da Antonio Iraci | Ago 6, 2025
Nella tranquilla cittadina di Maybrook, in piena notte, tutti gli alunni di una classe elementare, ad eccezione di uno, si allontanano nello stesso momento da casa correndo verso una destinazione sconosciuta. Quando la mattina l’insegnante Justine entra in aula, solo Alex sarà presente. Interrogato più volte dai detective che hanno avviato le indagini, il bambino non fornisce alcun indizio del perché i suoi compagni siano spariti così misteriosamente nel nulla. Intanto sono in molti ad accusare di stregoneria la maestra…
Dopo l’imprevedibile successo al botteghino di Barbarian, che ha segnato il debutto alla regia di Zach Cregger, il regista statunitense si ripropone con Weapons ricalcando così il genere horror che gli aveva portato così grande fortuna. Lui stesso, in un’intervista, ha dichiarato che nello scrivere la sceneggiatura si era impegnato al massimo in uno script di cui non immaginava neanche da dove partire e soprattutto dove sarebbe arrivato. Senza entrare troppo nella trama, dove intervengono momenti di assoluto mistero e qualche traccia di splatter, si può ben dire che lo spettatore si troverà ben presto coinvolto emotivamente e trattenuto con una buona dose di suspense. Ottime le riprese e ottimo il montaggio che segue un ritmo incalzante. Il film è diviso in capitoli che seguono i diversi punti di vista dei protagonisti. Molto suggestiva la scena in cui i bambini escono di notte dalle proprie case e corrono verso qualcosa, come telecomandati da una forza soprannaturale.
Non è il caso di dire altro sulla trama per non svelare troppo e quindi far evaporare le legittime aspettative da parte del pubblico. Il film inizia con la voce narrante di una bambina che cerca di introdurre i fatti, si ritiene realmente accaduti, e come l’intera storia poi prenda il via nelle immagini vere e proprie. La piccola città di provincia è letteralmente sotto shock per la scomparsa dei bambini e subito viene sospettata la giovane insegnante Justine (Julia Garner). Probabilmente per il suo passato da alcolista e per la sua relazione poco chiara con un poliziotto della locale stazione di polizia che sta seguendo le indagini. Tra coloro che sono più convinti della sua colpevolezza si trova Archer Graff (Josh Brolin), padre di uno dei bambini scomparsi, che cercherà in tutti i modi di indagare per proprio conto.
Weapons vanta sicuramente un’ottima regia e, per le varie testimonianze ricavate nei singoli capitoli in cui è diviso, lascia il pubblico decisamente impreparato al finale. Questo rientra sicuramente nei canoni del genere di cui si tratta, ma proprio nell’epilogo sembra che il meccanismo debba proprio incepparsi. La conclusione risulta un poco confusa e spiazzante suscitando addirittura ilarità in alcuni momenti. Tutto ciò può essere considerato un po’ fuori luogo e rovinare l’atmosfera horror che il regista aveva cercato di creare fino a quel momento.
data di pubblicazione: 6/08/2025
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da Antonio Jacolina | Lug 29, 2025
Il Parco di Yosemite è il contesto selvaggio di una morte misteriosa su cui indaga l’agente Turner (E. Bana) assistito dalla giovane recluta Naya (L. Santiago). La sua inchiesta farà riemergere i torbidi segreti del Parco ed anche quelli del suo stesso passato e degli altri protagonisti…
Misterioso, singolare e spaesante UNTAMED è un polar asciutto e naturalistico firmato da M. Smith cosceneggiatore di The Revenant. La Serie si distingue soprattutto per la stupefacente ambientazione nell’incontaminato Yosemite. L’intrigo è coinvolgente e portato avanti sobriamente. Ciò che importa veramente sono i personaggi, gli sguardi, i silenzi e la durezza del quotidiano confronto con una Natura magnifica e brutale splendidamente filmata. Il paesaggio da semplice cornice ambientale assume progressivamente una dimensione del tutto diversa. E’ un personaggio a sé stante che sembra quasi agire ed interagire. Il modo con cui i protagonisti si confronteranno con la Natura circostante diverrà infatti essenziale nel corso dei sei episodi.
Sulla carta UNTAMED è un’idea originale. Si è già visto di tutto sugli agenti dell’FBI o della CIA, ma è la prima volta che al centro ci sono quelli dell’ISB, il corpo federale che indaga sui crimini commessi nei Parchi Nazionali statunitensi. Il punto di partenza è interessante, la vicenda e la location sanno poi catturare rapidamente lo spettatore. Si assiste così a due indagini parallele: la prima nel vasto territorio selvaggio di cui le inquadrature panoramiche ci restituiscono tutto l’aspetto incontaminato. La seconda, ben più profonda, esplora invece sia la psiche dell’investigatore, la sua ricerca di una pace interiore ed il fardello del suo passato, sia il tema più generale delle relazioni familiari, del dolore e della vendetta.
La serie fonde più Generi con abilità: percorre le atmosfere dei vecchi western, cita i Buddy Movie ed i Family Drama evitando sempre di cadere nei cliché. La storia è classica e la messa in scena è lineare ma la sceneggiatura ben scritta garantisce il giusto ritmo narrativo, tiene viva la curiosità e dosa abilmente suspense e colpi di scena fino alla fine. Dialoghi di qualità, mistero ed azione che si alternano con equilibrio danno infine alla serie, al di là dell’intrigo poliziesco, il giusto tocco di veridicità e intensità. Il cast è più che buono, Eric Bana senza eccedere in manierismi riesce a trasmettere le proprie emozioni interiori. Fra i ruoli di supporto spicca Sam Neil.
Non mancano certo i difetti propri della serialità: troppe sottostorie che confondono lo spettatore, spunti suggestivi che vengono troppo presto abbandonati e una lunghezza eccessiva. Pur con questi peccati veniali UNTAMED è però una Serie che merita di essere vista per la sua qualità ed originalità e … per Yosemite.
data di pubblicazione:29/07/2025
da Rossano Giuppa | Lug 29, 2025
(Casa del Jazz – Roma, 25 luglio 2025)
La Casa del Jazz nell’ambito della rassegna I Concerti nel Parco, ha ospitato Paola racconta Anna, uno spettacolo su Anna Magnani, in cui Paola Minaccioni si raffronta con intelligenza con la figura di Anna Magnani, icona romana per eccellenza, una delle interpreti più apprezzate del cinema di tutti i tempi.
È un racconto intimo e commuovente condotto con rispetto e responsabilità in perfetto stile Minaccioni, ripercorrendo alcuni momenti della vita della grande attrice, i successi e gli insuccessi, gli amori e le scelte.
Un percorso costruito attraverso i racconti personali e i fotogrammi della diva tratteggiati dagli amici, da Suso Cecchi D’Amico in particolare, intervallati da momenti tratti dai suoi esordi in teatro. Testimonianze e immagini di repertorio per raccontare la donna e l’attrice sapientemente uniti a meravigliosi testi di Pierpaolo Pasolini, Giuseppe Gioachino Belli, Mauro Marè, Sara Kane e Rodrigo Garcia, ed anche a canzoni di Gabriella Ferri e della stessa Anna Magnani, interpretati con energia e cuore dalla stessa attrice, che indossa per l’occasione un abito dell’archivio storico della maison Gattinoni appartenuto ad Anna Magnani ed è accompagnata sul palco dalle musiche originali dal vivo di Valerio Guaraldi eseguite da Claudio Giusti ai sassofoni, Giuseppe Romagnoli al contrabbasso, Matteo Bultrini alla batteria e dallo stesso Valerio Guaraldi alle chitarre.
Un lavoro straordinario svolto dalla Minaccioni congiuntamente a Elisabetta Fiorito, giornalista di Radio24, scrittrice e drammaturga.
Ne emerge un intenso lavoro che, non soltanto ha il pregio di riassumere in maniera credibile e puntuale la vita di un’attrice incredibilmente talentuosa, ma anche di rappresentare il ritratto di una donna forte, rivoluzionaria, femminista in grado di gestire il proprio patrimonio e al contempo debole, ossessiva nei suoi innamoramenti ma anche in grado di convivere con la solitudine e di imporre un modello che è andato al di là della bellezza e dei luoghi comuni di quel tempo.
La verve di Paola Minaccioni, le sue doti interpretative e la sua romanità autentica condivisa con la compianta attrice, rendono magico e coinvolgente il racconto che è anche un rispettoso omaggio a tutte le donne che pur in condizioni di solitudine affettiva hanno lottato e lottano per affermarsi per competenza e talento.
data di pubblicazione:29/07/2025
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da Antonio Iraci | Lug 28, 2025
Rebekah e Chris insieme ai figli Tyler e Chloe si sono da poco trasferiti in una bellissima casa in una zona residenziale. Dopo essersi sistemati, la ragazza inizia a sentirsi osservata da una presenza invisibile che lei stessa attribuisce a Nadia, l’amica recentemente scomparsa. Superato il comprensibile scetticismo iniziale, anche gli altri membri della famiglia si accorgeranno ben presto che qualcosa di soprannaturale aleggia per le stanze…
Dopo Black Bag, di appena pochi mesi fa, arriva nelle sale italiane l’attesissimo Presence, già presentato in anteprima al Sundance Film Festival dello scorso anno. Soderbergh sperimenta per la prima volta in tutto, quindi non solo per la regia ma anche per la fotografia e il montaggio, il genere ghost, manipolandolo però sostanzialmente e creando un’idea cinematografica tutta sua. Sin dalla prima scena, nella casa ancora buia e disabitata, lo spettatore in soggettiva insieme alla “presenza” si trova ad aggirarsi per gli spazi in un ampio piano sequenza. Le inquadrature, volutamente distorte dall’uso continuo del grandangolare, diventano essenziali per avere una visione dell’insieme e cogliere ogni minimo dettaglio scenografico. Geniale poi l’uso di intervalli regolari a schermo nero, funzionali a far riprendere fiato su ciò che si è visto e creare la suspense per la scena successiva. La sceneggiatura, ancora una volta affidata a David Koepp, apparentemente risulta rarefatta per dare spazio agli interventi del soprannaturale ma di fatto affronta temi molto profondi che coinvolgono in varia misura i singoli personaggi. Alla base c’è ancora una volta il tema della crisi all’interno della famiglia e dei rapporti interpersonali rimasti irrisolti. Rebekah (Lucy Liu) è una donna in carriera che non riesce ancora ad inserirsi nelle proprie dinamiche familiari e concentra la propria attenzione solo verso Tyler (Eddy Maday), il figlio sbruffone al quale rivolge le proprie confidenze. Chris (Chris Sullivan), sia nella veste di marito che di padre, deve ancora risolvere i propri problemi personali e soprattutto liberarsi del rapporto devastante con la propria madre. Infine ritroviamo Chloe (Callina Liang) distrutta per la perdita dell’amica del cuore e lei stessa stupita, più che spaventata, dalla sua presenza spirituale. Ed è proprio questa presenza che in fondo è l’unico deus ex machina che interviene per il bene, per proteggere chi più ha bisogno e per punire la malvagità. Al di là delle riprese e del montaggio perfetto, Soderbergh con Presence ha creato un film che riesce a calibrare le singole componenti per coinvolgere lo spettatore in prima persona. Lui stesso diventa così protagonista della scena, sa dove e quando intervenire per evitare il peggio e riportare il giusto equilibrio. In ogni istante si percepisce l’originalità del regista, la sua capacità di creare un’esperienza cinematografica unica e imperdibile.
data di pubblicazione:28/07/2025
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da Nadia Alese | Lug 28, 2025
Tiene la tensione dall’inizio alla fine questo horror dei fratelli australiani Philippou, che confermano le loro grandi capacità, grazie anche alla magistrale interpretazione di Sally Hawkins, che riesce a rendere umano l’inumano.
Al centro della storia due fratelli rimasti orfani che si ritrovano coinvolti in un inquietante rituale all’interno della casa isolata della loro nuova madre adottiva, in un’opera che indaga il lutto in modo squisitamente sofisticato ed emotivamente denso. Laura, la matrigna, (Sally Hawkins) è una donna la cui vacua tenerezza nasconde ossessioni sinistre, una madre che, consumata dal dolore, tenta di ricostruire l’affetto perduto, trasformando la casa in un santuario perverso. Andy (Billy Barrat) e Piper (Sora Wong), dal canto loro, non sono passivi spettatori ma pilastri emotivi della narrazione, il primo nelle vesti del protettore, seppure reduce da un’adolescenza traumatizzata, e la seconda con la sua visione parziale del mondo che ci insegna che la paura non dipende esclusivamente dal vedere. I fratelli Philippou sfoggiano una regia di altissimo livello, attentissima ai dettagli, in cui ogni elemento, da quello ricorrente dell’acqua come memento della morte, ai giochi di luce e ombre, di matrice junghiana, creano un’atmosfera claustrofobica, in cui ogni stanza si rivela un labirinto della mente, dove il non elaborato ritorna in forma mostruosa. Il gore abbonda, in scene forti anche per palati abituati, ma sempre perfettamente dosato con lo psico-horror, con la violenza fisica al servizio dell’afflizione emotiva. È un horror che rompe la promessa implicita del genere, quella di una risoluzione per quanto ambigua, lasciandoci nel limbo di un lutto che non sa morire. Rispetto al loro debutto (Talk to me), sempre sullo stesso tema, i Philippou virano da uno stile ipercinetico ad uno più controllato e stratificato, passando dal folklore da possessione a una vera e propria tragedia familiare in forma rituale. Se nel primo il trauma si esplicava in una grammatica adolescenziale, Bring her Back è più vicino ad una tragedia greca senza la speranza. È Antigone senza sepoltura. È Medea senza giustificazione. Per i cultori del genere è un’esperienza intensa da non perdere, contemporaneamente disturbante e profondamente riflessiva.
data di pubblicazione:28/07/2025
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da Paolo Talone | Lug 27, 2025
e con Manuela Kustermann, Francesca Mazza, Silvia Battaglio e Ilaria Drago
(Teatro romano di Ostia Antica, 18/19 luglio 2025)
Il mito antico rivive in chiave contemporanea al Teatro antico di Ostia nel Festival Il senso del passato, ideato da Luca De Fusco e prodotto dalla Fondazione Teatro di Roma con il sostegno della Regione Lazio e il Comune di Roma. Roberto Latini, dopo aver vestito a Siracusa e Pompei i panni di Oreste diretto da Roberto Andò nell’Elettra di Sofocle, è ora Antigone. Superando questioni di genere e ricoprendo il ruolo della protagonista, dirige sé stesso e un eccellente cast di attrici nell’Antigone di Jean Anouilh (traduzione di Andrea Rodighiero per Marsilio). Un’atmosfera notturna fa da sfondo al destino infausto della figlia di Edipo. Il dramma classico interroga il presente e le conseguenze dovute alla capacità di scegliere.
Esiste un luogo nella mente dove i pensieri prendono forma. Un luogo oscuro, attraversato da improvvisi bagliori di coscienza prima che le decisioni vengano prese. Un luogo dove la realtà appare deformata perché ancora non compresa. È in questo spazio mentale che Roberto Latini colloca la sua visione di Antigone nella riscrittura novecentesca di Jean Anouilh.
Il dramma, redatto quando la Francia era in parte sotto il controllo dell’esercito tedesco e i territori non occupati erano guidati dal governo collaborazionista di Vichy, venne portato sulla scena la prima volta nel 1944. Il nodo centrale della vicenda, trasportata nella modernità, rimane simile all’originale sofocleo. Creonte, uomo pragmatico e zelante nel governo di Tebe, vieta la sepoltura di Polinice, colpevole di essere insorto contro la città. L’atto isolato di resistenza di un giovane che attenta alla vita del primo ministro del governo francese suggerisce ad Anouilh il carattere della sua Antigone, che si ribella al comando dello zio Creonte. Il mito classico guadagna così in profondità psicologica. Il dubbio, insinuato dai conflitti mondiali, relativizza la verità che non è più un valore condiviso. Tutto si misura sulle esigenze del singolo individuo.
Antigone non è più una storia di buoni o cattivi e Latini sa cogliere questo aspetto in encomiabile rispetto del testo. Creonte e Antigone sono personaggi speculari e nella distribuzione delle parti non si tiene conto del sesso degli attori. Quello che interessa è l’agire umano nella sua universalità. Ogni traccia di sentimentalismo o realismo storico è eliminata a favore di una visione simbolica di un incubo notturno, esasperato dalle maschere di morte che indossano gli attori. Lo scenario neutro della didascalia diventa una strada di città, illuminata dalla flebile luce di lampioni elettrici. Speculari sulla scena si ergono la fermata di un autobus e una vecchia cabina telefonica. Anche gli attori recitano sulla scena distanti tra loro. Non si toccano quasi; ognuno fa i conti con la penosa solitudine a cui lo chiama il ruolo che ricopre.
L’ostinazione di Antigone a dare sepoltura al fratello, che per la penna di Anouilh assume la caratteristica di un capriccio adolescenziale (la ragazza ha più o meno vent’anni), nasconde in realtà motivazioni più profonde che non ci è dato conoscere. Agisce forse per puro senso di ribellione. Ma forte rimane un richiamo alla libertà e all’autodeterminazione (per anni, data la sua condizione di principessa, ha dovuto adeguarsi a un’educazione che altri le avevano imposto). La ribellione si realizza nelle ore dove il sogno si tramuta in incubo. Nelle prime ore del mattino, quando le immagini oniriche sono più vivide e la mente è sprofondata nel sonno. L’ora che precede l’alba è sempre la più grigia. Il sole non è ancora sorto a definire le cose. Creonte ha deciso di fare bene il suo mestiere; Antigone ha accettato il destino di morte. Tutti hanno insieme torto e ragione. Ma non importa da che parte stare. Ciò che importa è che le scelte fatte, e quelle non fatte, ci hanno portato lì dove siamo. Ad Antigone interessa l’integrità della scelta, non la comodità di una decisione presa da altri.
La regia chiede una disposizione all’introspezione. La capacità di trovare soluzioni interpretative che facciano venire fuori l’umano nei suoi aspetti astratti, di ragionamento, di sperimentazione. Il tappeto sonoro creato da Gianluca Misiti e gli effetti di distorsione dei microfoni amplificano quest’atmosfera interiore, traducendo in suono il rumore che fanno i pensieri quando si formano nell’inconscio. Così le luci di Max Mugnai, immancabile collaboratore alle creazioni artistiche di Latini insieme a Misiti. E quali attrici potevano meglio incarnare sulla scena questo aspetto se non quelle che Latini ha scelto di mettersi accanto? Manuela Kustermann, Francesca Mazza, Silvia Battaglio e Ilaria Drago.
Nella prossima stagione teatrale lo spettacolo sarà in scena al Teatro Vascello, produttore dello spettacolo insieme al Teatro di Roma.
data di pubblicazione:27/07/2025
Il nostro voto: 
da Rossano Giuppa | Lug 26, 2025
(Teatro Argentina – Roma, 22/24 luglio 2025)
Nell’ambito di Teatro Ostia Antica Festival dal titolo Il senso del passato, è andata in scena dal 22 al 24 luglio, in prima mondiale al Teatro Argentina, Antigone la nuova creazione firmata da Alan Lucien Øyen, coreografo all’avanguardia nella reinvenzione dei linguaggi della scena. Una sinfonia di danza e parole, interpretata dai danzatori di Winter Guests, affiancati da alcuni danzatori storici del Tanztheater Wuppertal di Pina Bausch e da Antonin Monié dell’Opera di Parigi.
All’apertura del sipario un corpo pende impiccato al centro della scena. Sullo sfondo, sette pannelli di legno grezzo a rappresentare le sette porte di Tebe. La tragedia si è compiuta, la giovane Antigone si è tolta la vita, si era opposta alla tirannia dello zio Creonte che l’aveva sepolta viva per aver infranto la legge, in nome della morale religiosa che la spingeva a seppellire il defunto fratello Polinice, reo di aver tradito Tebe. A seguire i suicidi del fidanzato Emone ed Euridice, rispettivamente figlio e moglie di Creonte con il re resta solo a maledirsi lacerato nel rimorso. Arriva il cieco indovino Tiresia a svelare le aberrazioni della nostra cecità morale. E all’orizzonte appaiono i massacri, le guerre, tutti i mali del mondo, con riferimenti puntuali, dai militari che sparano per uccidere, alle madri che rovistano in cerca di cibo, al corriere di Amazon costretto a urinare nella bottiglia per rispettare i tempi di consegna.
Questa creazione, coprodotta da Winter Guests, Teatro di Roma e The Norwegian Opera and Ballet, che integra la danza contemporanea corporea e simbolica a parole e atmosfere dense e poetiche, con proiezioni video riprese con steadycam dal vivo, è un intreccio che analizza il mito per restituire una storia assolutamente contemporanea. Una donna che va contro il potere, che non si presenta come vittima, con la forza di portare avanti il suo obiettivo.
Le creazioni del coreografo norvegese, caratterizzate da una scrittura estetica e cinematografica, offrono al pubblico un’esperienza intensa, emotiva e immersiva. La prima parte si chiude con Tiresia che, chinando la testa, versa polvere sul corpo di Polinice per dargli sepoltura mentre la seconda si apre con gli attori che nel silenzio intonano versi di uccelli e di animali e richiamano il gesto universale di richiesta di aiuto delle donne in pericolo, il Signal for Help come monito alla tragedia di Antigone.
La seconda parte è un inno alla speranza. L’amore può vincere le ingiustizie? Mentre una rosa viene distrutta con il dolore, un’attrice fa leggere dei bigliettini al pubblico: remember to love, ricordati di amare. E la rosa in mano all’attore sul palco viene ricostruita petalo dopo petalo e offerta in platea.
Bellissimo il racconto fisico ed emotivo di tutti gli interpreti: i danzatori del Tanztheater Wuppertal di Pina Bausch (Douglas Letheren, Nazareth Panadero, Héléna Pikon, Julie Shanahan, Fernando Suels) Antonin Monié dell’Operà di Parigi ed Enoch Grubb, Pascal Marty e Meng-Ke Wugui della compagnia Winter Guests.
Una creazione profondamente umana e viscerale, che affronta tra violenza e destino, dilemmi irrisolti come la dignità, la complessità del potere e il costo della resistenza, in un contesto in cui luci e costumi disegnano un ambiente rarefatto e potente, in cui la lettura dell’antico acquisisce una forza tutta contemporanea.
data di pubblicazione:26/07/2025
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da Antonio Jacolina | Lug 24, 2025
Un anziano detective di Chicago (S. L. Jackson) amareggiato e semialcolizzato viene chiamato a supporto della polizia di Edimburgo per seguire alcuni omicidi rituali simili a quelli su cui aveva già indagato senza successo anni prima a Chicago. Si farà aiutare dal suo ex collega (V. Cassel) ritiratosi dal servizio …
L’Estate incombe non solo sulle offerte in sala, ma anche su quelle televisive. L’accaldato spettatore potrà essere allora tentato dai brividi prospettati da Damaged una novità appena proposta da Prime Video con un buon Cast ed una Storia promettente. I Film sui Serial Killer sono un Genere ormai lontano dai gusti cinematografici, ma non si sa mai…
Realizzare un film anche solo nella scia di Seven di D. Fincher non è però così facile. McDonough troppo ambiziosamente ci ha voluto provare ma non ha la stoffa e non saranno certo lui ed il suo film a far rinascere il Genere. Lo spettatore che aveva sperato in qualche cosa di coinvolgente resterà solo indispettito e insoddisfatto.
Eppure lo spunto iniziale, anche se non nuovo, poteva avere un buon potenziale e dare spazio a sviluppi intriganti. Purtroppo la messa in scena del regista è piatta ed anonima e fatica a generare la pur minima tensione o coinvolgimento con la vicenda. Sembra di assistere ad un vecchio Telefilm o ad uno stanco episodio di una lunga serie TV. Manca infatti la suspense, il ritmo è lento, le situazioni hanno poco spessore e i personaggi sono stereotipati. I dialoghi sono banali e senza rilievo, la confezione è molto povera. La sceneggiatura poi è carente ed ha poco mordente e ad un certo punto perde ogni filo logico. Veramente difficile appassionarsi per un film così! Resta solo un po’ di curiosità per scoprire il colpevole di tutto.
Anche con attori di qualità e di mestiere si può alla fine fare un brutto film. Coinvolti in questo pasticcio i protagonisti non danno certo il loro massimo e non riescono a trasmettere le emozioni dei loro personaggi.
Damaged è una delusione. Un poliziesco noioso, stereotipato e senza mordente che ha un solo “pregio”: conferma l’importanza decisiva di una buona sceneggiatura e di un regista di talento per la riuscita di un vero Thriller.
data di pubblicazione:24/07/2025
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da Giovanni M. Ripoli | Lug 22, 2025
Renèe Ballard è una detective del LAPD, caduta in disgrazia e temporaneamente a capo di una unità operativa secondaria, quella cui sono assegnati i “casi freddi”, ovvero i crimini irrisolti. Lei stessa ha dovuto formare una squadra raccogliticcia di ex poliziotti in pensione e giovani volontari. La ragazza, però, sa farsi valere, affronta situazioni difficili, scontrandosi con la burocrazia e la corruzione del dipartimento e raggiunge, infine, il suo obiettivo.
La nuova serie Prime nasce come costola, oggi si dice spin-off, di Bosch, il detective creato da Michael Connelly. Autore di una ventina di romanzi di successo poi magnificamente tradotti in episodi tv per sette stagioni. Diciamo subito che Ballard non delude, pur ritagliandosi una sua identità ben differenziata dalla serie di derivazione. Già, perché il personaggio della giovane valida e scontrosa investigatrice era stato introdotto proprio da Harry Bosch nello spin-off, Bosch, Legend, a coadiuvare l’ormai stanco detective nella gloriosa LAPD (Los Angeles Police Department). Sono molti gli elementi sia formali che sostanziali a rendere differenti, ma comunque apprezzabili, le due serie che in comune mantengono l’ambientazione, la città di Los Angeles e alcuni personaggi che ritornano sia pure in ruoli di contorno. Primo fra tutti Harry Bosch, perfettamente incarnato da Titus Welliver, leggenda losangelina, detective sempre pronto a collaborare benché pensionato. Ma questa volta la vera protagonista è Maggie Q, attrice talentuosa e ricca di sfumature che ben si attagliano a un personaggio complesso e controverso come la Renèe Ballard della serie. Effettivamente il carisma della protagonista, così diversa dai muscolosi detective di tradizione cinematografica e seriale, è il valore aggiunto della produzione. Maggie/Ballard non è una bellezza classica. Ugualmente, è dotata di fascino, di ironia e intuito, con uno spiccato senso etico e naturalmente coraggiosa e intelligente. La violenza, inevitabile in una serie poliziesca, è limitata e anche il linguaggio colorito meno esplicito del solito. Diciamo che la forza di Ballard è l’aspetto minimale di tutto quanto accade. Più che sui muscoli o le sparatorie è il gioco di squadra, lo studio dei casi, il rigore scientifico a prevalere, rendendo la serie assolutamente un unicum nello streaming attuale. Altri pilastri sono la costruzione del carattere della protagonista e dei comprimari, l’attenzione alle dinamiche femminili, la precisione dei dettagli procedurali. Ma tutto quanto non toglie nulla alle vicende e alla suspance che le stesse creano in dieci episodi, quasi tutti di ottimo spessore seppure dal ritmo non forsennato. Alla regia si alternano diverse registe e registi, ma il credito maggiore va ovviamente riconosciuto a Michael Connelly, produttore esecutivo della serie, autore dei romanzi da cui sono state tratte impeccabili sceneggiature di inconsueta profondità emotiva.
data di pubblicazione:22/07/2025
da Nadia Alese | Lug 22, 2025
Matt Shakman raccoglie il testimone di un’icona come la “prima famiglia” Marvel catapultando i protagonisti Reed Richard (Pedro Pascal), Susan Storm (Vanessa Kirby), Johnny Storm (Joseph Quinn) e Ben Grimm (Ebon Moss-Bachrach), già formati, in una battaglia cosmica che riprende le atmosfere tipiche dei fumetti anni sessanta, ma con un’estetica rivista ed arricchita.
L’ambientazione, forse la cosa più bella del film, è un “retro-futurismo” che rievoca l’estetica vintage marvelliana, senza però indulgere al kitsch: i costumi e i set tessono un’atmosfera nostalgica, resa contemporanea da una fotografia vivida. Per la regia Shakman ha dichiarato di essersi ispirato a SydMead e a 2001: Odissea nello Spazio, usando la pellicola in 16mm in molte scene per una texture volutamente analogica che celebra la corsa alla luna. Mentre, per quanto riguarda la trama, contrariamente ai reboot canonici, il film salta l’origin story classica per focalizzarsi sulla dinamica di gruppo già consolidata, esposta al fuoco incrociato di una minaccia spaziale rappresentata da Galactus (Ralph Ineson) accompagnato da una seducente surfista d’argento (Julia Garner). Il che apre una riflessione sul peso della responsabilità e sul sacrificio, un tema caro ai fumetti classici, ma raramente affrontato con tale ampiezza in un blockbuster. La pellicola non gioca con l’ironia tipica della Marvel moderna, ma con il peso delle scelte: quanto si è disposti a sacrificarsi quando la Terra è in gioco? È un interrogativo etico e filosofico insito nel fumetto originale, qui affrontato con grande respiro e imponenza visiva. Temi a cui si aggiunge il sottotesto che uniti si può vincere qualsiasi minaccia, leit motiv di tutto il film. I Fantastici 4: gli inizi non è un’operazione nostalgica fine a se stessa, né un semplice film di supereroi, è la storia di una “prima famiglia” in crisi, messa di fronte alle responsabilità titaniche che i suoi poteri impongono, una famiglia autentica, piena di attrito, battute e quotidianità, che da subito spazio ai protagonisti come esseri umani, il che porta il cinema supereroico ad un livello più maturo e consapevole. Il tutto però a scapito dell’azione vera e propria e dei guizzi a cui la Marvel ci ha abituato che sono un po’ sottotono rispetto al family drama.
data di pubblicazione:22/07/2025
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