da Antonio Jacolina | Set 11, 2025
Di Gregorio è un agiato professore in pensione. Vive come desidera: da solo, tranquillo senza obblighi, ha una bella casa in Trastevere, è accudito da un domestico efficiente, ha degli amici ed anche un’opportunità sentimentale con Giovanna (I. Forte). Questa tranquillità viene però sconvolta dall’improvviso rientro dalla Germania della figlia (G. Scarano) che in crisi coniugale gli piomba in casa con i due irrequieti figli. Il professore dovrà affrontare il Caos. Scoprirà però che…
Dal folgorante esordio nel 2008 con Il Pranzo di Ferragosto Di Gregorio si è ormai guadagnato all’interno del Cinema Italiano un proprio spazio autoriale di eccellenza per stile e qualità. Un Cinema il suo quasi d’altri tempi: garbato, delicato, ben scritto e ben diretto. Sempre leggero e semplice, mai furbo o banale, il regista continua ad osservare con il suo sguardo distaccato e dolcemente ironico la piccola gente e quella romanità di una volta: placida, bonaria ed arguta. La commedia umana nel quotidiano, le tante sfaccettature e la poesia della Normalità.
Con Come ti muovi sbagli l’autore ci racconta una nuova bella storia di gente normale con toni educati e con una delicatezza tale che i suoi echi ci restano dentro a lungo. Un gioiellino teneramente malinconico ed ironico, fatto non tanto per ridere ma per accennare un sorriso affrontando i temi seri al centro della vicenda. Un ritratto sensibile della Terza Età in cui si può trovare ancora un’occasione per cogliere sia le opportunità che le responsabilità della Vita. Le riflessioni di un uomo dal cuore puro e consapevole dei propri limiti che non cerca affatto risposte dogmatiche ma che inaspettatamente ritrova proprio nel Caos in cui è precipitato le ragioni per rivalutare alcune sue scelte pregresse. Vivere una vita serena in solitudine o piuttosto una vita condivisa, ansie e gioie comprese, con chi si ama (famiglia, nipoti o futura compagna che sia). Non c’è nessuna idealizzazione delle scelte. Ognuna, con il cambiamento che comporta, è connessa proprio all’ineluttabilità della riscoperta dell’amore la cui forza, pur nelle sue varie forme, restituisce un senso ad una vita.
Di Gregorio non aspira a grandi narrazioni o al Dramma, vuole solo evidenziare con levità come una circostanza possa arrivare ad incidere sull’esistenza, fin lì equilibrata, di una persona qualunque. È molto bravo ad evitare con la sua tipica arguzia di scadere nel sentimentalismo ed usa i toni della Commedia non come fuga dalla Realtà ma come elemento di analisi della Realtà stessa.
Pur nella semplicità il suo è un piccolo film perfetto: storia, regia e interpreti principali. I secondi ruoli e la trama secondaria, quasi una fiaba, servono poi ad amplificare ulteriormente i temi e le emozioni al centro della vicenda. Come ti muovi sbagli è ancora una volta un prodotto tanto leggero quanto apprezzabile e ben fatto. Un buon film di sentimenti e di emozioni.
Ad averne di piccoli autori come Di Gregorio!
data di pubblicazione:11/09/2025
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da Giovanni M. Ripoli | Set 9, 2025
- Franco Maresco intende girare un film su Carmelo Bene in visita a Palermo. Sul set ne accadono di tutti i colori, al punto che lo stesso produttore, Andrea Occhipinti, si vede costretto a far interrompere le riprese. Maresco accusa la produzione di “filmicidio” e sparisce dalla circolazione.
La trama di Un film fatto per bene, naturalmente, è solo un pretesto che dà vita all’ennesimo “strambo” progetto del regista di Belluscone (2014), Totò che visse due volte (1998), La Mafia non è più quella di una volta (2019) e l’indimenticabile Cinico Tv, allora insieme a Daniele Ciprì, tanto per citare le sue produzioni più note e divisive. Con i lungometraggi dell’artista palermitano non esistono mezze misure, o piace per il suo stile dissacrante, funereo, anti-cinematografico o lo si rifiuta, in toto, per le stesse ragioni. Nel definire coraggiosa o incosciente la scelta di presentare il film in una rassegna come la Mostra d’arte cinematografica di Venezia per l’obiettiva difficoltà di vedere la pellicola, già di per sé ostica, in un panorama internazionale, non possiamo che dirci perplessi sul risultato finale.
È evidente il proposito di Franco Maresco che partendo da uno spunto non nuovo (il film che non si riesce a portare a termine), ripercorre buona parte del suo geniale ma controverso archivio per dirci, senza mezze misure, che il cinema è morto. Se vogliamo, mutatis mutandis, è un po’ quello che insegue Nanni Moretti ne, Il Sol dell’Avvenire, ovviamente in chiave assai più soft e ottimista. Nei titoli di testa viene omaggiato il grande Goffredo Fofi, scomparso da poco, il finale, con una sequenza in bianco-nero fra lapidi, intende seppellire il cinema italiano, a suo dire, schiavo dei mediocri, dei “ruffiani digitali”, incapace di sviluppare creatività e talenti autentici. A dire il vero, per arrivare a tali conclusioni, discutibili ma legittime, per oltre 100 minuti, Maresco ci propone o ripropone a suo piacimento una summa o un bignami del suo cinema e della sua televisione.
In realtà, l’assenza di una vera trama, il susseguirsi di immagini ed episodi privi di reali collegamenti, alcune lungaggini, rendono il film una provocazione fine a sé stessa, a volte monotona, a volte divertente, sempre spietata, senza però realizzare quell’opera definitiva che era probabilmente nelle intenzioni del regista. Troppa carne al fuoco; le vite dei santi, la partita a scacchi con la morte, Gigi Marzullo e il trash tv, sequenze pasoliniane, la censura e tanto altro, con la sensazione di girare a vuoto senza mai affondare il colpo.
In ultima analisi, Un Film Fatto Per Bene può risultare interessante per chi non si è mai avvicinato al cinema di Maresco, ma di certo non segna un nuovo riuscito episodio in una filmografia che ha lasciato tracce più consistenti e importanti nei precedenti lavori del caustico regista palermitano.
data di pubblicazione: 9/9//2025
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da Antonio Jacolina | Set 8, 2025
Theo (B. Cumberbatch) e Ivy (O. Colman) sono inglesi. Lui è un architetto ambizioso, lei una cuoca creativa. Colpo di fulmine, si sposano, si trasferiscono in California in cerca di successo. Hanno due gemelli e tutto, apparentemente, sembra andare bene. Una tempesta però capovolge la situazione e le loro vite…
La Guerra dei Roses di D. DeVito con M. Douglas e K. Turner nello splendore della loro bravura, bellezza e sensualità fu, nel 1989, un successo planetario di critica e di pubblico. Amato e odiato in pari misura è e resterà un cult movie inimitabile! L’attuale I Roses non è affatto un remake ma piuttosto una rivisitazione ed attualizzazione nel contesto valoriale e sociale presente e nelle problematiche dei nostri giorni. Il film diretto da un cineasta di medio mestiere come J. Reach pur ispirandosi allo stesso romanzo lo destruttura e lo ricostruisce infatti concentrandosi sulla evoluzione della Coppia, sulla sua involuzione e molto meno sulla rottura e sulla lotta per il possesso della casa familiare. Più che sulle conseguenze del fallimento della relazione coniugale ne esamina le cause.
Una rivisitazione che di originale e di interessante ha però solo l’utilizzo di una salsa inglese, vale a dire: attori e protagonisti britannici trasferiti in California, un filo di British Humour misto a molto cinismo e sarcasmo caustico ed intellettuale in contrasto con la “semplicità americana”. E in più alcune riflessioni, molti dialoghi e duelli verbali con battute perfide e pungenti, qualche scena paradossale e divertente, un gioco di contrasti fra le mentalità inglesi e americane ed un pizzico di follia quanto basta.
Purtroppo, pur volendo prescindere dal confronto con il precedente film, un risultato inferiore alle aspettative. Una commedia mordace promessa, accennata ma non realizzata! La sceneggiatura di T. McNamara (La Favorita e Povere Creature) prova a fondere l’arte del dialogo e dell’ironia con la cattiveria e la brutalità per realizzare una Dark Comedy per adulti ma non ci riesce fino in fondo. La narrazione è lineare, il ritmo e il montaggio sono incisivi, le location splendide. Il Cast tutto, compresi i ruoli di supporto, è buono. I due protagonisti sono bravi ed in sintonia e la loro recitazione è scientemente distaccata, molto british, per rendere il senso culturale dell’understatement. Però… però il film per carenze di regia appare tuttavia schematico, meccanico e discontinuo, sembra non avere un’anima precisa. Non riesce a creare l’alchimia voluta, la profondità emotiva necessaria e quel quid che lo faccia volare alto. Resta quindi sospeso, trattenuto, indeciso fra la Commedia ed il Dramma, disconnesso dalla concretezza della Realtà.
In sintesi I Roses è solo un film discreto con molte buone intenzioni e che aspirava a dare qualcosa di più. Peccato non ci sia riuscito!
Non è un caso che i nostri Distributori (che la sanno lunga) lo abbiano fatto uscire in sala a fine Agosto.
data di pubblicazione:08/09/2025
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da Antonella Massaro | Set 6, 2025
Elisa è una detenuta imprigionata nel reato che ha commesso. Il Prof. Alaoui è un criminologo ostinato a cercare, dietro la maschera del “delinquente”, il volto di una persona capace di cambiare. Laura è una donna non ancora disposta a separarsi dal suo rancore e ad “arrendersi” al perdono.
«Credo che la responsabilità del colpevole vada ricercata nella sua umanità»: ne è convinto il Prof. Alaoui (Roschdy Zem), esperto criminologo, che nel suo instancabile peregrinare tra carnefici e vittime incontra Elisa Zanetti (Barbara Ronchi), da dieci anni in carcere per aver ucciso sua sorella. Al termine del processo le è stato riconosciuto un vizio parziale di mente e le perizie hanno certificato una amnesia relativa al delitto. Elisa decide di partecipare a una ricerca di Alaoui, secondo il quale nessuno dovrebbe restare imprigionato nel reato che ha commesso, senza per questo sottrarsi alla propria responsabilità. Attraverso le conversazioni con il criminologo, Elisa ripercorre il filo della sua colpa e del suo senso di colpa, cercando di riannodare il passato al presente, e, forse, al futuro.
Con Elisa, ispirato alla storia di Stefania Albertani raccontata nel libro Io volevo ucciderla. Per una criminologia dell’incontro (di Adolfo Ceretti e Lorenzo Natali) e presentato in concorso all’82a edizione della Mostra internazionale d’arte di cinematografica di Venezia, Leonardo Di Costanzo, dopo Ariaferma, torna a inerpicarsi per i tortuosi sentieri del reato e della pena.
La sceneggiatura, firmata, insieme a Di Costanzo, da Bruno Oliviero e Valia Santella, senza retoriche e, soprattutto, senza risposte preconfezionate, offre una preziosa riflessione sulle coppie di opposti che, storicamente, descrivono il complesso e contraddittorio edificio e del diritto e della giustizia penale.
Una prima dialettica è quella tra la retribuzione del “castigo” inflitto (per ciò che si è fatto) e la risocializzazione della pena eseguita (proiettata su ciò che si potrebbe diventare).
La seconda contrapposizione evidente è costituita dalla coppia concettuale libertà e necessità. Elisa, nella sua vita precedente, si sentiva “liberamente obbligata”, condizione che, secondo alcuni, caratterizzerebbe chiunque commette un reato e che, per molti aspetti, descrive anche la permanenza delle detenute nella struttura penitenziaria d’avanguardia in cui il film è ambientato.
La narrazione, poi, è segnata, fin dall’inizio dall’antinomia tra il rancore e il perdono, dietro la quale si staglia quella, atavica, tra il reo e la vittima. Il dialogo tra Alaoui e Laura (Valeria Golino), quest’ultima impegnata a difendere le ragioni di chi subisce le conseguenze del reato, è una sintesi lucida e straordinariamente incisiva dei dubbi sollevati dal connubio tra la cultura dell’incontro e il diritto penale, che nella giustizia riparativa trova la sua forma di manifestazione più evidente.
Elisa è un film discreto e potente, sorretto da una regia capace di condurre per mano lo spettatore attraverso i tornanti di una riflessione che, lungi dal restare confinata negli spazi angusti dell’esecuzione penale, riguarda la stessa condizione umana.
Data di pubblicazione: 06/09/2025
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da Antonio Iraci | Set 4, 2025
Lucy lavora a New York come matchmaker, vale a dire fa incontrare i suoi clienti d’élite per portarli al matrimonio. Durante un ricevimento nuziale, da lei combinato, incontra dopo tanto tempo John, il suo ex nelle vesti di un cameriere, e contemporaneamente rimane affascinata dal fratello dello sposo. Harry è l’uomo perfetto: attraente, ricco, elegante e soprattutto desideroso di iniziare una relazione stabile. Lucy dovrà fare una scelta che non sarà proprio facile…
Celine Song, regista sudcoreana naturalizzata canadese, dopo il successo del suo film d’esordio Past Lives, candidato agli Oscar 2024, con Material Love ripropone il tema dell’amore e le dinamiche bizzarre che spesso gli bazzicano attorno. Abbandonate le note autobiografiche presenti nel primo lavoro, la regista si concentra ora sulla crisi dei sentimenti, in un mondo in cui tutto diventa merce di scambio. Se Lucy (Dakota Johnson) risulta abile nell’individuare possibili partner per i propri esigenti clienti, è invece incapace di mettere a fuoco i suoi veri affetti. Dopo alcuni anni ritorna con discrezione la figura di John (Chris Evans), aspirante attore e decisamente squattrinato ma verso il quale Lucy prova ancora una profonda attrazione. Di contro l’avvenente Harry (Pedro Pascal) sarebbe la scelta giusta che qualsiasi donna affronterebbe senza esitazione. Lui rappresenta l’uomo dei sogni perché molto ricco, gentile e decisamente affascinante che la induce a porre seriamente in discussione ogni sistema di valori. Lucy si trova davanti a un bivio e prima o poi dovrà imboccare una scelta tra un futuro di lusso, economicamente garantito, e un passato che sicuramente è più sincero. Il primo rappresenta la stabilità materiale mentre il secondo la precarietà e l’incertezza, ma sicuramente l’amore passionale. La regista affronta ancora una volta il tema delicato dei sentimenti e preferisce farlo con la formula di una commedia romantica sullo sfondo di una New York patinata e nello stesso tempo frenetica. Un film che esplora la tensione tra questi due estremi e solleva domande importanti sull’amore, sulla felicità e sulle scelte che si devono affrontare nella vita. La regia di Celine Song è sensibile e attenta ai dettagli e Dakota Johnson interpreta il suo ruolo da protagonista con grande professionalità e profondità. Nonostante alcune trovate un po’ troppo comiche, Material Love è un film ben riuscito per la sua capacità di affrontare temi seri e difficili con onestà e sensibilità. Le scene del film sono caratterizzate da un’atmosfera calda e accogliente con interni molto curati e raffinati che ricordano le case dei film di Woody Allen. La scelta che Lucy alla fine farà rimane al momento nascosta ma sicuramente indurrà gli spettatori a pensare e a riflettere sulla propria vita e sulle proprie decisioni. Una commedia simpatica, recitata bene e che, senza grandi pretese, merita di essere vista. Il tema del dilemma in amore è stato trattato infinite volte nel cinema, ma questa volta la regista riesce a portare una ventata di freschezza e di originalità.
data di pubblicazione.04/09/2025
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da Antonio Jacolina | Set 4, 2025
Inghilterra. Una nobile magione di campagna è una residenza di lusso per anziani. Quattro pensionati (H. Mirren, P. Brosnan, B. Kingsley e C. Imrie) tutti ancora brillanti, si dilettano, ogni giovedì ad esaminare vecchi casi di omicidi insoluti. Quando alcuni delitti turbano la quiete della residenza potranno finalmente indagare su un caso attuale e …
Il Club dei Delitti del Giovedí è un Cluedo in versione britannica, ambientato in modo originale in una casa di riposo di lusso e centrato sull’ingegnosità intuitiva di un gruppo di anziani “ex qualcosa”. Un giallo alla Agatha Christie alla ricerca del colpevole corredato di tutto il possibile fascino inglese. Il Murder Mistery è un Genere mai tramontato, anzi è tornato di gran moda sia in campo letterario che cinematografico. Netflix cogliendo il successo di un fenomeno letterario di oltre otto milioni di copie, punta, riadattandolo sullo schermo, a farne anche un fenomeno cinematografico ed un probabile nuovo Franchise.
Il film di Columbus, collaudato sceneggiatore e regista di diversi successi, è una gradevole e classica commedia poliziesca senza particolari fronzoli che non prova a innovare nè tantomeno osa uscire dagli schemi del Genere Whodonnit. Palese erede dei romanzi popolari della Christie rende anzi omaggio proprio ai classici del Genere secondo i canoni della tradizione tutta britannica del Murder Mistery. Ne riprende e ripropone infatti i codici tipici: unità di luogo, location di gran classe, eleganza, understatement, ironia, autoironia, plot poco complesso ed il ricorso alle piccole mistificazioni per smascherare alla fine il colpevole. Il Club dei Delitti del Giovedí è proprio un english movie con il suo tipico charme leggero, i suoi personaggi provinciali ed uno humour sottile. L’inchiesta è tradizionale ed inserita in contesti molto old style. Lo scenario è semplice e privo di grandi sorprese e violenze efferate. Il regista è bravo inoltre a dare all’intera vicenda un’atmosfera fuori del tempo.
La vera carta vincente che rende interessante e piacevole una storia semplice è però il Cast stellare! La crema della crema del Cinema Inglese! L’alchimia, il carisma ed il talento dei quattro protagonisti è palese in ogni loro gesto, sguardo e ammiccamento. Esperienza, bravura e sintonia reciproca! Un quartetto di grandi attori supportati da uno stuolo di comprimari tutti di alta qualità. Su tutti eccelle J. Price!
C’è ovviamente anche qualche difettuccio: i personaggi sono un po’ stereotipati, la vicenda è convenzionale e non c’è di certo molta azione. Ma non è detto che sia una colpa perché così sono anche gli stessi modelli letterari. L’insieme resta purtuttavia molto gradevole e tiene vivo l’interesse dello spettatore fino alla fine. Il film è quindi proprio ciò che vuole essere: un Cozy Mistery, un giallo classico, garbato, elegante, coinvolgente, intelligente, ben interpretato e molto, molto british.
data di pubblicazione:04/09/2025
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da Daniela Palumbo | Ago 31, 2025
È una produzione turca, questo film drammatico diretto da Çağri Vila Lostuvali sulla sceneggiatura di Deniz Madanoğlu e Murat Uyurkulak, attualmente disponibile su Netflix.
Una famiglia modesta, una sera qualunque, una discussione accesa tra le mura di casa. La polizia bussa alla porta: un uomo è rimasto ucciso in seguito a un incidente d’auto. Il responsabile è Fatih, il figlio maggiore, ma il padre decide di consegnare Baran, che è ancora minorenne e potrà ricevere una pena più lieve. A nulla servirà lo sgomento del ragazzo: “Io non ho fatto niente. Perché mi portano via?!”… La vita ricomincia dopo il suo rilascio dal carcere, la sua liberazione. Ma sarà vera libertà?
È un film semplice, lineare nella prospettiva, essenziale nel suo dispensare commozione e buoni sentimenti, sostanzialmente genuino. Ripercorre le tappe di un’esistenza “bruciata” sin dall’adolescenza, quella di un ragazzino costretto a scontare una condanna per qualcosa che non ha commesso. Lui non sa ribellarsi all’ingiustizia, e a quei genitori che dovrebbero proteggerlo e non esitano, invece, ad immolarlo. È il figlio reietto, vittima di un destino contrario; è il fratello “minore”, il diseredato, il cadetto.
Avvelenato da anni di immeritata galera (un solo flashback, nella seconda parte del film, rivelerà uno degli episodi più dolorosi), Baran ormai adulto esce di prigione. Prova a resistere alle insistenze del fratello (sì, proprio quel “fratello”) – Fatih, interpretato da Edip Tepeli – che lo supplica di perdonarlo, mostrando però – anche nella ricerca di una sorta di riparazione/riscatto – una immutata volontà di imporsi. Ma la vera natura, quella più generosa e benevola, del protagonista – cui Mert Ramazan Demir presta il volto – scaturisce dal contatto con l’innocenza più pura, qui rappresentata dalla nipotina Lidya (Ada Erma), figlia di Fatih, e dalla sua copia inanimata in versione pupazzo di peluche (la giraffa Honey). Prendersi cura di lei, rimasta orfana della madre e privata del padre per un lungo periodo di tempo, è rivivere la propria infanzia, attraversarla di nuovo e correggerla (“Non farà la mia stessa fine!“)
Non ha soldi, Baran. Non ha un posto dove dormire, né un lavoro, ma decide di non abbandonare quella bambina. Ha un amico, Esat (Rahimcan Kapkap), un amico sincero. Conosciuto in cella, più famiglia della famiglia reale, quella del “sangue”. E ha un talento, soprattutto, l’arte di saper “aggiustare” le cose. Che sia una vecchia automobile abbandonata in un’officina o un edificio in rovina che nessuno vuole più abitare. Per la piccola Lidya lui sarà padre, fratello, amico e compagno di giochi (di disavventure persino). Si salveranno a vicenda, i due? Creature dall’anima “spezzata”? Salveranno qualcun altro, insieme a loro, nella compassione operosa e nella solidarietà che scioglie i cuori di pietra?
L’attesa e il desiderio guideranno lo spettatore a scoprire il finale. E prima ancora, a scoprire che nulla è irrimediabilmente perduto, che non è mai finita finché la vita stessa non è finita, che chi sostiene il contrario – e si arrende – dice “una menzogna”. È sufficiente cercare, frugare tra i vecchi arnesi, scavare negli angoli più nascosti e trovare la falla, infine.
Perché “se sapete dove è rotto, saprete come riparare“.
data di pubblicazione:31/08/2025
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da Paolo Talone | Ago 31, 2025
SGUARDO NEL CONTEMPORANEO
(Forlì 22/25 settembre 2025)
Attesa a Forlì dal 22 al 25 settembre la terza edizione di Colpi di scena, festival di spettacoli dal vivo organizzato da Accademia Perduta/Romagna Teatri e ATER Fondazione, insieme al Comune di Forlì (con il sostegno della Cassa di Risparmio di Forlì e il patrocinio del Ministero della Cultura e della Regione Emilia-Romagna) quest’anno dedicato alle nuove e multiformi espressioni del teatro contemporaneo.
Fin dalla fondazione, nel 1982, l’Accademia Perduta è un’istituzione teatrale profondamente radicata nel territorio romagnolo, il cui lavoro si svolge in stretta sinergia con i comuni di Forlì, Faenza e della provincia di Ravenna. All’originaria vocazione di centro di produzione e promozione di teatro ragazzi – tra i pochi in Italia – si è affiancata nel tempo un’intensa attività rivolta anche a un pubblico adulto. Così Colpi di scena, vetrina dedicata ai più giovani a cadenza biennale, dal 2021 alterna negli anni dispari uno spazio rivolto alle istanze del contemporaneo.
Tanti gli artisti e le compagnie provenienti da tutta Italia, selezionati attentamente dalla Direzione artistica di Claudio Casadio e Ruggero Sintoni, che saranno ospitati negli spazi teatrali della città (Teatri Diego Fabbri, Piccolo, Testori, ExATR e Felix Guattari) per spostarsi, per una sola serata, al Teatro Masini di Faenza. I loro lavori sono «opere che osservano e interpretano il presente, mettendo in scena e in discussione temi attuali, urgenti, universali quali lavoro, amore e sessualità, abissi e resilienze dell’essere umano, contestualizzati in un mondo che evolve rapidamente e continuamente le proprie tesi e antitesi».
Dei 16 spettacoli in programmazione nei quattro giorni nell’evento molti sono anteprime o debutti nazionali. Sarà infatti anticipata al pubblico di critici e spettatori la visione dei lavori di Cranpi con lo spettacolo di Gabriele Paolocà, Claudia Marsicano e Fabio Antonelli (La diva del Bataclan), 369gradi (Several love’s request di e con Pietro Angelini e Pietro Turano) e Agnese Fallongo e Tiziano Caputo con Adriano Evangelisti e Raffaele Latagliata (Circo Paradiso).
Mentre vedranno il debutto in prima nazionale i forlivesi Masque Teatro, E di tutti i volti dimenticati (da un’idea di Lorenzo Bazzocchi, con Eleonora Sedioli); Gruppo della Creta insieme a Pier Lorenzo Pisano nella saga familiare Scatenare incendi; Les Moustaches con La Fame di Alberto Fumagalli; Manifatture Teatrali Milanesi e Stefano Cordella con Bovary (da Gustave Flaubert). E ancora Cranpi con lo spettacolo di Gioia Salvatori Avere una brutta natura; Studio Doiz in Ombrelloni di Iacopo Gardelli (con Lorenzo Carpinelli); Stivalaccio Teatro con Pasta Madre di e con Sara Allevi e J.T.B., lo spettacolo di Lorenzo Gallozzo e Massimiliano Burini.
Infine, hanno già fatto il loro esordio sulla scena e tornano in replica al festival Carrozzeria Orfeo con lo spettacolo scritto da Gabriele Di Luca Misurare il salto delle rane; Niccolò Fettarappa e Nicola Borghesi con Uno spettacolo italiano; bestfriend_teatro di Giuseppe Tantillo e Valentina Carli in Bianco; servomutoTeatro e Liberaimago con De/Frammentazione di dramma assoluto scritto da Fabio Pisano e diretto da Michele Segreto e il Collettivo Clochart con Vibro d’amore, per la regia di Michele Comite e coreografie di Illary Anghileri.
data di pubblicazione:31/08/2025
da Maria Letizia Panerai | Ago 30, 2025
Il 27 agosto ad inaugurare l’apertura della 82 Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia è stato il film di Paolo Sorrentino. Prima pellicola in Concorso, potremmo definire La grazia il film più maturo del regista partenopeo, forse tra i suoi migliori perché realizza quella difficile alchimia di far ridere e piangere lo spettatore. Servillo è Mariano De Santis, Presidente della Repubblica Italiana negli ultimi 6 mesi di mandato. Con una interpretazione sobria e controllata, l’attore alterna una dialettica da giurista a pause in cui gli basta muovere un sopracciglio per esprimere pensieri e parole. Accanto a lui Anna Ferzetti, nel ruolo della figlia Dorotea. Sorrentino le mette un grande faro addosso regalandole un ruolo da co-protagonista che lei assolve meravigliosamente: tenendo testa ad un mostro sacro come Servillo si scrolla finalmente di dosso l’essere figlia e moglie di. La grazia rappresenta un percorso di riflessione che ha come fulcro l’importanza del dubbio. Non mancano i personaggi “sorrentiniani” di contorno come il Papa nero e rasta, il corazziere tuttofare, il sindaco che parla per conto della moglie e la vecchia amica di famiglia Coco, a cui si aggiungono figure complesse come i due detenuti in attesa della Grazia del Presidente. Dialoghi profondi e commoventi si alternano a battute esilaranti, e Servillo-Presidente arriva a citare sé stesso quando indica come sinonimo di eleganza un uomo che indossa una giacca rossa con i pantaloni bianchi. Apre invece la sezione Orizzonti Mother di Teona Strugar Mitevska, coproduzione belga-macedone, film molto coraggioso e di forte impatto, interpretato mirabilmente da Noomi Rapace nei panni di una giovane ed inedita Madre Teresa di Calcutta. Siamo nel 1948. Il film si articola in uno spazio temporale di sette giorni in cui la trentasettenne Teresa, madre superiore del convento delle suore di Loreto, è in attesa di una lettera del Vaticano che le permetta di lasciare il convento per creare un nuovo ordine. La macchina da presa è sempre su di lei, facendoci percepire l’oscillazione tra dubbi e determinazione, tra fede e ambizione, regalandoci l’immagine di una giovane donna che lotta in un mondo di soli uomini, integerrima, inflessibile, con un rigore di ferro, audace, coraggiosa, libera. Apre invece Le Giornate degli autori La Gioia di Nicolangelo Gelormini. Basato su una pièce teatrale la cui sceneggiatura è stato premio Solinas, si ispira ad un recente fatto di cronaca italiana e vanta un cast di tutto rispetto. Valeria Golino, Jasmine Trinca e Francesco Colella, inediti e bravissimi, intrecciano i loro ruoli all’interpretazione del giovane Saul Nanni sorprendentemente bravo, camaleontico, con doti da trasformista che con questo ruolo entra di diritto in quel ristretto gruppo di nuove leve di cui fanno parte Francesco Ghechi e Leonardo Maltese. Il film narra la storia di Gioia Montefiori, una donna non più giovane, ingenua e colta, insegnante di francese che vive ancora con i genitori e che si innamora di Alessio, un suo allievo. Accetterà di farsi stravolgere la vita da lui per provare quella “gioia”, come il suo stesso nome recita, che nella sua vita non aveva mai provato. Un misto di tenerezza e senso materno la spingerà tra le braccia del giovane sino a farle commettere gesti che lei stessa non avrebbe mai immaginato di attuare. Decisamente un buon film. Altra pellicola in concorso è Jay Kelly con George Clooney come protagonista. George è sempre un bel vedere, anche se questa volta non interpreta il fascinoso dalla andatura dinoccolata che tanto piace alle donne. Al contrario è un attore di successo di mezza età che fa i conti con la sua vita privata, un uomo in crisi per aver dedicato troppo tempo alla carriera e troppo poco agli affetti. Ma la storia di questo bilancio personale, seppur nelle mani sapienti di N. Baumbach diventi qualcosa di insolito, è un po’ troppo ripetitivo e a tratti soporifero. Girato parzialmente in Italia, per l’esattezza ad Arezzo e dintorni, nel cast troviamo l’immancabile Alba Rohrwacker e ci chiediamo perchè. A tenere testa al bel George, c’è un bravissimo Adam Sandler nella parte di Ron, il suo inossidabile agente. Il regista ha dichiarato in conferenza stampa di aver giocato con l’idea di fare pace con chi siamo e con chi rappresentiamo in un viaggio per scoprire l’uomo, e Clooney-Kelly si è prestato al gioco. Il film ha il merito di rivelare anche un ambiente che ai più è sconosciuto, un dietro le quinte di ciò che è la reale vita di un attore o di una troupe, mostrando questo lavoro nella sua “normalità”. Sicuramente non è la migliore pellicola di Baumbach ma George, tra il melanconico e gigionesco, regge.
É poi arrivato il momento di Yorgos Lanthimos, anch’esso in concorso, che si conferma un genio assoluto: il suo Bugonia è un film che appartiene al suo mondo visionario e fantastico che ben conosciamo (anche se non è paragonabile a Povere creature), e nonostante le trovate irreali è profondamente calato nella realtà contemporanea e ci fa capire come l’intera umanità sia al contrario assolutamente scollegata da essa. Riusciranno gli “alieni” a salvarci o ci condanneranno all’estinzione come fu per i dinosauri? C’è una ambiguità nel film molto impattante ed Emma Stone è strepitosa come sempre, così come il suo “nemico” interpretato da J.Plemons perfetto nell’offrirci un personaggio detestabile, un’anima in pena che vorrebbe aiutare gli uomini non avendo però il fisico del ruolo per essere credibile. Nel film è facile “etichettare” i personaggi, ma poi essi ci stupiscono assumendo lati sempre nuovi da scoprire e riscoprire sino all’ultimo fotogramma. Una colonna sonora fantastica accompagna questa storia complessa scritta da W. Tracy di un mondo apparentemente distopico che al contrario è una perfetta fotografia del mondo reale. Sul film di Guadagnino After the hunt (non in concorso), invece, non possiamo dire molto se non che la presenza della divina Julia Roberts ha fatto letteralmente esplodere il sistema di prenotazioni! Sappiamo sulla trama quanto riportato dai quotidiani nazionali, ma possiamo riferire ciò che in conferenza stampa è stato detto. Film provocatorio, ricco di personaggi complicati, che accenderanno sicuramente un dibattito per la complessità di visioni e di sfaccettature. Diversi punti di vista si mescolano a dialoghi serrati, in uno scontro tra diverse verità. É stata giudicata straordinaria la performance di Julia Roberts. Altro film in concorso è À pied d’oeuvre di Valérie Donzelli, piccola storia resa grande da una sceneggiatura accorta. Si narra la storia di un’ambizione vera, di quelle che ti fanno operare scelte coraggiose, rinunciando alla propria zona di comfort. Un fotografo, ben pagato, marito e padre di famiglia, per inseguire il sogno di diventare scrittore decide di andare in sottrazione riducendo la sua vita all’essenziale, passando da corse continue per raggiungere il successo ad una vita quasi di stenti per dedicarsi appieno alla scrittura. Film molto lento, ma nel complesso interessante. Chiudono la nostra breve incursione nella kermesse veneziana due pellicole, entrambe in concorso: Sotto le nuvole di Gianfranco Rosi e Frankenstein di Guillermo del Toro. Rosi, noto documentarista pluripremiato (Leone d’oro per Sacro GRA e Orso d’oro per Fuocoammare) esplora Napoli e le sue antiche memorie, il Vesuvio e le solfatare dei Campi Flegrei sempre in agitazione, Pompei, Ercolano. Fulcro del docu-film sono le continue telefonate ai vigili del fuoco di persone che alle prime avvisaglie di oscillazioni della terra chiamano per sapere se devono preparare i bagagli e scappare. Girato interamente in bianco e nero il film è un viaggio nella storia e nelle storie degli uomini. Ed infine c’è lui, Guillermo del Toro, vincitore di ben 4 Oscar e Leone d’oro nel 2017 per La forma dell’acqua, che ci stupisce con l’adattamento del romanzo gotico di Mary Shelley sullo scienziato, affascinante quanto arrogante, Victor Frankenstein (Oscar Isaac). Curato in ogni piccolo particolare, affronta molti argomenti come il rifiuto della diversità e il dolore che nasce da questa esclusione, l’abbandono e il rapporto padri-figli. Seppur decisamente troppo lungo, Frankenstein è una profonda meditazione sul bisogno di essere accettati per quello che si è, esplorando temi universali quali la solitudine, il desiderio di essere compresi, la paternità mancata e la bellezza dell’imperfezione. Accreditati si ferma qui, ma il Festival di Venezia continua.
data di pubblicazione:30/08/2025
da Anna Paulinyi | Ago 30, 2025
Una studentessa americana e un professore inglese faranno faville condividendo la loro grande passione per la poesia vittoriana ad Oxford.
Quest’estate Netflix ci ha regalato un altro lungo momento romantico, quasi due ore, con Sofia Carson. La lunghezza del film è dovuta sicuramente anche alla bellissima ambientazione, che si può già dedurre dal titolo, e chi è fan dell’Inghilterra, quella dove si beve una buona tazza di tè nero, mangiucchiando uno scone con del lemon curd mentre piove fuori, sarà felicissimo di essere portato a Oxford senza doversi alzare dal proprio divano. Ma tenete a portata di mano i fazzoletti: le inquadrature nella bellissima e antica biblioteca Bodleiana e le gite in bici tra i palazzi gotici e neogotici, con sprazzi di prati ben curati, si pagano.
Anna (Sofia Carson) è una giovane americana che, prima di incominciare la vita della donna di successo in alta finanza voluta dai genitori, immigrati dal Sud America, desidera regalarsi il suo sogno nel cassetto: studiare la poesia vittoriana per un anno a Oxford con una famosa professoressa, suo idolo.
Peccato che proprio quell’anno il corso non lo terrà la professoressa, bensì il suo discepolo più bravo, James Davenport (Corey Mylchreest, protagonista maschile bravissimo in Queen Charlotte: A Bridgerton Story (2023) sempre su Netflix), che oltre a essere un serio studioso di poesia pare sia anche un bel donnaiolo di ottima famiglia.
E qualcuno già può immaginarsi come va a finire… però c’è un grande “ma”, come in tutti i film dell’ultimo periodo con Sofia Carson – al momento una delle regine del genere rom-com su Netflix – che vengono sempre accompagnati anche da qualche forte nota amarognola.
Sofia Carson ebbe un grandissimo successo qualche anno fa con Purple Heart (2022), dove impersonava una giovane cantante, Cassie Salazar, che decide di sposare per convenienza un giovane soldato americano a breve inviato in guerra. Lei, per avere i medicinali e curare attraverso l’assicurazione sanitaria del marito il suo diabete, che altrimenti l’avrebbe portata sul lastrico. Lui, Luke (impersonato da un bravissimo Nicholas Galitzine), per ripagare un debito contratto. Nel film è molto presente anche la rappresentazione di una classe sociale che non riesce a sbarcare il lunario nonostante impegno e voglia di lavorare sodo in uno dei paesi più ricchi del mondo.
Poi è uscito lo scorso marzo The Life List, dove Sofia Carson impersona Alex, una giovane newyorkese che sembra aver perso un po’ la bussola riguardo a quello che vuole dalla vita. In più le muore la mamma che, per confonderla ancora di più, le lascia legalmente il compito di mettere in atto la sua lista dei desideri di quando aveva 13 anni, se vuole ricevere la sua parte ereditaria. Per questo le viene affiancato dallo studio legale Brad (Kyle Allen), un avvocato agli inizi carriera. Ovviamente da cosa nasce cosa, ma qui la storia d’amore fa quasi da sottofondo al racconto dei rapporti familiari della protagonista, in particolare quello con la madre e il lutto per la sua mancanza.
In questo senso le commedie romantiche con Sofia Carson, per quanto film di evasione di stampo “chick lit” (espressione per un filone di letteratura femminile popolare, che ha come protagonista una giovane donna che si ritrova a vivere momenti intensi e faticosi, ripagati però a livello sentimentale), non sono prive di fascino e contengono anche qualche possibilità di autoriflessione.
Anche Il mio anno a Oxford riporta così il suo elemento di sorpresa, e più scuro del previsto. Ma non voglio scrivere altro. Per chi è donna, ha voglia di evadere dal quotidiano e spargere qualche lacrimuccia, i film con Sofia Carson vanno benissimo. Anche perché sono eleganti, quasi commedie romantiche di una volta. Ed è per questo motivo che si perdona volentieri anche una certa rigidità nella recitazione a Sofia Carson, perché ha il fascino di una vera diva, giovane e bella. Ed è anche per questo motivo che le vengono messi accanto solo giovani attori a inizio carriera. Ma anche questo fa piacere, perché sono sempre belli e bravissimi.
data di pubblicazione:30/08/2025
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