da Antonio Jacolina | Set 4, 2025
Inghilterra. Una nobile magione di campagna è una residenza di lusso per anziani. Quattro pensionati (H. Mirren, P. Brosnan, B. Kingsley e C. Imrie) tutti ancora brillanti, si dilettano, ogni giovedì ad esaminare vecchi casi di omicidi insoluti. Quando alcuni delitti turbano la quiete della residenza potranno finalmente indagare su un caso attuale e …
Il Club dei Delitti del Giovedí è un Cluedo in versione britannica, ambientato in modo originale in una casa di riposo di lusso e centrato sull’ingegnosità intuitiva di un gruppo di anziani “ex qualcosa”. Un giallo alla Agatha Christie alla ricerca del colpevole corredato di tutto il possibile fascino inglese. Il Murder Mistery è un Genere mai tramontato, anzi è tornato di gran moda sia in campo letterario che cinematografico. Netflix cogliendo il successo di un fenomeno letterario di oltre otto milioni di copie, punta, riadattandolo sullo schermo, a farne anche un fenomeno cinematografico ed un probabile nuovo Franchise.
Il film di Columbus, collaudato sceneggiatore e regista di diversi successi, è una gradevole e classica commedia poliziesca senza particolari fronzoli che non prova a innovare nè tantomeno osa uscire dagli schemi del Genere Whodonnit. Palese erede dei romanzi popolari della Christie rende anzi omaggio proprio ai classici del Genere secondo i canoni della tradizione tutta britannica del Murder Mistery. Ne riprende e ripropone infatti i codici tipici: unità di luogo, location di gran classe, eleganza, understatement, ironia, autoironia, plot poco complesso ed il ricorso alle piccole mistificazioni per smascherare alla fine il colpevole. Il Club dei Delitti del Giovedí è proprio un english movie con il suo tipico charme leggero, i suoi personaggi provinciali ed uno humour sottile. L’inchiesta è tradizionale ed inserita in contesti molto old style. Lo scenario è semplice e privo di grandi sorprese e violenze efferate. Il regista è bravo inoltre a dare all’intera vicenda un’atmosfera fuori del tempo.
La vera carta vincente che rende interessante e piacevole una storia semplice è però il Cast stellare! La crema della crema del Cinema Inglese! L’alchimia, il carisma ed il talento dei quattro protagonisti è palese in ogni loro gesto, sguardo e ammiccamento. Esperienza, bravura e sintonia reciproca! Un quartetto di grandi attori supportati da uno stuolo di comprimari tutti di alta qualità. Su tutti eccelle J. Price!
C’è ovviamente anche qualche difettuccio: i personaggi sono un po’ stereotipati, la vicenda è convenzionale e non c’è di certo molta azione. Ma non è detto che sia una colpa perché così sono anche gli stessi modelli letterari. L’insieme resta purtuttavia molto gradevole e tiene vivo l’interesse dello spettatore fino alla fine. Il film è quindi proprio ciò che vuole essere: un Cozy Mistery, un giallo classico, garbato, elegante, coinvolgente, intelligente, ben interpretato e molto, molto british.
data di pubblicazione:04/09/2025
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da Daniela Palumbo | Ago 31, 2025
È una produzione turca, questo film drammatico diretto da Çağri Vila Lostuvali sulla sceneggiatura di Deniz Madanoğlu e Murat Uyurkulak, attualmente disponibile su Netflix.
Una famiglia modesta, una sera qualunque, una discussione accesa tra le mura di casa. La polizia bussa alla porta: un uomo è rimasto ucciso in seguito a un incidente d’auto. Il responsabile è Fatih, il figlio maggiore, ma il padre decide di consegnare Baran, che è ancora minorenne e potrà ricevere una pena più lieve. A nulla servirà lo sgomento del ragazzo: “Io non ho fatto niente. Perché mi portano via?!”… La vita ricomincia dopo il suo rilascio dal carcere, la sua liberazione. Ma sarà vera libertà?
È un film semplice, lineare nella prospettiva, essenziale nel suo dispensare commozione e buoni sentimenti, sostanzialmente genuino. Ripercorre le tappe di un’esistenza “bruciata” sin dall’adolescenza, quella di un ragazzino costretto a scontare una condanna per qualcosa che non ha commesso. Lui non sa ribellarsi all’ingiustizia, e a quei genitori che dovrebbero proteggerlo e non esitano, invece, ad immolarlo. È il figlio reietto, vittima di un destino contrario; è il fratello “minore”, il diseredato, il cadetto.
Avvelenato da anni di immeritata galera (un solo flashback, nella seconda parte del film, rivelerà uno degli episodi più dolorosi), Baran ormai adulto esce di prigione. Prova a resistere alle insistenze del fratello (sì, proprio quel “fratello”) – Fatih, interpretato da Edip Tepeli – che lo supplica di perdonarlo, mostrando però – anche nella ricerca di una sorta di riparazione/riscatto – una immutata volontà di imporsi. Ma la vera natura, quella più generosa e benevola, del protagonista – cui Mert Ramazan Demir presta il volto – scaturisce dal contatto con l’innocenza più pura, qui rappresentata dalla nipotina Lidya (Ada Erma), figlia di Fatih, e dalla sua copia inanimata in versione pupazzo di peluche (la giraffa Honey). Prendersi cura di lei, rimasta orfana della madre e privata del padre per un lungo periodo di tempo, è rivivere la propria infanzia, attraversarla di nuovo e correggerla (“Non farà la mia stessa fine!“)
Non ha soldi, Baran. Non ha un posto dove dormire, né un lavoro, ma decide di non abbandonare quella bambina. Ha un amico, Esat (Rahimcan Kapkap), un amico sincero. Conosciuto in cella, più famiglia della famiglia reale, quella del “sangue”. E ha un talento, soprattutto, l’arte di saper “aggiustare” le cose. Che sia una vecchia automobile abbandonata in un’officina o un edificio in rovina che nessuno vuole più abitare. Per la piccola Lidya lui sarà padre, fratello, amico e compagno di giochi (di disavventure persino). Si salveranno a vicenda, i due? Creature dall’anima “spezzata”? Salveranno qualcun altro, insieme a loro, nella compassione operosa e nella solidarietà che scioglie i cuori di pietra?
L’attesa e il desiderio guideranno lo spettatore a scoprire il finale. E prima ancora, a scoprire che nulla è irrimediabilmente perduto, che non è mai finita finché la vita stessa non è finita, che chi sostiene il contrario – e si arrende – dice “una menzogna”. È sufficiente cercare, frugare tra i vecchi arnesi, scavare negli angoli più nascosti e trovare la falla, infine.
Perché “se sapete dove è rotto, saprete come riparare“.
data di pubblicazione:31/08/2025
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da Paolo Talone | Ago 31, 2025
SGUARDO NEL CONTEMPORANEO
(Forlì 22/25 settembre 2025)
Attesa a Forlì dal 22 al 25 settembre la terza edizione di Colpi di scena, festival di spettacoli dal vivo organizzato da Accademia Perduta/Romagna Teatri e ATER Fondazione, insieme al Comune di Forlì (con il sostegno della Cassa di Risparmio di Forlì e il patrocinio del Ministero della Cultura e della Regione Emilia-Romagna) quest’anno dedicato alle nuove e multiformi espressioni del teatro contemporaneo.
Fin dalla fondazione, nel 1982, l’Accademia Perduta è un’istituzione teatrale profondamente radicata nel territorio romagnolo, il cui lavoro si svolge in stretta sinergia con i comuni di Forlì, Faenza e della provincia di Ravenna. All’originaria vocazione di centro di produzione e promozione di teatro ragazzi – tra i pochi in Italia – si è affiancata nel tempo un’intensa attività rivolta anche a un pubblico adulto. Così Colpi di scena, vetrina dedicata ai più giovani a cadenza biennale, dal 2021 alterna negli anni dispari uno spazio rivolto alle istanze del contemporaneo.
Tanti gli artisti e le compagnie provenienti da tutta Italia, selezionati attentamente dalla Direzione artistica di Claudio Casadio e Ruggero Sintoni, che saranno ospitati negli spazi teatrali della città (Teatri Diego Fabbri, Piccolo, Testori, ExATR e Felix Guattari) per spostarsi, per una sola serata, al Teatro Masini di Faenza. I loro lavori sono «opere che osservano e interpretano il presente, mettendo in scena e in discussione temi attuali, urgenti, universali quali lavoro, amore e sessualità, abissi e resilienze dell’essere umano, contestualizzati in un mondo che evolve rapidamente e continuamente le proprie tesi e antitesi».
Dei 16 spettacoli in programmazione nei quattro giorni nell’evento molti sono anteprime o debutti nazionali. Sarà infatti anticipata al pubblico di critici e spettatori la visione dei lavori di Cranpi con lo spettacolo di Gabriele Paolocà, Claudia Marsicano e Fabio Antonelli (La diva del Bataclan), 369gradi (Several love’s request di e con Pietro Angelini e Pietro Turano) e Agnese Fallongo e Tiziano Caputo con Adriano Evangelisti e Raffaele Latagliata (Circo Paradiso).
Mentre vedranno il debutto in prima nazionale i forlivesi Masque Teatro, E di tutti i volti dimenticati (da un’idea di Lorenzo Bazzocchi, con Eleonora Sedioli); Gruppo della Creta insieme a Pier Lorenzo Pisano nella saga familiare Scatenare incendi; Les Moustaches con La Fame di Alberto Fumagalli; Manifatture Teatrali Milanesi e Stefano Cordella con Bovary (da Gustave Flaubert). E ancora Cranpi con lo spettacolo di Gioia Salvatori Avere una brutta natura; Studio Doiz in Ombrelloni di Iacopo Gardelli (con Lorenzo Carpinelli); Stivalaccio Teatro con Pasta Madre di e con Sara Allevi e J.T.B., lo spettacolo di Lorenzo Gallozzo e Massimiliano Burini.
Infine, hanno già fatto il loro esordio sulla scena e tornano in replica al festival Carrozzeria Orfeo con lo spettacolo scritto da Gabriele Di Luca Misurare il salto delle rane; Niccolò Fettarappa e Nicola Borghesi con Uno spettacolo italiano; bestfriend_teatro di Giuseppe Tantillo e Valentina Carli in Bianco; servomutoTeatro e Liberaimago con De/Frammentazione di dramma assoluto scritto da Fabio Pisano e diretto da Michele Segreto e il Collettivo Clochart con Vibro d’amore, per la regia di Michele Comite e coreografie di Illary Anghileri.
data di pubblicazione:31/08/2025
da Maria Letizia Panerai | Ago 30, 2025
Il 27 agosto ad inaugurare l’apertura della 82 Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia è stato il film di Paolo Sorrentino. Prima pellicola in Concorso, potremmo definire La grazia il film più maturo del regista partenopeo, forse tra i suoi migliori perché realizza quella difficile alchimia di far ridere e piangere lo spettatore. Servillo è Mariano De Santis, Presidente della Repubblica Italiana negli ultimi 6 mesi di mandato. Con una interpretazione sobria e controllata, l’attore alterna una dialettica da giurista a pause in cui gli basta muovere un sopracciglio per esprimere pensieri e parole. Accanto a lui Anna Ferzetti, nel ruolo della figlia Dorotea. Sorrentino le mette un grande faro addosso regalandole un ruolo da co-protagonista che lei assolve meravigliosamente: tenendo testa ad un mostro sacro come Servillo si scrolla finalmente di dosso l’essere figlia e moglie di. La grazia rappresenta un percorso di riflessione che ha come fulcro l’importanza del dubbio. Non mancano i personaggi “sorrentiniani” di contorno come il Papa nero e rasta, il corazziere tuttofare, il sindaco che parla per conto della moglie e la vecchia amica di famiglia Coco, a cui si aggiungono figure complesse come i due detenuti in attesa della Grazia del Presidente. Dialoghi profondi e commoventi si alternano a battute esilaranti, e Servillo-Presidente arriva a citare sé stesso quando indica come sinonimo di eleganza un uomo che indossa una giacca rossa con i pantaloni bianchi. Apre invece la sezione Orizzonti Mother di Teona Strugar Mitevska, coproduzione belga-macedone, film molto coraggioso e di forte impatto, interpretato mirabilmente da Noomi Rapace nei panni di una giovane ed inedita Madre Teresa di Calcutta. Siamo nel 1948. Il film si articola in uno spazio temporale di sette giorni in cui la trentasettenne Teresa, madre superiore del convento delle suore di Loreto, è in attesa di una lettera del Vaticano che le permetta di lasciare il convento per creare un nuovo ordine. La macchina da presa è sempre su di lei, facendoci percepire l’oscillazione tra dubbi e determinazione, tra fede e ambizione, regalandoci l’immagine di una giovane donna che lotta in un mondo di soli uomini, integerrima, inflessibile, con un rigore di ferro, audace, coraggiosa, libera. Apre invece Le Giornate degli autori La Gioia di Nicolangelo Gelormini. Basato su una pièce teatrale la cui sceneggiatura è stato premio Solinas, si ispira ad un recente fatto di cronaca italiana e vanta un cast di tutto rispetto. Valeria Golino, Jasmine Trinca e Francesco Colella, inediti e bravissimi, intrecciano i loro ruoli all’interpretazione del giovane Saul Nanni sorprendentemente bravo, camaleontico, con doti da trasformista che con questo ruolo entra di diritto in quel ristretto gruppo di nuove leve di cui fanno parte Francesco Ghechi e Leonardo Maltese. Il film narra la storia di Gioia Montefiori, una donna non più giovane, ingenua e colta, insegnante di francese che vive ancora con i genitori e che si innamora di Alessio, un suo allievo. Accetterà di farsi stravolgere la vita da lui per provare quella “gioia”, come il suo stesso nome recita, che nella sua vita non aveva mai provato. Un misto di tenerezza e senso materno la spingerà tra le braccia del giovane sino a farle commettere gesti che lei stessa non avrebbe mai immaginato di attuare. Decisamente un buon film. Altra pellicola in concorso è Jay Kelly con George Clooney come protagonista. George è sempre un bel vedere, anche se questa volta non interpreta il fascinoso dalla andatura dinoccolata che tanto piace alle donne. Al contrario è un attore di successo di mezza età che fa i conti con la sua vita privata, un uomo in crisi per aver dedicato troppo tempo alla carriera e troppo poco agli affetti. Ma la storia di questo bilancio personale, seppur nelle mani sapienti di N. Baumbach diventi qualcosa di insolito, è un po’ troppo ripetitivo e a tratti soporifero. Girato parzialmente in Italia, per l’esattezza ad Arezzo e dintorni, nel cast troviamo l’immancabile Alba Rohrwacker e ci chiediamo perchè. A tenere testa al bel George, c’è un bravissimo Adam Sandler nella parte di Ron, il suo inossidabile agente. Il regista ha dichiarato in conferenza stampa di aver giocato con l’idea di fare pace con chi siamo e con chi rappresentiamo in un viaggio per scoprire l’uomo, e Clooney-Kelly si è prestato al gioco. Il film ha il merito di rivelare anche un ambiente che ai più è sconosciuto, un dietro le quinte di ciò che è la reale vita di un attore o di una troupe, mostrando questo lavoro nella sua “normalità”. Sicuramente non è la migliore pellicola di Baumbach ma George, tra il melanconico e gigionesco, regge.
É poi arrivato il momento di Yorgos Lanthimos, anch’esso in concorso, che si conferma un genio assoluto: il suo Bugonia è un film che appartiene al suo mondo visionario e fantastico che ben conosciamo (anche se non è paragonabile a Povere creature), e nonostante le trovate irreali è profondamente calato nella realtà contemporanea e ci fa capire come l’intera umanità sia al contrario assolutamente scollegata da essa. Riusciranno gli “alieni” a salvarci o ci condanneranno all’estinzione come fu per i dinosauri? C’è una ambiguità nel film molto impattante ed Emma Stone è strepitosa come sempre, così come il suo “nemico” interpretato da J.Plemons perfetto nell’offrirci un personaggio detestabile, un’anima in pena che vorrebbe aiutare gli uomini non avendo però il fisico del ruolo per essere credibile. Nel film è facile “etichettare” i personaggi, ma poi essi ci stupiscono assumendo lati sempre nuovi da scoprire e riscoprire sino all’ultimo fotogramma. Una colonna sonora fantastica accompagna questa storia complessa scritta da W. Tracy di un mondo apparentemente distopico che al contrario è una perfetta fotografia del mondo reale. Sul film di Guadagnino After the hunt (non in concorso), invece, non possiamo dire molto se non che la presenza della divina Julia Roberts ha fatto letteralmente esplodere il sistema di prenotazioni! Sappiamo sulla trama quanto riportato dai quotidiani nazionali, ma possiamo riferire ciò che in conferenza stampa è stato detto. Film provocatorio, ricco di personaggi complicati, che accenderanno sicuramente un dibattito per la complessità di visioni e di sfaccettature. Diversi punti di vista si mescolano a dialoghi serrati, in uno scontro tra diverse verità. É stata giudicata straordinaria la performance di Julia Roberts. Altro film in concorso è À pied d’oeuvre di Valérie Donzelli, piccola storia resa grande da una sceneggiatura accorta. Si narra la storia di un’ambizione vera, di quelle che ti fanno operare scelte coraggiose, rinunciando alla propria zona di comfort. Un fotografo, ben pagato, marito e padre di famiglia, per inseguire il sogno di diventare scrittore decide di andare in sottrazione riducendo la sua vita all’essenziale, passando da corse continue per raggiungere il successo ad una vita quasi di stenti per dedicarsi appieno alla scrittura. Film molto lento, ma nel complesso interessante. Chiudono la nostra breve incursione nella kermesse veneziana due pellicole, entrambe in concorso: Sotto le nuvole di Gianfranco Rosi e Frankenstein di Guillermo del Toro. Rosi, noto documentarista pluripremiato (Leone d’oro per Sacro GRA e Orso d’oro per Fuocoammare) esplora Napoli e le sue antiche memorie, il Vesuvio e le solfatare dei Campi Flegrei sempre in agitazione, Pompei, Ercolano. Fulcro del docu-film sono le continue telefonate ai vigili del fuoco di persone che alle prime avvisaglie di oscillazioni della terra chiamano per sapere se devono preparare i bagagli e scappare. Girato interamente in bianco e nero il film è un viaggio nella storia e nelle storie degli uomini. Ed infine c’è lui, Guillermo del Toro, vincitore di ben 4 Oscar e Leone d’oro nel 2017 per La forma dell’acqua, che ci stupisce con l’adattamento del romanzo gotico di Mary Shelley sullo scienziato, affascinante quanto arrogante, Victor Frankenstein (Oscar Isaac). Curato in ogni piccolo particolare, affronta molti argomenti come il rifiuto della diversità e il dolore che nasce da questa esclusione, l’abbandono e il rapporto padri-figli. Seppur decisamente troppo lungo, Frankenstein è una profonda meditazione sul bisogno di essere accettati per quello che si è, esplorando temi universali quali la solitudine, il desiderio di essere compresi, la paternità mancata e la bellezza dell’imperfezione. Accreditati si ferma qui, ma il Festival di Venezia continua.
data di pubblicazione:30/08/2025
da Anna Paulinyi | Ago 30, 2025
Una studentessa americana e un professore inglese faranno faville condividendo la loro grande passione per la poesia vittoriana ad Oxford.
Quest’estate Netflix ci ha regalato un altro lungo momento romantico, quasi due ore, con Sofia Carson. La lunghezza del film è dovuta sicuramente anche alla bellissima ambientazione, che si può già dedurre dal titolo, e chi è fan dell’Inghilterra, quella dove si beve una buona tazza di tè nero, mangiucchiando uno scone con del lemon curd mentre piove fuori, sarà felicissimo di essere portato a Oxford senza doversi alzare dal proprio divano. Ma tenete a portata di mano i fazzoletti: le inquadrature nella bellissima e antica biblioteca Bodleiana e le gite in bici tra i palazzi gotici e neogotici, con sprazzi di prati ben curati, si pagano.
Anna (Sofia Carson) è una giovane americana che, prima di incominciare la vita della donna di successo in alta finanza voluta dai genitori, immigrati dal Sud America, desidera regalarsi il suo sogno nel cassetto: studiare la poesia vittoriana per un anno a Oxford con una famosa professoressa, suo idolo.
Peccato che proprio quell’anno il corso non lo terrà la professoressa, bensì il suo discepolo più bravo, James Davenport (Corey Mylchreest, protagonista maschile bravissimo in Queen Charlotte: A Bridgerton Story (2023) sempre su Netflix), che oltre a essere un serio studioso di poesia pare sia anche un bel donnaiolo di ottima famiglia.
E qualcuno già può immaginarsi come va a finire… però c’è un grande “ma”, come in tutti i film dell’ultimo periodo con Sofia Carson – al momento una delle regine del genere rom-com su Netflix – che vengono sempre accompagnati anche da qualche forte nota amarognola.
Sofia Carson ebbe un grandissimo successo qualche anno fa con Purple Heart (2022), dove impersonava una giovane cantante, Cassie Salazar, che decide di sposare per convenienza un giovane soldato americano a breve inviato in guerra. Lei, per avere i medicinali e curare attraverso l’assicurazione sanitaria del marito il suo diabete, che altrimenti l’avrebbe portata sul lastrico. Lui, Luke (impersonato da un bravissimo Nicholas Galitzine), per ripagare un debito contratto. Nel film è molto presente anche la rappresentazione di una classe sociale che non riesce a sbarcare il lunario nonostante impegno e voglia di lavorare sodo in uno dei paesi più ricchi del mondo.
Poi è uscito lo scorso marzo The Life List, dove Sofia Carson impersona Alex, una giovane newyorkese che sembra aver perso un po’ la bussola riguardo a quello che vuole dalla vita. In più le muore la mamma che, per confonderla ancora di più, le lascia legalmente il compito di mettere in atto la sua lista dei desideri di quando aveva 13 anni, se vuole ricevere la sua parte ereditaria. Per questo le viene affiancato dallo studio legale Brad (Kyle Allen), un avvocato agli inizi carriera. Ovviamente da cosa nasce cosa, ma qui la storia d’amore fa quasi da sottofondo al racconto dei rapporti familiari della protagonista, in particolare quello con la madre e il lutto per la sua mancanza.
In questo senso le commedie romantiche con Sofia Carson, per quanto film di evasione di stampo “chick lit” (espressione per un filone di letteratura femminile popolare, che ha come protagonista una giovane donna che si ritrova a vivere momenti intensi e faticosi, ripagati però a livello sentimentale), non sono prive di fascino e contengono anche qualche possibilità di autoriflessione.
Anche Il mio anno a Oxford riporta così il suo elemento di sorpresa, e più scuro del previsto. Ma non voglio scrivere altro. Per chi è donna, ha voglia di evadere dal quotidiano e spargere qualche lacrimuccia, i film con Sofia Carson vanno benissimo. Anche perché sono eleganti, quasi commedie romantiche di una volta. Ed è per questo motivo che si perdona volentieri anche una certa rigidità nella recitazione a Sofia Carson, perché ha il fascino di una vera diva, giovane e bella. Ed è anche per questo motivo che le vengono messi accanto solo giovani attori a inizio carriera. Ma anche questo fa piacere, perché sono sempre belli e bravissimi.
data di pubblicazione:30/08/2025
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da Antonio Jacolina | Ago 29, 2025
Russell Crowe è un ex detective congedato anzitempo per ubriachezza. Affetto da incipiente Alzheimer è sottoposto a cure sperimentali. Si trova a dover riesaminare, o meglio, vista la perdita di memoria, a esaminare ex novo un caso di omicidio di dieci anni prima, il cui responsabile sta per essere giustiziato…
In attesa che dopo Venezia, a settembre riparta la stagione cinematografica, Sleeping Dogs appena uscito su Prime offre l’opportunità di tornare ad apprezzare R. Crowe in un ruolo finalmente eccellente e di scoprire un più che discreto poliziesco che si riallaccia ai piccoli buoni noir duri e puri di una volta. Film che pur non puntando all’eccellenza hanno sempre il merito di essere ben costruiti, ben interpretati e ottenere il risultato di far passare dei buoni momenti di cinema agli appassionati del Genere.
Sleeping Dogs, prima regia di Cooper finora solo apprezzato sceneggiatore, è un thriller psicologico teso, cupo e intrigante costruito tutto sulle atmosfere, le incertezze, le ambiguità e la confusione mentale del protagonista. Tormentato dalla malattia e dall’ansia di riesaminare il vecchio omicidio, mano a mano che rivede i fatti e recupera frammenti di memoria inizierà ad avere sempre meno certezze sulle conclusioni cui era giunto dieci anni prima. Dunque non un film d’azione ma un poliziesco mentale, un thriller introspettivo ma accattivante, attraversato da dubbi, false piste, ripensamenti e da una sottile, inquietante domanda sotterranea: l’errore, se c’è stato, è nelle indagini o solo nella memoria di chi ha risolto il caso? Un vero tuffo nei meandri della memoria vacillante e dei traumi subiti. Una dimensione insolita che, pur con le debite differenze, ricorda subito Memento di C. Nolan.
Il neo regista, supportato da una discreta sceneggiatura si interroga sul rapporto fra memoria e reale e gioca sulle incertezze, sui frammenti di verità con una messa in scena volutamente crepuscolare. La narrazione è lineare con un uso, forse eccessivo, di flashback e con qualche svolta narrativa di troppo. Il ritmo resta però sempre vivace e la tensione narrativa è costante fino al finale in cui le tessere del puzzle si ricompongono. Il vero punto di forza del film è certamente la buona performance di Crowe. Impressionante nella sua mole fisica gioca con gli sguardi ed esprime fragilità contenuta ed oscillante fra lucidità, ingenuità e confusione. L’attore dà vera profondità emotiva a tutta la storia. Gli fanno da buon contrappunto gli altri coprotagonisti.
Sleeping Dogs, pur con qualche incoerenza narrativa è dunque un thriller più che discreto, ben confezionato e intrigante. Il bravo Crowe offre poi un motivo in più per godersi il film fino alla fine.
data di pubblicazione:29/08/2025
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da Anna Paulinyi | Ago 27, 2025
Warfare – Tempo di Guerra, scritto e diretto dall’iconico Alex Garland – già autore di The Beach (2000) e del recente Civil War (2024) – è un film che colpisce come un pugno nello stomaco. Realizzato insieme a Ray Mendoza, ex Navy SEAL e co-autore, Warfare racconta un episodio realmente accaduto durante la guerra in Iraq, vissuto in prima persona da Mendoza e dal suo plotone.
Il film è dedicato a Elliott Miller, compagno di Mendoza, che in quell’operazione del novembre 2006 a Ramadi ha perso le gambe e la facoltà di parlare, senza alcun ricordo di quei momenti drammatici. Il film si basa sulla memoria autentica di chi c’era davvero, e questo si sente in ogni scena.
Consiglio a tutti di vedere Warfare, soprattutto a chi – come me – conosce la guerra solo attraverso i telegiornali o gli articoli di cronaca. Perché Warfare è un film fisico, crudo, che colpisce direttamente il corpo e l’anima dello spettatore. I piani sequenza magistrali, il montaggio sonoro che alterna silenzi tesi a esplosioni improvvise, ci fanno vivere in prima persona l’esperienza dei soldati. Ci sentiamo con loro, accanto a loro, in quella casa irachena occupata che all’inizio sembra un’operazione semplice… e che si rivelerà un incubo.
Il cast giovane ma potentissimo – Cosmo Jarvis (recentemente in Shōgun), Will Poulter (Le Cronache di Narnia, Death of a Unicorn), Joseph Quinn (Stranger Things) e molti altri volti noti – ha vissuto sei settimane di addestramento militare, imparando non solo tecniche ma anche il valore del gruppo, della fratellanza. Hanno raccontato che sul set erano sempre “di scena”, anche fuori inquadratura, per restare dentro i personaggi e sostenersi a vicenda. Tutti si sono tatuati la frase “Call on me”, in omaggio all’unica canzone presente nella colonna sonora, simbolo del legame indissolubile creatosi tra loro.
Warfare è stato criticato per la mancanza di trama o dialoghi complessi – si parla quasi solo per comandi, in modo sommesso – ma la vera domanda è: abbiamo davvero ancora bisogno di una “trama” per raccontare la guerra? O non è forse più onesto mostrarla per quello che è: caos, terrore, fratellanza, sopravvivenza?
Se vogliamo davvero diventare una società meno incline alla guerra, dobbiamo prima capire cosa significa guerra per chi la fa e chi la subisce in prima fila. E Warfare ce lo mostra in lettere maiuscole. Un grande film. Un grande gesto civile.
data di pubblicazione: 27/08/2025
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da Antonio Iraci | Ago 27, 2025
Enzo, di appena sedici anni, ha deciso di abbandonare gli studi e di lavorare come apprendista operaio. La sua famiglia è molto benestante e vive in una villa con piscina nel sud della Francia. Sul posto di lavoro il ragazzo è sotto la supervisione di Vlad, giovane ucraino più grande di lui. Enzo è affascinato dal collega che in qualche modo lo trascina nel suo mondo caotico, ben diverso da quello stereotipato in cui è costretto a vivere…
Enzo è stato il film di apertura alla Quinzaine des Cinéastes del Festival di Cannes 2025. Scritto dal francese Laurent Cantet, morto poco prima dell’inizio delle riprese, è stato poi completato e diretto dal suo collaboratore Robin Campillo. Il regista affronta il tema specifico del disagio dei giovani di oggi nel trovare una propria collocazione all’interno della famiglia e, in generale, nella società.
Il protagonista (Eloy Pohu) vive in un contesto sereno con un padre (Pierfrancesco Favino) e una madre (Élodie Bouchez) che si prendono costantemente cura di lui e lo vorrebbero inserito nell’ambiente agiato dove loro stessi vivono. L’esempio del fratello maggiore, tutto dedito agli studi, non gli è di alcun aiuto. Il suo atto di ribellione si manifesta nel lavorare come manovale presso un cantiere edile. Qui Enzo incontrerà una situazione completamente diversa fatta di operai provenienti da vari paesi che devono lottare per guadagnarsi una vita decente. Un film quindi di formazione dove il regista affronta il problema dei giovani, spesso in difficoltà a riconoscersi in una società che li vuole tutti istruiti e ben integrati, in un contesto che spesso non gli appartiene. Il ragazzo non è d’accordo con tutto il suo entourage e preferisce la compagnia sgangherata dei suoi colleghi di lavoro. Tra questi il carismatico Vlad (Maksym Slivins’kyi) che incarna il prototipo della mascolinità e della risolutezza e che ben si contrappone alla figura di Enzo, ancora in quella fase della vita dove non si sa bene dove andare e cosa fare. Un’attrazione fatale che lui sperimenta e che, superando ogni timidezza, lo porterà a toccare quell’oggetto di desiderio proibito.
L’esordiente Eloy Pohu è protagonista assoluto della scena e se la cava molto bene nell’incarnare il tipo di giovane, ribelle a tutto ciò di precostituito, che con determinazione affronta i rischi di una decisione, non approvata dai genitori. La sua ribellione è un atto di sfida contro la monotonia e la superficialità della vita familiare e rappresenta una ricerca di libertà. Lui vuole scoprire la sua vera identità, incluso quella sessuale, e si impegna a trovare il suo posto nel mondo. Il regista vuole così denunciare l’inconsistenza e l’ipocrisia di un certo tipo di borghesia e ricerca quell’autenticità che può essere trovata solo al di fuori delle sue vuote convenzioni.
Il film Enzo è reso ancora più intenso e convincente dall’ottima interpretazione di Pierfrancesco Favino. In effetti riesce a dare vita a un padre severo ma anche indulgente, preoccupato per il futuro del figlio ma anche disposto a lasciargli spazio per le sue scelte.
data di pubblicazione: 27/08/2025
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da Antonio Iraci | Ago 20, 2025
Floria Lind è un’infermiera che presta servizio presso il reparto di oncologia di un ospedale svizzero. Affronta con responsabilità il suo turno di lavoro a dir poco massacrante per la mancanza di personale e per le continue richieste da parte dei pazienti. Le sue ore lavorative sono tutte ore particolari. Nessun attimo di tregua e non tutti i ricoverati le sono riconoscenti per quello che dice e soprattutto per quello che fa…
Con questo film, presentato all’ultima Berlinale, la regista svizzera Petra Volpe ci introduce nel ritmo frenetico di un ospedale per farci capire cosa significa lavorare con e per i pazienti, in un reparto dove per molti non ci sarà probabilmente una via di scampo. Lo spettatore si troverà a seguire, attraverso un’unica soggettiva, l’ultimo turno dell’infermiera Floria in una realtà ospedaliera carente di personale. La sua è un’attività frenetica dove non sono ammessi tentennamenti o, peggio ancora, sbagli. Deve affrontare con determinazione le esigenze dei ricoverati, gestire le emergenze e affrontare tutte le difficoltà insite nel suo lavoro. Costretta a dimostrare sempre una profonda empatia per le sfide e le paure dei pazienti terminali. Il ruolo della protagonista è affidato a Leonie Benesch che è riuscita a trasmettere la stanchezza, la preoccupazione e la dedizione di un’infermiera che sa ben svolgere il compito affidatole. Il pubblico l’aveva già notata, al suo esordio, nel film Il nastro bianco di Haneke e poi nella serie TV Babylon Berlin, ma il vero successo è arrivato con il film La sala professori, con la regia di Ilker Çatak, selezionato per rappresentare la Germania agli Oscar del 2024. L’intera trama si svolge tra i pazienti oncologici per mostrarci, senza troppe drammatizzazioni, come si può affrontare il tema della morte. Ognuno ha una reazione diversa, fatta di silenzi o di disperati appelli verso i quali Floria risponde sempre con un sorriso e una parola di conforto, con una carezza ma anche con deciso rigore. Ecco che il dolore, fisico e interiore, diventa il vero protagonista dell’intera storia. Brava la regista nell’aver adottato un registro espressivo serio e composto e soprattutto per aver affrontato un tema così delicato. Le dinamiche stesse di un ospedale con le difficoltà e i mille problemi che devono essere affrontati senza esitazioni. L’ultimo turno è un film interessante, un’esperienza unica per lo spettatore che si troverà a partecipare in prima persona con lo stato d’animo di chi impara a realizzare il valore della vita. Lui stesso si pone in una duplice posizione, quella del paziente e quella di chi si prende cura di lui. Un film che ci racconta con naturalezza quello che accade nel quotidiano in un ospedale, senza ricorso ad artifici o messaggi retorici. La sensibilità e la delicatezza con cui Petra Volpe affronta la tematica della morte e della sofferenza umana sono il vero punto di forza del film.
data di pubblicazione:20/08/2025
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da Antonio Iraci | Ago 20, 2025
Eddie vive di piccoli furti e cerca così di raccattare qualche dollaro da inviare alla ex moglie per il mantenimento della figlia. Entrato facilmente in un SUV di lusso, lasciato in un parcheggio pubblico, ben presto si renderà conto di essere caduto in una trappola mortale. L’auto è bloccata e isolata ermeticamente dall’esterno. Improvvisamente irrompe la voce di William che con freddezza e sadismo lo informa del motivo di questa tortura psicologica nei suoi confronti…
David Yarovesky dirige un remake del film argentino 4X4 con la regia di Mariano Cohn. La trama è molto simile e racconta del tentativo di furto di una macchina da parte di Eddie. Il giovane riesce facilmente ad entrare nel veicolo per cercare di rubare tutto quello che vale la pena di portarsi via. Quando cercherà di uscire dal SUV troverà le porte bloccate e subito si accorgerà di essere caduto in una gabbia dalla quale è impossibile venirne fuori. Si tratta di un thriller psicologico che costringe lo spettatore con il fiato sospeso a subire il gioco sadico di un giustiziere. Lui non crede più nelle istituzioni e decide freddamente di punire con la propria autorità. Per tutta la durata del film si avrà a che fare con lo sventurato Eddie intrappolato nell’auto e con la voce fuori campo di William. Il regista crea un’atmosfera claustrofobica e fa sentire lo spettatore bloccato, insieme al protagonista, nell’auto il che aumenta la sensazione di disagio e di oppressione. La performance di Bill Skarsgård, nella parte di Eddie, è molto convincente e fa ben percepire la sua disperazione e la sua paura. William è interpretato da Anthony Hopkins che invece risulta meno credibile nel rappresentare un personaggio enigmatico e inquietante. Locked è sicuramente un saggio sulla violenza e sulla crudeltà che sono scatenate da fattori come la solitudine, la noia e soprattutto dal dolore subito. Il regista ha saputo creare l’atmosfera giusta in un film che indaga sulle debolezze della natura umana e sui risvolti tragici quando si rimane soli. Il personaggio di William, che si materializza solo verso la fine, riflette la natura di un uomo complesso e tormentato. La perdita della figlia in un attentato è un trauma che lo ha devastato e lasciato con un senso di vendetta fuori controllo. Ogni sua parola è espressione della sua rabbia e della sua frustrazione nei confronti di un mondo che gli appare ingiusto e indifferente. Il film invita a un’esplorazione della natura umana e delle conseguenze sulla violenza subita e su quella che si pretende di infliggere agli altri. Locked non è un film eccezionale ma si lascia seguire con interesse e con la giusta suspense. Nonostante Anthony Hopkins non sia stato all’altezza delle sue prestazioni, il film rimane comunque un thriller avvincente che esplora temi profondi e inquietanti.
data di pubblicazione:20/08/2025
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