da Gabriella Ricciardi | Ott 13, 2016
Se mi dovesse capitare qualcosa, dite che ho fatto di tutto per campare. E di campare Dario Fo aveva ancora molta voglia nonostante i suoi 90 anni di cui più di settanta passati in teatro.
Del paese dov’era nato, Sangiano, diceva che era il paese delle meraviglie e insieme a Porto Tronzano e Porto Valtravaglia dove aveva vissuto dopo il trasferimento del padre capostazione, erano un pezzo di Lombardia dove – come ha raccontato nel suo libro autobiografico sui suoi primi anni di vita – giravano contrabbandieri e pescatori, più o meno di frodo. Due mestieri per i quali occorre molta fantasia. È a loro che devo la mia vita dopo: riempivano la testa di noi ragazzi di storie, cronaca locale frammista a favole. Da grande ho rubato a man bassa.
Da lì viene il granmelot, la lingua inventata di Mistero buffo come di altri suoi testi, un impasto di dialetti lombardi, di lingue straniere, bave di latino, interiezioni, stravaganze popolari, proverbi, lingua colta e gestualità.
Non avrebbe senso scrivere un “coccodrillo”, un genere che non amo e che spessissimo finisce per essere un peana acritico di chi ha lasciato questa zolla; né mi metterò ad analizzare il corpus dell’opera teatrale di Dario Fo come si fece invece quando parte dell’opinione pubblica e alcuni critici letterari si dichiararono stupefatti della scelta dell’Accademia svedese. A questo penseranno i giornali. Credo che invece abbia un senso provare a raccontare cosa è stato, cosa ha significato Dario Fo per una generazione come la mia, quella nata negli anni sessanta, cresciuta con la televisione in bianco e nero che trasmetteva tutto il grande teatro e che si ritrovava in piazza a manifestare e a chiudere i cortei con sul palco a fare festa, proprio Dario Fo con l’inseparabile Franca Rame.
Avevo dodici anni quando i genitori della mia amica e vicina di casa mi chiesero se volevo andare anch’io con loro al Teatro Tenda di Piazzale Clodio (a Roma).
A parte l’emozione di uscire la sera(!), uscire di sera per andare a teatro era come salpare per una terra mitica, il regno stesso dell’affabulazione. Quando si spensero le luci, il centro dello spazio teatrale fu occupato da un uomo disarticolato con i denti da coniglio, tutto vestito di nero. Si muoveva veloce ed emettendo suoni gutturali e poi di sorpresa, mentre lo spazio occupato solo da lui si andò popolando di gente. Era Mistero buffo. C’era Maria Maddalena, e gli sposi di Cana e Lazzaro il cui possibile ritorno dalla morte aveva generato un agguerrito gruppo di scommettitori; c’era Zanni che sognava di mangiare ed era così affamato che finiva per mangiare anche se stesso. Un mondo di contadini, di donne che cucinavano il niente, e tutto faceva lui, quell’attore che assomigliava a un giullare medioevale e sapeva mischiare la lingua colta di Cielo D’Alcamo con quella popolare lombarda e l’antico francese.
Sembrava che si fosse fermato lì, sulla piazza del teatro, proprio come facevano le antiche compagnie di giro, e avesse fatto sedere tutti in cerchio e ci stesse raccontando, a ognuno di noi, quanto grandi e buffi erano i testi sacri e quanto belle le pale d’altare con gli ori e i drappi dei santi, ma come altrettanto belli e sacri fossero i pastori, e quanto ironici e vernacolari i santi. E ce lo diceva con il corpo. Era una lingua vissuta.
Non sapevo che ci fossero altri vangeli oltre a quelli che a scuola mi avevano insegnato; si chiamavano apocrifi e l’attore sembrava conoscerli così bene da riuscire a cambiarli e a impastarli con la grassa terra Lombarda, magi che dall’Oriente si sedevano a riposare sulle sponde del Po.
Era ancora presto per saperle queste cose ma potevo sentirle, potevo emozionarmi e scoprivo rapita che il teatro non era un rito paludato, ma un luogo vivo dove accadevano cose e si reificavano mondi dove gli steccati culturali che a scuola ci insegnavano a rispettare, saltavano. Anche i re e i santi sapevano di terra e popolo, e i contadini godevano come i signori della bellezza delle cupole affrescate.
Ero incantata da quella lingua, una pasta densa di pietre preziose e ciottoli che il corpo dell’attore faceva vivere. La voce era un organo che si muoveva tanto quanto il corpo; erano le gambe piegate sulle ginocchia di una pia e timorata Madonna, ma erano anche gli occhi disorbitati e increduli di chi grazie alla sua astuzia è invitato a mangiare alla mensa del re.
Nutro una autentica passione per le lingue, per la loro genesi e trasformazione, e credo che Dario Fo ce ne ha regalata una capace di sintetizzare sinesteticamente quanto di alto e di basso, di povero e grasso, di triviale e di mistico dovrebbe avere una lingua per raccontare la complessità del mondo.
data di pubblicazione:13/10/2016
da Antonio Iraci | Ott 13, 2016
Dopo la morte dell’unico figlio, soldato al fronte, una coppia di berlinesi prende coscienza della vera missione del nazismo ed avvia una costante resistenza che consiste nel lasciare in posti strategici cartoline anonime per sensibilizzare la popolazione a ribellarsi a Hitler e al suo regime.
L’ultima edizione della Berlinale ci ha regalato questo piccolo gioiello cinematografico, firmato dall’attore e regista svizzero Vincent Pérez e fedelmente tratto dall’ultimo romanzo che lo scrittore tedesco Hans Fallada scrisse nel 1946. Il film narra dei coniugi Anna (Emma Thompson) e Otto Quangel (Brendan Gleeson), che vivono in una Berlino euforica dopo il successo dell’offensiva contro la Francia da parte delle truppe naziste. Dopo aver ricevuto la notizia che il loro unico figlio è morto al fronte in un’ imboscata la coppia, di comune accordo, inizierà un’accanita resistenza pacifica impegnandosi nella distribuzione, in luoghi pubblici e privati, di cartoline scritte a mano da loro stessi e contenenti messaggi di propaganda contro il regime. Il film, tratto da una storia vera, è da considerarsi un omaggio alla memoria di Otto ed Elise Hampel, che pagarono con la vita il coraggio di opporsi al fanatismo dilagante, affrontando i pericoli generati dalla loro azione e sfidando la spietata caccia avviata dalla Gestapo nei loro confronti. Splendida l’ambientazione scenografica in una Berlino del 1940, quando ancora serpeggiava per strada la convinzione di essere prossimi a vincere la guerra, senza il benché minimo sospetto della catastrofe che, di lì a pochi anni, avrebbe portato alla disastrosa capitolazione della Germania. Ottima la fotografia che ha usato luci al naturale, con una pellicola dai toni sgranati, proprio per rendere quanto mai realistica l’atmosfera grigia e cupa della Berlino di quegli anni. Il regista, che per la verità è noto ai cinefili più per le sue performances da attore, non ha voluto solo narrare una storia sulla resistenza come realmente accaduta, ma è entrato intenzionalmente dell’intimo dei personaggi coinvolti nella vicenda, esaminando soprattutto le sfumature comportamentali dei coniugi che in questa azione comune trovano una nuova intesa affettiva, perduta dopo la morte del figlio. Particolarmente toccante l’interpretazione di Emma Thomson che, entrando nella psicologia del ruolo interpretato, riesce alla perfezione a coinvolgere emotivamente il pubblico in sala. Nonostante il film non abbia ottenuto alcun riconoscimento al Festival berlinese, ha ottenuto però un grande consenso da parte della stampa internazionale allora presente che lo giudicò molto positivamente consigliandone la visione.
data di pubblicazione:13/10/2016
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da Antonio Iraci | Ott 12, 2016
Due amiche di vecchia data, quarantenni, separate dai rispettivi mariti, affrontano il genere maschile in modo diametralmente opposto: una si chiude completamente agli uomini, l’altra li abborda facilmente e si concede forse con eccessiva leggerezza. L’incontro con Luca, liceale prossimo alla maturità, destabilizzerà le loro convinzioni e insegnerà ad entrambe a saper scrutare dentro sé stesse.
Il film è una trasposizione della commedia La Scena, firmata dalla stessa Comencini, che è stata presentata in diversi teatri italiani nella scorsa stagione ottenendo un riscontro molto favorevole da parte del pubblico. Proprio per questo motivo la regista ha pensato di portare sul grande schermo la storia bizzarra delle due protagoniste le cui vicende, divertenti e grottesche nello stesso tempo, nascondono invece qualcosa di più profondo, rivelando l’intimità dell’universo femminile, a volte contraddittorio e spesso poco comprensibile. Lucia e Maria (Paola Cortellesi e Micaela Ramazzotti) sono quello che si può definire amiche per la pelle. Quarantenni, entrambe con un matrimonio fallito alla spalle, si relazionano in maniera diversa con gli uomini: la prima rifiutando qualsiasi contatto che possa avere implicazioni sessuali, la seconda, al contrario, si concede molto facilmente, un po’ per divertimento, un po’ per paura della solitudine. Queste divergenze di idee fanno scaturire tra le due amiche continui battibecchi che però non sembrano scalfire minimamente l’affetto e la stima esistenti tra di loro, anzi rappresentano un legante irrinunciabile che tiene le due donne in continuo contatto.
L’improvvisa, casuale comparsa di Luca (Eduardo Valdarnini), giovane studente non ancora ventenne, creerà una profonda crisi nella vita delle due donne le quali, trovandoselo nel letto, saranno gioco forza costrette a guardare meglio dentro loro stesse per scoprire un mondo affettivo sinora sconosciuto.
Il film è una simpatica commedia che si lascia vedere con leggerezza anche per la frizzante sceneggiatura curata, oltre che dalla Comencini, dalla stessa Cortellesi insieme a Giulia Calenda. La regista, che negli ultimi anni si è impegnata in altre iniziative sul ruolo delle donne nella società, con questo film ritrova il pretesto per sottolineare il loro costante impegno per il riconoscimento e la salvaguardia della propria dignità. Al pubblico, sia pur sottovoce, si suggerisce pertanto una profonda riflessione sul significato del rapporto uomo/donna e sulla necessità di abbattere ogni stereotipo preconfezionato all’interno di esso. Lode alle due protagoniste femminili, le quali sia pur con un approccio recitativo diverso, hanno saputo creare quel giusto contrappunto perfettamente funzionale alla narrazione. Un bravo meritato all’esordiente Eduardo che si è mosso in maniera naturale, rivelando un buon talento interpretativo ed un’ottima presenza scenica.
data di pubblicazione:12/10/2016
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da Maria Letizia Panerai | Ott 12, 2016
La figlia quindicenne di un messo pontificio non fa rientro a casa dopo la consueta lezione di flauto: è il 22 giugno del 1983. Di Emanuela Orlandi, da quel momento, si perderanno le tracce e ad oggi la sua scomparsa rimane ancora avvolta da un alone di mistero.
Roberto Faenza offre al pubblico italiano una pellicola che non è un vero e proprio film, quanto una minuziosa ricostruzione di fatti sotto la forma di racconto giornalistico, nata attingendo da dossier processuali, documenti di repertorio, testimonianze, materiale di archivio, fatti noti e non, concatenando il tutto con parti recitate funzionali alla ricostruzione per immagini. Il risultato è un interessante prodotto, in parte documentaristico, che cerca di mettere meticolosamente ordine in quell’intrigo di eventi che coinvolsero al tempo stesso criminalità, istituzioni religiose e governative, il mondo della finanza, intrighi che emersero in parte proprio da quel tragico evento del 22 giugno del 1983.
Il film inizia con la messa in scena del rapimento della Orlandi, per poi proseguire con l’indagine della giornalista Raffaella Notariale (interpretata da Valentina Lodovini) che fece riaprire il caso nel 2008 grazie ad una lunga intervista a Sabrina Minardi (Greta Scarano), ex moglie del calciatore Bruno Giordano, con un passato di tossicodipendenza e prostituzione, e che negli anni ottanta divenne l’amante di Enrico De Pedis detto Renatino (interpretato da un convincente Riccardo Scamarcio), boss dei “Testaccini” legati alla banda della Magliana.
Faenza, da bravo regista quale è, va oltre la semplice inchiesta, conferendo a tutta la pellicola una impostazione di narrazione filmica, includendo anche personaggi fittizi come una giornalista di un canale televisivo britannico (interpretato da Maya Sansa), in missione a Roma dopo i fatti recenti di Mafia Capitale, che farà da trait d’union tra l’attualità e l’inchiesta che fece a suo tempo la Notarile. Molto bravi i due protagonisti nel dare vita ai veri personaggi chiave su cui è costruita la struttura del film, e che avrebbero fatto invidia alla fervida penna di uno scrittore; in modo particolare il film arriva sino all’uccisione di De Pedis, avvenuta a Roma nel febbraio del 1990 in Via del Pellegrino, nei pressi di Campo de’ Fiori. La sua salma, come è ben noto, fu inizialmente tumulata nel cimitero del Verano per poi essere trasferita all’interno della cripta di Sant’Apollinare, perché considerato un benefattore dei poveri che frequentavano la Basilica. La chiesa, rimasta chiusa per anni, è stata riaperta di recente dopo che la Magistratura, nel giugno del 2012 al termine di ulteriori indagini che hanno poi portato all’archiviazione dell’inchiesta Orlandi, ha disposto la traslazione della salma dalla Basilica al cimitero di Prima Porta, dove è stata cremata su volere dei familiari.
Se ne consiglia la visione sia a chi conosce la vicenda e non la ricorda nei particolari, sia a chi, per questioni anagrafiche, la ignora completamente.
data di pubblicazione:12/10/2016
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da Antonio Iraci | Ott 7, 2016
1907, quartiere parigino di Montparnasse. Jules, austriaco (Oskar Werner) e Jim, francese (Henri Serre) sono due amici che vivono di arte, poesia e di belle ragazze che si scambiano fino a quando non conoscono Catherine (Jeanne Moreau) di cui entrambi si innamorano perdutamente. La ragazza, pur sensibile alla corte dei due giovani, alla fine si sposerà con Jules e insieme a lui si trasferirà in Austria dove avrà una figlia, mentre le vicende della prima guerra mondiale allontaneranno di fatto Jim dai due amici. Passato il tempo, Jim decide finalmente di andare a trovare la coppia e sin dal suo arrivo constata che il matrimonio tra Jules e Catherine è in crisi e quindi potrà finalmente dichiarare i propri sentimenti d’amore che da sempre aveva represso, trovando persino l’approvazione dell’amico Jules. Il ménage à trois che si verrà a creare rinsalderà l’amicizia tra i giovani, mentre il rapporto tra Jim e Catherine avrà breve durata per le difficoltà incontrate nel tentativo di avere anche loro un figlio. Come chiaramente recitato nella canzone, che fa da colonna sonora, i tre amici si incontrano, si allontanano, si perdono, si ritrovano per l’ultima volta a Parigi, dove la loro storia si concluderà per iniziativa della donna, sempre insoddisfatta dell’amore e della vita in generale. Tratto dal romanzo di Henri-Pierre Roché, il film fu considerato molto scandaloso in quegli anni proprio per l’argomento trattato ed in Italia ci furono molte resistenze da parte della censura cinematografica che, oltre ovviamente a vietarlo ai minori di 18 anni, pensò seriamente di vietarne la distribuzione nelle sale. Jeanne Moreau, all’apice del successo, impersonava una donna spregiudicata, capace di affrontare senza alcuna reticenza morale qualsiasi situazione amorosa, indenne da ogni coinvolgimento emotivo ed affettivo. La Francia ci suggerisce questa loro ricetta tipica: zuppa di cipolle gratinata.
INGREDIENTI: 750 grammi di cipolle bianche – 70 grammi di burro – 25 grammi di farina bianca “00” – 1 litro di brodo vegetale – 6 fette di pane casereccio – 200 grammi di fontina o gruviera – 100 grammi di parmigiano grattugiato – sale e pepe qb.
PROCEDIMENTO: Fare imbiondire le cipolle tagliate a fettine sottili in una pentola insieme a 50 grammi di burro, mescolando di tanto in tanto. Dopo che le cipolle avranno preso colore, aggiungere la farina e mescolare, quindi unire il brodo già caldo e fare cuocere per circa 25 minuti. Tostare le fette di pane e ricoprire il fondo di sei ciotole individuali da forno ognuna con una fetta di pane, quindi aggiungere un mestolo di zuppa di cipolle ed il formaggio tagliato a fettine sottili. Infine aggiungere sulla superficie il parmigiano e un fiocco di burro. Fare gratinare sotto il grill del forno già caldo fino a quando si sarà formata una crosticina dorata. Servire la zuppa ben calda.
da Alessandro Rosi | Ott 5, 2016
(Teatro India – Roma, 4/9 Ottobre 2016)
“Non si è mai così forti come quando si sa di essere deboli”. Dal loro disagio quattro differenti personalità acquistano sicurezza per comunicare l’incomunicabile.
Una fitta rete metallica divide la realtà dalla finzione, il pubblico dal palcoscenico. Quattro personaggi in gabbia, senza vie d’uscita. Ancor prima che nella prigione, ciascuno di loro è costretto nei propri vestiti, nelle proprie fisime. Una donna elegante ha i capelli imbrigliati da un carré, un ragazzo abietto è chiuso in abiti trash, una placida ragazza è avvolta in una giacca di pelliccia, e un inquietante signore ha il volto coperto da un naso rosso di gomma. Attraverso i piccoli fori del soffocante reticolato, iniziano una conversazione autoreferenziale. I loro discorsi si alternano in maniera convulsa, frammentata, disordinata, come un repentino e frequente cambio di stazione radio. Non parlano tra di loro; non si guardano. I loro occhi sembrano rivolti verso il pubblico, ma in realtà sono persi nel vuoto. Un bisogno disperato di raccontare, di esprimere le loro sensazioni, di manifestare le loro pulsioni, di dichiarare l’inconfessabile senza freni o inibizioni. Eccessi verbali apparentemente privi di significato, legati tuttavia da un filo rosso sangue del comune e lacerante dolore esistenziale: pirati delle emozioni, rubano il dolore agli altri e lo nascondono sotto il loro. Ognuno progressivamente acquista sicurezza dal proprio angosciante racconto; ma nessuno prende il sopravvento sugli altri, rimangono tutti sullo stesso piano, sullo stesso pavimento bianco racchiuso dall’opprimente nero delle sottili grate: affamati di bianco su bianco e nero.
18 anni sono passati dalla prima rappresentazione di Crave al Traverse Theatre di Edimburgo, ma ancora è vivido il disagio, la disperazione, lo sconforto che Sarah Kane mette in atto con quest’opera. Già dal suono raspante e graffiante del titolo, si intuisce il bisogno di scavare per cercare di colmare il vuoto interiore, in una tormentata ricerca di amore.
Un testo teatrale che lascia liberi i registi di esprimersi; libertà che Pierpaolo Sepe sa sfruttare con sapienza. La sua messinscena è stordente e accecante, confonde e scuote, ricrea l’atmosfera tenebrosa e labirintica tipica di una mente in subbuglio.
Grazie alla collaborazione di Francesco Ghiuso, dà corpo alle voci e le moltiplica mandandole in loop (scelta apprezzabile ancorché evitabile durante il monologo principale), mercé l’utilizzo di numerosi microfoni presenti sul palco: una eco che rimbomba e circonda lo spettatore e lo imprigiona, in un virtuale scambio spaziale tra pubblico e attori. Quest’ultimi degni d’encomio per le loro intense interpretazioni, tra cui spiccano quelle di Dacia D’Acunto, che riflette perfettamente il carattere remissivo e disturbato attraverso la sua flebile voce, e di Gabriele Colferai, efficace nel trasmettere la parte lasciva che raffigura.
Diversi personaggi che non sono altro che le differenti personalità in lotta all’interno della mente dell’autrice (e ben caratterizzate dai costumi scelti da Anna Annapaola Brancia d’Apricena), la quale ha avuto l’ardire di comunicare ciò che provava e quanto la affliggeva finché non ne è stata distrutta: “Io scrivo la verità e lei mi uccide”.
data di pubblicazione:05/10/2016
Il nostro voto: 
da Antonio Iraci | Ott 5, 2016
(Teatro Vascello – Roma, 4/7 ottobre 2016)
Daniele Salvo, regista ed attore emiliano diplomato al “Teatro Stabile di Torino” e allievo di Luca Ronconi, con il quale ha collaborato per diversi anni, dopo il successo ottenuto con Dionysus, tratto dalle Baccanti di Euripide, e Pilade, da un testo di Pier Paolo Pasolini, si ripresenta al Teatro Vascello con Il Funambolo, un lavoro che Jean Genet scrisse per il suo amante Abdallah, che lavorava in un circo come acrobata. I due si erano incontrati nel 1957 e ben presto Genet aveva convinto il suo compagno a dedicarsi essenzialmente al funambolismo, attività suprema nella complessa arte circense, dove lui stesso avrebbe potuto trovare la pace interiore nella solitudine che è propria di quel genere di artisti. In effetti il funambolo, se è pur vero che si esibisce normalmente di fronte ad un pubblico, in realtà esercita da solo una continua prova di forza contro la corda tesa, attua una sfida verso qualcosa che rimane sospeso nel nulla, avvia inconsapevolmente una danza macabra con la morte per esaltarne le virtù a scapito delle meschinità terrene.
Non stupisce l’intimità e la profondità del testo proposto dal momento che Genet è sicuramente tra i più controversi scrittori e drammaturghi francesi del novecento, soprattutto per i suoi romanzi, caratterizzati da personaggi ambigui e violenti, e dove l’erotismo, essenzialmente a sfondo omosessuale, sembra trasudare in ogni atto narrato. Il regista accoglie lo spettatore, prima dell’inizio dell’azione scenica, accompagnandolo immediatamente in un circo dove le immagini e i suoni ci riportano ai lustri di una belle époque parigina. L’introduzione all’opera vera e propria viene affidata a due danzatori (Yari Molinari e Giovanni Scura) che con la plasticità e sinuosità dei loro corpi danno risalto all’ingresso dell’acrobata Abdallah (Giuseppe Zeno) e dello stesso Genet magistralmente interpretato da Andrea Giordana. La fune sullo sfondo è il leitmotiv dell’intera narrazione e sembra rimanere immobile contro ogni fenomeno esterno, sia che si tratti di acqua o di fuoco, poco importa.
Rimane il fulcro verso cui è diretta l’attenzione di Abdallah durante tutto lo spettacolo e che lo spingerà infine al compimento dell’azione estrema, per lasciarsi andare tra le braccia della morte, rassicurante e materna. Molto convincente la recitazione degli attori, già ben noti al folto pubblico in sala, e sicuramente di grande effetto le musiche di Marco Podda che hanno accompagnato la splendida voce dal vivo di Melania Giglio. Estremamente curate le scene di Fabiana di Marco e i costumi di Daniele Gelsi che hanno contribuito a creare una atmosfera visionaria e nello stesso tempo satura di quel pesante erotismo che caratterizza l’opera di Genet.
Soddisfatto il pubblico in sala che ha a lungo applaudito confermando la buona riuscita dello spettacolo che, se pur basato su uno scritto di non facile lettura, la indiscussa professionalità di Daniele Salvo ha reso coinvolgente e appassionante nello stesso tempo.
data di pubblicazione:05/10/2016
Il nostro voto: 
da Gabriella Ricciardi | Ott 5, 2016
Liberami, vincitore di Venezia Orizzonti, è un bel film sulla possessione demoniaca. Senza calcare la mano verso derive di genere racconta il mondo degli esorcismi con ironia. Un documentario rigoroso che si guarda come un film.
Liberaci dal male. Il coro dei fedeli aggiunge Amen, poi normalmente se ne vanno tutti “in pace”. Non accade così nel bel film di Federica Di Giacomo, Liberami – antropologa di formazione, fresca di vittoria veneziana nella sezione Nuovi orizzonti – lì i fedeli arrivati da tutta Palermo per la messa del martedì pomeriggio non se ne vanno in pace, alcuni si buttano per terra, urlano, “posseduti dal maligno”. Le ci sono voluti tre anni per raccontare cosa accade a una persona “posseduta” dal diavolo e che vive in Sicilia, perché è lì che opera uno dei più richiesti esorcisti italiani, Padre Cataldo, in una periferia scorticata, in una parrocchia dove sin dalle prime luci dell’alba si accalcano gruppi di fedeli che cercano una parola di conforto o che gli venga praticato l’esorcismo. Lui ascolta pazientemente tutti, sceglie parole semplici e non ha mai un momento di cedimento, di dubbio. Gloria, Enrico, Anna e Giulia vengono allo scoperto e si lasciano filmare nei momenti più difficili della possessione. Laddove, normalmente la telecamera spinge sul pedale dell’esagerazione, del pathos o dell’horror nei film di genere, la Di Giacomo registra con discrezione la vita di chi è prigioniero del diavolo, senza enfasi e con ironia. Padre Cataldo è bonario, ma il giudizio su due genitori che gli hanno portato il figlio piccolo, un diavolo quando deve andare a scuola, è tagliente: quella famiglia non è in grazia di Dio, e soprattutto è la madre ad aver smarrito la corretta via, permettendo al diavolo di impossessarsi del più debole.
La cifra della regista è quella del vero documentarista: registra la realtà possedendo uno sguardo, una posizione intellettuale per decifrarla senza che questa diventi invadente, una tesi da dimostrare. Vediamo Padre Cataldo colpevolizzare immediatamente la madre del “bimbo indiavolato”, o in una casa, ricca di mobili e quadri pregiati, abbattersi come una scure sul superfluo che lì regna, senza risparmiare di abbondante acqua (e probabilmente rovinandole) le preziose tele seicentesche di madonne e santi, che per lui dovrebbero invece stare in una chiesa, o in un esorcismo telefonico che si chiude con gli auguri di Natale. In quei momenti si ride apertamente, e l’ironia diventa la chiave di volta, il basso continuo del film. Senza smettere di provare simpatia per il religioso e pena per i sofferenti, grazie al riso, ci si distanzia al punto giusto per guardare senza giudicare, ponendosi invece delle domande sui mondi arcani ed arcaici che convivono con la post modernità. Padre Cataldo riceve questo gregge scomposto e alla deriva, in una sala scalcinata; il tavolo è ricoperto da una cerata macchiata; le sedie spaiate. Nessuno sembra farci caso; chi va lì appartiene alla classe che compra i vestiti sulle bancarelle, e ha il trucco pesante. Nei locali alla moda del centro è il momento dell’aperitivo, ma nella chiesa di Padre Cataldo nessuno ne sa niente; due città che convivono senza incontrarsi.
È un film sulla possessione e sull’esorcismo, ma il vero racconto è affidato ai dettagli, a questo coro scomposto inzeppato dentro giacconi che imitano quelli di marca e che leggono quanto gli accade come il frutto del malocchio, di antiche invidie familiari, il male contro il bene. Sono quasi tutte donne vicine ai cinquanta, anche se Giulia ha solo tredici anni; un codice culturale che viene dal basso e da quello si alimenta. Faide familiari, corna, ma anche repressione, controllo sul corpo e sulla mente delle donne che alla fine per urlare il loro desiderio di libertà “si affidano” al male. Liberami allora diventa una supplica a stare nella vita con un altro passo, una richiesta che viene intercettata da chi, offrendo altre norme, le riporterà da dove cercano di fuggire.
data di pubblicazione: 5/10/2016
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da Felice Antignani | Ott 5, 2016
Un domani migliore per l’intera umanità è possibile? E se sì, a quali condizioni e a fronte di quali sacrifici? Queste sono alcune delle domande che si pongono gli autori di DOMANI, e, nel tentativo di rispondere ad esse, vengono prese in considerazione alcune realtà particolarmente riuscite ed apprezzate in cinque settori della vita umana.
Domani, diretto da Cyril Dion (scrittore ed attivista per la pace) e Mélanie Laurent (attrice in numerose produzioni internazionali, tra le quali Bastardi Senza Gloria di Tarantino), è un viaggio che attraversa varie tappe (dagli Stati Uniti alla Finlandia, dalla Isla de la Riunion all’Inghilterra, tra le varie) in cui viene raccontata l’esperienza di numerosi imprenditori, economisti, politici ed istitutori, che si sono distaccati dalle procedure ordinarie, per raggiungere risultati straordinari nei loro settori, principalmente in termini di produttività, nel rispetto della natura e con l’occhio rivolto al benessere collettivo (realmente inteso) di oggi e di domani.
In agricoltura è possibile produrre maggiori quantità di cibo senza l’utilizzo di fertilizzanti e pesticidi, con bassissima meccanizzazione e, soprattutto, tenendosi ben lontani dal petrolio e dai suoi derivati; nel settore energetico, tra l’altro, viene narrata l’esperienza islandese, di totale autosufficienza energetica senza l’uso di petrolio e di carbone; in economia, assistiamo ai benefici prodotti dall’utilizzo di una moneta locale (che stimola i consumi e la circolazione di ricchezza in un dato contesto territoriale) e ad alcune policy societarie volte a produrre meno rifiuti, da un lato, ed al riciclo totale di quelli realizzati, dall’altro lato; in politica, colpisce l’attenzione l’esperienza di un sindaco indiano, che ha creato forme di partecipazione e collaborazione da parte della comunità locale particolarmente vantaggiose per la comunità locale medesima; infine, in ambito scolastico, l’organizzazione e gli strumenti didattici di un istituto finlandese (tra l’altro situato in una zona non particolarmente ricca) non possono che abbattere le differenze e favorire la socializzazione tra gli studenti (il 50% dei quali non è finlandese d’origine).
Ricco di contenuti assolutamente interessanti, e con notevoli spunti di riflessione e d’interrogazione, Domani è un documentario di spessore particolarmente elevato, del quale se ne consiglia la visione. Ascoltare e mettere in pratica i piccoli suggerimenti che la narrazione ci propone sarebbe un notevole punto di partenza, per noi e per il nostro futuro.
Dagli autori: “Forse non esiste una scuola perfetta, una democrazia perfetta, o modelli economici perfetti, ma quello che è emerso nel nostro viaggio, è una nuova visione del mondo, dove potere ed autorità non sono un privilegio di pochi, ma dove tutto è collegato, interdipendente, come in natura; un mondo più complesso, dove la nostra vera forza è la diversità; dove ogni persona e ciascuna comunità sono autonome, quindi più libere, hanno più potere, quindi più responsabilità. Come la cellula, che deve essere sana perché l’organismo funzioni, ma deve anche poter contare su tutte le altre cellule”.
data di pubblicazione:05/10/2016
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da Antonio Iraci | Ott 5, 2016
Due giovani diciassettenni, partendo da diversi presupposti, si scontrano in un perenne conflitto che, sotto un apparente odio sociale, nasconde invece un affetto molto profondo, difficile da esternare e che finirà con il turbare l’identità di entrambi.
In concorso all’ultima edizione della Berlinale e finalmente presentato nelle sale italiane, il film di Téchiné ci porta sul grande schermo le turbolenze di due adolescenti, Damien e il magrebino Thomas, compagni di classe, che si odiano a morte cercando ogni minimo pretesto per prendersi seriamente a pugni. Per una serie di circostanze fortuite, complice la madre di Damien (Sandrine Kiberlain), medico nel paesino dove è ambientata la storia sulle suggestive montagne francesi, tra i due ragazzi si profila inaspettatamente una schiarita che li porterà presto ad affrontare insieme i turbamenti affettivi ed i disagi tipici dell’età. I due protagonisti finiranno infatti con il seppellire l’ascia di guerra trasformando il loro rapporto in qualcosa di più profondo nella ricerca di una propria sia pur confusa identità sessuale, partendo da posizioni diametralmente opposte. Il regista, che già in passato aveva affrontato con altri film tematiche simili, si addentra ancora una volta nel mondo caotico degli adolescenti, caratterizzato da atteggiamenti spesso contradditori ed aggressivi, alla ricerca di un qualcosa che quasi sempre risulta poco definito. Basandosi sulla convincente sceneggiatura di Celine Sciamma, il film non risulta per niente melodrammatico ed i dialoghi, molto naturali, conferiscono alla pellicola un deciso tocco di credibilità. Convincente la performance dei due interpreti Kacey Mottet Klein (Damien) e Corentin Fila (Thomas), che hanno saputo dare una giusta spontaneità al racconto senza farlo scivolare in una inutile retorica, ma portando invece il tutto in un contesto di assoluta normalità, quasi a voler abbattere ogni residuo pregiudizio verso una presunta diversità.
data di pubblicazione:05/10/2016
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