da Maria Letizia Panerai | Dic 20, 2025
Shu-fen, madre single della piccola I-Jing e della ventenne I-Ann, dopo molti anni torna a Taipei dove vive la sua famiglia di origine. Nel tentativo di garantirsi un reddito sufficiente a sanare i suoi debiti Shu-fen decide di prendere in affitto un chiosco alimentare nel mercato notturno della città. Mentre le sorelle e la madre, quest’ultima implicata in traffici strani, si rifiutano di aiutarla.
Anche I-Ann cerca di guadagnare qualcosa per contribuire al ménage familiare facendo lavoretti part-time, non proprio “regolari”, piuttosto che affiancare sua madre al mercato. Inoltre è sempre rabbiosa e non si comprende perché abbia abbandonato gli studi pur essendo molto brava. In questo clima familiare triste e litigioso, l’unica ad essere contenta è la piccola I-Jing. Vivace e intelligente, la bambina è affascinata dalle luci della città e dalle bancarelle del mercato: per lei Taipei è il paese dei balocchi! Ma il nonno non perde occasione per riprenderla: I-Jing è mancina e, secondo una vecchia credenza popolare, la sinistra è considerata “la mano del diavolo”. Il divieto ad usare la sinistra spingerà la bambina a fare cose “sbagliate” proprio con quella mano “impura”.
Esce in questi giorni nelle sale La mia famiglia a Taipei, opera prima della regista taiwanese Shih-Ching Tsou. Vincitore del Premio Diffusione alla Settimana della Critica di Cannes e del Premio Miglior Film nell’ultima edizione della Festa del Cinema di Roma, la pellicola è stata selezionata per rappresentare Taiwan agli Oscar 2026. La regista concentra la storia sulla forza di tre generazioni di donne (nonna, madre e figlia) mentre le figure maschili, tranne in un solo caso, sono secondarie e molto negative. La narrazione affronta particolari intimi e toccanti, in bilico tra modernità e rispetto di vecchie tradizioni, in cui le figura femminili, seppur autonome e autosufficienti, hanno spesso ancora bisogno del consenso maschile per avere una loro dignità. Sarà lo sguardo curioso di una bambina di cinque anni a spalancare agli adulti uno scenario nuovo e inesplorato, come per lei lo sono i rumori e le luci delle bancarelle di Taipei.
È emblematico che il titolo originale del film sia Left-Handed Girl. L’uso di quella mano sinistra infatti rappresenta un atto di ribellione inconsapevole a un mondo patriarcale. Un mondo in cui una ragazza madre non è degna di potersi sposare, mentre un uomo maturo può chiudere gli occhi sui traffici illeciti della moglie ma non sul fatto che la sua nipotina sia mancina. Delicato, lieve ma profondo, il film restituisce allo spettatore un realismo pulsante soprattutto nelle scene di vita notturna del mercato e lo sorprende con un epilogo niente affatto scontato.
data di pubblicazione:20/12/2025
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da Nadia Alese | Dic 18, 2025
(Teatro Trastevere – Roma, 16/21 dicembre 2025)
C’è un’audacia quasi mistica nel decidere di portare Il Maestro e Margherita sulle assi di un palcoscenico off. Il capolavoro di Michail Bulgacov non è solo un romanzo, è un labirinto teologico, una satira feroce e una storia d’amore che sfida le leggi della fisica e del tempo. Al Teatro Trastevere questa sfida viene raccolta con una messinscena essenziale che punta tutto sull’evocazione, trasformando la limitatezza dello spazio in una claustrofobica marcia trionfale verso la libertà.
La riscrittura teatrale non porta sul palco una trasposizione letterale bensì una visione drammaturgica che intreccia la vita dell’autore e la narrazione del romanzo in una struttura a matrioska, mettendo insieme la storia del romanziere, tormentato dalla censura sovietica, la sua relazione con Elèna e la narrazione fantastica di Woland, alias il diavolo, che semina caos e ironia tra i cittadini di Mosca.
Ciò che rende questa produzione non banale è la scelta di rifuggire il didascalico. Niente effetti speciali per descrivere la magia nera di Woland, ma un uso sapiente delle luci e del corpo degli attori, con un cast che si muove tra la commedia dell’arte ed il teatro di ricerca. Andrea Lami, Giulia Sanna e Francesco Polizzi si affidano ad un lavoro corale, incarnando personaggi multipli, tra grottesco, ironico e tragico, impedendo al ritmo di appiattirsi. Il Woland in scena non è un mostro, ma un dandy filosofo, uno specchio necessario per rivelare la mediocrità degli uomini. Margherita si spoglia della fragilità romantica per diventare una figura tragica e potente, una donna che accetta l’inferno pur di riscattare la verità del suo uomo.
Una delle scelte più originali è l’uso di una colonna sonora eclettica che spazia da Strauss al glam rock, a sottolineare il contrasto tra ordine e ribellione insito nel racconto. Mentre i costumi completano il quadro con soluzioni che attingono sia all’immaginario sovietico che a suggestioni contemporanee, enfatizzando l’aspetto surreale e visionario della vicenda.
L’atmosfera intima del teatro aiuta il miracolo. Non siamo spettatori distanti ma invitati del gran ballo di Satana, complici di una danza che celebra la follia come unica via di fuga da una realtà piatta. In definitiva, un’occasione rara per vedere un classico monumentale fatto a pezzi con rispetto e ricomposto con intelligenza per il pubblico contemporaneo.
data di pubblicazione:18/12/2025
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da Antonio Jacolina | Dic 18, 2025
Nord Est degli Stati Uniti, un padre vive solo in campagna e aspetta i figli. Dublino, una madre scrittrice affermata attende la visita annuale delle figlie per un tè. Parigi, sorella e fratello si ritrovano per vuotare l’appartamento dei genitori morti in un incidente …
“La Famiglia non la si sceglie” questa verità tanto brutale quanto banale è il fil rouge tematico di Father Mother Sister Brother Leone d’oro a Venezia ‘25.
Jarmusch regista di culto del Cinema Indie americano affronta il tema delle relazioni familiari e il difficile rapporto fra figli adulti e genitori. Lo fa riproponendo il suo approccio stilistico e narrativo con un film articolato su tre storie indipendenti fra loro e ambientate in luoghi diversi. Tre variazioni sullo stesso tema che segnano il ritorno del regista al concetto di episodio quale frammento di vita quotidiana denso di significati per fornire un ritratto autentico della condizione umana prima che l’attimo svanisca nello scorrere del tempo.
Con la sua regia netta, diretta e minimalista, sul filo di uno humour surreale non privo di sarcasmo il cineasta affronta ciò che resta dei rapporti genitori figli una volta che questi sono divenuti adulti, vivono le loro vite e si rendono conto che non conoscono i propri genitori e non hanno più grandi cose da dirsi. Non dobbiamo attenderci colpi di scena o svolte drammatiche. Tutto è contenuto, misurato e poco appariscente. Il comico e il tragico sono nascosti nei non detti, nei silenzi imbarazzati che celano molto più di un conflitto verbale. Il regista avanza per tocchi leggeri disseminando qui e là piccoli segnali. Tutto si gioca nei dettagli di ogni singola storia: esitazioni, simulazioni, sguardi e tempi morti. Lo spettatore osserva ciò che avviene e come avviene, coglie le difficoltà relazionali e non può non riflettere su ciò che è divenuta oggi la Famiglia.
Jarmusch è bravo nel rendere cinematograficamente l’imbarazzo con silenzi protratti, dialoghi scarni ed inquadrature fisse restituendoci la distanza emotiva che si crea in molte famiglie. Il suo è un cinema che rifiuta l’azione per privilegiare la poesia del quotidiano. La forma, il particolare, i piccoli personaggi, l’ascolto e la riflessione. Pur attraversato a tratti da sottili momenti di malinconia osserva i ritratti intimi che ci dipinge ma non esprime giudizi.
A supporto del suo film il regista ha riunito un cast di tutto rilievo – Tom Waits, Adam Driver, Charlotte Rampling, Cate Blanchett e Vicky Krieps – che farà da giusto richiamo commerciale.
Father Mother Sister Brother è un film che merita di essere apprezzato. Un altro bel modo di fare cinema. Un film delicato, interessante ed intelligente che va visto con attenzione.
data di pubblicazione:18/12/2025
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da Antonio Jacolina | Dic 16, 2025
Addolorata per la perdita del primogenito nel conflitto fra Na’vi ed umani e lacerata nella diversa elaborazione del dolore la famiglia Sully reagirà cercando l’azione e nuovi alleati. Si imbatteranno nella tribù bellicosa ed ostile del Popolo delle Ceneri…
Il Cinema è anche divertimento, fantasia e spettacolo, e Avatar: Fuoco e Cenere è uno spettacolo visivo stupefacente ed ineguagliabile! Manderà in visibilio i fan della Saga e lascerà ammirati gli appassionati di Cinema!
Cameron ha segnato la Storia del Cinema con il suo Universo visualmente inedito e sorprendente che fonde immaginario ed innovazione tecnologica al massimo della fascinazione e della competenza. Dopo i successi del 2009 e del 2022 il regista torna ad ammaliare il pubblico.
Siamo ancora su Pandora, un mondo che è un insieme interconnesso con il Popolo blu dei Na’vi. Un Universo immaginario che si appoggia ad archetipi potenti: lo straniero avido, gli equilibri minacciati, la lotta per la terra, rimando esplicito all’eterno film western caro agli americani da sempre, al colonialismo, alla lotta dei nativi contro l’avidità dei nuovi arrivati. Questa volta incontriamo però il lato oscuro di Pandora: un clan guerriero e crudele che vive in un territorio aspro e vulcanico. L’Universo narrativo di Cameron si è modificato: la vicenda è vista con l’ottica delle nuove generazioni, è meno idealista e più concreta con una emotività diversa. Dalla pacifica passività si passa alla reazione. Pandora non è più perfetta, il Bene ed il Male sono universali. Il manicheismo iniziale viene meno e gli subentra un contesto con le sue zone grigie in cui confliggono violenza e lotte fra le tribù.
Il regista esplora temi nuovi: i conflitti interiori, la perdita, la vendetta, l’odio, i lati oscuri dei conflitti, la ricerca dell’identità e la Fede. Ne risulta quindi un film più complesso, più cupo e violento sia emozionalmente che psicologicamente. Si moltiplicano le scene di combattimenti feroci. Una brutalità accresciuta che contrasta con la precedente immagine di un Eden pacifico.
Cameron ci restituisce questo suo Universo in un affresco di oltre tre ore che coinvolgono e non stancano mai. Un’epopea grandiosa che impressiona per la ricchezza dei paesaggi e per la fantasia creativa delle creature che lo abitano. Immagini mozzafiato. Prodezze tecniche inimmaginabili. Un uso sempre più raffinato del Motion Capture, dell’HFR e del 3D. Un’azione coinvolgente ed immersiva in un’altra realtà.
Ovviamente ci sono anche dei difetti di sceneggiatura, ripetizioni e troppe vicende ma questo terzo episodio va letto solo come una transizione che prelude ad una svolta narrativa più audace prevista nei prossimi capitoli della Saga.
Avatar: Fuoco e Cenere è comunque un film da non perdere tecnicamente e scenicamente perfetto. Le debolezze sono compensate da una qualità visuale inimmaginabile, poesia visiva. Un lavoro di cui sentiremo riparlare in sede di Oscar.
data di pubblicazione:16/12/2025
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da Paolo Talone | Dic 14, 2025
e con Ciro Cascino al pianoforte, regia di Lina Sastri
(Teatro Greco – Roma, 9/14 dicembre 2025)
Lina Sastri è in tour con Voce ‘e notte, il suo nuovo spettacolo di teatro-musica che è anche un vinile (per Future Records). Una passeggiata tra vecchi brani e ricordi nei vicoli di una Napoli del passato, che si fa di nuovo presente negli arrangiamenti di Adriano Pennino cuciti addosso all’attrice, accompagnata al pianoforte dal maestro Ciro Cascino. Una serata unica e suggestiva, tra poesia e raffinata espressività.
Arriva come la carezza di un amante la voce di Lina Sastri dal palco. Un atto d’amore senza malizia. Ha la dolcezza del gesto d’affetto di una madre, che custodisce con tenerezza i tesori più preziosi lasciati dalla vita. Con eleganza, prende per mano lo spettatore e lo guida in un viaggio intimo e suggestivo, tra le immagini di un racconto che mescola poesia, memoria e tradizione. La cornice è elegante nella sua semplicità: una luce notturna, una voce e un pianoforte. Eppure l’emozione che ne scaturisce è intensa, da trasportare l’immaginazione in una calda sera d’estate a passeggio sul golfo che abbraccia Napoli. E da lì negli stretti vicoli lastricati di basalto tra il vociare allegro di gente povera ma dignitosa.
Con Voce ‘e notte Lina Sastri evoca gli amori di una vita. Dalla madre Ninetta con cui viveva a via degli Zingari – a cui sono ispirati anche il romanzo e il cortometraggio La casa di Ninetta – fino alle amicizie artistiche che hanno segnato il suo percorso di attrice e cantante. Il ricordo delle prime prove teatrali di successo con Eduardo; l’amicizia con Pino Daniele, che scrisse per lei Assaje; i versi della tanto amata poeta Anna Maria Ortese. Il viaggio comincia con l’immagine di un amore sfortunato. E non poteva essere che così, perché l’amore quando è felice si vive, non si canta. La musica, a Napoli, viene dall’aria, impregna i ricordi dell’infanzia. Si materializza nelle note cantate da Ninetta, voce meravigliosa registrata quando era già malata, che incrocia quella graffiata e piena di passione della figlia.
L’accompagnamento musicale è affidato al maestro Ciro Cascino. Segue Lina Sastri con la stessa attenzione e dedizione con cui un amante si accorge dei mutamenti di umore dell’amata, compiendo un passaggio di energia costante. Gli arrangiamenti curati da Adriano Pennino e l’interpretazione unica della Sastri rendono originali i brani della tradizione napoletana come Reginella (con cui ebbe il suo battesimo canoro), Era de maggio, Core ‘Ngrato, Torna a Surriento e tante altre, culminando nell’omaggio alla città partenopea con Napul’è di Pino Daniele.
L’emozione che dà la Sastri si può descrivere solo attraverso la metafora. Il dondolare del corpo segue i melismi della voce che sono come le onde di quel mare che ha tanto ispirato le storie che ha portato a teatro. In scena è la fluidità dell’acqua e insieme la sinuosità e il calore di una fiamma. Questo spettacolo, nato dallo strabordare di vita e ricordo, è un lavoro artistico che incastona la bellezza in un racconto. Assolutamente da non perdere.
data di pubblicazione:14/12/2025
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da Daniela Palumbo | Dic 14, 2025
con Nello Mascia, Roberta Caronia, Matilde Piana, Alice Fazzi, Nicolò Prestigiacomo, Massimo De Matteo, Mauro Parrinello, Roberto Burgio, Roberto Mantovani
(Teatro Biondo – Palermo, 13/21 dicembre 2025)
Adattamento di un testo drammaturgico di Italo Svevo, La rigenerazione vede protagonista un uomo ultrasettantenne in balìa di dubbi e incertezze che sfiorano la crisi d’identità. Malgrado la presenza costante della moglie Anna e di Emma, figlia devota, Giovanni Chierici si ritrova a fare i conti con un nuovo desiderio di vitalità e di ringiovanimento fisico e spirituale.
Il tema sempre attuale della ricerca dell’eterna giovinezza, in contrasto con la sopraggiunta coscienza della senilità, si fa spazio all’interno dello spazio scenico stesso, dove elementi statici – la poltrona, lo specchio – e dinamici – la porta, la finestra aperta sulla strada – si caricano di significati simbolici. Elemento di coesione e unità, il luogo entro cui si svolge l’intera rappresentazione è un ambiente unico (tutto avviene in un’unica stanza, dove si avvicendano i personaggi) in disarmonia con una percezione del tempo non sempre omogenea. È un tempo che si restringe e si dilata, cosicché un lutto “vecchio” di mesi suscita pianto e sconforto come se la perdita fosse appena avvenuta (è il caso di Emma, vedova di Valentino) e la precipitosa prospettiva di un nuovo legame coniugale è, in realtà, frutto di dieci anni di attesa (testimone ne è Biggioni, lo sfortunato spasimante). Ma è soprattutto il protagonista, l’anziano Giovanni Chierici, a mostrarci questa frammentazione del tempo, intermittente e sfilacciato come il ricordo. Vuoti di memoria, spesso motivo di comicità (e adesso? cosa dovevo fare adesso…), pretesto per una ripetizione che assume i tratti della litania (come si chiama lui? quello là…), si alternano a sovrapposizioni di identità e di epoche diverse. Così, il nome della cameriera Rita rievoca, per assonanza, “Margherita”, amore degli anni più verdi e donna dalla sensualità prorompente. Autentica apparizione, immagine onirica sulla scena improvvisamente buia, questa si muove come un’odalisca, paralizzando l’individuo e al tempo stesso risvegliando in lui un certo rimpianto. Ma sarà sufficiente una “operazione”, ultimo ritrovato della “medicina moderna”, a restituire virilità e vigore? A risolvere i dubbi, colmare il vuoto dell’esistenza, disciogliere nevrosi ed inquietudini… Come può l’uomo “rigenerare” sé stesso, anelando a un passato impossibile da trapiantare nel presente, o da innestare ad una realtà esistente e consolidata (il rapporto stabile e duraturo con la moglie Anna)? Il senso del tragico che da ciò deriva – stemperato dalla presenza sagace del protagonista, “padrone” indiscusso della scena – finirà per generare una nuova saggezza, che trasforma l’essere e l’ambiente a lui circostante. La “stanza”, abitacolo borghese trasfigurato in una sorta di Eden o paradiso perduto, alla fine mostra l’uomo posto di fronte alla sua reale condizione. Abdicando al ruolo di “giovine che fu” – e che mai più sarà – per accogliere quello di padre e nonno di un “fanciullo”, e di compagno della donna presa in sposa (con la sua totale assenza di gelosia e la sua propensione per le “bestie”), il nostro “eroe” non può che accettare il proprio destino. E attendere il “sipario”. Senza neppure un “ultimo bacio”.
data di pubblicazione:14/12/2025
Il nostro voto: 
da Nadia Alese | Dic 10, 2025
Il docufilm di Alessio De Leonardis non è semplicemente il racconto del famigerato scherzo telefonico della lavatrice, fatto nel 1987, al bidello aquilano Mario Magnotta, è un saggio brillante e profondo, che usa l’epopea involontaria di quel personaggio per raccontare un Italia pre social, ma già prigioniera del meccanismo della viralità. È la storia di un uomo, della sua fragilità e del curioso percorso che da persona qualunque, anzi, da semplice cliente, per usare le sue parole, lo ha trasformato in mito involontario. Quel suo: “no, so’ Magnotta”, è entrato nella cultura pop italiana, decollando ben prima dell’era di Internet e, diventando un vero e proprio tormentone analogico.
Il merito della pellicola è quello di non limitarsi a riproporre la burla come evento comico, ma, usando registrazioni originali, materiali d’archivio e soprattutto le testimonianze degli amici e della figlia Romina, che per la prima volta rompe un silenzio durato anni, è in grado di restituire un ritratto di spessore umano fatto di paure, vergogne, dignità e resilienza. Dietro la comicità involontaria del protagonista infatti, emerge il rovescio della medaglia, ossia il peso di una notorietà non cercata, il trauma riflesso sulla famiglia e la difficoltà di cogliere il disagio intimo di un uomo dietro l’ilarità collettiva. Lasciandoci una domanda scomoda: quanto è costato all’uomo comune Mario il divertimento di una nazione intera?
Tecnicamente l’opera è ben calibrata. Il regista evita l’eccesso di retorica, ricostruendo l’ambiente provinciale e l’epoca in cui questi nastri divennero un fenomeno sotterraneo. Il montaggio gioca con alternanza tra l’irresistibile umorismo degli audio originali e la serietà quasi drammatica delle interviste, creando una tensione che è il vero motore emotivo del film.
In fondo, Semplice Cliente è un omaggio alla resistenza popolare di Magnotta. La sua reazione, seppure esagerata, è stata la più vera e spontanea di un individuo contro quella burocrazia, vera o finta che fosse, che lo voleva inchiodare. Ed è per questo che arriva a tutti, perché ognuno di noi, almeno una volta, avrebbe voluto gridare come lui di fronte all’ingiustizia.
data di pubblicazione:10/12/2025
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da Antonio Jacolina | Dic 10, 2025
Parigi. J. Foster è una rinomata psichiatra. La routine l’ha resa indifferente. La morte di una paziente (V. Efira) la sconvolge emotivamente e si convince che si tratti di un omicidio. Indagherà con l’aiuto del suo ex marito D. Auteuil…
Presentato fuori concorso a Cannes ’25 Vita Privata ha un Cast stellare: J. Foster ed il top del cinema d’Oltralpe. La Zlotowski prova a giocare con i cliché e a fondere più generi: il Poliziesco, il Thriller Psicanalitico, il Dramma Familiare, l’Analisi Psicologica e la Commedia. È palese il riferimento al W. Allen di Misteriosa morte a Manhattan. Riproporre l’Allen dei tempi migliori si rivela però un obiettivo un po’ troppo ambizioso.
La regista rimescola i vari elementi ma la fusione dei generi non funziona perfettamente, non c’è l’amalgama. Il film pur visualmente accurato non riesce ad essere né palpitante né profondo né divertente e la narrazione si sfilaccia fin dai primi minuti senza mai trovare il giusto equilibrio fra psicodramma, indagine poliziesca e commedia leggera. Oscilla così fra il serio ed il grottesco, fra commedia e polar intimistico.
Peccato! Eppure l’idea iniziale, seppure non nuova, era interessante: il dietro le quinte di una psichiatra imperturbabile ma tormentata dai suoi fantasmi che perde il controllo di sé e si lancia in un’indagine poliziesca. Un’idea promettente che lasciava spazio a tanti sviluppi ed alla possibilità di utilizzare la bravura della Foster per disegnare il ritratto di una donna moderna presa fra determinazione, fragilità, desideri repressi e ricerca di sé. La Zlotowski ha invece ritenuto di sperimentare un approccio nuovo. Il tentativo non è però molto ben riuscito perché la regista ha puntato troppo, senza averne Capacità e Tempi, sul divertimento facile.
Gli attori fanno quel che possono, la Foster brava come sempre, regge il film ed i suoi duetti con Auteuil ci regalano anche momenti di buona recitazione. Non basta! Il vero punto di caduta è la sceneggiatura. Troppo contorta va a ruota libera e non sviluppa fino in fondo nessuno dei troppi temi proposti. Ben presto logica e coerenza vengono meno. Il ritmo è quindi incostante, manca la tensione ed i dialoghi (incredibile per un film francese) sono talora risibili.
Vita Privata è un film atipico che si perde nella sua originalità. Troppo sperimentale, privo di linearità logica e smarrito in troppe sotto storie e in effetti visivi onirici inutili, non lascia nessun segno incisivo. Da un punto di vista commerciale potrà certo avere anche un suo qualche spazio grazie all’appeal del buon Cast, ma resta ad esser sinceri, un prodotto che troverebbe la sua più giusta collocazione direttamente su una Piattaforma Televisiva.
data di pubblicazione:10/12/2025
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da Maria Letizia Panerai | Dic 10, 2025
Holly è una donna di 28 anni “convinta di essere la versione sbagliata di sé stessa”. Il suo nome, o meglio come lei si fa chiamare, potrebbe rappresentare simbolicamente chi vorrebbe essere. Holly è fragile perché si sente perennemente stretta in uno stato di solitudine. Vive la sua vita parallelamente a quella reale per non fare i conti con un dolore interiore, forse per una perdita avvenuta quando era bambina o forse semplicemente perché non riesce ad accettare sé stessa.
Un giorno Holly incontra una bambina di sei anni fuori dal locale dove lavora: è sola, magra, ma non sembra persa. La giovane donna si specchia in lei e rivede sé stessa a quell’età. Non si accorge, in questa sua convinzione, che la bambina dice di chiamarsi come lei: per Holly quella coincidenza è un segno. Decide di fare un viaggio in sua compagnia come per ripercorrere la sua vita a cominciare da quei sei anni, alla ricerca di quella versione mancante di sé. Solo qualche giorno dopo scoprirà che la bambina in realtà si chiama Arabella.
Il film di Carolina Cavalli gioca sul concetto di identità alternative e i ruoli di Holly e Arabella sono sovrapponibili. Anche nascondersi dietro un nome non proprio è parte del tema, una sorta di simbolo di chi si vorrebbe essere. Benedetta Porcaroli-Holly ha meritatamente vinto la Coppa Volpi a Venezia per questo ruolo in cui incarna perfettamente una donna che vuole “riscrivere” la propria vita. I paesaggi sono a ragione senza spazio e senza tempo così come surreale è il viaggio delle due protagoniste.
Il rapimento di Arabella affronta lo stato di insoddisfazione che nasce dall’inadeguatezza, in un mondo che ci vuole perfetti e competitivi, in cui essere “normali” non è normale. Non c’è un trauma vero e proprio, come non c’è un rapimento in senso stretto, ma uno stato di disagio continuo. Una generazione “spaesata” in cui anche gli altri personaggi vengono percepiti dallo spettatore come alla ricerca di un appiglio. E tra loro Holly fa il disperato tentativo di riscrivere la propria vita per cancellare quel malessere che non va via.
Decisamente una pellicola originale, curata, che fa riflettere.
data di pubblicazione:10/12/2025
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da Rossano Giuppa | Dic 9, 2025
con Alice Casagrande, Federico Lombardo, Giacomo Pressi
(Altrove Teatro Studio – Roma, 5/7 dicembre 2025)
Dal 5 al 7 dicembre ha debuttato all’Altrove Teatro Studio, Quando arriva Briseide di Federico Malvaldi, un racconto generazionale che usa il microcosmo chiuso di un ristorante e della sua cucina per raccontare amicizie, amori, criticità e aspettative non solo dei tre personaggi ma di tutta una generazione. Il testo è vincitore del concorso “PaT – Passi Teatrali” per la drammaturgia italiana contemporanea n. ella seconda edizione del 2023.
Un piccolo ristorante da gestire e tre ragazzi incapaci di affrontare il proprio presente: Gabriele, il proprietario che cerca di salvare dalla bancarotta quello che è il ristorante di famiglia; Andrea, l’amico di sempre che aspetta che Gabriele prenda coscienza di quanto sia importante per lui; Giulia, incapace di gestire le proprie paure, che arriva a destabilizzare un equilibrio già molto precario. Ognuno a modo suo è bloccato in un presente asfittico e si affida alla speranza di un futuro migliore. Un tempo fatto di attese, sogni infranti e amori complicati.
Un’amicizia morbosa, quella tra Andrea e Gabriele, da sempre condizionante, fatta di tenerezza ma anche di separatezza, sono loro Achille e Patroclo, cosi come Giulia è Briseide, sensuale e intraprendente ma schiava della sua mancanza di autostima. I risultati, nonostante l’impegno dei tre non arrivano e la crisi sembra avere la meglio. E attraverso il vano tentativo di salvare il ristorante, i tre ragazzi provano a sopravvivere modificando gli equilibri e le relazioni, fortemente compromesse da un luogo di lavoro che vive di coordinate tutte sue, in cui la vita appare ingestibile e irreale, proprio perché tutto sembra andare nel verso contrario.
Una struttura scenica scarna ma efficace, una cucina strampalata ma vera e l’odore delle polpette nell’aria sono elementi che conferiscono verità e concretezza al racconto.
Bravi i giovanissimi attori, crudi e presenti, interessante la scrittura acerba e diretta, così come la regia efficace nell’enfatizzare attraverso i tagli di luce e le scelte musicali, i sentimenti travagliati dei tre protagonisti.
data di pubblicazione:09/12/2025
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