PORTOBELLO di Marco Bellocchio – Serie HBO, 2026

PORTOBELLO di Marco Bellocchio – Serie HBO, 2026

Portobello è una miniserie in sei episodi che racconta, attraverso lo sguardo di Marco Bellocchio, uno dei più acuti narratori della nostra storia recente, l’ascesa fulminea e la caduta devastante di Enzo Tortora, in una delle vicende che ha attraversato in maniera più profonda l’Italia degli anni Ottanta, specchio e metafora di un paese sospeso tra spettacolo e giustizia negata.

La vicenda è nota: conduttore amato da milioni di telespettatori, simbolo della televisione popolare in quegli anni, Tortora viene travolto, nel 1983, da un’accusa infamante di associazione camorristica e traffico di stupefacenti, basata su dichiarazioni di collaboratori di giustizia poi rivelatisi inattendibili. Arrestato, processato e addirittura condannato, è infine assolto definitivamente dopo anni di odissea giudiziaria, ma la sua vita ne uscirà irrimediabilmente compromessa.

La storia, scritta dallo stesso Bellocchio con Stefano Bises, Giordana Mari e Peppe Fiore, non indulge nel sensazionalismo. Anzi, la sua forza sta proprio nella cura di ogni tonalità, dal rigore documentario alle scelte poetiche di regia, fino alla compostezza di una narrazione che sottrae il protagonista all’agiografia, restituendoci, al contrario, un uomo distante, a tratti spigoloso, complesso, contraddittorio, con cui non viene immediato entrare in empatia. È proprio questa distanza emotiva a rendere la serie più inquietante ed onesta, perché lo spettatore è costretto ad osservare, a giudicare, ad interrogarsi.

In questo senso l’interpretazione di Fabrizio Gifuni è decisiva, mai imitativa, mai compiacente, non un ritratto stereotipato di una vittima innocente, ma una prova intensa e multilivello, che offre una lente profonda su una figura difficile.

Intorno a lui, un coro di personaggi, dai familiari alle figure chiave del processo, ognuno con la propria densità narrativa, da cui emerge il ritratto collettivo di un’epoca, quella dell’Italia degli anni Ottanta, tra consumismo nascente e violenze criminali, che spesso confonde il giudizio di massa con la verità.

Bellocchio firma una delle sue opere più severe e meno concilianti, una riflessione sulla giustizia e lo sguardo collettivo, che rinuncia alla scorciatoia morale della simpatia, affidandosi invece alla complessità, al disagio ed alla responsabilità dello spettatore.

data di pubblicazione:11/02/2026

 

HEATED RIVALRY di Jacob Tierney – serie TV su HBO Max / Prime Video

HEATED RIVALRY di Jacob Tierney – serie TV su HBO Max / Prime Video

Una storia d’amore focosa e divertente tra due giocatori di hockey sul ghiaccio. Il Canada ha regalato al mondo una nuova serie cult, che ha spopolato in termini di audience nelle ultime due settimane dell’anno passato, non solo sul piccolo schermo ma anche su Instagram, TikTok e altro ancora.

La storia racconta il nascere e lo sviluppo del rapporto tra due star dell’hockey su ghiaccio. Shane Hollander, canadese, e Ilya Rozanov, di Mosca, si scontrano per la prima volta da teenager sulla pista nel 2008 come campioni delle rispettive squadre nazionali, per poi diventare arci-nemici nella lega americana, dove Shane gioca per Montreal e Ilya per Boston. La storia si sviluppa nei dieci anni successivi al loro primo incontro.

Per quanto siano nemici sul ghiaccio, appena ne hanno la possibilità vanno a letto insieme, ovviamente in gran segreto.

Non potrebbero avere due caratteri più diversi: Ilya Rozanov – interpretato da un bravissimo Connor Storrie – è un bisessuale festaiolo ma dotato di sentimenti profondi, che cerca di proteggersi da una storia familiare dolorosa; Shane Hollander, interpretato da Hudson Williams, invece, che dalla vita sembra aver avuto tutto, compresi genitori gentili e amorevoli, è piuttosto introverso e fa fatica a capire cosa desideri davvero al di là dell’hockey.

E, dacché inizialmente la loro relazione sembra più una sperimentazione basata su una forte attrazione, ne nascerà qualcosa di molto più sconvolgente per entrambi.

Chi non ama scene di sesso alquanto esplicite, in particolare tra due uomini, e le storie d’amore, farebbe meglio a non guardare questa serie. Tutti gli altri sono invece invitati a farlo. Perché fa anche ridere e contiene alcuni momenti narrativi davvero incantevoli, come quando Ilya dichiara il suo amore per Shane in russo, mentre lui ascolta ma non capisce.

La serie poi è girata benissimo, curata nei minimi dettagli, pare che l’ideatore, Jacob Tierney, sia un enfant prodige delle sue terre ed è stata già programmata una seconda stagione. Questo fortunato colpo narrativo si basa sulla serie di romanzi di Rachel Reid, scrittrice canadese e sfegatata fan dell’hockey su ghiaccio, che, un po’ stanca dell’omofobia molto pronunciata in questo sport, ha voluto offrire un quadro diverso e audace con la sua serie Game Changer, scritta per Carina Press (una spin-off LGBTQ+ di Harlequin… ebbene sì, i romanzi rosa si evolvono).

Comunque sia, la serie, prima di andare potenzialmente in onda su “soli” 4 milioni di schermi abbonati del provider di streaming canadese Crave, è stata acquistata last minute da HBO, che l’ha data in pasto a ben 128 milioni di spettatori a partire da prima di Natale. In Italia la serie dovrebbe arrivare doppiata nei primi mesi del 2026 con il nuovo servizio HBO Max attivo anche da noi.

Ed è così che nasce un fenomeno, che ha catapultato i due protagonisti già nell’olimpo di Hollywood. Ma ben vengano i successi globali di questo tipo di prodotto in un mondo sempre più omofobico a livello legislativo.

E anche se si tratta forse di una serie dal sapore leggermente esotico per tema e ambientazione in Italia, non bisogna pensare che si tratti di un fenomeno indirizzato a un solo pubblico (adulto) simpatizzante e sostenitore delle questioni LGBTQ+.

È destinata innanzitutto a un pubblico femminile, quello che ha bisogno di distrarsi ed è sfinito dopo aver preparato la cena, messo i figli a letto, pensato alla spesa di domani e spento tutte le luci di casa, quando sente russare poi il proprio marito a letto già da più di un’ora.

data di pubblicazione:11/02/2026

LA GIOIA di Nicolangelo Gelormini, 2026

LA GIOIA di Nicolangelo Gelormini, 2026

La Gioia di Nicolangelo Gelormini si conquista a mani basse un posto nel cinema d’autore contemporaneo, non tanto per la ricerca formale o per artifici stilistici, quanto per la capacità di trasformare un fatto di cronaca vera in una dissezione poetica e morale dell’animo umano. Presentato in concorso alle Giornate degli Autori a Venezia lo scorso anno, il film si distingue innanzitutto per la sua volontà di sottrarsi allo spettacolo morboso del crimine per addentrarsi, con sguardo lento ed attento, nelle pieghe più intime dei suoi personaggi.

La trama, ispirata al tragico delitto di Gloria Rosboch, l’insegnante piemontese assassinata nel 2016, diventa il motore per una riflessione ampia sul desiderio, sulla fragilità e sulla violenza insita nei rapporti umani. Gelormini, partendo da una sceneggiatura già vincitrice del premio Salinas, poi diventata opera teatrale, costruisce una narrazione che oscilla tra dramma psicologico e tragedia moderna, affidando al personaggio di Gioia (Valeria Golino), il compito di incarnare tutte le tensioni contrastanti del film: solitudine e bisogno d’amore, dedizione e ingenuità, pulsione vitale e abisso. Valeria Golino offre una performance di grande intensità, ma anche Saul Nanni, nel ruolo del suo “antagonista” Alessio non è da meno, compiendo a tutti gli effetti il grande salto da giovane promessa a protagonista di primo livello. Jasmine Trinca, dal canto suo, nel ruolo di Carla, madre di Alessio, ci offre una prova non facile, in equilibrio tra ambiguità e umanità.

La regia di Gelormini sceglie di mostrare piuttosto che spiegare, indugiando sui gesti quotidiani, sui dettagli degli ambienti, sugli sguardi che si fissano e si evitano. La colonna sonora dialoga con tutta la narrazione, in particolare, l’uso di Reality, di Richard Sanderson, produce uno scarto violento tra immaginario e realtà. La canzone che più, per definizione, rimanda all’amore adolescenziale puro, diventa qui la colonna sonora del fraintendimento. Quando la canzone risuona, ciò che emerge non è la dolcezza, ma la distanza irreparabile tra desiderio e mondo reale, scelta crudele e lucidissima, con cui la pellicola si mostra in tutta la sua durezza morale.

La Gioia è un’opera che resta dentro, che destabilizza, spingendo lo spettatore ad interrogarsi sulla natura oscura del desiderio e sulle contraddizioni dell’amore, che può essere tanto salvezza quanto rovina.

data di pubblicazione:11/02/2026


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GOAT di Tyree Dillihay, 2026

GOAT di Tyree Dillihay, 2026

Il film racconta la storia di Will Harris, una giovane capretta antropomorfa con un cuore grande e sogni ancora più grandi. L’obiettivo del protagonista, infatti, è giocare a roarball, una versione immaginaria ad alto impatto fisico della pallacanestro, e dimostrare che anche “i piccoli” possono riuscirci, nonostante i pregiudizi dei compagni di squadra più grandi e feroci.

La pellicola si pone a metà tra la fiaba sportiva da underdog ed il film di animazione pop contemporaneo, con un messaggio centrale chiaramente rivolto all’inclusività, che insiste sull’essere accettati per quello che si è, piuttosto che conformarsi agli standard altrui. Questo elemento, seppure non innovativo sulla carta, è trattato, però, in maniera piuttosto originale. Le squadre vanno, infatti, anche oltre l’identità di genere, mescolando animali di diverse razze e sesso, proprio come condizione di partenza. E questo è un elemento narrativo non banale e progressivo, rispetto a molti altri film animati del genere, un approccio che evita il messaggio pedagogico e inserisce l’idea di equità come qualcosa di naturale e già acquisito, quasi ovvio, soprattutto per un pubblico giovane.

Anche lo stile grafico e visivo non è banale, con texture e linee visivamente audaci e d’impatto, ispirate a modelli comic book, che enfatizzano la dinamica delle azioni in campo e conferiscono un’estetica di grande qualità. La macchina da presa animata segue traiettorie improbabili, accelera e rallenta, si piega alle regole del gioco più che a quelle del realismo, avvicinandosi più a un’esperienza sensoriale che a una cronaca sportiva tradizionale.

In generale siamo davanti a un prodotto brillante e coinvolgente per famiglie e giovani spettatori, che però, non ha la forza di lasciare un’impronta duratura, soprattutto perché ricade spesso nelle cliché più consolidate, dalle sequenze di allenamento, agli ostacoli prevedibili, passando per battute un po’ già sentite.

Quindi certamente le ambizioni sono alte ed il risultato è ben confezionato, capace di divertire senza troppo fronzoli narrativi, visivamente apprezzabile e tematicamente imperniato su valori di perseveranza ed accoglienza, ma di certo non si può parlare di un film rivoluzionario.

data di pubblicazione:11/02/2026


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ORGASMO – Prosa dispiaciuta sulla fine del sesso di Niccolò Fettarappa, 2026

ORGASMO – Prosa dispiaciuta sulla fine del sesso di Niccolò Fettarappa, 2026

Regia di Niccolò Fettarappa, con Gianni D’Addario, Niccolò Fettarappa, Lorenzo Guerrieri, Rebecca Sisti. Una produzione di Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale, Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa, Teatro di Roma – Teatro Nazionale, Agidi, Sardegna Teatro

(Teatro India – Roma, 3/15 febbraio 2026)

Una coppia in crisi si trova blindata in camera e deve affrontare i problemi legati al lavoro e alla sopravvivenza. Fuori la società è invasa da orsi che invadono gli spazi e cercano di risvegliare le pulsioni sessuali sempre più affievolite degli umani. Intanto la Commissione Europea ha stabilito che nel settembre del 2030 ci sarà l’ultimo orgasmo. Il sesso verrà abolito e ci si dovrà dedicare solo ed esclusivamente al lavoro e alla produttività…

Non manca certo di originalità il testo di cui è autore, regista e interprete Niccolò Fettarappa (Roma,1996). Non solo come scrittore, ma soprattutto per i suoi vari lavori teatrali ha già ottenuto numerosi riconoscimenti. Orgasmo, in questi giorni in scena al Teatro India, si presenta da subito con un preciso atteggiamento provocatorio, ironico e persino irriverente. Dialoghi surreali e quasi demenziali accompagnano questa satira rivolta alla società di oggi che richiede agli individui un sempre maggiore impegno lavorativo, ossessivo e disumanizzante. Tutto ciò sta portando all’abbattimento di ogni pulsione erotica. Persino le istituzioni europee sanciscono che si dovrà, in un futuro oramai prossimo, interrompere ogni attività sessuale per dedicarsi esclusivamente a una maggiore produttività.

Tra esilaranti gag lo spettatore viene stimolato a prendere coscienza di quanto stia realmente accadendo in questo mondo dove l’impensabile diventa realtà quotidiana. Un telefono ogni tanto squilla. Dall’altra parte è Ursula che ricorda le disposizioni impartite riguardo al lavoro che dovrà essere al primo posto nella vita dei singoli cittadini. La società di oggi richiede prestazioni sempre più efficienti, una maggiore concentrazione che porta però ad uno stress emotivo senza ritorno. Tutto ciò a discapito della vita interiore personale e della sfera sessuale che rimane frustrata e annientata. Fettarappa conferma con questo suo ultimo lavoro l’intenzione di far prendere coscienza dei pericoli verso cui andiamo incontro.

Ogni individuo è soggetto a regole prive di ogni logica che risultano così invasive della propria sfera personale. Dietro un atteggiamento spregiudicato, il regista affronta invece con coraggio tematiche profonde e universali, rivelando la sua vera essenza. Il numeroso pubblico in sala ha accolto lo spettacolo con grande entusiasmo e partecipazione riconoscendo la sua serietà e nello stesso tempo originalità. Gli attori, accompagnati da una lanterna, vanno alla ricerca di qualcuno che dal cimitero del sesso abbai voglia di ritrovare la gioia di vivere. Nasce così la speranza che si possa riprendere possesso del proprio corpo e dei piaceri che ne possono derivare.

VITA DEL SIGNOR DE MOLIÈRE di Maria Teresa Berardelli, con Fausto Paravidino

VITA DEL SIGNOR DE MOLIÈRE di Maria Teresa Berardelli, con Fausto Paravidino

regia di Danilo Capezzani

(Teatro della Città di Roma/Teatro Greco – Roma, 3/8 febbraio 2026)

Jean-Baptiste Poquelin, in arte Molière, smette i panni del commediante e diventa il personaggio di un dramma che ne ripercorre la vita artistica e i tormenti privati. La drammaturgia di Maria Teresa Berardelli si stacca con originalità dal solco biografico tracciato da Bulgakov e Fausto Paravidino ne fa un capolavoro interpretativo. Accanto a lui sul palco Barbara Giordano e Aurora Spreafico nei ruoli fissi delle attrici-amanti Madeline e Armande. In tutti gli altri ruoli la bravura cangiante di Paolo Faroni, Diego Giangrasso e Paolo Madonna. Una produzione della Compagnia Mauri Sturno e Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio D’Amico.

Ridurre uno scrittore al silenzio è decretarne la morte. Il prologo risuona come un monito brutale, introducendo lo spettatore nel cuore di una narrazione che fonde due epoche e due destini. L’opera, liberamente ispirata al romanzo di Michail Bulgakov Vita del signor de Molière scritto nella Russia sovietica degli anni Trenta, non è solo un omaggio al drammaturgo francese, ma un grido di resistenza artistica. Bulgakov avvertiva vicino al suo il destino che aveva colpito Molière. Le affinità tra i due autori sono infatti diverse. Il difficile rapporto con il potere che, invece di proteggere, concedeva spazio solo per soddisfazione egoistica o propaganda. Da questo le battaglie estenuanti contro la censura. E ancora il bigottismo e l’invidia di una società di omuncoli, sempre pronta a interferire con il loro lavoro. Ma li faceva somigliare anche la dedizione totale al teatro che era, allo stesso tempo, ragione di vita e condanna.

Il lavoro drammaturgico di Maria Teresa Berardelli compie un lavoro eccellente. Se l’ossatura narrativa rimane ancorata alla biografia di Bulgakov – seguendo Molière dall’adolescenza ribelle rispetto al padre, che lo voleva tappezziere come lui, alla morte, avvenuta emblematicamente durante la recita de Il malato immaginario – il testo si stacca dall’originale per approdare a un racconto stratificato e moderno. L’ambientazione barocca della corte del Re Sole viene sostituita da una contemporaneità scarna. Si concentra sul triangolo affettivo e scandaloso tra Molière, Madeline e Armande (presunta figlia del commediante), che perde però i merletti del passato per mostrare la carne viva di un sentimento che sfida le convenzioni sociali.

La regia di Danilo Capezzani abbatte ogni barriera. Le quinte sono assenti e lo spettatore si trova davanti allo scheletro nudo di un palcoscenico in allestimento. La quarta parete è abbattuta: lo spazio privato e sacro del dietro le quinte viene continuamente invaso da personaggi che entrano e escono dalla platea. È una scelta scenografica non solo estetica, ma funzionale a mettere in evidenza le ingerenze esterne che hanno avvelenato il lavoro dell’artista. E soprattutto riflette il programma didattico di Molière e della recitazione di Paravidino: la ricerca della verità dei sentimenti umani.

In questa sala prove di un teatro ancora non aperto al pubblico, dove le luci disegnano ambienti che mutano con il ritmo serrato delle scene, la vita degli attori si mescola infatti agli impegni del mestiere. È un teatro che mostra i suoi meccanismi, i suoi dubbi e i suoi attriti, rifiutando lo sfarzo delle false prospettive per abbracciare l’essenza dell’essere umano.

Il Re, figura ambigua e imperante, sembra difendere il genio ma non lo difende mai davvero. Lo lascia da solo contro La cabala dei bigotti e l’invidia dei mediocri. Il testo attinge anche al dramma bulgakoviano del 1929, evocando l’oscurità dei camerini e lo scandalo pubblico. Evidente perfino nella citazione finale dei medici che circondano il commediante moribondo, ormai alla sua ultima apparizione sulla scena.

Lo spettacolo è così un giardino di tracce narrative dove la letteratura classica (si attinge anche a L’Avaro e a Il Malato immaginario) si intreccia a una ricerca biografica rigorosa. Ne esce un Molière dal carattere difficile, ma determinato e profondamente umano. Un’opera che ci ricorda come, nonostante le ingerenze del potere e la mano pesante della censura e delle malelingue, la verità dell’arte sia l’unica forza capace di sopravvivere al tempo.

data di pubblicazione:08/02/2026


Il nostro voto:

SENTIMENTAL VALUE di Joachim Trier, 2026

SENTIMENTAL VALUE di Joachim Trier, 2026

Sentimental Value è un film molto bello. Un lavoro sofisticato che conferma la sensibilità e la bravura di Trier. Un film di alta scrittura ed alta recitazione in una struttura solidissima che si pone a pieno titolo tra i favoriti agli Oscar.

Un dramma psicologico molto nordico ma altrettanto universale. Una riuscita rappresentazione di una vicenda familiare. Tre generazioni di non detti, risentimenti, sensi di colpa ed incapacità di esprimere le proprie emozioni confluiscono e si rispecchiano nella storia della casa di famiglia che ne custodisce i ricordi. Un tema caro alla tradizione artistica scandinava che rimanda ad Ibsen e a Bergman. Trier però ha una mano più lieve del suo Maestro, una visione meno cupa e una sensibilità più coerente con i nostri giorni. Gestisce la vicenda con i giusti tempi e i giusti toni e sa stemperare la tensione con una sapiente alternanza di dramma e leggerezza che ricorda a tratti anche Woody Allen.

Lo spunto è apparentemente convenzionale. Al funerale della madre due sorelle restano sconvolte nel rivedere il padre rinomato regista che le aveva abbandonate ancora piccole per dedicarsi tutto al Cinema. Intenderebbe ora usare la casa per ambientarvi un film autobiografico e proporre alla figlia maggiore, apprezzata attrice, la parte della protagonista. Tutto parte dal rifiuto della figlia che non riesce a perdonare il padre.

Pur nella prevedibilità degli sviluppi i protagonisti diventano materiale narrativo per Trier che li osserva, li rende vivi ed autentici ma non li giudica. Quattro personaggi (il padre, le figlie ed una giovane attrice americana) più un quinto che appare fin dall’inizio e che tutti li rispecchia: la Casa! Un luogo bello, amato e carico di vite vissute. Set cinematografico tramite il quale si dipanerà l’ammasso di incomprensioni perché il Cinema come l’Arte consente con la finzione di sublimare i traumi con funzione catartica e redentiva.

L’autore affronta i temi a lui cari: i rapporti familiari, la memoria, i tormenti dell’anima e del processo creativo. Ha un suo stile originale di scrittura, ritmo, scansione del racconto, uso dello spazio, del tempo, dei colori e della luce. I primi piani ed i piani sequenza non sono estetismo ma parte attiva della sua narrazione. Filma in modo classico ma gioca con un montaggio dai tagli netti e con ellissi narrative audaci. La direzione è eccezionale grazie anche ad un quartetto di interpreti bravissimi ed intensi. Su tutti Stellan Skargard e Renate Reinsve.

Sentimental Value è un lavoro profondo, raffinato, coinvolgente e con un finale splendido. Un film molto particolare per contenuti ma di gran qualità e talmente bello e fascinante da renderlo apprezzabile anche dal grande pubblico.

data di pubblicazione:07/02/2026


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OTTIMO

LUNGO VIAGGIO VERSO LA NOTTE di Eugene O’Neill, 2026

LUNGO VIAGGIO VERSO LA NOTTE di Eugene O’Neill, 2026

Adattamento di Chiara De Marchi, regia di Gabriele Lavia, con Gabriele Lavia, Federica Di Martino, Jacopo Venturiero, Ian Gualdani, Beatrice Ceccherini

(Teatro Argentina – Roma, 4/15 febbraio 2026)

In un certo giorno d’agosto del 1912, nella casa della famiglia Tyrone nel Connecticut. James, il padre, è stato un attore di teatro piuttosto mediocre, tra una citazione shakespeariana e l’altra di Sofocle cerca di arginare il dramma familiare. Sua moglie Mary, totalmente dipendente dalla droga, prende finalmente coscienza del proprio fallimento come moglie e come madre. Jamie, il figlio maggiore alcolizzato e assiduo frequentatore di bordelli, riconosce di essere inadeguato a fare il teatrante, come il padre l’ha costretto a diventare. Edmund, il figlio più giovane, in preda all’ansia per la dipendenza della madre e per la sua stessa salute minata dalla tubercolosi. Una famiglia disfunzionale come tante altre, in cerca di improbabili soluzioni, che vive di rimpianti e di ricordi del passato…

 

Considerata un caposaldo della drammaturgia americana del ventesimo secolo, Lungo viaggio verso la notte si può considerare un’opera del tutto autobiografica. Per tale motivo O’Neill, completata la stesura nel 1942, predispose che la stessa dovesse andare in scena non prima di venticinque anni dalla sua morte. Per una serie di circostanze tutto questo non avvenne e il lavoro debuttò dopo appena tre anni dalla sua scomparsa, ottenendo postumo il Premio Pulitzer. Un’opera di grandissimo pathos portata ora in scena dal grande Gabriele Lavia che, oltre a recitare la parte del protagonista, ne ha curato la regia.

Sulla scena un salotto borghese, piano di libri polverosi che dovrebbero indicare la presenza in casa di una cultura che di fatto si presenta stantìa. Sistematicamente emergono le varie citazioni di James, frutto di reminiscenze recitative. Una casa prigione dove però si può entrare e uscire, un rifugio dove ogni elemento della famiglia sente la necessità di custodire le proprie dipendenze. Dipendenze che non rimandano solo all’alcool o alla droga, ma che riguardano anche l’essere incapace di guardarsi dentro e di prendere atto del proprio fallimento. Lavia riesce sapientemente a creare un’atmosfera claustrofobica, priva di luce, quasi a voler proteggere i singoli personaggi dalle proprie inquietudini, da sé stessi.

Il mondo esterno fa fatica ad entrare, la nebbia fuori isola la casa, il suono lontano della sirena antinebbia segna così le ore della giornata. Ottima l’interpretazione del cast che affianca lo stesso Lavia nella recitazione, ognuno per la sua parte trasmette il senso di una non riuscita realizzazione. Si percepisce una mancanza affettiva, un’angoscia che invade lo spazio e non lascia scampo. Una regia tradizionale che avrebbe potuto azzardare di più nella scena, pur solida, che risulta in effetti un po’ troppo classica. Manca quel tocco di originalità che avrebbe potuto elevarla ulteriormente. Lavia comunque ci riporta al teatro di una volta, quello autenticamente vero e realizzato con cognizione di causa.

data di pubblicazione:06/02/2026


Il nostro voto:

CANTO DEGLI ESCLUSI, di e con Alessio Boni e Marcello Prayer

CANTO DEGLI ESCLUSI, di e con Alessio Boni e Marcello Prayer

con la partecipazione di Giuliano Del Sorbo

(Teatro della Città di Roma/Teatro Greco – Roma, 27 gennaio/1 febbraio 2026)

La collaborazione artistica tra Alessio Boni e Marcello Prayer ha incontrato spesso la poesia. Tra gli autori trattati ci sono Omero (Il Gioco degli Dei tratto dall’Iliade è il loro ultimo, grande lavoro), Dante, Pasolini, Cervantes, Pavese. Dal 2012 portano in scena il Canto degli esclusi, un concertato a due con i versi di Alda Merini. I brani poetici declamati sono 46, come il numero di elettroshock a cui venne sottoposta la poetessa. Un viaggio nel suo mondo arricchito dalla sua voce registrata e dalla performance pittorica di Giuliano Del Sorbo.

Un foglio bianco ispira un pittore e un poeta allo stesso modo. Per l’attore la pagina pulita è un palco vuoto. Sono spazi di ispirazione, dove viene concesso alla vita di trovare forma in un gesto creativo, in piena libertà. Che poi diventa collettivo perché condiviso. La libertà e l’ispirazione per i suoi componimenti Alda Merini le trovava nel disordine del suo appartamento milanese. Oppure in mezzo alla gente, magari seduta ai tavolini di un bar. Dovunque, purché si avvertisse la vita pulsare.

Alessio Boni e Marcello Prayer sfruttano le possibilità di un teatro privo di scene per dare voce alla poetessa dei Navigli attraverso la lettura di brani scelti dalla sua sconfinata produzione. Ma anche per dare giustizia alla sua storia, al messaggio che ha lasciato, alle battaglie che ha combattuto sempre dalla parte degli esclusi, come recita il titolo. All’artista che è stata e che non tutti hanno saputo comprendere. È la voce stessa di Alda Merini a essere protagonista, non solo perché la si sente registrata. È contenuta nella parola-carne delle sue liriche, nella brillantezza dei suoi aforismi, nei brani narrativi costruiti anch’essi con la musicalità del verso poetico.

La selezione prende avvio dal momento della nascita, evento nel quale, secondo la Merini, «assumiamo la morte come estrema colorazione della vita». Per arrivare al testamento, «Io non fui originata/ma balzai prepotente/alle trame del buio/per allacciarmi a ogni confusione».  Il ritratto della poetessa si staglia tangibile, onesto, prepotente. La scelta cade su immagini di carne che la voce e il corpo degli attori definiscono con semplicità e naturalezza. Nell’elenco trovano spazio le cose a lei più care: la musica, le osterie. Ma anche le più dolorose a cui venne costretta: la follia, il manicomio, la lontananza dalle figlie.

Boni e Prayer si rincorrono e si completano nella lettura, formando una sorta di eco. La declamazione a volte è sussurrata, altre volte esplode di gioia e stupore. Molto spesso è detta in intimità, come un consiglio o una confidenza. Ripetono la stessa parola o lo stesso verso con intonazioni differenti, come per fissarli nella memoria (si imparano così le poesie). Per meglio capirli. Perché la declamazione aiuta la comprensione, mentre la ripetizione accresce il sapere e la conoscenza.

Anche la pittura di Giuliano Del Sorbo, inserita nello schema drammaturgico, è un gesto teatrale, perché mette la figura umana al centro della composizione. Dalle pennellate blu cobalto prende forma la figura di una donna vista di profilo mentre sbuffa fumo di sigaretta dalla bocca. È un altro modo per ritrarre Alda Merini, oltre a quello delle parole, che sa coglierla ancora nella nudità della carne. La stessa offerta che regalava ai suoi lettori: “i miei poveri versi sono brandelli di carne”.

L’unico atto di risposta del pubblico è il silenzio, l’ascolto.

data di pubblicazione:05/02/2026


Il nostro voto:

LAVOREREMO DA GRANDI di Antonio Albanese, 2026

LAVOREREMO DA GRANDI di Antonio Albanese, 2026

Lago d’Orta. Una sgangherata compagnia di amici – Antonio Albanese, Giuseppe Battiston, Nicola Rignanese – si ritrova per festeggiare l’uscita di prigione di Niccolò Ferrero, figlio di uno di loro. Tornando a casa in auto a tarda notte e alticci urtano qualcosa o qualcuno. Inizia una surreale deriva notturna fatta di eccessi, imprevisti, incontri e decisioni assurde…

Albanese si è guadagnato all’interno del Cinema Italiano un proprio spazio autoriale per stile, qualità e capacità di tenere insieme sorriso e malinconia. Un cinema, il suo, intelligente, garbato, ben scritto e ben diretto, mai banale e con al centro personaggi fragili e contraddittori ma pur sempre umani. Il regista continua ad osservare la realtà e con Lavoreremo da grandi ci racconta una nuova bella storia ambientata, questa volta, in un contesto lacustre. Un ambiente immobile, una realtà ancora semplice e bonaria, in cui non succede mai nulla. Un microcosmo isolato e immutabile su cui aleggia un lieve sentore di follia collettiva.

Con un approccio a tratti quasi teatrale per scenografie, unità di luogo e di tempo l’Autore racconta, tra colpi di scena, situazioni paradossali e personaggi bizzarri, la notte assurda vissuta dai quattro scombinati perdigiorno. La concezione del tempo si identifica con la durata del film, tutto avviene nell’arco della notte e la via d’uscita si paleserà con le prime luci dell’alba. Una storia surreale e imprevedibile, perfetta metafora ironica di una piccola umanità di inconsapevoli perdenti che, pur tutto cambiando, restano sempre uguali a sé stessi non sapendo o non volendo cogliere le occasioni per darsi una scossa. Forse ce la faranno ma un giorno…da grandi!

La sceneggiatura, i dialoghi, le location sono come dovrebbero essere. La messa in scena ci restituisce i vezzi, gli oggetti e le atmosfere di un piccolo mondo. Il ritmo è incalzante e il montaggio alterna sapientemente piccoli momenti di ilarità ad altri più seri e riflessivi. Albanese dirige con mano salda e si conferma attore di qualità, preciso nella sua interpretazione dolente ed ironica. Lo circonda un cast credibile di attori e caratteristi affermati, di volta in volta impacciati, stralunati, sempre sinceri. Un film corale in cui tutti sono giusti nei vari ruoli. Un lavoro ironico, piacevole e mai banale che ricorda le atmosfere dei libri di Piero Chiara e Andrea Vitali.

Lavoreremo da grandi è una commedia malinconica e divertente che si segue con piacere e usa il sorriso come elemento di analisi della realtà rappresentata. Un film ben fatto, dolceamaro ma che diverte, efficace e leggero ma che proprio nella sua leggerezza ha la sua forza.

data di pubblicazione:04/02/2026


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