PERCHE’ NON CANTI PIU’ – TRIBUTO A GABRIELLA FERRI di Pino Strabioli

PERCHE’ NON CANTI PIU’ – TRIBUTO A GABRIELLA FERRI di Pino Strabioli

(Teatro de’ Servi – Roma, 29/1 -1/2 2026)

Perché Non Canti Più è uno di quegli spettacoli che, col passare degli anni, smette di essere semplicemente un omaggio e diventa una presenza stabile, quasi necessaria, nel panorama teatrale e musicale italiano. In scena da oltre dieci anni, il tributo a Gabriella Ferri ideato e diretto da Pino Strabioli e interpretato da Syria, ha attraversato stagioni, teatri e pubblici diversi, senza perdere forza, anzi raffinando il proprio equilibrio tra racconto, musica e memoria.

Non si tratta di un’operazione nostalgica né di un’imitazione, Strabioli costruisce una drammaturgia leggera ma precisa, fatta di parole, immagini evocate e musica, che ci restituisce tutta la complessità di Gabriella Ferri. La figura che emerge è quella di un’artista viscerale, attraversata da una felicità incontenibile ed allo stesso tempo da una malinconia profonda, capace di incarnare Roma e insieme di sfuggirle, di essere popolare senza mai diventare facile.

Syria affronta questo materiale con intelligenza e con misura, scegliendo la strada più difficile, quella di non sovrapporsi a Gabriella ma di dialogare con lei. La sua voce, diversa per timbro ed impostazione, non cerca la replica ma l’interpretazione, ed è proprio in questo spazio che nasce l’emozione più autentica.

Le canzoni, da quelle più celebri a quelle meno frequentate, vengono attraversate con rispetto, ma anche con libertà, restituendo tutta la modernità di un repertorio che parla di amore, rabbia, abbandono e dolore, con una verità disarmante.

Lo spettacolo è intenso, intimo, e la regia di Strabioli, fedele alla sua cifra elegante e mai invadente, accompagna il racconto senza sovrastarlo, lasciando spazio alla parola e alle note ed evitando ogni enfasi superflua. Anche l’apparato scenico, volutamente sobrio, contribuisce a creare un luogo della memoria che non è museale, ma vivo, attraversabile. Perché non canti più funziona perché non pretende di spiegare Gabriella Ferri, né di risolverne le contraddizioni, ma le accoglie e le consegna al pubblico così come sono, lasciando che siano le canzoni e le parole a fare il resto.

Si tratta di uno spettacolo, in definitiva, che è in grado di parlare a generazioni diverse, a chi Gabriella l’ha amata e a chi l’ha scoperta in teatro, dimostrando che il vero tributo non è la celebrazione, ma la capacità di tenere alta una voce e di farla risuonare ancora senza tradirla.

data di pubblicazione:31/01/2026


Il nostro voto:

LA SINGOLARITÀ collettivo Algo Ceiba

LA SINGOLARITÀ collettivo Algo Ceiba

drammaturgia di Riccardo Tabilio, regia di Dario Aita e Elena Gigliotti

(Fortezza Est – Roma, 22/24 gennaio 2026)

Nasce sotto l’egida dell’Officina Pier Paolo Pasolini il collettivo Algo Ceiba. Ne fanno parte Nadia Fin, Gabriele Ratano, Francesco Savino e Gianluca Fischetto. Il loro lavoro, La singolarità, nato nell’ambito del programma Labor Work, è stato realizzato con il sostegno di DiSCo Lazio e Regione Lazio. La scelta di uno stile documentaristico mette al centro un tema piuttosto diffuso: la disposofobia, altrimenti conosciuta come disturbo da accumulo. Al progetto, diretto da Elena Gigliotti e Dario Aita, hanno collaborato Riccardo Tabilio (drammaturgia), Luca Piomponi (coreografia), Tommaso Grieco (musiche) e Chiara Saiella (luci).

C’è stato un momento, nella storia dell’universo, in cui tutta la materia era concentrata in una singolarità. È il punto zero, l’inizio. Da lì, l’esplosione che conosciamo come Big Bang, ha fatto disperdere atomi e molecole, creando la realtà così come la conosciamo. Che sia stato per pura casualità o perché delle precise leggi abbiano regolato l’espansione, oggi ci ritroviamo dove siamo, così come siamo, e l’unica cosa da fare è prenderne atto. È con questo espediente narrativo quasi calviniano di contrazione e dilatazione spazio-temporale che prende vita La singolarità.

Scritto da Riccardo Tabilio per il collettivo Algo Ceiba – il cui punto zero è avvenuto artisticamente all’Officina delle Arti Pier Paolo Pasolini – l’esperimento drammaturgico si interroga sulle cause psichiche che scatenano il disturbo di accumulo nelle persone. Il lavoro, presentato in prima assoluta nella sala teatrale di Fortezza Est, ha la forma quindi di un’indagine. Storie provenienti da contesti e città differenti, in epoche recenti come in quelle più lontane, vengono presentate e analizzate dai tre attori protagonisti: Nadia Fin, Gabriele Ratano e Francesco Savino. Per dire che la disposofobia non solo è più diffusa di quanto si immagini, ma è un disturbo trasversale, tipico della nostra società capitalista. E può cogliere tutti in forma più o meno lieve.

È il pubblico infatti a ritrovarsi inconsapevolmente coprotagonista della performance. Il vuoto fa paura a tutti, soprattutto quello che lasciano le persone care che sono venute a mancare. Lo spazio, misurabile nei metri quadrati calpestabili in un appartamento, si riempie così di oggetti, di ricordi. Ma anche di cose inutili che l’inerzia e l’incapacità di elaborare il lutto ci impediscono di buttare. La roba si accumula perché non c’è accettazione della morte. E infatti l’unico oggetto a non poter entrare nel caos è proprio una bara, come a voler sottolineare questo rifiuto.

Complesso il problema, non di facile soluzione. Come lo è il lavoro drammaturgico, articolato in molti linguaggi. Dall’utilizzo di materiale documentario, proiettato per testimoniare la difficile gestazione dello spettacolo, alla danza dei corpi, oggetti sepolti tra gli altri oggetti. E ancora, le musiche originali e, in particolare, le luci il cui utilizzo stroboscopico gioca un ruolo centrale. Moltiplica la percezione degli oggetti sulla scena, creando effetti visivi di prospettive variabili e tagli inaspettati. Un meccanismo che amplifica il caos, riproducendo ciò che si genera nella mente di un accumulatore.

Lo spettacolo, nonostante possa ancora crescere nell’armonizzazione dei singoli episodi in un flusso narrativo più fluido e organico, possiede il grande pregio di stimolare nello spettatore degli interrogativi. Un risultato affatto scontato e di raro valore per la drammaturgia contemporanea.

data di pubblicazione:31/01/2026


Il nostro voto:

KIDNAPPED: IL CASO ELISABETH SMART – Documentario Netflix, 2026

KIDNAPPED: IL CASO ELISABETH SMART – Documentario Netflix, 2026

di Benedict Sanderson

Il film figura attualmente tra i più visti su piattaforma Netflix, dove è stato aggiunto di recente. Una ragazzina originaria dello Utah, di nome Elisabeth Smart, viene rapita all’età di quattordici anni, di notte, prelevata da uno sconosciuto nella sua stessa casa, nella sua stessa camera, che divide con la sorella minore, Mary Katherine. In questo documentario viene ripercorsa la storia di lei, e la storia di un’intera famiglia – la sua – profondamente segnata dal dramma, attraverso le voci dei protagonisti, dai propri cari agli investigatori del caso.

È un tema sempre molto doloroso quello che prende in esame, analizza, come sotto la lente d’ingrandimento di un investigatore, il crimine aborrito della violenza contro un minore. Nel caso particolare, quello che viene rievocato è un crimine – con rapimento, sevizie e violenze di ogni genere – ai danni di una ragazza appena adolescente, poco più che bambina. Da un lato, l’innocenza della fanciullezza, la freschezza spontanea degli anni più verdi, e l’intimità domestica, il calore familiare che le circonda, con l’intento di tutelarle e lasciarle fiorire. Dall’altro, il male assoluto, l’occulto, che penetra attraverso le mura di casa, violando spazi, immobilizzando corpi, neutralizzando pensieri e reazioni di ogni tipo. In questa rappresentazione, il Male, incarnato nella persona del “mostro”, un finto “profeta” mormone, è per lo più ridotto a un’ombra. Una sorta di macchia scura e informe che invade la stanza, e afferra la “prescelta” e la trascina via con sé, sotto gli occhi pietrificati della sorella più piccola. Lo spettatore si immedesima in quella creatura inerme, prima ancora che nella vittima, il proprio sguardo si fonde con quello di lei, e resta lì, impotente e col fiato sospeso. Come in ogni documentario che si rispetti, lo sguardo, evidenziato dai primissimi piani dei testimoni ripresi sotto luci e angolazioni diverse, svolge un ruolo di rilievo. Comunica ciò che le parole da sole non sono in grado di trasmettere, creando un legame empatico con chi guarda e ascolta, e amplificandone la suggestione emotiva. Interessante e particolarmente efficace si rivela la scelta di dare la precedenza a personaggi “altri”, ugualmente coinvolti anche se non in prima persona, come la sorella Mary o Ed, padre di Elisabeth, che qui compaiono per primi “sulla scena”. Scelta finalizzata ad accrescere l’attesa e con essa la tensione, in previsione di sentire la viva voce della vittima – ormai adulta e “consapevole” -, che solo in seguito prenderà la parola, raccontandosi. Proprio la voce costituisce il filo conduttore della storia, dall’evolversi delle prime ricerche alle supposizioni successive e alle ultimissime indagini. Nel buio della camera dove Elisabeth viene rapita, tutto ciò che la sorellina (lì presente benché paralizzata dalla paura) è in grado di cogliere è proprio una voce. Nulla di più. Un’entità astratta, inconsistente, quasi smaterializzata, da ricomporre faticosamente nella memoria per individuare il colpevole (arduo compito per una bambina!). Prima ancora di compatire la vittima per le violenze subite, oltre che per il senso di vergogna da lei stessa provato e per lo strazio della separazione (“Avrei fatto di tutto per scappare!”), lo spettatore condivide angoscia e patimento con coloro che hanno vissuto il calvario dell’incertezza, della sofferenza, dell’attesa senza fine. E soffre con loro.

La mappatura degli indizi e dei sospetti – dalla sedia appoggiata al muro sotto la finestra della camera all’identikit riprodotto su carta con le fattezze dell’uomo misterioso – si configura sempre più come una sorta di gioco crudele, a metà strada tra una macabra caccia al tesoro e una serie di enigmi da decriptare. In un tale contesto, l’impresa più difficile è sicuramente cercare di entrare nei recessi della mente criminale, scovarne le tortuosità al fine di poterle aggirare, come sarà rivelato in una delle battute finali e risolutive (“Tu lo dici”).

Raziocinio e istinto di sopravvivenza: chi giunge a salvare sé stesso impara a salvare altre vite umane. Oggi Elisabeth è un’attivista per la sicurezza dei bambini che lavora e si adopera in difesa delle persone scomparse.

data di pubblicazione:31/01/2026

ELENA DEL GHETTO di Stefano Casertano, 2026

ELENA DEL GHETTO di Stefano Casertano, 2026

Elena del Ghetto non è semplicemente un film di memoria storica, è una messa in scena della ribellione individuale come forma di resistenza culturale ed umana. Ambientato tra il 1938 ed il 1943, racconta la storia vera di Elena Di Porto, una donna ebrea romana che cerca di avvertire la comunità del Ghetto di Roma dell’imminente rastrellamento nazista, senza essere creduta. Una trama drammatica rielaborata senza retorica, che restituisce al pubblico una figura femminile intensa, emotivamente complessa e scomoda nel senso più profondo del termine.  

Il regista Stefano Casertano, al suo esordio nel lungometraggio, rifugge i codici consolatori del cinema di memoria più convenzionale, non limitandosi a registrare gli eventi, ma accompagnandoci nelle strade, nelle piazze e nelle case del Ghetto, per restituirci la densità di un microcosmo sociale dilaniato dalle leggi razziali e dalla diffidenza interna.

La sceneggiatura, curata dallo stesso Casertano con Alessandra Kre e Francesca Della Ragione, intreccia con naturalezza momenti di tensione con pause di ironia amara o di affettuosa quotidianità, riuscendo così a dare respiro a un personaggio che, pur nel suo coraggio straordinario, resta un essere umano con dubbi, passioni e contraddizioni.

Al centro di tutto, con una performance di grande carattere e levità, c’è Micaela Ramazzotti nei panni di Elena, che esce dal “suo” e non interpreta un’eroina idealizzata, ma una donna concreta, irriverente, istintiva, capace di accendere la scena con uno sguardo o un gesto deciso, eppure vulnerabile nelle sue battaglie interiori. Il suo lavoro di costruzione del personaggio, che ha incluso lo studio del giudaico romanesco per restituire la parlata autentica dell’epoca, si percepisce in ogni battuta, in ogni sfumatura di intonazione, rendendo Elena non un simbolo astratto, ma una persona viva e complessa.

La colonna sonora di Matteo Curallo, arricchita da un brano originale di Ermal Meta, accompagna con delicatezza senza cadere nel sentimentalismo, rafforzando l’intensità drammatica di molte scene.

La grandezza di Elena del Ghetto sta nella sua capacità di parlare al presente attraverso il passato. Il film non chiede al pubblico di piangere per la Shoah in quanto tale, ma di riconoscere nella figura di Elena l’urgenza di una voce che si rifiuta di essere zittita di fronte all’ingiustizia, una voce che sia di esempio anche ai nostri giorni, quando il coraggio di andare controcorrente resta ancora una scelta difficile.

data di pubblicazione:29/01/2026


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TRE MODI PER NON MORIRE – Baudelaire, Dante, i Greci

TRE MODI PER NON MORIRE – Baudelaire, Dante, i Greci

di Giuseppe Montesano, con Toni Servillo, luci Claudio De Pace

(Teatro Biondo – Palermo, 28 gennaio/1 febbraio 2026)

Questo viaggio poetico e filosofico sceglie come stazione di partenza il teatro e conduce gli spettatori attraverso epoche distanti e diverse. A ciascuna sosta corrisponde un insieme di versi, accompagnati da una serie di riflessioni, mentre ad uno ad uno vengono evocati gli spiriti immortali di Baudelaire, di Dante e dei poeti greci. La destinazione ultima è un luogo ideale di bellezza autentica e di umanità vera, una fonte a cui attingere per salvarsi dalle brutture del mondo odierno.

Può un uomo solo, l’attore unico protagonista della scena, tenere il palco per oltre un’ora, catturando il pubblico, che rimane aggrappato a lui come al tronco d’un albero maestro in balìa dei venti? Riesce nell’impresa un magnifico Toni Servillo, con la sua singolare presenza sostenuta appena da un leggìo posto dinanzi, nella penombra rischiarata dalle luci dello sfondo, rosso sangue o azzurro cielo. Lo fa solcando i mari agitati delle passioni umane, oltre i limiti del tempo e dello spazio, declamando versi o recitando con toni pacati, accelerando o rallentando il ritmo, alternando il grave e l’acuto. Solo, ma non isolato, poiché in lui rivive la moltitudine dei propri simili, del passato e del presente (qui ed ora), mentre risuonano le voci perpetue dei Grandi e degli spiriti eletti. Ci conduce in un viaggio dentro la poesia, questa chimère attraente e temibile insieme, che si nutre tanto dell’eros quanto dell’istinto di morte e della sete di “nuovo”.

Come in un gioco di ombre cinesi, restituisce forma a quel “poeta maledetto”, che talora chiama per nome – Charles! – quasi un grido disperato verso un’anima sorella; altre volte, con un più distaccato “Monsieur Baudelaire”, in ossequio alla figura del maestro da interpellare e da cui avere responso. I versi dello “spleen” si rincorrono in una dizione volutamente trafelata, quasi una corsa contro il tempo e la sua tirannia, per concludersi con l’immagine, sapientemente attualizzata, dell’Angoscia che pianta vittoriosa il suo vessillo nero sul cranio dell’uomo.

La Speranza muore, così come è annunciato nella porta dell’Inferno dantesco (rievocati, tra gli altri, i versi Lasciate ogni speranza, voi ch’entrate), e oggi più che mai messo in atto in quella “aiuola che ci fa tanto feroci” che è la Terra.

La gestualità dell’attore è ridotta all’essenziale, le espressioni del viso risultano pressoché impercettibili. Ma la voce è tutto, è corpo che si anima e prende vita, è pausa e respiro, sussulto e movimento. Talvolta è persino materializzazione di stati d’animo (la parola “noia”, pronunciata più volte, si espande in uno iato che ne dilata l’effetto a spirale).

Poi, sul finale, il registro cambia, si riaccendono le luci del teatro, si rischiarano palcoscenico e platea. Piantato come un vessillo sul proscenio, il leggìo avanza, conquista terreno. E lui, il sapiente “narratore”, erede di quel popolo greco che tanto investì nel teatro come fonte di liberazione emotiva, si fa più vicino, con il corpo e con lo stesso linguaggio, riservando al suo pubblico una disarmante sorpresa.

L’atmosfera si distende, e si dimenticano Inferno e Cielo (Enfer ou Ciel, qu’importe?), demoni e ombre, caverne e illusioni. Dei “tre modi per non morire” se ne custodisce uno, alla fine, che li riassume e li rappresenta. È lo scambio “amoroso”, di amore vero, tra le donne e gli uomini che sono in noi e nei quali noi tutti siamo, tutti viviamo.

data di pubblicazione:29/01/2026


Il nostro voto:

SEND HELP di Sam Raimi, 2026

SEND HELP di Sam Raimi, 2026

Send Help gioca fin dall’inizio con un’aspettativa ingannevole: la situazione narrativa – due sopravvissuti, un’isola apparentemente incontaminata, il tempo sospeso – rimandano ad un immaginario edenico, quello classico di Laguna Blu, che prometterebbe intimità, adattamento, forse persino rinascita. Sam Raimi però interviene presto a sabotare questo retaggio culturale rassicurante, trasformando l’armonia che sembrerebbe l’unico finale possibile, in un progressivo incubo morale, dove l’isolamento non libera ma distorce, non purifica ma esaspera.

L’isola di Send Help non è mai rifugio, è una camera di risonanza che amplifica gerarchie, pulsioni e violenze latenti, e in questo senso il film dialoga più con il cinismo morale di Triangle of Sadness, che con il mito romantico del naufragio. Come nel film di Ostund, anche qui il potere cambia forma quando il contesto crolla, ma Raimi sostituisce la satira corale con un duello psicologico serrato, quasi teatrale, che ricorda da vicino Misery non deve morire, con due personaggi intrappolati in uno spazio limitato, legati da una dipendenza forzata, che scivola lentamente verso il dominio e la sopraffazione.

La regia insiste su primi piani deformanti e movimenti improvvisi, mentre la natura, anziché offrire vastità liberatoria come in Cast Away, a cui il pensiero inevitabilmente vola, resta opprimente, chiusa, ostile, più mentale che geografica. Qui non c’è l’ingegno solitario che redime, ma una sopravvivenza che passa attraverso l’altro, e proprio per questo diventa pericolosa.

Le performance dei protagonisti sono di ottimo livello. Rachel McAdams offre un’interpretazione intensa e stratificata, mentre Dylan O’Brien dà vita ad un antagonista complesso, capace di passare dal grottesco alla minaccia concreta con sorprendente agilità.

Il tutto attraversato da un black humor costante e strutturale, anche profondamente fisico, legato al corpo che cede, si sporca, si degrada, e in questo senso Raimi dialoga con il suo cinema horror storico, in cui il disgusto e la risata convivono, spesso nello stesso gesto e nella stessa inquadratura. È un divertimento amaro, intelligente, quasi sadico, che rende Send Help un film godibilissimo e al tempo stesso profondamente inquietante, capace di far convivere intrattenimento puro e disagio morale, senza mai scegliere davvero tra i due.

data di pubblicazione:28/01/2026


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L’AGENTE SEGRETO di Kleber Mendonça Filho, 2026

L’AGENTE SEGRETO di Kleber Mendonça Filho, 2026

Brasile 1977. Wagner Moura ex ricercatore universitario è inseguito da due killer per aver resistito alle pressioni di un industriale colluso con il Regime. Si rifugia a Recife con altri oppositori. Rivedrà il figlioletto allevato dai nonni materni, cercherà di rifarsi una nuova vita…

L’Agente Segreto è un’opera densa, ambiziosa, complessa e talora dispersiva ma sempre di forte intensità visiva. Un’esperienza cinematografica significativa, una straordinaria immersione nel Brasile del regime militare degli anni ’70. Un film di grande virtuosità!

Giustamente premiato a Cannes ’25 per la Migliore Regia e per il Migliore Attore il film di Mendonça è un Thriller Politico paranoico, appassionante, poetico e stravagante. Una denuncia politica. Un tuffo vertiginoso negli anni cupi della dittatura in cui gli stilemi dei film di spionaggio si frappongono e si fondono anche con altri generi: satira, grottesco surreale, realismo magico e anche una strizzatina d’occhio al cinema hollywoodiano.

Un lavoro ad incastri e su più strati. La narrazione procede per ellissi narrative, alterna Passato e Presente, ricordi e testimonianze e flashforward. Un affresco affollato di vicende talora appena accennate che esplora come la Vita si organizzi sotto un regime e si interroga su come agire in una dittatura: resistere, sottomettersi, partecipare? Quando i valori generali sono annullati, come riuscire a vivere solo con i propri? Una vera ode alla Vita e alla resistenza: momenti di festa, serate fra amici in clandestinità, intermezzi amorosi e affettivi. Il film coglie ogni manifestazione di una vitalità che palpita più che mai nonostante l’atmosfera opprimente e la paura. Una riflessione su un Passato che è passato troppo facilmente e su una dittatura che si vuol fare sparire troppo velocemente dalla memoria collettiva. Un messaggio universale e al contempo una fede infinita da parte del regista nella capacità del Cinema di far rivivere ciò che non c’è più.

Moura poi è bravissimo, sostiene il film dall’inizio alla fine con una recitazione sobria, fluida e contenuta. Attorno a lui un coro di ottimi secondi ruoli.

L’Agente Segreto è un film fiume di 160 minuti che non annoia mai e ci invita a perderci in lui e a lasciarci trasportare dal suo flusso narrativo e viverne le tante vicende. A immergerci nella sua estetica accurata, nei tanti dettagli, nelle ambientazioni d’epoca, nei piani sequenza e nelle variazioni dei toni di colore della fotografia. Un ottimo lavoro di messa in scena, di regia e di sceneggiatura.

Un’opera certo complessa ma destinata a restare nel cuore tanto ottima è la sua qualità visuale e profonda la riflessione che genera.

Giustamente dopo Cannes ha riportato anche 4 significative Nomination per gli Oscar: Film, Attore, Film Internazionale e Casting. Non tornerà di sicuro a mani vuote!

data di pubblicazione:28/01/2026


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LE COSE NON DETTE di Gabriele Muccino, 2026

LE COSE NON DETTE di Gabriele Muccino, 2026

Il punto di partenza è l’adattamento cinematografico del romanzo Siracusa, della scrittrice Delia Ephron, realizzato con la Ephron stessa, trasposto dalla Sicilia immaginata nel testo originale, a Tangeri, in Marocco, con Roma come polo opposto, di un dramma emotivo suggestivo ed incalzante.

Ne Le Cose non Dette Gabriele Muccino abbandona la forma narrativa corale che aveva caratterizzato le sue ultime opere, più programmaticamente generazionali, per ritrovare invece una struttura più concentrata, che richiama da vicino l’impianto de L’Ultimo Bacio, di cui sembra quasi il controcampo maturo. Se nel primo successo del regista era l’irruzione dell’età adulta a porsi come trauma improvviso, qui l’età adulta, già pienamente installata, viene invece minata dalle lusinghe della gioventù, dalle scelte rimandate, dalle verità taciute e dalle fratture che non vengono più compensate dall’illusione del futuro.

La trama, apparentemente semplice, è un labirinto delle relazioni: Carlo (Stefano Accorsi) ed Elisa (Miriam Leone), una coppia borghese apparentemente solida, decidono assieme ad una coppia di amici di lunga data, Paolo (Claudio Santamaria) e Anna (Carolina Crescentini) con la figlia Vittoria, di prendersi una vacanza. Ma è proprio lontano dalle loro routine che emergeranno i nodi irrisolti, i tradimenti impensati, i silenzi che pesano più delle parole.

Sul piano tecnico la regia di Muccino è più sobria e controllata, meno urlata, rispetto ad alcune sue opere precedenti, seppur sempre molto curata. Mentre il cast è uno dei cardini su cui poggia l’intera pellicola. Stefano Accorsi offre una prova misurata, così come in sottrazione lavora anche Miriam Leone che, con una performance intensa e multilivello, incarna una donna di successo costretta a misurarsi con la sua vulnerabilità. Claudio Santamaria, bravissimo, impersona con naturalezza fragilità e difese interiori, lasciando la parte più emotiva alla Crescentini, in un perfetto e calibrato ensamble. Anche Margherita Pantaleo, nei panni dell’adolescente Vittoria, ci regala una buona interpretazione che riflette e amplifica i non detti degli adulti.

La colonna sonora, affidata a Paolo Buonvino e impreziosita da un brano originale di Mahmood, diventa un’eco emotiva delle tensioni in scena, un sottofondo che segue i protagonisti nei silenzi e nelle scelte difficili.

Non siamo di fronte ad un semplice melodramma, ma ad uno sguardo acuto e personale sulla difficoltà di comunicare ciò che conta davvero, per paura di guardare in faccia la realtà ultima dei propri desideri.

data di pubblicazione:28/01/2026


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LA SCELTA DI JOSEPH di Gilles Bourdos, 2026

LA SCELTA DI JOSEPH di Gilles Bourdos, 2026

Vincent Lindon ingegnere edile sposato e padre di due figli è uomo affidabile sul lavoro e nella vita. Eppure una notte, alla vigilia di un momento professionale impegnativo, dopo una telefonata sul lavoro, lascia d’un tratto il suo cantiere e sale in macchina da solo, destinazione Parigi…

Un film inconsueto, minimalista, teso e avvincente interpretato da un Lindon straordinario al massimo della sua abilità interpretativa! La scelta di Joseph remake francese di Locke (2013) e già presentato alla Festa di Roma 2024 esce finalmente in sala.

È notte, nel cantiere l’attività è al culmine. A breve ben 130 betoniere effettueranno una delicatissima e contestuale colata di cemento. Il Responsabile riceve una telefonata e subito abbandona il suo posto. Prende la sua auto che non lascerà più per i 76 minuti che durerà il viaggio per Parigi ed il film stesso. Unico sottofondo i fari lungo la strada ed il cellulare che squillerà di continuo.

Il regista ci racconta questa storia in Unità di Luogo (la macchina), di Tempo (la durata del viaggio) e di Interprete. Una scelta essenziale quasi metafisica ove tutto sembra irreale, sospeso ed avviene lontano dall’autovettura. Il protagonista affronterà nel tragitto urgenze intime e professionali drammatiche che si incrociano e si sommano: rassicurare, consolare, coordinare e risolvere criticità. L’approccio di Bourdos può sembrare paradossale, una decisione audace e radicale ma è all’altezza della sfida e riesce a tenere lo spettatore con il fiato sospeso senza mai annoiarlo fino alla fine. Ci riesce grazie alla intensità espressiva di Lindon. Un ruolo tagliato per lui, questo uomo qualunque serio ed integro che davanti ad una scelta difficile è pronto per coraggio e senso di responsabilità a mettere in gioco tutto quello che ha realizzato.

Il regista costruisce un Thriller Esistenziale con tensione e ritmo serrati e in crescendo fino all’ultima scena. Un dramma coinvolgente che non scivola mai nel melodramma o nel patetismo. La sceneggiatura è ben calibrata e sorretta da un montaggio perfetto e da dialoghi rifiniti e soprattutto reali. Al centro di tutto c’è ovviamente Lindon. L’attore giusto per rendere le sfaccettature e contraddizioni del personaggio. Capace di farci cogliere i propri conflitti interiori e percepire anche le emozioni e i sentimenti di coloro con cui interagisce al cellulare. Il suo fisico, la voce, il volto, gli sguardi ci restituiscono con pudore e vulnerabilità il dramma che si sta consumando mentre guida coinvolgendo lo spettatore nei paradossi della coscienza.

La scelta di Joseph è un film atipico di soli 76 minuti ma avvincente, intenso e ben gestito. Un buon lavoro di una semplicità coraggiosa ma di un’efficacia incredibile.

data di pubblicazione:28/01/2026


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LA SCOMPARSA DI JOSEF MENGELE di Kirill Serebrennikov, 2026

LA SCOMPARSA DI JOSEF MENGELE di Kirill Serebrennikov, 2026

Una delle menti più lucide e ciniche, responsabile dell’oltraggio più atroce inflitto alla razza umana, Josef Mengele, è il protagonista di una pellicola che ne racconta la sua fuga dalla Germania e poi il suo peregrinare in America latina, per sfuggire alla giustizia e ai suoi sensi di colpa.

La storia, nel romanzo omonimo di Olivier Guez come nel film, si ispira all’esistenza di Josef Mengele, “l’angelo della morte”, soprannome del medico del campo di concentramento di Auschwitz, considerato uno dei maggiori esecutori delle politiche di sterminio naziste. Kirill Serebrennikov, regista russo dissidente, autore del recente, Limonov, racconta con intensità e rigore la fuga e l’esistenza del più ricercato e odiato mostro nazista in Argentina (si parte da Buenos Aires nel giugno del ’49) e Paraguay prima, e in Brasile poi.

Il film è basato sulla fedele ricostruzione della latitanza di Mengele dopo la Seconda Guerra Mondiale, favorita da complicità internazionali (la chiesa, la rete Odessa, la Croce Rossa, la corruzione sudamericana). Il racconto giunge sino alla sua morte, a conferma di come spesso il male possa restare impunito. Lo struggente bianco e nero della pellicola ci immerge nell’oscurità degli anni del dopoguerra, che Mengele vive indenne e mai pentito attraverso vecchi nazisti ancora infervorati dal fùher, agenti del Mossad che negli stessi anni catturano l’infame Eichmann, funzionari corrotti e poveri contadini semi ignari della persona che ospitavano. In alcuni momenti, tra i più coinvolgenti, il bianco nero si colora per mostrare, senza remore, la crudeltà, l’orrore degli esperimenti sulle cavie dei campi, ma anche momenti erotici, o per lui esaltanti, dell’ingegnere della razza.

La Scomparsa di Josef Mengele è certamente una cronaca dettagliata della fuga di uno dei peggiori criminali nazisti del Novecento, ma soprattutto del senso di vuoto che ci lascia sapere dell’impunità del male e del mancato pentimento di un criminale. Lo scrupoloso lavoro di Serebrennikov non fa sconti nelle immagini spesso crudissime, e nei contenuti mai consolatori, fondamentali negli interrogativi che pone sul persistere del male, su come impunità, denaro e corruzione riescano a proteggere chi si sia macchiato di crimini contro l’umanità. Particolarmente struggenti sono gli incontri tra Mengele e il figlio Rolf (l’incontro reale avvenne nel ’77 in Brasile), unica figura in grado di esprimere sentimenti e porre domande sul passato del padre, domande che non troveranno mai risposte oneste. Dicevamo della cifra stilistica, una narrazione sghemba, mai continua. L’alternanza del bianco e nero con il colore, il senso di oppressione che pervade la pellicola, quasi un noir che sposa il romanzo storico. Comunque un ‘opera potente, assai impressiva e visivamente scioccante, ovviamente non assolutoria verso lo squallido protagonista. Nella scena iniziale lo scheletro di Mengele, finalmente riconosciuto come tale, viene studiato e sezionato da studenti di medicina di Buenos Aires, sorta di nemesi storica di quanto accaduto ad Auschwitz. Doverosa la segnalazione per l’attore protagonista, August Diehl, di cui si ricordano le interpretazioni in Bastardi Senza Gloria e nel Giovane Karl Marx, perfetto nella drammatica sottolineatura dello spregevole Mengele, nelle differenti fasi della sua esistenza.

data di pubblicazione:26/01/2026


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