacerdoti, veri e propri padri spirituali, che in questo modo hanno doppiamente violentato le proprie vittime.
Ben interpretato, incalzante e realistico, non banale né retorico, in Spotlight spicca l’interpretazione di Mark Ruffalo, che intervenuto a Venezia in conferenza stampa, aveva manifestato uno spirito in linea con le sue battaglie da attivista in campagne di rilevanza politico-sociali. Sicuramente da vedere, sia per lanciare il messaggio di un ritorno al giornalismo libero ed investigativo che oramai in America è di appannaggio solo di pochi professionisti finanziati da privati, sia per invitare ovviamente la Chiesa a fare chiarezza.
data di pubblicazione 18/02/2016
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da Antonella Massaro | Feb 18, 2016
Il premio Oscar Eddie Redmayne presta i lineamenti muliebri e l’istrionico talento di attore al personaggio di Lili Elbe, che sottoponendosi nel 1930 a un intervento chirurgico per ricongiungere il corpo maschile all’anima femminile, diviene la prima riconosciuta transessuale della storia.
Tratto dall’omonimo romanzo firmato da David Ebershoff, The Danish Girl di Tom Hooper (Il discorso del Re, I miserabili), presentato durante la 72. Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, assume la consistenza di un affresco tanto dirompente quanto delicato di quella che, dall’inizio alla fine, resta un’intensa storia d’amore. Einar Wegener (Eddie Redmayne) e sua moglie Gerda (Alicia Vikander), entrambi pittori: lui ama dipingere paesaggi, esibendo un talento già ampiamente riconosciuto; lei preferisce dedicarsi ai ritratti, senza però trovare la sua reale ispirazione. Il gioco quasi puerile di posare per Gerda in abiti femminili diviene la scintilla in grado di far deflagrare una bomba già innescata da tempo nel cuore e nella mente del giovane artista. Einar adora truccarsi e atteggiarsi “come una donna” perché Einar “è una donna”. In un momento storico in cui la sua condizione si trova etichettata come anomalia biologica dalle mille diagnosi, destinata alla “cura” con trattamenti terapeutici invasivi o al confino nelle tenebre ghettizzanti del manicomio, la presa di consapevolezza di Einar-Lili non è né scontata né agevole. La proiezione socio-culturale della storia cede tuttavia il posto alla dimensione di intima transizione vissuta dai due protagonisti, che si prendono coraggiosamente per mano mettendosi in cammino lungo un sentiero forse doloroso ma indubbiamente doveroso. Il tutto incorniciato da una natura sontuosa e scandito da quell’arte pura e salvifica che, sempre a Venezia 72, era già comparsa in Francofonia e Marguerite.
Il tessuto narrativo si caratterizza per l’apprezzabile rievocazione di un’infanzia priva, per una volta, di traumi pronti a giustificare la “particolarità sessuale”, anche se, tralasciando il cliché dell’inversione dei ruoli all’interno della coppia (è Genda il vero “maschio” tra i due), il passaggio da una fase all’altra della complessa metamoforsi-rinascita del protagonista appare a tratti segnato da transizioni troppo bruscamente repentine per risultare del tutto credibili.
L’interpretazione di Redmayne, semplicemente perfetta nella sua sorprendente capacità di lasciar trasparire la vibrante emozione della progressiva presa di coscienza, è senza dubbio una prova da premio. Ciò che importa, come ha precisato l’attore intervenuto in conferenza stampa a Venezia, è tenere distinto il “genere” dalla “sessualità”, secondo logiche e meccanismi che ha potuto imparare a comprendere attraverso il proficuo e generoso confronto con molti transgender, il cui aiuto si è rivelato prezioso per la preparazione del ruolo. Alicia Vikander si inserisce nel film con convinzione e indispensabile complementarietà. Nel cast anche Matthias Schoenaerts (Un sapore di ruggine e ossa, A bigger splash, Suite francese) e Amber Heard.
data di pubblicazione 18/02/2016
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da Antonio Iraci | Feb 18, 2016
(Berlino, 11/21 febbraio 2016)
Un interessante documentario apre la settima giornata dei film in Concorso a Berlino: si tratta di Zero Days del regista Alex Gibney (già premio Oscar nel 2007 con il docufilm Taxi to the Dark Side), un film che è riuscito a cogliere l’attenzione del pubblico pur trattando un argomento molto tecnico e poco conosciuto. Stuxnet è un virus che senza lasciare alcuna traccia di sé è entrato nel sistema informatico iraniano per distruggere i programmi dei generatori atomici e sabotare quindi il progetto nucleare di quel paese. Presumibilmente ideato da una équipe di hacker americani ed israeliani, il virus dall’Iran si è presto diffuso a macchia d’olio creando danni incommensurabili ai sistemi informatici di vari paesi. Il film ci fa comprendere in maniera molto minuziosa, attraverso immagini ed interviste attuali e di repertorio, come i sistemi di difesa segreti delle grandi potenze mondiali sono oramai concentrati sulla sperimentazione di queste nuove armi cibernetiche capaci di distruggere in pochi secondi l’economia e la stessa vita di interi continenti, visto che il mondo dipende oggi esclusivamente da programmi informatici sempre più sofisticati ma, al tempo stesso, sempre più vulnerabili.
Di tutt’altro genere è Kollektivet del regista danese Thomas Vinterberg, che ci porta nella casa di Erik, docente alla facoltà di architettura, dove la moglie Anna lo convince ad organizzare una comune di diverse persone per far fronte alla gestione, alquanto dispendiosa, di questa villa di grandi dimensioni ereditata dal padre. Tutto sembra filare liscio, nonostante la diversità dei coinquilini, che comunque riescono subito ad organizzare un ménage di pacifica convivenza; sino a quando Erik confesserà ad Anna di essersi innamorato di una studentessa della sua facoltà. Il dramma sentimentale, che di lì a poco coinvolgerà la donna e comprometterà seriamente l’intera struttura comunitaria, sarà il pretesto affinché ognuno possa interrogarsi sulla propria esistenza e soprattutto sul proprio futuro. Buona e convincente l’interpretazione dei due protagonisti Trine Dyrholm (Anna) e Ulrich Thomsen (Erik), che hanno reso la trama interessante e piacevole per il pubblico.
Terzo ed ultima pellicola in Concorso della giornata è stata una simpatica commedia del regista Dominik Moll, tedesco di nascita ma francese d’adozione, dal titolo News from planet Mars, che racconta la storia di Philippe Mars (Francois Damiens), un uomo che vuole essere buono e disponibile verso tutti, ma che però subisce la prepotenza di chiunque lo circondi, dai familiari ai colleghi d’ufficio. Film di stampo tipicamente francese in cui il regista ha mostrato grande disinvoltura a mescolare realtà e finzione, giocando sui sogni e sull’immaginazione del protagonista, la cui fantasia lo porterà a navigare da solo nello spazio alla ricerca di quella serenità interiore mancante. Il film ha molto divertito il pubblico ed è stata la giusta chiusura di una giornata molto variegata, caratteristica piacevolmente già riscontrata in questa Berlinale.
data di pubblicazione:18/02/2016

da Antonio Iraci | Feb 17, 2016
(Berlino, 11/21 febbraio 2016)
Michael Grandage, famoso regista e produttore teatrale inglese, ha presentato alla Berlinale il suo film Genius, tratto dal romanzo di A. Scott Berg sulla biografia di Max Perkins, uomo di eccezionale talento editoriale per aver scoperto e reso famosi nomi del calibro di F. Scott Fitzgerald, Ernest Hemingway, Thomas Wolfe. Il film si focalizza in particolare sul rapporto tra Wolfe e Perkins, un rapporto esclusivamente professionale tra uno scrittore ed il suo editore, che tuttavia diviene talmente intenso e totalizzante da arrivare ad urtare la sensibilità delle rispettive famiglie trascurate ed annullate da tanto reciproco impegno. La valanga di parole che escono dalla mano di Wolfe vengono ridimensionate dall’esperto editore, che sa come muoversi sul mercato letterario newyorkese, riuscendo in tal modo a creare dal nulla un caso letterario inimmaginabile anche per lo stesso Wolfe. Il ruolo dei due protagonisti è assegnato a Jude Law (Wolfe) ed a Colin Firth (Perkins), che con eccezionale bravura sanno reggere il ritmo, a volte congestionato, della narrazione; ad interpretare le mogli sono Laura Linney nella parte della signora Perkins, e Nicole Kidman come moglie di Wolfe, ruolo quest’ultimo alquanto stereotipato e non sempre all’altezza. Film comunque destinato alla distribuzione nelle sale italiane e che qui a Berlino ha avuto un buon consenso tra il pubblico.
Degno di attenzione anche il secondo film in Concorso di questa sesta giornata, Soy Nero del regista di origine iraniana Rafi Pitts, già altre volte presente al Festival. Il film tratta della ben nota fuga dei giovani dal Messico verso gli Stati Uniti, per potersi creare una nuova vita e ottenere un maggior benessere economico; Nero è uno di questi che riesce a varcare clandestinamente il confine per raggiungere il fratello, che già vive a Los Angeles come domestico presso una famiglia molto benestante. Ma lo scopo di Nero è quello di arruolarsi nell’esercito e difendere la causa americana in Medio Oriente, ottenendo così la tanto agognata cittadinanza statunitense. Ben strutturato e con una storia credibile, il film vanta una buona performance dell’attore protagonista Johnny Ortiz (Nero).
L’ultimo film in Concorso per oggi è Chi-Raq del regista/attore/produttore/sceneggiatore statunitense Spike Lee, che ci ha regalato un film dal sapore Hip-Hop Music Show, molto divertente ma poco convincente. Chi-Rag è come viene chiamata Chicago per l’eccezionale numero di morti ogni anno, vittime della criminalità organizzata da bande locali. Il film potremmo definirlo un comico remake ambientato ai nostri tempi della commedia Lisistrata di Aristofane dove le due bande rivali, Troiani e Spartani, si fronteggiano ogni giorno lasciando per le strade morti. Geniale fu in Lisistrata l’idea dello sciopero del sesso che costringerà i poveri uomini, rimasti a lungo a bocca asciutta, alla resa deponendo definitivamente le armi per vivere finalmente in pace. Ottima la metafora suggerita dalla voce di un colorato io narrante, che rimanda al famoso motto pacifista: Make Love, Not War. Poco convincente John Cusack, peraltro unico nome emergente del folto cast ingaggiato.
data di pubblicazione:17/02/2016

da Antonio Iraci | Feb 16, 2016
(Berlino, 11/21 febbraio 2016)
Questa quinta giornata della Berlinale ci ha regalato un piccolo capolavoro cinematografico firmato dall’attore e regista svizzero Vincent Pérez: Alone in Berlin. Tratto dall’ultimo romanzo scritto nell’autunno del 1946 da Hans Fallada (tradotto in italiano in Ognuno muore solo), il film narra dei coniugi Anna (Emma Thompson) e Otto Quangel (Brendan Gleeson), che vivono in una Berlino euforica dopo il successo dell’occupazione della Francia da parte delle truppe naziste. Dopo aver ricevuto la notizia che il loro unico figlio è morto al fronte in una imboscata, avvenimento che cambierà completamente le loro vite, la coppia inizierà un’accanita resistenza impegnandosi nella distribuzione, in luoghi pubblici e privati, di cartoline scritte a mano da loro stessi contenenti messaggi di propaganda opposta al regime. Il film, tratto da una storia vera, è da considerarsi un vero e proprio omaggio alla memoria dei coniugi Otto e Elise Hampel, che in effetti pagarono con la vita il loro coraggio di opporsi al fanatismo dilagante in una atmosfera di sospetto e di violenza. Una segnalazione particolare va alla splendida ambientazione in una Berlino del 1940, quando ancora serpeggiava per strada la convinzione di aver vinto la guerra, e non vi era il benché minimo sospetto dell’imminente catastrofe che, di lì a pochi anni, avrebbe portato alla disastrosa capitolazione della Germania. Divina nella parte di Anna è Emma Thomson, che ha sicuramente affascinato la giuria presente in sala e coinvolto l’intero pubblico. Non ci sarebbe da stupirsi se il film fosse in lizza per essere premiato con l’Orso. Da segnalare nella stessa giornata di oggi Morte a Sarajevo del regista bosniaco Danis Tanovic, Oscar 2002 per No Man’s Land. Il film è ambientato in un Hotel di Sarajevo in occasione di una cerimonia ufficiale a livello europeo per ricordare i cento anni dall’attentato, compiuto dal serbo-bosniaco Gavrilo Princip in cui morirono l’Arciduca Francesco Ferdinando e la moglie Sofia, che diede l’avvio alla prima guerra mondiale. Dal percettibile sapore politico, Morte a Sarajevo è quasi una satira verso una Europa che ancora oggi, dopo anni, non sa prendere il giusto avvio dibattendosi tra verità e bugie ancora irrisolte. Ultimo film in Concorso per oggi è stato Crosscurrent, del regista cinese Yang Chao, che narra di un viaggio intrapreso dal giovane capitano Gao Chun per risalire controcorrente, a bordo della sua barca mercantile, il grande fiume Yangtze sino alla sua sorgente. Questa spedizione, oltre ad avere una finalità commerciale dagli aspetti poco chiari, rappresenta per il giovane una sorta di missione spirituale per aiutare la trasmigrazione dell’anima del padre, appena morto, oltre che per ricercare la compagna della propria vita. Il racconto è accompagnato dalla recitazione di poesie di vari autori cinesi che, di tanto in tanto, ci danno esempi di grande saggezza, senza tuttavia risparmiarci qualche involontario sbadiglio…
data di pubblicazione:16/02/2016

da Alessandro Pesce | Feb 15, 2016
(Teatro Parioli Peppino De Filippo – Roma, 11/21 febbraio 2016 e in tour)
Un divertissement dalle note cupe, uno scherzo di quattro animali da palcoscenico che giocano a parodiare un grande classico del teatro del novecento. Sin dal titolo è chiara l’intenzione irrisoria: “finale-di-partita” diventa Dipartita finale, sberleffo atroce, forse, verso il più grande dei misteri.
Anche qui, come nel capolavoro parafrasato, abbiamo dei personaggi anziani e menomati: un vecchio attore cieco, il suo amico (un ex aiutante servo di scena ?) che non riesce a dormire e che ha visioni molto strambe, e ancora un truculento- in senso plautino- romanaccio che dovrebbe completare l’invenzione di una storia un po’ fantascientifica ma che invece si sfoga sbraitando volgarmente sui temi più alti della Vita alternando sprazzi di lucidità e profondità a grevi citazioni. I tre sono situati in una stanza vicino al fiume, fatiscente e abitata da topi e da un misterioso uovo la cui comparsa dà il “la“ a interrogativi esistenziali. Sembra che siano immortali, superstiti di chissà quale catastrofe e condannati, come i protagonisti di Fin de partie a giorni tutti uguali. Ma alla fine un estremo sberleffo: sono solo dei barboni poeti che non vogliono abbandonare la baracca e invece arriva la scavatrice che li spazzerà via, come nei Giganti di Strehler la ruspa rompeva il carretto di Ilse.
Ma neppure, questa potrebbe essere la verità. Lo spettatore dovrà contentarsi della verità del teatro. Hai detto niente!
Rendendosi conto dell’angoscia del testo la regia dell’autore stesso, Franco Branciaroli, spinge molto sull’allegria, sui vezzi dei commedianti, sui capricci e i ricordi dei musical dell’attore cieco (Pagliai), sullo smarrimento del fedele amico (Gianrico Tedeschi), sulla grinta di Maurizio Donadoni e sull’evocazione di Toto’, che Branciaroli regala alla Morte. E il pubblico sembra conquistato dagli attori ma perplessi dal resto.
data di pubblicazione:15/02/2016
Il nostro voto: 
da Flaminia De Rossi | Feb 15, 2016
(SET – Spazio Eventi Tirso – Roma, prorogata fino al 3 aprile 2016)
“I sogni si realizzano un mattoncino alla volta” di Nathan Sawaja. Chi scrive si è divertita tantissimo e …credo fosse la mission dell’artista.
La mostra The art of the brick presenta le opere di Nathan Sawaja, ex avvocato che esprime la sua creatività con i mattoncini LEGO e che mai avrebbe pensato che “quei mattoncini” lo potessero portare in giro per il mondo.
Se pensi ai mattoncini LEGO sei felice: la loro magia è proprio quella di renderti felice, l’hanno fatto in passato e lo fanno ancora!
Sento ancora il rumore della cascata dei mattoncini quando giravo il sacco che li conteneva per dare inizio ai giochi, per essere veloci nella ricerca dei pezzi che servivano alla realizzazione di qualcosa di unico: così ogni volta che penso ai LEGO mi si illuminano gli occhi. Ognuno di noi porta dentro di sè un ricordo legato a loro e difficilmente negli anni lo si abbandona.
La mostra di Sawaja è un’esperienza unica attraverso le opere d’arte realizzate con i LEGO e rappresentanti le ricostruzioni, le reinterpretazioni di capolavori d’arte e le creazioni dell’artista.
Questo percorso a tema e colore (blu, giallo, rosso e verde) molto snello mette in luce ogni opera d’arte in modo molto raffinato: si passa dalla TALL PENCIL (9.800 mattoncini) alla VENERE DI MILO (18.483 mattoncini) per procedere attraverso il ritratto di COURTNEY BLACK AND GOLD (1.032 mattoncini), e poi verso LA GRANDE ONDA DI KANAGAWA (2.877 mattoncini), poi la SWIMMER (10.980 MATTONCINI) ed il DINOSAUR SKELETON (80.020 mattoncini!). Le opere d’arte sono realizzate posando di taglio e di punta i LEGO.
E’ Impossibile resistere, è necessario sedersi e iniziare a giocare e a costruire!
Non si può spiegare cosa ci sia di magico in essi, nel gioco del costruire: così come nei puzzle, c’è qualcosa che ti rende soddisfatto e felice!
data di pubblicazione:15/02/2016
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