OLYMPE di Francesca Tricarico

OLYMPE di Francesca Tricarico

(Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone – Roma, 25 gennaio 2026)

Olympe de Gouges, una donna convinta che l’uguaglianza si raggiunga solo attraverso la libertà, mette a nudo, a distanza di secoli, l’ipocrisia di una società che non è in grado di fare i conti con le proprie insanabili contraddizioni.

La Francia di fine Settecento è scossa e inebriata da una rivoluzione che promette di sovvertire l’ordine costituito e di restituire voce e dignità a chi, fino a quel momento, è rimasto ai margini della società. Olympe de Gouges (Bruna Arceri) intravede fin da subito le ipocrisie di una rivoluzione che, dietro la formale affermazione dei diritti fondamentali, mantiene intatte le diseguaglianze politico-sociali e mette a tacere ogni forma di dissenso. Attraverso i suoi scritti politici e le sue opere teatrali, Olympe propone soluzioni a favore dei contadini, dei poveri, delle donne. «La donna nasce libera, e ha gli stessi diritti dell’uomo», scrive Olympe de Gouges nell’articolo 1 della sua Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina del 1971. Olympe viene arrestata e processata, nel 1793.

Lo spettacolo, scritto e diretto da Francesca Tricarico (tratto dal romanzo La donna che visse per un sogno di Maria Rosa Cutrufelli), mostra Olympe nel buio sconsolato del carcere, poco prima della sua condanna a morte. Altre detenute (Chiara Ferri, Sara Panci, Daniela Savu) seguono con apprensione le sorti di una donna divenuta sua malgrado un’eroina, la cui unica colpa è quella di aver rivendicato, anche di fronte ai suoi accusatori, la coerenza delle proprie idee.

Il carcere e la società di fine Settecento sono illuminati dallo sguardo del carcere e dalla società attuali. Le Donne del Muro Alto portano in scena Olympe conoscendo la realtà della detenzione, il vuoto della cella, il peso dello stigma. Arrivano sul palco con la consapevolezza di non avere paura della verità, perché sono già state giudicate. Le loro storie si mescolano a quella di Olympe, coinvolgendo lo spettatore in un vortice di emozioni e riflessioni che scuote alle radici i più comuni pregiudizi sul carcere. Il teatro sociale esiste. Le Donne del Muro Alto ne una felice rappresentazione.

Le Donne del Muro Alto è un progetto teatrale avviato nel 2013 da Francesca Tricarico e all’associazione Per Ananke ETS, allo scopo di favorire il reinserimento sociale attraverso la formazione teatrale. Si tratta di un progetto culturale che coinvolge donne detenute ed ex detenute, creando un raccordo tra “dentro” e “fuori” prezioso non solo per le attrici, ma anche (e forse soprattutto) per il loro pubblico.

data di pubblicazione: 26/01/2026


Il nostro voto:

THE BEAUTY di Ryan Murphy – Serie Disney +, 2026

THE BEAUTY di Ryan Murphy – Serie Disney +, 2026

La serie, creata da Ryan Murphy, già noto per American Horror Story, ha origine dal graphic novel omonimo di Jeremy Haun e Jason A. Hurley, trasformato in un thriller di undici episodi, ambientati tra Parigi, Venezia, Roma e New York. Al centro della narrazione c’è un virus/farmaco a trasmissione sessuale, che trasforma chi lo contrae in una versione perfetta di sé, fino al momento in cui questa perfezione si rivela letale. La metafora è esplicita: la bellezza assoluta diventa un’ossessione che corrode le relazioni, altera l’identità e porta auto distruzione.

A livello tematico The Beauty mira ad unire body horror e satira sociale, indagando l’ossessione culturale per il perfezionamento del corpo, in un’epoca dominata da social e medicina estetica. Tuttavia l’equilibrio tra critica sociale e spettacolo splatter non è completamente riuscito, si cade sovente nel didascalico, cercando di emulare il recente The Substance, ma senza raggiungere la sua precisione satirica e la coerenza stilistica.

Sicuramente l’inizio è di grande impatto, con sequenze visive avvincenti e personaggi affascinanti, ma proseguendo ci si imbatte in dialoghi poco veritieri ed una costruzione narrativa non sempre coerente, con la sensazione di un bell’involucro con poca sostanza.

Ashton Kutcher, nei panni dell’inquietante magnate Byron Forst, che sta dietro l’operazione di trasformazione in corpi perfetti, sembra a tratti caricaturale, in mezzo ad una narrazione già carica di elementi grotteschi, pur leggendo, nella sua interpretazione, il simbolo di un uomo incapace di guardare oltre la sua immagine ed il suo successo. La dinamica con la moglie Franny, alias Isabella Rossellini, ha quasi dell’assurdo, nonostante lei non sia mai una semplice presenza di richiamo, È, anzi, l’unica interprete elegante e dal profilo profondamente cinematografico, in grado di restituire un senso di profondità alla vicenda, con la sua aperta critica agli ideali incarnati dal compagno.

Per finire, il cameo di Riccardo Scamarcio contribuisce a sottolineare il tono internazionale e fanta noir della serie, rimanendo credibile, seppur costretto ad incarnare tutti gli stereotipi possibili di noi italiani, a cui non vengono lesinate battute in tutto il corso dell’ambientazione nostrana.

data di pubblicazione:25/01/2026

AMORE di Pippo Delbono

AMORE di Pippo Delbono

(Teatro Vascello – Roma, 20/25 gennaio 2026)

In scena al Teatro Vascello Amore, l’ultimo spettacolo di Pippo Delbono, un viaggio poetico e struggente alla ricerca del significato intimo dell’essenza dell’amore. In scena, il regista e attore porta un racconto in tante istantanee ispirato al Portogallo, terra di malinconia, fado e intensità emotiva. Tra musica, poesia e immagini evocative, Amore esplora il desiderio umano più profondo: quello di amare e sentirsi amati. Un’opera teatrale che indaga il sentimento attraverso la lente della perdita, della memoria e della speranza.

Lo spettacolo nasce dall’incontro e dall’amicizia fra Pippo Delbono e Renzo Barsotti e dal loro desiderio di realizzare insieme uno spettacolo sul Portogallo e sulle atmosfere del fado portoghese. Le chitarre dei tre musicisti in scena (Aline Frazão, Pedro Jóia e Miguel Ramos) accompagnano i canti e le voci vibranti, mentre sul palco si avvicendano gli attori impegnati a ricreare quadri potenti sulle sfumature dell’amore. L’impatto visivo è, come sempre, emozionante ed evocativo,  nonostante l’essenzialità della scena. L’uso delle luci valorizza e amplifica ogni atto rappresentato: il colore dominante riflesso sulle pareti è il rosso, il colore dell’amore e della passione per eccellenza.

Pippo Delbono canta l’amore, il bisogno d’amore e la mancanza d’amore. Un uomo che abbraccia un sacco di sabbia forato e più lo stringe a sé e più il sacco si svuota. Una donna che aspetta seduta seminuda di essere coperta di gioielli per poi però restare da sola o un’altra, anziana, che abbandona al vento i suoi ricordi. E poi la perdita e la morte di chi si ama, con il dolore di chi resta, che diventa racconto, fotogramma, musica e parole.

Lo spettacolo è un percorso alla ricerca dell’amore combattendone la paura dello stesso, secondo un cammino fatto di note, di voci e di immagini che alla fine diventa un momento di riconciliazione e di pace. Le note sono quelle malinconiche del fado, che esplodono in slanci energici attraverso la voce dei suoi cantanti. E c’è, poi, la parola poetica, con quel registro unico e ipnotico della voce di Delbono. Le parole sono tra le tante, quelle di Carlos Drummond de Andrade, Eugénio De Andrade, Jacques Prévert, Florbela Espanca.

Con la sua cifra stilistica inconfondibile, Delbono intreccia autobiografia e visione collettiva, dando vita a uno spettacolo emozionante, potente e universale. Uno spettacolo che nasce da un lutto dichiarato e dal bisogno di trasformare il dolore, la sofferenza, l’avanzare dell’età condividendoli e renderli spettacolo, con una meravigliosa dignità. Perché come nelle ultime battute prima della fine, c’è un luogo, un tempo in cui i morti e i vivi sono tutti nello stesso momento, presenti e uniti.

data di pubblicazione:25/01/2026


Il nostro voto:

NOMINATION OSCAR 2026 – CONSIDERAZIONI

NOMINATION OSCAR 2026 – CONSIDERAZIONI

La Grande Corsa è appena iniziata. Una corsa più aperta del previsto. Una competizione agguerrita perché quest’anno si contrappongono aspiranti al successo finale forti, solidi e appartenenti a generi molto diversi.

I recentissimi Golden Globe che in genere anticipano il percorso verso gli Oscar avevano delineato come Front Runner i due favoriti della vigilia: Una battaglia dopo l’altra e Hamnet e invece…

Invece, al termine della prima fase della dura e sotterranea lotta per sensibilizzare il voto degli 11mila membri della Academy si è delineato uno scenario ancora più aperto per il successo di un film fino a ieri considerato solo come un possibile outsider ma non certo come il favorito da battere.

Sono state infatti rese note le nomination per la 98° edizione degli Oscar che verranno assegnati il prossimo 15 Marzo. Con ben 16 candidature in quasi tutte le categorie chiave (il massimo mai raggiunto in un secolo di Cinema) l’horror folk black I Peccatori è divenuto inaspettatamente il potenziale film pigliatutto da contrastare nei giochi dietro le quinte nelle prossime settimane nel rush finale. Il film di Anderson lo tallona invece con 14 candidature mentre Hamnet segue con solo 8 nomination.

Quale che sia l’esito, l’annata 2025 è stata un’ottima annata che si distingue per la marcata pluralità artistica che unisce blockbuster spettacolari con lavori più intimisti. Produzioni hollywoodiane con prodotti indipendenti. Autori ed artisti affermati con talenti emergenti e una più che significativa presenza di forti film stranieri. Per gli appassionati di Cinema che amino o meno le storie visionarie, le performance magistrali o le innovazioni stilistiche, quest’anno si annuncia come un appuntamento più imperdibile che mai. Le ultime settimane potranno dar luogo a tutte le possibili sorprese. Vedremo chi vincerà fra Di Caprio e Chalamet o se ci sarà una sorpresa. Purtroppo anche quest’anno l’Italia che aveva candidato Familia è rimasta addirittura fuori dalle iniziali shortlist.

Ecco le Nomination per le principali categorie:

Miglior Film:                                                      

Bugonia;

F1;

Frankenstein;

Hamnet;

Marty Supreme;

Una battaglia dopo l’altra;

L’agente segreto;

Sentimental Value;

I Peccatori:

Train Dreams;

Miglior Regista:

Chloé Zhao – Hamnet          

Josh Safdie – Marty Supreme

P.Thhomas Anderson – Una battaglia dopo l’altra

Joachim Trier – Sentimental Value

Ryan Coogler – I Peccatori

Miglior Film Internazionale:

L’agente segreto (Brasile)

Un semplice incidente (Francia)

Sentimental Value (Norvegia)

Sirat (Spagna)

La voce di Hind Rajab (Tunisia)

Miglior Attore:                                                                         

Leonardo Di Caprio (Una battaglia dopo l’altra)                                                                

Timothée Chalamet (Marty Supreme)                                                                                                       

Ethan   Hawke (Blue Moon)                                                                                                                                                                               

Michael B. Jordan (I Peccatori)                                                                      

Wagner Moura (L’agente segreto)

Miglior Attrice:

Jessie Buckley (Hamnet)

Rose Byrne (Se solo potessi ti prenderei a calci)

Kate Hudson (Song Sung Blue)                                                                         

Renate Reinsve (Sentimental Value)

Emma Stone (Bugonia)

data di pubblicazione:23/01/2026

OLTRE – Come 16+29 persone hanno attraversato il disastro delle Ande

OLTRE – Come 16+29 persone hanno attraversato il disastro delle Ande

ideazione e regia di Fabiana Iacozzilli, drammaturgia di Linda Dalisi con Andrei Balan, Francesco Meloni, Marta Meneghetti, Giselda Ranieri, Evelina Rosselli, Isacco Venturini, Simone Zambelli. Produzione: Teatro Stabile dell’Umbria con Crampi, La Fabbrica dell’Attore – Teatro Vascello

(Teatro Biondo – Palermo, 20/25 Gennaio 2026)

Il 13 ottobre del 1972 un volo delle Forze Aeree Uruguaiane in rotta da Montevideo a Santiago del Cile con a bordo 45 persone si schianta tra i ghiacciai delle Ande. La maggior parte dei passeggeri sono i membri di una squadra di rugby. Solo 29 sopravvissero al disastro e, dopo settantadue giorni, di essi solo 16 furono trovati ancora in vita dai soccorsi. Per nutrirsi erano stati utilizzati i corpi dei cadaveri…

Prima che si alzi il sipario il teatro è al buio ed è percepibile solo il rombo di un aereo che sta per precipitare. Una parte della fusoliera è ora visibile e tra bagagli sparsi, sedili e attrezzature di bordo si muovono delle ombre. Nessuno dei superstiti è cosciente se si tratti di un incubo, se loro stessi siano di fatto morti. Pian piano ci si rende conto di quell’immane catastrofe e di essere soli tra le immense distese di ghiaccio delle Ande. Passati oltre cinquant’anni da quella tragedia, che sconvolse il mondo intero anche per l’esito inaspettato che ne seguì, molto fu scritto e raccontato. Si realizzarono persino due film l’ultimo dei quali, La società della neve, di Juan Antonio Bayona, fu candidato per la Spagna agli Oscar 2024.

Un resoconto di fatti che Linda Dalisi ha deciso di portare in teatro, in questi giorni al Biondo di Palermo, dopo una tournée per l’Italia. Lei stessa, insieme alla regista Fabiana, si è recata a Montevideo per parlare direttamente con i sopravvissuti, oramai più che settantenni. Testimonianze di quei momenti, durati settantadue giorni, durante i quali si videro lentamente morire. La vicenda narrata sulla scena da alcune marionette antropomorfe, progettate da Paola Villani, è affrontata con grande realismo ma anche con estrema delicatezza. Da ogni atto non emerge alcuna forma di sopraffazione, ma ci si coalizza infine per pura sopravvivenza. Il teatro è tutto, finzione, immaginazione ma anche cronaca vera.

I movimenti sono studiati e le voci reali fuori campo degli scampati riescono a far rivivere quei momenti terribili, di agonia ma soprattutto di speranza. Dal punto di vista dell’autrice, è proprio il concetto di sopravvivenza che farà sì che quei corpi, oramai senza vita, possano continuare a vivere. Ma cosa spinse i due ragazzi, appena ventenni, a intraprendere quel cammino in cerca di soccorsi? Ecco che qui emerge l’essenza dell’umano, il ritorno alla casa degli affetti. Penelope aspetta Ulisse, a Montevideo si avevano padri, madri, fratelli in attesa. Uno spettacolo emozionante, commovente che fa percepire quel tormento attraverso la voce diretta dei superstiti e fa riflettere sui valori umani da rispettare e da condividere.

data di pubblicazione:21/01/2026


Il nostro voto:

MERCY: SOTTO ACCUSA di Timur Bekmambetov, 2026

MERCY: SOTTO ACCUSA di Timur Bekmambetov, 2026

Los Angeles. Un detective (Chris Pratt) si sveglia in un’aula di tribunale davanti ad una Intelligenza Artificiale Avanzata (Rebecca Ferguson) che fa da giudice. Accusato di aver ucciso la moglie avrà solo 90 minuti per discolparsi o essere giustiziato.

Cosa succederebbe se in un prossimo futuro la Giustizia fosse amministrata da una IA che in un’ora e mezza giudica, condanna e giustizia i colpevoli?

La prospettiva di un confronto fra Umanità e Tecnologia è l’idea intrigante alla base di Mercy. Un’idea che dà luogo a una pellicola che flirta con generi cinematografici diversi: Thriller Futuristico, Courtroom Drama, Science Fiction e Action Movie. Una riflessione che ci porta in una società interconnessa in cui ogni movimento è catturato da una telecamera. La Giustizia è ormai amministrata dalla IA in aule ove c’è solo una sedia, l’imputato, schermi interattivi e l’algoritmo che si fa giuria, giudice e carnefice.

Al cuore della vicenda ci sono un essere umano e una realtà digitale. Il primo nel tentativo di dimostrare la propria innocenza è costretto a guardare i propri demoni interiori e cercare nel contempo tra le tante immagini archiviate una chiave per arrivare alla verità dei fatti e salvarsi. La seconda – fredda e spietata – agisce sulla sola base dei propri modelli predittivi. Un conflitto che contrappone progressivamente la variabile dell’intuitività umana alla conseguenzialità algoritmica.

Uno sviluppo interessante e ricco di potenzialità. Una provocazione che pone l’IA al centro e lascia spazio a tutte le possibili interrelazioni tra umani e mondo digitale. È palese il rimando a Minority Report ma realizzare un film anche solo sulla scia di Spielberg non è però cosa facile. Il regista ci ha provato e fino ad un certo punto sembra anche riuscirci. L’incipit faceva infatti sperare bene ma lungo il percorso i personaggi risultano troppo semplificati e la narrazione diviene troppo banale. Lo spettatore si ritrova poi sconcertato e inaspettatamente trasportato da un intrigante mondo fantascientifico in un Action Movie del tutto convenzionale: azione, rapimento, inseguimenti adrenalinici e catastrofici, scontri fisici, sparatorie e banale happy end.

Peccato! Lo spunto iniziale era intrigante, il regista ha anche un suo tocco interessante ed è abile nell’uso della tecnologia visuale dello Screenlife Style ma purtroppo il salto narrativo di genere rende il film un ibrido sconcertante che lo appiattisce. In ogni caso Mercy resta un film discreto, degno di attenzione per l’idea originaria, Un risultato parziale che sarà comunque apprezzato dagli appassionati che non badano alla logicità e conseguenzialità della vicenda narrativa.

data di pubblicazione:21/01/2026


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MARTY SUPREME di Josh Safdie, 2026

MARTY SUPREME di Josh Safdie, 2026

Marty Supreme è tutto fuorché quello che potrebbe sembrare sulla carta, ossia la biografia di un giocatore di ping pong. Il film è prima di tutto un’indagine viscerale sull’ego, sull’ossessione e sulla natura stessa dell’ambizione umana.

Ambientato negli Stati Uniti degli anni ’50, racconta la parabola di Marty Mauser (Timothèe Chalamet), un giovane uomo col sogno titanico di essere il migliore al mondo in uno sport che pochi prendono sul serio: il tennis da tavolo. Guardando il personaggio attraverso gli occhi del regista Josh Safdie non si assiste ad un ritratto sportivo tradizionale, ma ad una specie di epica moderna sul narcisismo e sul desiderio di conquistare ad ogni costo un posto, in un mondo che non rende facile la grandezza.

Al centro di tutto c’è Timothèe Chalamet, che mette per la prima volta la bellezza in secondo piano, imbruttendosi persino, per interpretare il personaggio, e regalandoci uno dei momenti più convincenti della sua carriera. Il suo Marty è allo stesso tempo affascinante ed irritante, magnetico e autodistruttivo, un protagonista che non si limita a correre dietro a un titolo mondiale, ma è mosso da un impulso compulsivo ad essere visto, riconosciuto e temuto. Marty, con la sua ambiguità morale, non è un eroe in senso classico, è piuttosto il riflesso di quella parte dell’io che vuole vincere ad ogni costo.

Gli fa da perfetto controcanto Gwyneth Paltrow, che con la sua presenza scenica all’opposto controllata, composta ed asciutta, contribuisce a rendere ancora più evidente l’irrequietezza del protagonista.

Dal punto di vista stilistico Marty Supreme fonde l’ambientazione storica con un’irriverente modernità sensoriale. La macchina da presa spesso sembra correre insieme al protagonista, il ritmo è travolgente, in grado di trasmettere una frenesia quasi fisica. Uno dei punti più alti è poi l’uso della colonna sonora, fatta di brani non coerenti con l’epoca rappresentata, per la maggior parte pezzi pop e rock anni 80, che spingono il racconto fuori dal realismo e dentro una dimensione quasi astratta. La musica non commenta il periodo ma il personaggio, fuori asse rispetto al suo tempo, già proiettato in una cultura della competizione, dell’immagine e dell’ego che appartiene a un’epoca successiva.

In conclusione, è difficile rimanere indifferenti alla forza di quest’opera, un film che non si accontenta di intrattenere, ma che chiede allo spettatore di confrontarsi con un protagonista che sfida apertamente la nostra empatia, esplorando il lato oscuro della performance, dove il talento non salva e la vittoria non redime, fino a un finale apparentemente di pacificazione che comunque, vista la tendenza di tutta la pellicola, lascia aperto il dubbio su come poi realmente andrà a finire.

data di pubblicazione:21/01/2026


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CINEMA ITALIANO: Bene, non benissimo, le cifre parlano

CINEMA ITALIANO: Bene, non benissimo, le cifre parlano

Secondo i recentissimi dati Cinetel nel 2025 il mercato cinematografico italiano ha confermato la stabilità della linea di tendenza verso un progressivo ritorno alla normalità dopo la Pandemia. C’è ancora molto da fare, ma conforta il trend costante.

Nel 2025 i nostri cinema hanno registrato ca.497 mln di incasso (493,9 mln nel ’24) e ca.68,3 mln di spettatori (69,7 mln nel ’24). Un risultato che conferma la stabilizzazione strutturale del mercato ma con luci e ombre. Gli incassi sono cresciuti complice l’aumento del prezzo dei biglietti e gli spettatori sono invece diminuiti (sarebbe stato peggio senza il ciclone natalizio di Zalone). La leggera flessione è stata determinata soprattutto da fattori congiunturali esterni: un anno cinematografico condizionato dalla mancanza di prodotti internazionali vincenti e dal ridotto numero di grandi produzioni americane.

Comunque sia, nello scenario europeo il comparto cinematografico italiano è l’unico che ha performato meglio degli altri paesi di riferimento. L’invidiatissima Francia dopo anni positivi ha incredibilmente perso il 13,6% di spettatori (156,7mln rispetto ai 181,5 mln del 2024), la Spagna ha registrato un calo dell’8%, Gran Bretagna e Germania sono rimaste quasi stabili.

L’Italia si conferma “un grande paese di Cinema” in cui andare al cinema è rimasta una pratica culturale e sociale indipendentemente dalle fasce di età. Si sono aperte nuove sale e sono anzi tornate le monosale. Le cosiddette Monosale di Continuità che garantiscono la presenza diffusa nei territori con una programmazione costante, sono fattore di aggregazione culturale e permettono una vita più lunga ai film. Soprattutto sono tornati al cinema i giovani (la fascia 15- 24 anni) ed il pubblico over 60.

Il Cinema Italiano raggiunge il 33% della quota di mercato (24,5% nel 2024) grazie ad un paio di titoli di successo e al calo della presenza americana scesa al 39,4% (54,2 del 2024).  Come detto c’è stato il fenomeno Zalone in soli 6 giorni di programmazione, ma nel resto dell’anno ci sono state giuste alternanze di film di qualità e di discreta fattura commerciale che hanno diversificato l’offerta e consentito di raggiungere ogni tipo di spettatore.

I migliori risultati del 2025 sono stati: Buen camino (4,4mln spettatori), Lillo & Stich (3,1mln spettatori), Follemente (2,4mln spettatori), Avatar 3 (1,9mln spettatori), Zootropolis 2 (1,8mln spettatori).

I migliori film italiani oltre a Buen Camino e Follemente sono stati Diamanti (1,3mln spettatori), Io sono la fine del mondo (1,2mln spettatori), Oi vita mia (1,1mln spettatori).

La sfida per il 2026 sarà mantenere le quote di mercato e fidelizzare il pubblico migliorando le strategie per rendere continua l’offerta di qualità, trasformare l’andare al cinema in una abitudine e allungare la vita dei film in sala.

data di pubblicazione:20/01/2026

FINALE DI PARTITA di Samuel Beckett, 2026

FINALE DI PARTITA di Samuel Beckett, 2026

Regia di Gabriele Russo con Michele di Mauro, Giuseppe Sartori, Alessio Piazza, Anna Rita Vitolo. Produzione: Fondazione Teatro di Napoli – Teatro Bellini / Teatro Biondo Palermo

(Teatro Biondo – Palermo, 13/18 Gennaio 2026)

Hamm e Clov vivono in un’indissolubile simbiosi. Il primo è cieco, costretto a vivere sulla sedia a rotelle, il secondo ha seri problemi a una gamba e non può stare seduto. Nella casa rifugio dove abitano vivono pure i genitori di Hamm, Nagg e Nell, impossibilitati a muoversi e relegati in bagno tra la spazzatura. Fuori il nulla, una natura oramai morta dove non si riscontra traccia di umanità. La disperazione e la reiterazione di ogni atto caratterizzano le loro esistenze. Qualche ricordo, oramai lontano nel tempo, porta ogni tanto uno sprazzo di luce in questo spazio claustrofobico e stantìo…

L’opera del celebre drammaturgo irlandese Samuel Beckett è legata alla coniazione del termine Teatro dell’Assurdo alla metà del Novecento, a ridosso della fine della guerra. Beckett inventa così un modo di fare teatro sui generis, dove il dialogo non segue una logica immediata e la trama stessa assume contorni indefiniti. In ogni caso prevale tra le parole e le azioni un profondo sentimento di angoscia, di profonda sofferenza, di profonda disperazione. Anche in Finale di Partita riscontriamo subito questi elementi caratterizzanti. Ognuno dei quattro personaggi sulla scena ha delle invalidità gravi che non consentono alcuna possibilità di vivere un’esistenza normale. Le loro vite sono sigillate dentro uno spazio chiuso.

L’unica via di fuga, per l’unico che ancora ha l’uso sia pur limitato delle gambe, è verso un mondo privo di tutto. Hamm, cieco, non vede e non vuole preoccuparsi dei genitori, le sue attenzioni sono rivolte a Clov che lo assiste in tutto, per come può. Una relazione ambigua, anche piena di grandi gesti di affetto, ma che si basa su una struttura precaria, che minaccia di infrangersi in ogni momento. Le situazioni si ripetono così senza soluzione di continuità, tutto rimane statico in attesa che i singoli personaggi giochino le ultime pedine ancora disponibili. In effetti la partita volge a termine e ognuno dovrà ammettere la propria sconfitta, essenzialmente verso sé stesso.

Un senso quindi di cupa angoscia che invade il campo, luci che diventano sempre più ombre nel disfacimento totale dell’abbandono. Clov viene invitato a più riprese a lasciare la casa, i genitori di Hann sono morti e lui stesso si prepara ad affrontare la fine. Beckett stesso non sembra avere a portata di mano una soluzione convincente. Un’apocalisse che sta oramai dietro la porta di casa e attende fuori per la resa dei conti. Gabrile Russo cura una regia impeccabile e le scene curate da Roberto Crea infondono nello spettatore quel senso di inquietudine opprimente. I quattro protagonisti hanno avuto delle performance recitative di alto livello creando uno spettacolo veramente notevole e sicuramente da non perdere.

data di pubblicazione:19/01/2026


Il nostro voto:

ALTERS di e con Marianna Adamo

ALTERS di e con Marianna Adamo

e con Matteo Fasanella

(Teatro Tor Bella Monaca – Roma, 12/14 gennaio 2026)

Sembra nato da un momento di delirio psicotico il testo di Alters, scritto e diretto dalla promettente autrice Marianna Adamo, anche protagonista sulla scena insieme a Matteo Fasanella (aiuto alla regia Giovanna Cappuccio). Lo spettacolo, prodotto da ORO Studios andato in scena al Teatro di Tor Bella Monaca, è risultato vincitore dell’avviso pubblico per la realizzazione di iniziative di interesse per l’Amministrazione Capitolina in occasione del Giubileo appena concluso. Alla sera della prima è intervenuto anche Dario Nanni, presidente della Commissione speciale giubilare e consigliere di Roma Capitale, che ha introdotto lo spettacolo al pubblico presente in sala.

Un indizio non può trasformarsi in una prova se non è sufficientemente preciso e supportato da altri elementi concordanti. Per risolvere un caso di reato compiuto da un paziente affetto da disturbo mentale, l’indagine da compiere è complessa, soprattutto quando l’assistito sembra lo specchio del medico che lo ha in cura. Le differenze si assottigliano, i ruoli si confondono e il pubblico – siamo pur sempre a teatro – si trova davanti a un procedimento giudiziario tanto intricato quanto difficile da decifrare.

Si parte da un dato reale. Nina e Filippo si incontrano per una seduta psichiatrica in una stanza all’interno di una residenza sanitaria per l’esecuzione di misure di sicurezza, una sorta di carcere per persone con psicosi. Il posto è squallido e claustrofobico. Blindato dall’esterno, nessuno può entrare o uscire, né tantomeno interrompere il colloquio. I movimenti dei due personaggi sono speculari e gli abiti che indossano non tradiscono differenze di ruolo. Non sappiamo chi dei due sia il paziente o il medico. La stessa Nina, con la sua compostezza professionale, e Filippo, con la sua irriverenza provocatoria, sembrano sconvolgere ogni aspettativa. Il testo scardina deliberatamente ogni pregiudizio. Si analizzano a vicenda, nel tentativo di restare fedeli alle procedure stabilite dal protocollo. Le regole sono chiare: lasciarsi andare, tirando fuori tutta la verità, senza giudicare e mettere in discussione quel che si dice.

Ma Alters, afferma l’autrice, nasce dalla necessità di portare in scena l’invisibile: il territorio della psiche quando le certezze crollano e la verità diventa sfuggente. E così, quello che di per sé era già complicato, si ingarbuglia ancora di più. Lentamente, attraverso un dialogo serrato, si manifesta la vera natura del dramma. Nina, sottoposta alle provocazioni di Filippo, finisce per rivelare una parte nascosta di sé, dirompente e pericolosa. Lo spazio neutrale della stanza asettica si trasforma nel simbolo soffocante di una mente intrappolata nei suoi stessi confini, una prigione psicologica da cui sembra impossibile fuggire. Il crescere del delirio schizofrenico riempie la scena di proiezioni inquietanti e paure viscerali. La psiche umana si rivela al contempo vittima impotente e carnefice inflessibile di sé stessa.

Il finale non scioglie, non risolve, ma obbliga a un’altra lettura. Pone la relazione medico-paziente su un altro piano, rendendo la struttura drammaturgica intrigante e magnetica. Fasanella intercetta le ombre cupe del dramma, accompagnando con consapevolezza le mostruose trasformazioni della Adamo. Al pubblico, come chiamato in tribunale, l’ardua azione del giudizio.

data di pubblicazione:18/01/2026


Il nostro voto: