PETS – VITA DA ANIMALI (The Secret Life of Pets) di Yarrow Cheney e Chris Renaud, 2016

PETS – VITA DA ANIMALI (The Secret Life of Pets) di Yarrow Cheney e Chris Renaud, 2016

New York City. Max, un giovane terrier innamorato della sua padrona, Katie, trascorre una vita tranquilla e giocosa, ricca di momenti di affetto. Un giorno Katie porta a casa Duke, grosso cane randagio, trovato in canile, e tra i due cani non può che nascere un’accesa rivalità (destinata, tuttavia, a lasciare spazio, progressivamente, all’amicizia ed alla complicità).


Prodotto dalla Illumination Entertainment, sussidiaria della Universal Pictures, e diretto da Yarrow Cheney e Chris Renaud (già apprezzato regista di Cattivissimo me, Cattivissimo me 2 e Minions), Pets – vita da animali è un film animato brillante e divertente, ma con interessanti spunti di riflessione, tra l’altro, sia in merito al rapporto umani-animali (come questi ultimi ci vedono e, soprattutto, cosa sono e sarebbero capace di fare per noi?), sia, più in generale, in tema di accettazione del diverso (e superamento dei pregiudizi) nell’allegoria della fantasiosa relazione e amicizia tra animali di differenti specie (cani, gatti, uccelli rapaci, conigli, ecc.).

Godibile e veloce, Pets – vita da animali non può che far presa sui giovanissimi, ma, al contempo, anche (e soprattutto) sugli adulti, grazie, anche, ad un finale emozionante e ricco di contenuti.

Da un punto di vista tecnico/realizzativo, e nonostante il fatto che il 3D non stanchi la vista (risultando leggero, sostanzialmente), si segnala che, a differenza di altri film d’animazione, tale 3D non rappresenta il valore aggiunto: la storia è di per sé ben scritta, realizzata e rappresentata, da non trarre particolari vantaggi da tale arricchimento grafico.

data di pubblicazione:05/10/2016


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MAMMA MIA! di Phyllida Lloyd, 2008

MAMMA MIA! di Phyllida Lloyd, 2008

La giovane Sophie (Amanda Seyfried) gestisce con la madre Donna (un’incredibile Meryl Streep) un hotel sulla piccola isola greca Kalokairi. Nonostante la sua vita sia stata sempre felice e spensierata, le è da sempre mancata quella figura paterna di cui la madre non ha mai voluto rivelarle l’identità, ed ora che sta per sposare il suo amato Sky (Dominic Cooper), Sophie avverte molto forte questo vuoto paterno: conoscere suo padre e farsi condurre all’altare è il suo sogno. Un giorno Sophie trova un vecchio diario della madre dove viene raccontata la gioventù di Donna nel periodo precedente alla sua nascita, in cui frequentava tre uomini diversi. Credendo che uno dei tre possa essere quel padre che non ha mai avuto, all’insaputa di Donna, Sophie spedisce gli inviti di matrimonio ai tre uomini citati nel diario: l’affascinante Sam Carmichael (Pierce Brosnan), l’impacciato Harry Bright (Colin Firth) e lo scapestrato Bill Anderson (Stellan Skarsgård). Donna, che ben presto scoprirà la loro presenza sull’isola, cercherà con ogni mezzo di tenerli alla larga dalla giovane Sophie, ignorando che è proprio lei l’artefice di tutto.

Adattamento cinematografico dell’omonimo musical basato sulle musiche del gruppo svedese degli Abba, Mamma Mia! è divenuto un fenomeno da DVD in Gran Bretagna con 5 milioni di copie vendute, più che una pellicola di successo nelle sale cinematografiche. Il film, ambientato tra la sabbia finissima ed il mare cristallino di Skopelos e Skiathos, due isole facenti parte dell’arcipelago delle Sporadi, ci ispira una ricetta di polpettine di maiale in cui l’uvetta di Corinto è un elemento indispensabile.

INGREDIENTI: 4 etti di macinato di filetto di maiale – 1 uovo – 100 gr. di pangrattato – 2 cucchiai di parmigiano grattugiato – sale e pepe q.b. – noce moscata – un pizzico di cannella – una manciata di uvetta di Corinto – una manciatina di pinoli – olio extravergine d’oliva – brodo vegetale – crema di latte a piacere.

PROCEDIMENTO:

Lavorare la carne con uovo, sale, pepe e parmigiano. Aggiungere una grattatina di noce moscata ed un pizzico di cannella in polvere. Quando l’impasto sarà elastico, incorporate una generosa manciata di uvetta di Corinto e pinoli. Fate delle polpette non grandi e rotolatele nel pan grattato. A questo punto soffriggete le polpette in una padella con una buona dose di olio sino a far formare la crosticina, ed irroratele con un po’ di brodo vegetale per completare la cottura. Sul finale aggiungere (a piacere) un paio di cucchiai di crema di latte per ottenere un sughetto più gustoso. Da servire con una misticanza o con del riso alla cantonese (vedi ricetta collegata al film Chinatown) se si vuole dare risalto al gusto un po’ orientale. Mamma mia quanto sono buone!

LE ULTIME COSE di Irene Dionisio, 2016

LE ULTIME COSE di Irene Dionisio, 2016

Irene Dionisio è una giovane regista torinese (oggi trentenne) che con Le ultime cose, dopo essersi laureata in Filosofia estetica e sociale e frequentato il Master in documentarismo diretto da Daniele Segre e Marco Bellocchio, esordisce con questo film nel lungometraggio. Presentato a Venezia nella sezione Settimana della critica affronta in questi giorni il pubblico delle sale. La regista, con l’Associazione Fluxab di cui è socia fondatrice, cura progetti su temi come l’integrazione, le politiche culturali e le questioni di genere, temi che ha già in parte affrontato nei suoi documentari, e che costituiscono il punto di partenza anche per questo film che infatti in origine doveva essere un documentario.
Sono molte le persone che ogni giorno varcano la soglia del Banco dei pegni di Torino, tra smarrimento, angoscia e tentativi di mantenere il decoro. Cercano di ottenere una dilazione alla miseria impegnando appunto, quelle poche ultime cose che possiedono. Sandra, una giovane trans rifiutata dalla famiglia e appena tornata in città, cerca lavoro; Michele è pensionato e con sua moglie condivide la grande pena di non poter dare al suo nipotino di tre anni tutto ciò di cui ha bisogno per crescere meglio, soprattutto un indispensabile apparecchio acustico; Stefano da poco assunto al Banco, si scontra con colleghi che da tempo hanno fatto del Banco un luogo sordido dal quale ricavano soldi illeciti grazie al traffico dei pegni operato da altrettanto sordidi individui che come squali girano attorno all’edificio a caccia di bolle da riscattare e oggetti da ricomprare. Il perito “anziano” a cui Stefano è stato affidato, sottostima gli oggetti d’accordo con i rivenditori illegali all’esterno che si propongono immediatamente come compratori alternativi, offrendo compensi più appetibili a questo esercito di nuovi poveri. Stefano prova a comportarsi eticamente ma, forse perché troppo debole, alla fine sembra rinunciare alla sua posizione. Dico sembra, perché come molte altre cose di questo film, resta accennata senza essere sviluppata. La Dionisio non scava nei personaggi, li presenta e cerca di intrecciare labilmente queste storie senza riuscire però ad imbastire il racconto, e senza racconto e approfondimento manca l’interesse dello spettatore a saperne di più, a interessarsi veramente a queste vite. Lo sguardo della regista è attento alle piccolissime cose che definiscono i caratteri e le persone: monili, tinture slavate su capelli sciupati, abbigliamento da bancarella, case dignitose senza bellezza, ma non riesce a sfondare il confine che dalla documentazione, dalla testimonianza, si proietta nel racconto cinematografico, con ritmo e veri snodi drammaturgici. Insomma niente racconto corale come vorrebbe essere, dove non riescono a emergere neppure queste tre storie che dal coro dovrebbero elevarsi e allo stesso tempo rappresentarle tutte.
La stoffa c’è e il punto di partenza interessante, ma come ci ha ormai abituati Gianfranco Rosi, per far coesistere al cinema la verità della documentazione e la verosimiglianza della narrazione ci vogliono veri colpi d’ala di lirismo. Cinematografico!

data di pubblicazione 3/10/2016


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CAFÈ SOCIETY di Woody Allen, 2016

CAFÈ SOCIETY di Woody Allen, 2016

La condanna dei numeri uno, dei primi della classe, e sfido chiunque a non considerare Woody tra questi, è il fatto che tutti abbiano delle aspettative molto elevate su tutto ciò che questi numeri uno producono o debbano produrre, e quindi, se entrando in un cinema e vedendo l’ultimo film di Woody Allen, non si assiste a quel capolavoro che ci si aspetta (sarebbe da definire, poi, aprioristicamente, ciò che abbia rango per una simile definizione), ecco che si intasano i social network con frasi alludenti alla “delusione Woody”, “è sempre lo stesso gioco e la stessa cosa” etc etc senza ovviamente argomentare e guardare davvero il film.

“Vivi ogni giorno come se fosse l’ultimo giorno e un giorno ci azzeccherai” afferma la mamma del protagonista. “Peccato che noi ebrei non abbiamo un’aldilà…avremmo molti più clienti”. Sempre il solito Woody!Sempre le solite battute piene di humour, sempre riprese impeccabili, così come perfette scelte di attori (Steve Carrell I love you!, ndr), costumi, ambientazioni, la musica, il jazz.! Il tutto condito con il già abusato amore per New York in contrapposizione ad Hollywood, e l’amore puro e vero che non vince ma che, come nel migliore cliché per il club degli ultimi dei romantici a cui la sottoscritta appartiene, anche se si sono fatte scelte più ciniche e realistiche, passa e si declina attraverso lo sguardo smarrito e nostalgico dei due protagonisti lontani, fermi nel tempo e nello spazio mentre intorno accade il frastuono di due feste di Capodanno.

Un finale di una levità e dolcezza straordinaria. Ebbene, se anche voi volete dire basta a tutta questa bellezza, che ha stampato un sorriso ebete e sognate sul volto della spettatrice che vi scrive, ecco, allora non andate a vedere l’ennesimo film di Woody Allen fatto così bene. Regalatevi un brutto film ma che abbia il carattere dell’unicità, dell’originalità a tutti i costi assurta ormai a valore assoluto, anche nel campo dell’estetica: i cinema ne sono pieni.

data di pubblicazione: 02/10/2016


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INDIVISIBILI di Edoardo De Angelis, 2016

INDIVISIBILI di Edoardo De Angelis, 2016

Viola e Dasy sono due bellissime gemelle siamesi di Castel Volturno, nate l’una unita all’altra all’altezza del bacino e indivisibili nell’anima ancor più che nel corpo. Nel Casertano sono diventate due piccole dive della musica neomelodica, sfruttate e trascinate dai genitori da una festa all’altra, compleanni comunioni e serenate a pagamento, per dare spettacolo con esibizioni canore messe in piedi dal padre e per sfoggiare quella malformazione affascinante e anomala che, in un misto di superstizione e mito, fa di loro due creature a metà strada tra i freaks circensi e le sante da venerare.


Presentato con successo alle “Giornate degli autori” in occasione della 73. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, il nuovo film di Edoardo De Angelis è una favola a tinte cupe, adrenalinica e commovente, che cala con equilibrata ambizione nel contesto fin troppo crudo e realistico della cosiddetta “terra dei fuochi” la surreale parabola ascendente di due gemelle che tentano di emanciparsi da quel legame fisico che le tiene unite e, metaforicamente, dal degrado sociale e culturale del loro ambiente familiare.

Viola e Dasy, appena scoprono all’età di diciott’anni che i loro corpi possono essere separati attraverso un costoso intervento chirurgico, manifestano da subito due reazioni opposte, rivelando caratteri diversi e complementari. Dasy, più ribelle e intraprendente, vuole poter vivere una vita vera e normale, liberarsi da quel fardello grottesco dei due corpi uniti, sogna di fare l’amore con un uomo, “perché sono femmina”. Riesce perciò a trascinare la sorella, Viola, più timorosa e impacciata, in una fuga disperata alla ricerca dei soldi necessari per poter affrontare l’operazione. Tra colpi di scena e immagini dal forte impatto visivo, il film scivola come acqua corrente e le due protagoniste diventano sempre più indivisibili e indispensabili l’una all’altra, dimostrando di provare le stesse emozioni e di sapersi sostenere a vicenda, fino all’inaspettata, travolgente e impeccabile sequenza finale.

Un cast fenomenale, anche se a tratti un po’ sopra le righe in alcune espressioni, verbali e fisiche, troppo marcate: oltre alle riuscite interpretazioni di Massimiliano Rossi e Antonia Truppo nei panni dei genitori, brillano per bellezza, bravura e fragilità, come due gemme grezze piene di vita, le sorelle gemelle Angela e Marianna Fontana. Edoardo De Angelis si conferma un ottimo regista, come ottima è la squadra (sceneggiatori, compositore, costumista e scenografo) di cui si è avvalso, capace di conquistare lo spettatore con storie costruite come vere e proprie tragedie contemporanee raffinate e insieme pop.

data di pubblicazione:28/09/2016


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BARBARIANS di Hofesh Shechter

BARBARIANS di Hofesh Shechter

(Roma Europa Festival 2016)
Dopo il prologo estivo inaugura ufficialmente la sua stagione il Roma Europa Festival con lo spettacolo Barbarians, del coreografo Hofesh Shechter, in scena al Teatro Argentina dal 21 al 24 settembre.
Un lavoro certamente interessante, quello del coreografo inglese di origine israeliana, già presente nelle passate edizioni del Festival, spiazzante e imprevedibile, costruito attorno alla personale percezione e riflessione sui temi dell’intimità, della passione e dell’amore.
Una costruzione forte, a tratti elegante e intima e a tratti frenetica e ossessiva, costruita su tre momenti distinti in un’alternanza di musica barocca e sonorità techno dub; sei figure vestite di bianco si muovono secondo una struttura circolare in continuo divenire, una danza di Matisse ora gioiosa, ora di trance. Il prologo Barbarians in love alterna canoni classici a frenesie hip hop mentre la musica miscela François Couperin ad elettronica beat.
Una voce femminile sfocata apre a riflessioni ed indizi. “Io sono te” intona. “Tu sei me… Perché lo fai, Hofesh?” – E la voce fuori campo di Shechter, spiegando che stava solo cercando di rappresentare una danza sull’innocenza, esplicita le sue perplessità..
Si passa poi a The bead, un quadro con cinque ballerini in accademico oro, forte, tribale e languido, con continue sovrapposizioni di immagini e di stili, esteticamente ineccepibile. Nel mezzo due momenti i cui i danzatori appaiono in una nudità appena accennata, grazie ad una straordinaria luce crepuscolare.
Infine il duetto Two completely angles of the same fucking thing che chiude lo spettacolo e meglio esplicita la poetica di Hofesh, un duetto tra Bruno Guillore e Winifred Burnet-Smith, più umano e intimo, che si apre allo spazio metaforico personale del coreografo suggerendo che in fondo che l’ossessiva auto-dichiarazione dei primi due pezzi può portare a una sorta di riflessione più pacata ed armonica.
Uno spettacolo tutto sommato affascinante e cerebrale, con una magistrale cura delle luci che pecca però di una eccessiva dilatazione che finisce per sfocare l’essenza dello spettacolo, impedendo allo stesso di essere dirompente e straordinario.

data di pubblicazione: 26/09/2016


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FRAU SACHER-MASOCH con Silvana De Santis e regia di Antonio Serrano, testo di Riccardo Reim

FRAU SACHER-MASOCH con Silvana De Santis e regia di Antonio Serrano, testo di Riccardo Reim

(Teatro dei Conciatori – Roma, 23 Settembre/2 Ottobre 2016)

La voluttà della sottomissione nel teatro del masochismo, attraverso il racconto concitato della donna che per prima confessò la parafilia del marito.

Nella buia e fredda sala d’attesa di una stazione del Nord Europa, un tenue lucore illumina il copricapo di una donna mentre si muove nell’ombra. Sotto la luce spumosa e ingannatrice, le falde larghe del cappello – avvolto da una veletta e cinto di una corona di rose bianche – sembrano animarsi e schiudersi come i petali di un fiore. Da questo quadro trompe-l’œil, emerge la figura di una donna ieratica, circondata da valige, cappelliere e avvolta in una tenda pregiata, che stringe attorno a sé quasi fosse una pelliccia. Lo stesso indumento che le permetteva di soddisfare una delle perversioni sessuali del marito: la dorafilia. Non l’unica, appunto, perché il signore in questione non era altro che il celebre scrittore Leopold von Sacher-Masoch (Venere in pelliccia), il quale raggiungeva l’estasi tramite il dolore fisico inferto dalla consorte: da qui il termine “masochismo”.

Oltre ai bagagli chiusi alla bell’e meglio, nessuno è presente nell’algido ristoro insieme all’attempata signora. Solo i fantasmi del suo passato, che tornano alla memoria della donna squinternata e con cui quest’ultima inizierà un dialogo convulso e sgangherato, che culminerà nella rievocazione del patto scellerato stipulato con Leopold, il quale si asservì completamente alla donna, cui fu concesso l’esercizio di qualsiasi crudeltà, da accettare senza un lamento.

Lo spettacolo messo in scena da Antonio Serrano, basato sul libro in cui Wanda von Sacher-Masoch (al secolo Aurora Rümelin)raccolse le sue confessioni riguardo alle abitudini sessuali del marito, è breve ma intenso. Seguire la lucida follia della donna, tuttavia, risulta a tratti difficoltoso e straniante. Al contrario, conferisce un senso di sicurezza la scenografia raccolta e curata; ed estremamente affascinante risulta la scena iniziale: mercé il gioco di luci e ombre, Riccardo Reim e Flavio Mainella riescono immediatamente a trasportare il pubblico in un’atmosfera incantata. Resa ancor più suggestiva dall’affabulazione di Silvana De Santis, la cui interpretazione attoriale è incisiva e brillante (e non offuscata da un’opaca – seppur voluta – prova canora). L’attrice riesce a pieno a trasmettere i diversi stati d’animo che il suo personaggio attraversa: da una gioia inaspettata al piacere per il suono del pianoforte, fino all’atroce sofferenza dei ricordi. D’altronde, come scrive lo stesso Sacher-Masoch nel summenzionato libro, “la vita è sofferenza, il piacere una sua temporanea sospensione, che sempre condurrà a nuove torture. Non è dunque preferibile cercare il piacere nella sofferenza [..] e così trionfare sulla vita e sulla morte?”

data di pubblicazione:25/09/2016


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PADRE PADRONE di Paolo e Vittorio Taviani, 1977

PADRE PADRONE di Paolo e Vittorio Taviani, 1977

Considerato da molti il capolavoro dei fratelli Taviani, questo film si annovera tra i cento film italiani da salvare ed è sicuramente un ritorno al classico neorealismo che ha reso il cinema italiano famoso nel mondo. La storia è tratta dall’omonimo romanzo autobiografico di Gavino Ledda ed è ambientata nella Sardegna dei pastori negli anni quaranta. La vicenda prende avvio dall’irruzione del pastore Efisio (Omero Antonutti) nella scuola elementare dove si trova il figlio Gavino (Fabrizio Forte) per costringere il bambino, contro la sua volontà, ad abbandonare l’istruzione per diventare pastore ed aiutare così la famiglia nel proprio sostentamento. Il giovane vivrà il primi vent’anni della sua vita in assoluta solitudine, circondato solo dalle sue pecore, lontano da qualsiasi forma di civiltà e soprattutto privato della compagnia dei suoi coetanei. Dopo una breve esperienza di vita in Germania, Gavino, divenuto oramai uomo, (Saverio Marconi) viene reclutato nell’esercito, circostanza questa che gli permetterà di staccarsi definitivamente dal padre con il quale aveva fino a quel momento vissuto un rapporto di totale sottomissione. Aiutato da un commilitone, il giovane potrà riprendere gli studi e conseguire infine anche la laurea. Il film, prodotto da Raidue, fu richiesto e presentato al Festival di Cannes nel 1977, in quell’anno presieduto dal regista Roberto Rossellini che dovette molto lottare con gli altri membri della giuria per fargli assegnare la Palma d’Oro. Fu presentato successivamente al Festival di Berlino, dove ottenne il Grand Prix, e l’anno successivo fu premiato con il David di Donatello e con due Nastri d’Argento, uno per la miglior regia ed uno a Saverio Marconi quale miglior attore esordiente. La miseria della vita dei pastori sardi, in quel preciso periodo storico, ci suggerisce questa ricetta molto povera ma di sicuro impatto: polpette rosse di pane.

INGREDIENTI: 150 grammi di pane raffermo – 1 uovo – 50 grammi di pecorino grattugiato – uno spicchio d’aglio – mezza cipolla – 200 grammi di salsa di pomodoro – 1 mazzetto di prezzemolo – olio di oliva extravergine – latte – sale e pepe qb.
PROCEDIMENTO: ammollare la mollica del pane nel latte, strizzarla bene e versarla in una ciotola. Aggiungere il pecorino grattugiato, l’uovo, l’aglio ed il prezzemolo tritati finemente, un poco di sale e pepe. Ottenuto un composto omogeneo, modellare con le mani le polpettine della dimensione di una noce e poi friggerle in olio fino a farle dorare bene. Intanto preparare una salsa di pomodoro con un soffritto di cipolla, fare cuocere per alcuni minuti e poi aggiungere le polpettine bel scolate. Cuocere ancora per una ventina di minuti e servirle calde.

LA CINA E’ VICINA di Marco Bellocchio, 1967

LA CINA E’ VICINA di Marco Bellocchio, 1967

Vittorio Gordini Malvezzi (Glauco Mauri), professore di scuola media superiore e aspirante assessore comunale, si fa aiutare nella sua campagna elettorale da Carlo (Paolo Graziosi) semplice ragioniere e militante nel Partito Socialista Unificato della città di Imola. Frequentando la famiglia altolocata di Vittorio, Carlo conoscerà sua sorella Elena (Elda Tattoli) e ne diventerà l’amante. Venuta a conoscenza della tresca amorosa, Giovanna (Daniela Surina) fidanzata di Carlo e che a sua volta collabora con Vittorio, decide di vendicarsi dell’affronto subito e per ripicca diventa l’amante del suo datore di lavoro. Il film è basato su intrecci ed intrighi che alla fine si concluderanno con un doppio matrimonio riparatore e tutto apparentemente troverà il giusto (?) equilibrio. Reduce dal clamoroso successo ottenuto con il suo primo lungometraggio I pugni in tasca (Nastro d’Argento nel 1966) il regista sembra qui anticipare tutti i temi che portarono alla imminente contestazione globale sessantottina, incluso il problema dell’aborto che viene esplicitamente affrontato nel film. Vengono scrupolosamente esaminati gli aspetti della provincia emiliana con le sue velleità di riscatto sociale proletario in contrapposizione alla sua tradizionale cultura piccolo borghese. Il film ottenne il premio speciale della giuria alla Mostra del Cinema di Venezia nel 1967 nonché un Nastro d’Argento per il miglior soggetto originale e migliore fotografia, nonostante alcuni critici, decisamente contrari alla sferzante analisi sociale affrontata dal regista, dissero che la Cina, mai era stata così lontana! La provincia emiliana con i suoi ricchi sapori, ci suggerisce questo primo piatto molto semplice e saporito nello stesso tempo: tagliolini con asparagi.

INGREDIENTI: 500 grammi di tagliolini all’uovo freschi – 3 uova – 50 grammi di parmigiano grattugiato – 200 grammi di asparagi verdi – 1 grammo di zafferano in pistilli – due cucchiai di panna da cucina o crema di latte – sale e pepe qb.
PROCEDIMENTO: Per prima cosa preparare la salsa sbattendo insieme due tuorli e un uovo intero. Aggiungere quindi il parmigiano e la panna nonché i pistilli di zafferano, precedentemente sciolti in acqua tiepida. Salare e pepare. Pulire gli asparagi e tagliarli a fette sottili in diagonale. A questo punto cuocere i tagliolini insieme agli asparagi e, una volta cotti, scolare lasciando un poco di acqua di cottura e versare il tutto nella crema di uova. Mescolare velocemente e servire.

FRANTZ di François Ozon, 2016

FRANTZ di François Ozon, 2016

Germania, 1918. La giovane Anna si reca ogni mattina al cimitero per portare fiori freschi al suo Frantz, morto sul fronte francese. Un giorno scorge un giovane piangere sulla tomba del suo amato: scoprirà di lì a poco che si tratta del francese Adrien, che pare abbia conosciuto Frantz a Parigi. Nonostante lo sconcerto iniziale dei genitori di Frantz, presso i quali la ragazza vive come fosse una loro figlia, Adrien riuscirà a scaldare nuovamente i loro cuori con i suoi racconti, facendo dimenticare ogni genere di ostilità.


Tratto da uno spettacolo teatrale già gloriosamente portato in passato sul grande schermo, l’ultimo film di François Ozon, in concorso alla 73. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia 2016, è un susseguirsi di quadri in bianco e nero raffinati ed intensi, che ci avvolgono teneramente nell’atmosfera di una storia semplice, fatta di silenzi e cose non dette, a tratti ambigua ed aperta a svariate interpretazioni, in cui dialoghi essenziali unitamente ad una ambientazione ristretta a poghi luoghi, aiutano ad apprezzare invece che annoiare. Splendidi gli interpreti che ci regalano una prova sublime della loro bravura: Pierre Niney (Adrian) aveva già conquistato il pubblico con la sua struggente interpretazione di Yves Saint Laurent nell’omonimo film, mentre Paula Beer (Anna) è una giovane attrice tedesca, già apprezzata nel 2015 al Festival di Roma nel film della sezione Alice Four kings di Theresa Von Eltz (purtroppo non uscito nelle sale italiane), dotata di raffinata bellezza unita ad una forte intensità recitativa, che ha pienamente meritato il premio Marcello Mastroianni per il miglior attore emergente assegnatole a Venezia.

Anna e Adrian rappresentano nel film di Ozon una coppia di amici “pericolosi” per la mentalità dell’epoca, anche perché lui, in quanto francese, è visto come un nemico dagli abitanti del paese e per farsi benvolere dai genitori di Frantz, in particolare dal padre che gli aveva mostrato una forte ostilità, racconta menzogne su come ha conosciuto il loro figlio mantenendo sempre un alone di mistero sui veri sentimenti che aveva provato per lui. In realtà l’atteggiamento ambiguo del giovane Adrian, sottolineato dalla sapiente regia di Ozon che mescola continuamente realtà e finzione, viene filtrato da Anna che seppur si invaghisca di questo ragazzo fragile e gentile in cui rivede il fidanzato scomparso, sente di dover difendere gli anziani genitori dal dolore che la verità sulla morte dell’unico figlio potrebbe causare loro. Ed in questa altalena di emozioni, disillusioni, piccole gioie e menzogne, Anna elabora il suo lutto e finalmente rinascerà a nuova vita.

data di pubblicazione: 14/09/2016


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