da Antonio Iraci | Nov 14, 2025
Con il motto “Un futuro per tutti”, divulgato in maniera ossessiva, il governo brasiliano sta varando un provvedimento volto ad accrescere la produttività del paese. Il piano prevede l’internamento degli anziani ultra 75enni in apposite colonie al fine di alleviare le rispettive famiglie da ogni incombenza nei loro confronti. Teresa, nonostante ricercata dalla polizia, rifiuta di essere privata della sua vita e fugge da casa per assicurarsi la propria libertà…
Il sentiero azzurro è diretto da Gabriel Mascaro, regista brasiliano molto apprezzato soprattutto come grande visionario che ama raccontare gli aspetti magici della vita. La storia di Teresa (Denise Weinberg) e la sua fuga dal proprio paese, dove lavorava ed era indipendente, è il pretesto per parlare di libertà. Una donna che non si rassegna a vedersi internare come un oggetto inutile, da eliminare al posto di qualcosa di più produttivo per la società. Il regista usa un linguaggio espressivo ricco di colore e sentimento, elementi questi che definiscono il carattere stesso del Brasile. Il film infatti è ricco di metafore che rendono più suggestiva la visione poetica della vita. In Mascaro c’è il desiderio di affermare, come irrinunciabile, ciò che è giusto e quindi tutto quello che spetta ad ogni persona in quanto tale.
Un viaggio attraverso la foresta amazzonica, con una natura ancora incontaminata, dove si incontreranno uomini strani ed eccentrici. Qualcuno, durante il tragitto, farà conoscere all’anziana donna una lumaca rara che emette una bava azzurra che, messa sugli occhi, fa vedere il futuro. Un film raro e di rara poesia che parla di sentimenti e di amore che possono rivelarsi nelle forme più disparate. Il viaggio che Teresa intraprende non è solo un atto di ribellione verso il sistema ma è una chiara affermazione della sua voglia di vivere. La protagonista vuole dimostrare a sé stessa e agli altri di essere una persona attiva e capace di dare, sfidando i limiti e le aspettative. Ecco perché il film assume una precisa valenza politica e simbolica senza tralasciare l’equilibrio tra impegno sociale e introspezione psicologica.
Il sentiero azzurro, anche se ambientato in un futuro imprecisato, risulta quanto mai attuale per le reali vicende che sconvolgono i precari assetti mondiali. Non è sicuramente un film didascalico perché altre sono le ragioni che spingono il regista a scegliere un linguaggio concreto e visionario nello stesso tempo. Un film che parla di invecchiamento sociale ma anche della possibilità di riscattarsi anche attraverso i sogni. La protagonista intraprende così un viaggio di formazione per riconquistare il proprio posto in una società che l’aveva emarginata. Attraverso questo percorso cerca di riscattarsi e di affermare la propria identità e dignità. Il film è stato presentato alla Berlinale di quest’anno dove ha vinto l’Orso d’argento – Gran Premio della Giuria con ampio consenso da parte della critica.
data di pubblicazione:14/11/2025
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da Nadia Alese | Nov 12, 2025
Ambientato alla fine degli anni 80 lungo la costa italiana, Il Maestro racconta la storia di Felice, un giovane aspirante tennista di tredici anni e del suo allenatore Raul Gatti, ex promessa del tennis, ingaggiato dal padre di Felice, ingegnere severo, che ha grandi speranze per il figlio e vuole farlo passare dai tornei regionali ai campionati nazionali. Raul, però, più che una guida atletica è un personaggio ferito, in cerca di riscatto, “un omaggio ai mentori imperfetti”, per usare le parole dello stesso regista.
Dal primo servizio al match decisivo, Il Maestro ci trascina in un inaspettato road movie emotivo, tra campi di terra battuta, cieli aperti, notti al bar, conversazioni sospese e sguardi che cercano un senso. Di Stefano utilizza i grandi spazi come uno specchio, il vuoto intorno a Felice e Raul è lo stesso che li abita interiormente. Nella sequenza d’apertura – la macchina sparapalle che scarica palline una dietro l’altra in un loop inesorabile, stabilisce subito la tensione: disciplina contro impulso, allenamento meccanico contro libertà.
Favino interpreta Raul alla sua maniera impeccabile, non un eroe, non un maestro perfetto, ma un uomo che guarda costantemente in faccia la sconfitta e l’ombra. La sua presenza magnetica tiene insieme tutto il film. Al suo fianco il giovane Tiziano Menichelli non sfigura affatto, tra obbedienza, ribellione sommessa e fragilità ci regala un’ottima e credibile prova attoriale.
Il film ha il pregio di non puntare alla facile parabola del campione che vince, non è una celebrazione del trofeo, bensì una riflessione sulla libertà conquistata a fatica, sull’errore, la caduta, insomma più un racconto di formazione che un film sportivo canonico.
Dal punto di vista tecnico la regia è misurata, la fotografia e la colonna sonora, discreta, malinconica, lavorano in armonia col racconto. Le scene di partita, a differenza di Challengers, l’ultimo film italiano sul tennis, non sono enfatizzate con effetto spettacolare, i punti non si vedono, in favore della fatica, del silenzio, dell’attesa. Il risultato è un film che non consola, ma accompagna, che lascia un segno emotivo più che narrativo.
É un’opera che merita attenzione per l’interpretazione intensa di Favino, per il ritratto sensibile del rapporto tra maestro e allievo, per l’atmosfera dolce-amara che permea la storia. Non una rivoluzione del genere ma certamente un buon titolo italiano in questa annata che prova a dire qualcosa sulla fragilità, la libertà e l’imperfezione.
data di pubblicazione:12/11/2025
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da Nadia Alese | Nov 12, 2025
To a land unknown inizia con una citazione significativa di Edward Said; “In un certo senso, è tipico del destino dei Palestinesi, non finire dove hanno cominciato, ma in qualche posto inaspettato e lontano”. Questo incipit segna un paesaggio non solo fisico ma esistenziale: due cugini palestinesi, Chatila (Mahmood Bakri) e TReda (Aram Sabbah) si trovano bloccati ad Atene, in una condizione limite, né casa né meta, né rifugio, né traguardo.
La terra sconosciuta evocata nel titolo non è solo la Germania a cui aspirano, ma lo spazio intermedio dell’attesa e del ricatto della sopravvivenza. Il film costruisce un ritratto intenso e complesso della coppia Chatila- Reda, il primo propositivo, deciso ad aprire un caffè in Germania e a riscattare la sua situazione, il secondo più fragile, vittima della dipendenza, incline all’abbandono. Il rapporto fra loro è un’alleanza sempre a rischio, in questo Fleifel evita la retorica. I protagonisti non sono angeli né eroi, ma esseri in movimento, spesso cinici e contraddittori e questo rende tutto molto vero.
Visivamente sia la fotografia di Thodoris Mihopoulos che la regia sono significative: ambienti angusti, grigi urbani, inquadrature strette che suggeriscono claustrofobia, ma con la macchina da presa che non perde mai di vista la dignità dei corpi e dello spazio. Fleifel, che viene da un’esperienza documentaristica, porta un’attitudine di verità, niente fronzoli spettacolari, ma un’attenzione costante al dettaglio umano ed agli spazi marginali.
Nella trama non c’è consolazione, la catarsi non arriva, proprio come nelle pellicole dei Dardenne, che il film in qualche modo ricorda. Ogni tentativo di risalita si infrange contro la brutalità delle circostanze e anche qui, come nel cinema dei fratelli francesi la discesa morale dei protagonisti non nasce da una vocazione criminale, ma da un’impossibilità sistemica, è una conseguenza sociale e materiale, una risposta disperata alla necessità.
I temi trattati sono diversi: l’esilio e la sua banalità, la perdita di casa, l’attesa come condizione permanente, la sopraffazione morale che può scaturire dalla necessità più che dal male intenzionale, il sogno di riscatto che rischia di trasformarsi in ricatto.
To a land unknown è un film che non si accontenta di rappresentare la condizione del migrante come vittima, regalandoci una messa in scena dolorosa e contraddittoria, che ci pone dentro l’altrove, non solo geografico, ma psicologico e morale, valorizzando l’idea che la terra non possa essere solo uno spazio fisico ma anche la promessa di un futuro, la memoria di una patria perduta, la complicità umana nell’abbraccio del margine.
data di pubblicazione:12/11/2025
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da Antonio Iraci | Nov 11, 2025
Victor Frankenstein, dopo la perdita prematura della madre, deve subire la rigida educazione da parte del dispotico padre, illustre medico. Diventato adulto, si rivelerà come uno dei più celebri scienziati del tempo soprattutto per i suoi esperimenti sul corpo umano. Con l’aiuto finanziario di Henrich Harlander Victor si isolerà, insieme alla sua strumentazione, in una torre immersa nel nulla. Proprio lì farà nascere la sua Creatura, un essere apparentemente mostruoso che darà inizio al suo tracollo personale…
Frankenstein, con la regia di Guillermo del Toro, è stato presentato all’ultima edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Il film, tratto dal romanzo di Mary Shelley datato 1816, ha avuto diversi adattamenti cinematografici a partire dal 1910 quando venne realizzato l’omonimo film muto. Tutte le edizioni successive hanno cercato di dare una propria rappresentazione della mitica figura del mostro. Con l’interpretazione di Boris Karloff e la regia di James Whale si arrivò a creare un’immagine le cui fattezze sono rimaste indelebili nell’immaginario collettivo. Anche Guillermo del Toro non è esente da questa fascinazione e il suo film in qualche modo risulta fedele al soggetto originale. Nonostante ciò si conferma come regista innovativo e di grande talento, capace di raccontare il mito di Frankenstein con originalità e sensibilità.
Quello che più interessa e che cattura l’attenzione del pubblico è il significato intrinseco e del tutto personale che il cineasta ripone nella sua opera. Del Toro abbandona l’icona horror di Frankenstein, mostrando invece un essere buono e desideroso di affetto, lontano quindi dalle trascrizioni precedenti. La mitica figura realizza il desiderio universale di sentimento e di amore, diventando così un simbolo di umanità. Un film quindi che vuole evidenziare come il bisogno di indulgenza sia un tratto comune dell’uomo, ieri come oggi, al di là del tempo. Victor Frankenstein (Oscar Isaac) vuole sperimentare la vita dopo la morte e nasce così la sua Creatura (Jacob Elordi) che ha però il difetto dell’immortalità. Il Creatore diventa quindi ossessionato dalla sua stessa Creatura e cercherà con ogni mezzo di distruggerla, inseguendola fino ai ghiacciai dell’Artico.
Frankenstein non troverà mai pace fino a quando non ci sarà una riconciliazione finale e non abbandonerà l’idea di sfidare l’eternità. Un richiamo chiaro all’umanità di oggi, sopraffatta da mostri dalle belle apparenze ma poco propensi a riconoscere i propri sbagli e rimediare ai danni arrecati. Del resto il regista ha voluto proprio dimostrare quanto sia difficile restare umani in questo periodo, il meno umanizzante della storia. Un film gotico che, con il suo intrinseco messaggio, assume una valenza politica per evidenziare come oggi più che mai ci sia bisogno di amore e comprensione. Un cast curatissimo dove emerge l’interpretazione di Christoph Waltz nei panni del tormentato Harlander nonché quella di Mia Goth che interpreta Elizabeth. Il film, già nelle sale da qualche giorno, si può anche vedere sulla piattaforma Netflix che ne ha curato la distribuzione.
data di pubblicazione:11/11/2025
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da Anna Paulinyi | Nov 10, 2025
La struttura narrativa portante di L’estate nei tuoi occhi ( titolo originale: The Summer I Turned Pretty) richiama la favola del brutto anatroccolo che si trasforma in un bellissimo cigno, ambientata in un’elegante località balneare dell’alta società della East Coast americana.
La serie, composta da tre stagioni, si ispira chiaramente al film Sabrina (1954) di Billy Wilder: non solo per l’eleganza dei costumi e delle ambientazioni, ma anche per la costruzione del triangolo amoroso e per una delicata parentesi “parigina”. Questo omaggio è reso esplicito attraverso numerose citazioni dirette che rendono l’atmosfera familiare, nostalgica e sofisticata.
La protagonista, Isabel Conklin, ha passato tutte le sue estati da quando è nata nella villona con vista mare e super piscina della miglior amica della madre, Susannah Fisher. Susannah Fisher e Laurel Conklin, una scrittrice di origini coreane, sono amiche dai tempi del college e sono sempre felici di passare quelle settimane assieme, solo loro due, senza mariti, e con i loro figli. Si fanno famiglia. Isabel, chiamata “Belly” ha un fratello maggiore molto brillante e vivace di nome Steven, mentre Susannah ha due figli maschi, Conrad, il maggiore, gentile, deciso e un po’ introverso, e il bello ed estroverso Jeremiah, della stessa età di Belly.
Belly, che da sempre ha una cotta per Conrad, viene coccolata e presa in giro dai ragazzi fino alla sua estate dei 16 anni, quando i due fratelli Fisher rimangono sbalorditi a veder scendere dalla macchina una giovane donna molto attraente e sicura di sé e non più la bimba un po’ impacciata alla quale erano abituati.
Non è questa la sede però per svelare con chi, dopo tre stagioni, Belly troverà (forse) la pace del cuore.
Ma non è neanche così importante perché pur avendo un apparente taglio Coming-of-Age, L’estate nei tuoi occhi è in verità una saga familiare di ampio respiro ed un intreccio esplosivo di legami e sentimenti raccontato anche attraverso i personaggi secondari, spesso meno scontati dei protagonisti.
La serie invita infatti a interrogarsi su cosa significhi essere onesti nei rapporti affettivi, il tradimento, fino a che punto sia giusto scendere a compromessi, come si possa perdonare chi ci è più vicino, e cosa voglia dire davvero diventare adulti; su come accettare le perdite e ritrovare un equilibrio dopo il dolore e molto altro ed è molto meno banale di come sembra al primo impatto.
Ma questo non deve sorprendere: la storia nasce dai romanzi di Jenny Han, americana di origini coreane e autrice anche della fortunata XO, Kitty (su Netflix). E come ci insegnano i K-drama, le serie coreane, ogni mondo è paese. E per quanto riguarda questa serie, il paese è raffinato, moderno e a tratti anche spiritoso.
data di pubblicazione:10/11/2025
da Anna Paulinyi | Nov 10, 2025
(Serie in due stagioni su Netflix)
Ci sono serie che possono davvero cambiare la vita. La mia è cambiata in meglio guardando Sense8.
Forse non è sorprendente, considerando chi l’ha creata: J. Michael Straczynski, uno dei fumettisti più noti della Marvel, e le sorelle Lana e Lilly Wachowski, le stesse di Matrix.
Come molti appassionati di audiovisivo, all’inizio dell’era dello streaming mi sono lasciata conquistare dalle serie TV. Promettevano di approfondire personaggi e situazioni, di offrire ciò che il cinema a volte non aveva il tempo di esplorare. Ma presto ho iniziato a sentire un tracollo: contenuti sempre più piatti, dialoghi forzati, violenza e banalità usati come espedienti per catturare l’attenzione. I protagonisti mi sembravano marionette stereotipate del loro destino o della loro classe sociale, senza vera consapevolezza o critica costruttiva.
Mi chiedevo: dove erano finiti i dialoghi brillanti, le esplorazioni del diverso, del quotidiano?
E poi è arrivata Sense8.
Ho tirato un grande sospiro di sollievo. Perché, anche se di realistico – come trama – ha ben poco, come esplorazione sociale mi è sembrata una delle serie più autentiche e innovative che abbia mai visto.
Seguiamo otto personaggi intorno ai trent’anni, che vivono in otto paesi diversi:
Riley Blue (Tuppence Middleton), DJ islandese; Wolfgang (Max Riemelt), criminale di Berlino; Kala (Tina Desai), chimica di Mumbai; Will Gorski (Brian J. Smith), detective di Chicago; Sun Bak (Bae Doo-na), manager ed ereditiera sudcoreana; Nomi Marks (Jamie Clayton), hacker transessuale di San Francisco; Capheus (Aml Ameen, poi Toby Onwumere), autista di bus a Nairobi; e Lito (Miguel Ángel Silvestre), attore messicano di film d’azione.
All’apparenza non hanno nulla in comune: Lito è omosessuale e teme che la sua carriera possa crollare se venisse scoperto; Kala è fidanzata con il suo capo ma non è certa di amarlo; Nomi è stata rifiutata dalla madre per via della sua identità di genere; Wolfgang porta con sé un oscuro segreto familiare; Capheus cerca di mantenere un’etica in un ambiente dominato dalle gang; Riley lotta contro la dipendenza e il dolore; Sun Bak è intrappolata in un conflitto familiare feroce.
Ma le loro vite cambiano radicalmente quando scoprono di essere collegati telepaticamente — anzi, di più: condividono emozioni, abilità, percezioni, e diventano parte di una stessa coscienza collettiva.
Mentre affrontano le proprie difficoltà, iniziano a “visitarsi” l’un l’altro: Sun Bak si ritrova all’alba su una banchina di Londra accanto a Riley; Wolfgang sente il profumo del cibo indiano e si ritrova a Mumbai; Kala si trova improvvisamente in una Berlino innevata. Lentamente capiscono di essere uniti in un unico grande “cervello”, e che una misteriosa organizzazione vuole catturarli per sfruttare i loro poteri.
La serie fonde fantascienza e thriller, ma il suo vero cuore sono i legami umani: l’empatia, la solidarietà, la connessione profonda che nasce dal riconoscere sé stessi nell’altro.
E tutto questo prende vita in modo sorprendente anche dal punto di vista tecnico: gli effetti speciali sono realizzati senza CGI, perché gli attori hanno davvero girato le stesse scene in location diverse del mondo. Così Seoul diventa Berlino, Nairobi diventa San Francisco, e viceversa — un’esperienza visiva unica e autentica che riflette perfettamente il tema dell’interconnessione. Sense8 ci fa viaggiare in tutto il mondo.
Ma soprattutto, Sense8 non è solo una serie di intrattenimento. È un esperimento emotivo e politico sul senso di appartenenza, sull’amore e sulla diversità.
Per me è stato un invito a credere che la connessione umana — reale o immaginaria — può ancora essere rivoluzionaria.
Quest’anno la serie compie dieci anni, ma, visto il clima politico e sociale, è forse ancora più attuale di quando uscì la prima volta su Netflix (costretta dai fan a regalare il gran finale).
E poi, una colonna sonora strepitosa.
Assolutamente da vedere e da godere.
data di pubblicazione:10/11/2025
da Maria Letizia Panerai | Nov 10, 2025
(Mostra Fotografica al MUSEO del GENIO – Roma, 31ottobre 2025-15 febbraio 2026)
Lo straordinario complesso del Museo del Genio in Roma dal 31 ottobre ha aperto stabilmente al pubblico non più solo come museo militare, ma anche come nuovo spazio espositivo e luogo di cultura, ospitando la mostra fotografica di Vivian Maier.
Quella di Vivian Maier – definita la tata-fotografa americana – è stata una vita che avrebbe potuto ispirare la sceneggiatura di un nuovo poetico film di Uberto Pasolini. Nata a New York nel 1926, da padre di origini austriache e madre francese, visse la sua vita nell’ombra. Solo dopo la sua morte, avvenuta a Chicago nel 2009 all’età di 83 anni, divenne fortuitamente famosa. Non si conosceva nulla di lei, non aveva nessun legame parentale e spesso era ospitata presso le famiglie dove faceva la bambinaia. Nel 2007 John Maloof, giovane agente immobiliare e figlio di un rigattiere, acquista ad un’asta di oggetti provenienti da magazzini abbandonati un enorme quantitativo di lettere, riviste e alcune valige. In queste scopre che erano stipati 100 mila negativi ed oltre 700 rullini mai sviluppati e molti altri a colori non processati. Decide quindi di acquistare tutto il materiale di questa misteriosa fotografa ancora immagazzinato e ciò che scoprì fu sensazionale. Vivian tra gli anni ‘50 e ‘60 con la sua Rolleiflex – acquistata grazie alla vendita di una vecchia casa della madre a Saint-Bonnet-en-Champsaur dove trascorse parte dell’infanzia-, aveva fotografato in maniera quasi compulsiva gente comune, bambini, anziani, mendicanti, particolari di vita di strada di New York e Chicago. Le foto, tutte in bianco e nero, non furono mai sviluppate né esposte né pubblicizzate perché per Vivian la fotografia era una passione segreta, rimasta tale per sua volontà sino all’ultimo dei suoi giorni di vita. Era il 1987 quando la donna chiese ai suoi ultimi datori di lavoro di poter conservare un proprio archivio personale in un loro locale inutilizzato. Questo archivio finì anni dopo in un box in affitto. Nel 2007 quel box con tutte le cose di Vivian, che nel frattempo si era ammalata e viveva in ristrettezze economiche, finì all’asta per affitti non pagati e lo acquistò John Maloof.
La storia di questa donna, che per tutta la vita volle essere solo una tata, oggi rivive attraverso le sue bellissime fotografie ora in mostra a Roma ma che hanno fatto il giro del mondo, per il suo sguardo poetico e ironico sull’America del dopoguerra.
La Mostra è un doveroso omaggio a questa enigmatica artista di street photography, celebrata a livello internazionale come Robert Frank e Diane Arbus ma che in vita non volle mai mostrare, neanche a sé stessa, le proprie fotografie.
data di pubblicazione:10/11/2025
da Rossano Giuppa | Nov 10, 2025
(Teatro Brancaccio – Roma, 5/6 novembre 2025)
Thikra: Night of Remembering è l’ultima produzione della Akram Khan Company, creata in collaborazione con la pluripremiata artista visiva Manal AlDowayan. Thikra trae ispirazione dagli antichi paesaggi, dalla mitologia e dal patrimonio culturale di AlUla, città millenaria sulla via dell’incenso, perché senza il passato non può esserci il futuro.
Akram Khan, uno degli artisti della danza più acclamati a livello internazionale, da sempre ospite della programmazione di Romaeuropa Festival, ha presentato al teatro Brancaccio la sua nuova produzione Thikra: Night of Remembering, per la quale si è avvalso di un cast internazionale di danzatrici di Bharatanatyam e di danza contemporanea occidentale, rinnovando quell’incontro tra culture, tradizioni e prospettive.
É il racconto e l’omaggio ai paesaggi, agli antichi miti e al patrimonio culturale di AlUla, meravigliosa oasi naturale in mezzo al deserto e sito Unesco, costruendo un dialogo con l’artista visiva Manal AlDowayan che nei suoi lavori ama sempre confrontarsi con le tradizioni, la memoria collettiva e il ruolo delle donne.
Thikra, che in arabo significa memoria, porta in scena, attraverso la danza, la rielabolazione del passato come passaggio fondamentale per aprirsi al futuro. Un rituale notturno in un deserto vivo che pulsa di storia e di arte, in cui memoria e presente si fondono nel segno del sapere ancestrale, del potere del ricordo e della guarigione collettiva. Thikra non è un semplice dialogo tra Oriente e Occidente, ma un’opera che nasce dalla collaborazione tra le interpreti per far emergere le tradizioni e i rituali insiti nel Bharatanatyam, in prospettiva contemporanea. Splendidi gli intrecci tra voci collettive e creazioni coreografiche di un ensemble tutto al femminile che trascende i confini stilistici per raccontare il vissuto, l’evoluzione delle civiltà e le incredibili connessioni tra memoria e identità.
data di pubblicazione:10/11/2025
Il nostro voto: 
da Daniela Palumbo | Nov 9, 2025
regia di Emilio Ajovalasit
(Teatro Atlante – Palermo, 8/9 novembre 2025)
Una ragazza, desiderosa di unirsi ad un gruppo di amiche ed amici, passa in rassegna i diversi capi del proprio guardaroba alla ricerca del “giusto outfit” per una festa. Il movimento frenetico dall’uno all’altro look – lasciapassare per l’integrazione – assume via via i tratti di una crisi di identità, qui correlata tanto al trasformismo teatrale quanto al processo di metamorfosi dell’Io.
Lo spettacolo di questa sera, annunciato e introdotto dalla viva voce del regista, è espressione di un teatro che nasce da “una necessità”. Ovvero “fare teatro” è dare spazio e respiro a qualcosa che si ha dentro e quasi spinge per uscire. Per lasciare che si manifesti e fare in modo che venga condiviso. Così, passando dall’indefinito alla forma, dal caos alla quieta armonia, su questo palco il soggetto rivela – o piuttosto “svela” – il suo essere crisalide senza più un involucro. Come pure esprime l’affannosa ricerca di una individualità definita. Dapprima attraverso “l’abito” e infine a prescindere da questo.
Presenza unica sulla scena, con un lungo monologo che a tratti simula lo scambio con un interlocutore “altro”, Miriam Palumbo “veste i panni” di Bianca, una donna giovanissima, sola ma traboccante di affetto (“Vi voglio bene!”: le parole con cui esordisce, quasi tremante). Disposta a spogliarsi di sé – e ansiosa di farlo, in una lotta simbolica contro il tempo – per aderire a un modello socialmente accettato.
Motivo ricorrente della tradizione anche cinematografica – che sia il “glow up” per mano di una “fata aiutante” o la conquista del perfetto look attraverso il convulso va e vieni dal camerino – il cambio d’abito può sembrare un gioco. Un gioco innocente come le bambole che alle bambine hanno insegnato a vestire. Buffo all’apparenza, come la goffa andatura su dei trampoli “a spillo”. Divertente, come certe battute che strappano il sorriso (la mise raffinata, da studiosa di filologia “romantica” si alterna al look aggressivo e fosco da patita di musica “trans”). Un gioco crudele, in realtà. Poiché richiede uno sforzo che snatura e falsifica, che deforma persino. Facendo della persona una caricatura di sé, o la copia di qualcun altro, o addirittura una pasta da modellare.
La “caccia all’abito” da indossare è al tempo stesso la ricerca di una “casa” da abitare. Ma la casa è “abitata”, a sua volta, da altre presenze o entità. Ora è infestata dagli spettri del passato, che hanno portato via con sé “pezzi di noi”, lasciandoci mutilati, seminudi. Ora è invasa dalle voci del presente, echi giudicanti impietosi (“Non sei come lei! Non sei abbastanza!”).
Al “centro” della scena – arredata con qualche vecchio mobile e un appendiabiti che funge talora da muto sostegno – una valigia, che rimane chiusa e misteriosa per gran parte della rappresentazione. Rivelandosi, alla fine, come fonte di pura saggezza; riscoperta di verità sepolte nella memoria personale e familiare. Una sorta di epifania, per ritrovare la via, rifiorire. E così, oltrepassando la soglia di ogni singola e limitante “dimora”, il messaggio, liberatorio come un canto spontaneo, si estende alla platea tutta. Su cui si irradia il sorriso di lei, Bianca/Miriam.
Eccezionale la prova di questa giovane interprete – che è anche autrice del testo, da lei stessa “concepito” -, per cinquanta minuti padrona assoluta della scena, del linguaggio e delle emozioni. Che vive insieme al suo pubblico.
data di pubblicazione:09/11/2025
Il nostro voto: 
da Paolo Talone | Nov 7, 2025
con Mariangela D’Abbraccio, regia di Francesco Tavassi
(Teatro Greco – Roma, 4/9 novembre 2025)
Mariangela D’Abbraccio interpreta l’icona del jazz Billie Holiday in Lady Day, testo di Maurizio De Giovanni. Lo spettacolo, ambientato in un locale della Street of Jazz a New York, è una confessione intima della cantante sulla sua vita di successi, cadute e lotta, sempre con la musica come conforto. Una toccante esecuzione di blues e verità, prodotto da La Fabbrica dell’Attore.
Mariangela D’Abbraccio e Francesco Tavassi non sono nuovi a cimentarsi con figure leggendarie della musica. Già nel 2020 hanno esplorato il mondo di The Boss con Come un killer sotto il sole, seguito due anni dopo da un lavoro su Marilyn Monroe. Ora l’attrice e cantante napoletana si confronta con un’altra icona della musica statunitense: Billie Holiday. Anche nella drammaturgia scorre linfa partenopea, grazie al testo scritto per lei da Maurizio De Giovanni.
La regia porta il pubblico in un locale dalle atmosfere in bianco e nero, uno di quelli che popolavano la Cinquantaduesima strada a New York tra gli anni Trenta e Cinquanta, la celebre Street of Jazz. Dopo la serata, Lady Day si lascia andare a una lunga confessione sulla sua vita: un intreccio di aspirazioni e disillusioni, successi e cadute, ma sempre nel segno della musica. Parla di sé usando l’imperfetto, il tempo del racconto, in un presente che ha già visto consumarsi la sua parabola vitale, lasciando solo l’idolo, l’esempio. Un simbolo di speranza per tutte le donne a cui è stata rubata la libertà.
Lo scrittore offre un ritratto sincero e intenso della grande artista, seguendo i momenti cruciali della sua biografia e organizzandoli in una narrazione che richiama i capitoli di un libro. Dall’infanzia bruciata a Baltimora all’adolescenza turbolenta per le strade di Harlem. Si cresce in fretta quando si è poveri, scriverà nell’autobiografia Lady sings the blues. Dal primo disco inciso con la Columbia grazie a John Hammond alle faticose tournée nel Sud degli Stati Uniti, dove ogni performance diventava un atto di resistenza contro l’ostilità e il segregazionismo. Poi le tormentate vicende sentimentali, soprattutto il matrimonio con Louis McKay, segnato da interessi puramente egoistici. E infine l’ultima Billie Holiday, quella di Lady in Satin, l’album testamento realizzato quando ormai droga e alcol avevano segnato irrimediabilmente la sua vita, tra ricoveri in ospedale e carcere.
L’interpretazione della D’Abbraccio tocca note basse e malinconiche. Nella voce si avverte un graffio, come una crepa ma da cui però filtra una luce intensa. L’attrice la trasforma in un sentimento autentico, centrato nel restituire al pubblico – partecipe e commosso – una verità. Profonda e calda la sua voce quando intona uno dei brani più famosi della cantante, Strange fruit. Ma altrettanto struggenti sono i blues lenti che interpreta accompagnata dai maestri jazz Dario Piccioni al pianoforte e Mattia Niniano al contrabasso.
Per Lady Day la vita è stata una lunga canzone, cantata con la verità in gola e la paura nello stomaco. Tutto guariva con la musica, dalla paura alla tristezza. Con il dolore ha sempre cantato, non l’ha mai scacciato. La sua non è stata una vita inutile se ancora oggi, riascoltando le sue incisioni, può dare conforto a ogni donna sola.
data di pubblicazione:07/11/2025
Il nostro voto: 
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