da Daniela Palumbo | Apr 12, 2026
regia di Carlo Sciaccaluga; con Luca Lazzareschi, Pia Lanciotti, Michele De Paola, Giovanni Cannata, Riccardo Livermore, Silvia Biancalana, Sergio Basile, Andrea Nicolini, Giovanni Arezzo, Domenico Bravo, Eletta Del Castillo, Chiara Sarcona; Produzione Teatro Biondo Palermo
(Teatro Biondo – Palermo, 11/19 aprile 2026)
Morte di un commesso viaggiatore di Arthur Miller debutta a Broadway nel 1949, nel cuore del boom economico del dopoguerra. Ma lungi dal trasmettere “sentimenti” positivi come ottimismo e fiducia nel futuro, l’opera mostra il “lato oscuro della luna”. E la competizione, in campo finanziario più che nello sport, la corsa al “successo”, a costo di ogni sacrificio, diventano una lunga marcia verso il patibolo.
Un progetto di vita comune “comprato a rate” è un progetto fallimentare. Così come un programma di crescita sociale – ciò che si dice “progresso” – basato sulla produttività di ciascuno è ugualmente destinato al fallimento. Questo, in sostanza, il messaggio dell’opera di Miller, in perfetta sintonia con l’epoca contemporanea, i “tempi moderni”.
Elementi apparentemente accessori della scenografia fanno la propria comparsa nel corso della rappresentazione. Sono l’indispensabile frigorifero domestico, sorta di nume tutelare di casa Loman oltre che marcatore di status, e l’incredibile magnetofono, “verità rivelata” ed esibita come una specie di ostensorio sulla scrivania del boss dell’azienda di New York. Volutamente “piazzati” in un angolo della scena ma ben visibili, emblematici di un’epoca, di una “prospettiva”.
Materia inumana e disumana, come disumanizzata è quella terra d’America, da Boston alla Florida, che il nostro Willy Loman, commesso viaggiatore, è costretto a percorrere in auto, malgrado l’età avanzata. Più di mille chilometri per più di dodici ore al dì. Pena l’esclusione dal lavoro, il disastro economico, la disgregazione fisica e morale della propria famiglia. Questo il dramma di Willy il venditore, dopo anni di duro lavoro che lo hanno reso “un tantino stanco”.
Di quest’uomo che non riesce più a fare fronte alle spese di gestione della casa, amministrate dalla moglie con equilibrio e assennatezza. Che non è più in grado di tenere dritto e saldo il volante dell’automobile su strada, idealmente il “timone” della famiglia. Che non è riuscito e non riesce a guidare i propri figli, il primogenito Biff soprattutto, verso una realizzazione personale, nella scelta di una professione come nelle condotte di vita. E che, assorbito dalle proprie ossessioni, non sa “farsi bastare” l’amore della propria sposa, Linda (una straordinaria Pia Lanciotti). Che da sempre lo ama per sé stesso, per ciò che lui è come uomo.
Alla domanda rivoltagli da altri – “Cosa sei?” – lui risponde “Io vendo”. Non con un nome, un’identità, ma con un verbo d’azione, che assimila l’essere ad una “operazione commerciale”. Con un unico “bagaglio”: un campionario di merce da cedere per ricavare denaro, o da barattare con un’illusione fugace (la giovane amante gli concederà i suoi favori in cambio di calze di nylon).
I volti delle comparse che sin dall’inizio si manifestano sulla scena, coperti da un panno di colore chiaro, rievocando i soggetti di certi dipinti – da Magritte a De Chirico – emergono come simulacro di questa umanità negata. Disumanità anonima, come anonime e disumane sono la città, la strada, il condominio. In una visione che si percepisce attraverso lo sguardo del protagonista, proteso verso l’esterno reale, ma desideroso di guardare oltre, “altrove”. Verso gli olmi della casa del passato, verso un orto dove piantare carote. Verso le giungle dell’Africa o le gelide terre d’Alaska persino, là dove pare volerlo dirottare lo spettro del fratello Ben, partito tantissimi anni prima, a “fare fortuna”.
E il sogno americano evolve verso l’incubo, mentre passato e presente si intrecciano, come le diverse fasi della morte, sotto varie forme, nel corso della vita.
data di pubblicazione:12/04/2026
Il nostro voto: 
da Antonio Jacolina | Apr 12, 2026
Anche ai Francesi…” non tutte le ciambelle vengono con il buco”! C’était mieux demain è una commedia molto leggera e popolare scientemente voluta come tale dagli autori e così costruita per piacere a tutti. All’atto pratico scontenta invece un po’ tutti perché risulta un film di non particolare raffinatezza, sottigliezza e originalità.
Il viaggio nel Tempo, pur se non originale è un ottimo filone cinematografico che può ben ispirare gli sceneggiatori, se bravi.
Lo spunto narrativo di C’était mieux demain con cui si è chiusa la XVI Edizione di Rendez- Vous – Festival del Nuovo Cinema Francese è assai semplice: una coppia normalissima di un paesino della Francia profonda, tradizionale e patriarcale del 1958 si ritrova per caso catapultata nella Francia caotica del 2025.
Per la sua opera prima la Millereau prova a sfruttare tutte le possibili opportunità di un confronto fra gli Anni ‘50 ed i giorni nostri. Insieme agli sceneggiatori cerca quindi di regalarci una commedia tanto assurda quanto potenzialmente comica che flirta con ben più illustri precedenti provando a fondere realtà ed irrealtà e ad accennare anche a temi non banali di attualità. L’emancipazione femminile, i nuovi valori sociali e sessuali, le innovazioni tecnologiche e la presa in giro di un certo maschilismo di provincia. La sceneggiatura risulta però piuttosto debole.
La regista per alimentare i toni della commedia prova a costruire una narrazione tutta giocata sugli equivoci ma tende ad abusarne troppo. Lo humour raffinato latita ed i toni si fanno presto farseschi a scapito della tensione narrativa generale. Il breve avvio nel 1958 è interessante e gradevole ma ben presto quando nel 2025, il ritmo rallenta, perde efficacia fino ad impantanarsi nella ripetitività. È evidente che il filo conduttore non riesce a trasmettere alcuna tensione. Si scivola quindi nella riproposizione di situazioni simili, prevedibili o poco divertenti. Una sequenza di cliché, di gag, di stereotipi e battute poco sottili. La recitazione è sopra i toni, quasi caricaturale, in un contesto visuale appesantito da un gioco poco originale di campi e controcampi.
Peccato! Il risultato non è del tutto all’altezza dei propositi e dà la sensazione di un lavoro senza ambizione né sorprese nella scrittura e nella realizzazione.
C’était mieux demain poteva essere una di quelle belle piccole commedie popolari francesi di buoni sentimenti, garbata e spiritosa che giocava sulle tradizioni obsolete. Non riesce invece ad andare oltre un po’ di divertimento superficiale né a trasmettere emozioni o spunti di riflessione. Una commedia appena discreta di cui ci si dimentica subito. Alla regista andrà offerta una prova d’appello.
data di pubblicazione:12/04/2026

da Antonio Jacolina | Apr 11, 2026
Una vicenda corale al femminile delicata, poetica e di rara intensità. Un film apprezzabile che, anche se non perfetto, affascina e fonde con abilità ed eleganza il Glamour e la Serietà dei contenuti.
Il Cinema Francese sa passare dalla vita quotidiana ai polar, dalla commedia ai drammi sempre catturando lo spettatore per la capacità di scrutare i sentimenti più intimi con storie vere ed intense e sapendo dare rilevanza ai ruoli femminili.
La Winocour è una delle autrici più promettenti del Nuovo Cinema Francese e del movimento di registe e sceneggiatrici che hanno consolidato gli spazi di rappresentazione femminile apportandovi ciascuna la propria sensibilità.
Con Coutures già presentato alla Festa di Roma ‘25 la regista torna a tratteggiare alcuni ritratti di donne tenaci, solidali e resilienti. Varia il contesto ma resta lo sguardo attento, l’abilità e la passione. Siamo alla Fashion Week Parigina e la coralità si esprime in uno sguardo d’insieme sul dietro le quinte e sui diversi destini di quattro donne occasionalmente riunite per l’evento. Tutte lavorano nell’ombra e tutte hanno fragilità e paure. Al centro Angelina Jolie regista americana di film horror giunta a Parigi per girare una clip goticheggiante per l’avvio delle sfilate. Attorno a lei una truccatrice che fronteggia le tante emergenze elaborando pensieri per il libro che intende scrivere; una giovane originaria del Sud-Sudan appena arrivata dall’Africa per esordire in passerella e, infine, una promettente couturière oberata di incarichi ma attenta a mantenere cura e qualità per ogni suo delicato lavoro.
Un mondo glamour ed una retrostante realtà di lavoro, sacrifici, aspettative e decisioni. Una storia di simpatie, sostegno, resistenza tutta femminile con due sole presenze maschili marginali ma umanissime: Vincent Lindon e Louis Garrel.
La Winocour sa scrivere, dirigere e filmare con ritmo e fluidità. Muove la cinepresa con eleganza ed esalta i primi piani delle sue donne per coglierne il lato umano sotto la fragile bellezza. Il suo sguardo resta estraneo a ciò che filma più per pudore di invadere i sentimenti che per distacco. Lascia così allo spettatore l’onere di farsi un giudizio personale sui personaggi tutti veri e profondi. L’intensa presenza della Jolie nei panni della regista che scopre di avere un cancro è l’innegabile atout del film. Un ruolo che fa eco alla sua esperienza umana e dà una dimensione emozionale forte al personaggio, squilibrando però la narrazione a danno delle vicende parallele.
Pur con qualche carenza e piccoli difetti Coutures è un film interessante e coinvolgente. Scritto molto bene e realizzato con abilità e delicatezza. Potrà anche affascinare perché capace di fondere con sensibilità storie belle e tristi e di incrociare fascino e serietà.
data di pubblicazione:11/04/2026

da Paolo Talone | Apr 11, 2026
di e con Alberto Fumagalli e Chiara Liotta
(Teatro Basilica – Roma, 10/12 aprile 2026)
Presentato lo scorso settembre a Forlì per Colpi di scena, parte ora in tournée dal Teatro Basilica La Fame, il nuovo spettacolo di Les Moustaches. In riconfermata coproduzione con Accademia Perduta/Romagna Teatri, la compagnia bergamasca porta sul palco un’affascinante e insieme inquietante allegoria dei nostri tempi. Alberto Fumagalli firma il testo e, insieme a Ludovica D’Auria, anche la regia. Mentre sale sul palco con lui una straordinaria Chiara Liotta. Non c’è più nulla da mangiare e la fame coglie di sorpresa Sagrestano e Virtuosa. Cosa faranno per sopravvivere?
È già tutto descritto nella forte immagine iniziale. Statici, pittorici, avvolti da una desolante nebbia, stanno Sagrestano e Virtuosa. Lei lo allatta al seno sotto il tendaggio pesante di un teatrino, come quelli che approntavano nelle piazze i comici dell’arte. L’immagine descrive da subito un rapporto di dipendenza, che si rivelerà malata e velenosa.
Come suggeriscono i nomi, lui è il custode servile nella casetta dove lo strano nucleo familiare sembra destinato a crescere. Lei è una creatura pantagruelica, insaziabile nella sua ingordigia, e pare sia incinta di Sagrestano. Virtuosa in fondo non è quello che il suo nome dice. A meno che non si assurgano a qualità il tempo perduto, la storditezza, il vaniloquio, lo sfruttamento, l’inganno.
Si muore di fame, la dispensa è vuota. Lo stomaco brontola e i crampi sono dolorosi. Sarà proprio l’attesa sperata di quella che Sagrestano pensi sia una bambina a spingerlo ad affrontare le sue paure più profonde. Per procacciare il cibo e sfamare la gestante sarà disposto a sfidare la vastità del mare e il buio della notte. Sarà disposto – come recita il sottotitolo – a fare tutto per amore, guidato dallo sguardo benevolo di una Luna ancora incontaminata.
È una parabola drammatica, dunque. Una favola nera, anacronistica e profana. Anacronistica, perché maschera dietro una scena in apparenza medievale una verità contemporanea. Profana, perché non ammette più nessun tipo di morale: dio è stato scacciato. Un male riferito ai tempi che viviamo. «Ci siamo mangiati tutto», dirà Sagrestano quando si accorgerà che della Terra non è rimasto più nulla.
La fame parla della nostra cecità e del nostro egoismo davanti al male del mondo. Della nostra coscienza, incapace di ravvedersi finché la pancia è piena. E lo fa attraverso un contenitore fortemente teatrale. È un’allegoria dei nostri tempi mascherata dietro una scena, tanto semplice quanto magica, fatta di tavole inchiodate. E nei costumi, bellissime estensioni visive del carattere dei personaggi. Merito del lavoro artigianale di Davide Moriggi e Giulio Morini (le luci sono di Giulia Bandera).
Ma sono il testo e la recitazione la vera forza del lavoro. Il linguaggio aiuta a formulare la struttura e a delimitare i confini del mondo – iperbolico fino alla distopia eppure verosimile – inventato da Fumagalli. La parola scorre, poetica e ritmata, ma a volte si accartoccia, inciampa. Per necessità diventa invenzione, invertendo i generi, improvvisando desinenze. E si adagia sui personaggi, grotteschi e ridicoli. Due insetti esopici che hanno conservato la spregiudicatezza della cicala e dimenticato la previdenza della formica. Due burattini manovrati da un’intelligenza invisibile che li tiene insieme. Il sentimento a servizio di una ragione sbagliata, impaurita. Corpo e voce degli attori suonano come un’unica partitura, ma la recitazione è prima di tutto negli occhi.
Il monito è chiaro: se non ci ravvediamo, come singoli e come comunità, finiremo col distruggere tutto. E quello che rimarrà, soprattutto alla luce degli avvenimenti storici che stiamo vivendo, sarà solo un’atavica, perenne, fame.
data di pubblicazione:11/04/2026
Il nostro voto: 
da Daniela Palumbo | Apr 11, 2026
scritto e diretto da Gabriel Calderón, con Francesco Montanari, scene Paolo Di Benedetto
(Teatro Biondo – Palermo, 08/12 aprile 2026)
Il lungo monologo di Francesco Montanari, diretto dal regista e drammaturgo uruguayano, reinterpreta il Riccardo III di Shakespeare in chiave moderna e personale. In un perenne parallelismo tra opera d’arte ed autobiografia, e fra teatro e vita.
L’attore, unico protagonista di questa pièce, coadiuvato appena da una scenografia palpitante e a tratti sbilenca, recita la parte di un attore. “Qualcuno” che rivendica il diritto di essere “qualcosa”. Dopo anni di estenuanti attese, finalmente un ruolo importante, degno di nota. Finalmente la possibilità di un riscatto, a lungo agognato, un riconoscimento pubblico, all’altezza del proprio talento. Sarà Riccardo III, ma non “l’originale”, quello nato dalla penna del celebre drammaturgo inglese. Poiché Shakespeare “è morto”, e con lui il “pentametro giambico” e l’impalcatura dei valori d’un tempo. Sarà “qualcosa” di simile o affine. Qualcosa di Riccardo III.
Bestia antropomorfa o piuttosto uomo dalle sembianze animalesche, sbuca dal sipario con la testa soltanto, come quei cervi impagliati appesi al muro, macabri trofei di caccia. Quindi si lancia sulla scena, con la voce e la gestualità invadente, dando in pasto alla platea uno charabia che egli stesso definisce “incomprensibile”. Duro da “masticare” e spesso indigesto, una sorta di “intossicazione da versi”.
Della compagnia teatrale che lo affianca e del regista che lo dirige, in questo modello perfetto di mise en abyme, non si vede traccia. Se non attraverso la stessa recitazione di lui, fatta di una mimica variegata e di voci diverse, in continuo sdoppiamento tra il proprio ruolo da protagonista-sovrano e le parti degli altri attori. Dalla regina Margherita con le sue solenni maledizioni alla madre dello stesso Riccardo, figlio aborrito. Parti invidiate (“Un attore ucciderebbe per un monologo come quello!”), quindi usurpate come si usurpa un trono, un regno, una corona.
E ancora si viaggia lungo i binari dell’analogia. Francesco, che racconta sé stesso, è un attore in una famiglia di chirurghi e istruttori di guida. Una “bestia rara” e ridicola, che non sapendo usare le proprie mani per dirigere gli altri o salvare vite, non può far altro che agitare i lunghi artigli, sotto una coltre di pelo disordinato e folto. Quasi un Minotauro esiliato tra le quinte di un teatro, all’ombra d’un palco, “gobbo, losco, torvo”, perso in un labirinto di parole febbrili e di inutili rime.
Cambiando pelle come un serpente, o mutando il mantello (le setole del cinghiale, animale con cui si identifica), Francesco l’attore è dominato dall’ira, dall’intolleranza e dal livore, frutto di sogni inappagati e di ambizioni irrisolte. Fino a collassare sotto il peso delle proprie zavorre, e spogliandosi di tutti gli orpelli, complice lo “spettatore pietoso”, ritrovare la nudità pura e semplice. E con essa l’umanità vera, che è l’essenza del teatro, quello autentico. Il resto è aneddoto, è storia.
data di pubblicazione:11/04/2026
Il nostro voto: 
da Antonio Jacolina | Apr 9, 2026
Una bella scoperta! Un buon piccolo film all’antica. Un film di qualità, appassionante e solido, che sembra un Polar elegante degli anni’50.
Dopo l’apertura con un’apprezzabile commedia raffinata e graffiante, la XVI Edizione di Rendez- Vous – Festival del Nuovo Cinema Francese prosegue proponendo un altro genere di eccellenza della cinematografia d’Oltralpe. Un doveroso omaggio a quel mix tutto francese fra Poliziesco e Noir così popolare fra i ‘50 e i ‘70: il Polar.
L’Affaire Bojarski presentato in anteprima italiana, si ispira apertamente ai grandi registi di quel ventennio – J. Pierre Melville, Jacques Deray, Henri Verneuil – e ne ripropone ambienti e atmosfere con una messa in scena molto classica ma altrettanto efficace. Un Polar all’antica ma di qualità ed appassionante da cui ci si aspetta quasi di veder apparire sullo schermo Alain Delon o Lino Ventura.
Salomé è un buon artigiano del Cinema Popolare nel senso migliore del termine e in questo suo ultimo film si ispira liberamente a fatti accaduti in Francia fra il 1940 ed il 1960. La vicenda di un ingegnere polacco geniale e solitario rifugiatosi in Francia all’inizio della II Guerra Mondiale e che poi, al termine del conflitto, pur onesto ed ingegnoso non riesce ad inserirsi nella Società e nel mondo del lavoro francese. Ridotto ai margini scoprirà casualmente di avere un talento eccezionale nel falsificare banconote di vario taglio, quasi irriconoscibili alla stessa Banca di Francia. Gli si apre una nuova vita, terrà nascosta a tutti la sua attività solitaria. Agirà per un quindicennio pur nel mirino del più abile ispettore di Francia.
Al centro della narrazione c’è la relazione a distanza fra il falsario ed il poliziotto che lo sospetta ma al tempo stesso coglie la dimensione artistica del suo lavoro di creatore di falsi. Un gioco del gatto con il topo, di reciproco rispetto, sfida e ammirazione fra i due uomini. Un confronto che il regista riesce a mantenere sempre ad un livello alto e costante, cinematograficamente riuscito, godibile e degno dei migliori film del genere.
Un racconto palpitante senza tempi morti e molto ben costruito grazie ad una sceneggiatura ben scritta e ben adattata. Salomé non è certo un esteta ma sa filmare bene. La sua realizzazione è lineare, di buona fattura e molto classica. Scientemente un film all’antica per coerenza con il periodo rappresentato. Ottime le ricostruzioni degli ambienti e delle atmosfere d’epoca. Di alto livello i due protagonisti anche se purtroppo poco conosciuti in Italia.
L’Affaire Bojarski è senz’altro un film che ben ripropone il buon cinema popolare di qualità e di successo di una volta. Un poliziesco di buona resa visiva con un discreto charme narrativo che diverte e coinvolge con piacere.
data di pubblicazione:09/04/2026

da Nadia Alese | Apr 8, 2026
Finché Morte Non Ci separi 2 nasce già con un compito delicato, ossia ampliare un’idea già compiuta, senza però tradirne lo spirito. Infatti il film funziona soprattutto come espansione, spesso anche eccessiva, del primo capitolo, più che come reale reinvenzione.
Il dato più evidente è che il film sceglie consapevolmente la via dell’overdose, con più personaggi, più violenza, più scala narrativa rispetto al prequel. L’intuizione di trasformare il gioco mortale da rituale familiare a sistema più ampio di potere, con famiglie rivali ed una sorta di gerarchia globale, sicuramente dà respiro e prospettiva alla storia. Tuttavia questa apertura comporta anche la perdita di quella dimensione gotica, quasi teatrale, che rendeva il primo film così compatto e riconoscibile. La tensione, infatti, tende a disperdersi in una struttura più caotica, dove l’azione prende spesso il sopravvento sulla costruzione tematica.
La trama è infatti semplice, a tratti persino prevedibile, e non sempre riesce a sostenere l’ambizione del mondo che introduce. Siamo dinanzi ad un horror – comedy ad alto tasso di intrattenimento, che però rinuncia quasi del tutto alla sottigliezza satirica che nel primo capitolo accompagnava la critica sociale. Qui la satira diventa meno incisiva, spesso sacrificata in favore di un ritmo più frenetico e di una comicità più esplicita e “cartoonistica”.
La componente di black comedy viene spinta all’estremo, le sequenze di morte sono sempre più elaborate, creative e volutamente sopra le righe, con un gusto per l’eccesso che oscilla tra il grottesco ed il liberatorio, finendo però per diventare ripetitive, riducendo l’effetto sorpresa e riportando la formula ad un meccanismo riconoscibile.
Al centro di tutto resta l’interpretazione di Samara Weaving, vero punto di forza del film, una final girl che alterna vulnerabilità, ironia e furia in modo estremamente efficace. Accanto a lei Kathryn Newton aggiunge una dinamica interessante, con un rapporto tra sorelle che introduce una componente emotiva più marcata, pur senza diventare davvero il fulcro del film. Sara Michel Gellar, dal canto suo, volto iconico dell’horror e del thriller, rappresenta una scelta di casting precisa, per dialogare con un immaginario già consolidato, giocando apertamente con i codici del genere.
In definitiva, Finché Morte Non Ci Separi 2 funziona perché offre uno spettacolo crudele, ironico e liberatorio, in linea col primo episodio, ma, allo stesso tempo, conferma quanto sia difficile replicare l’effetto dirompente di un’idea originale.
data di pubblicazione:08/04/2026
Scopri con un click il nostro voto: 
da Antonio Jacolina | Apr 8, 2026
Una tragicommedia ben costruita e ben ritmata, sostenuta da due attori eccezionali: Isabelle Huppert e Laurent Lafitte. Una satira sociale raffinata e sferzante. Un ritratto umano ricco di sfumature e humour noir. Una storia ambigua di dipendenza e manipolazione…
Quale migliore apertura per la XVI Edizione di Rendez Vous-Festival del Nuovo Cinema Francese! Rivivere le atmosfere eleganti e penetranti di un acuto ed ironico osservatore della Commedia Umana come Chabrol!
Con La Femme la plus riche du monde il suo allievo Klifa ci propone infatti nello stile del Maestro una caustica ma elegante e distaccata analisi di un certo ambiente e dell’ipocrisia familiare che contiene e nasconde lati oscuri, passioni, desideri e rancori. Però mentre Chabrol osservava il microcosmo provinciale, il nostro regista filma una versione mondializzata ed alto borghese. Il principio è lo stesso. Rappresentare non tanto la morale ma la verità sublimandola con l’eleganza e gli espedienti della finzione cinematografica. Utilizzare il registro della Commedia per dare uno sguardo incisivo ma distaccato e divertito su un mondo elitario e privilegiato.
Lo spunto è quello dell’Affaire Bettencourt che occupò ad inizi 2000 le cronache mondiali per i suoi risvolti mondani, politici e giudiziari. Il regista non cerca di ricostruire la vicenda ma la usa simbolicamente per restituirci il rapporto ambivalente fra controllo e dipendenza. Filtra la realtà, tutto è vero senza esserlo. Come ieri in Chabrol un estraneo faceva affiorare le nevrosi dell’ambiente borghese, così oggi in Klifa un fotografo arrivista è l’intruso che farà emergere nella famiglia alto borghese tutto ciò che era nascosto: la noia, la solitudine, la mancanza d’amore, la sudditanza affettiva verso una relazione manipolatoria.
Scritto e messo in scena con cura ed attenzione ai dettagli La Femme la plus riche du monde evita ogni approccio farsesco ed ogni cliché. Gioca su più toni e generi in equilibrio costante fra Commedia dei Costumi, riflessione graffiante sul denaro e sul potere, ed analisi dei rapporti umani fra ricchissimi mantenendo sempre quel tocco molto francese di leggerezza che prevale sugli elementi seri. Ovviamente il ritmo è elevato, i dialoghi sono briosi, rifiniti e ricchi di sottotesti. Gli interpreti poi rendono vivo e vero il film. La Huppert è sublime in un gioco di sfumature fra intensità e distacco, autorità ed ingenuità. Lafitte è istrionico, provocante e seduttore. Attorno a loro un cast di supporto validissimo.
La Femme la plus riche du monde è senz’altro un bell’esempio di Commedia Francese. Ben diretta ed interpretata dall’inizio alla fine, combina eleganza, leggerezza e profondità, finezza d’analisi e humour graffiante. Un vero piacere vederla!
data di pubblicazione:08/04/2026

da Antonio Iraci | Apr 7, 2026
Seconda versione cinematografica dall’omonimo romanzo di Albert Camus. Dopo il primo adattamento, diretto da Luchino Visconti nel 1967, si cimenta nell’impresa Ozon, presentando la sua trasposizione all’ultima edizione del Festival di Venezia. Da un testo a dir poco enigmatico, sin da subito viene delineata la figura complessa del protagonista…
Oggi è morta mamma. O forse ieri, non so. Con questo lapidario incipit Albert Camus dà avvio al suo romanzo e così inizia anche il film di François Ozon, oramai ben noto regista francese. Un raro esempio in cui la sceneggiatura si adatta perfettamente al testo originario, lasciando pochi margini all’invenzione. La storia si concentra esclusivamente sul protagonista Meursault, cittadino francese che vive ad Algeri. Impiegato presso un ufficio governativo, vive la sua vita in uno stato di indifferenza verso il mondo, in un grigio conformismo. Il giovane è concentrato su sé stesso e rimane insensibile alla notizia della morte della madre, da tempo abbandonata presso un ospizio. Un giorno, dopo un litigio senza apparente motivo, ucciderà un arabo e così si inizierà contro di lui un processo kafkiano dove verrà riconosciuto colpevole.
In ogni sequenza, in maniera del tutto didascalica, il regista intende delineare la specificità dell’individuo e il vuoto esistenziale che risulta caratterizzare la sua condizione. Una percepibile solitudine in un mondo che risulta sempre più estraneo se non addirittura ostile. Ottima l’interpretazione di Benjamin Voisin, nel ruolo del protagonista, che riesce a concentrare su di sé l’attenzione. Un volto interessante da nouvelle vague, sia per la fotografia sia per la scelta di girare in bianco e nero. Molto indovinata anche l’ambientazione, in una Algeri assopita e rassegnata sotto la dominazione francese, ma che mantiene ancora intatta la sua essenza magrebina. Ozon riesce a confezionare un film di buon livello e molto curato nei dettagli, interpretando appieno il pensiero filosofico di Camus. Lo scrittore vuole fare di Meursault un uomo responsabile delle proprie azioni che non accetta alcun condizionamento esterno, tanto meno quello della religione.
Lo straniero non può certo essere interpretato come un manifesto dell’esistenzialismo, ma sicuramente ne mette in risalto l’aspetto nichilista proprio di quella corrente di pensiero. Il protagonista è un soggetto estraneo che vive tra estranei, incapace di esprimere ogni tipo di affetto e privo di ogni apparente sensibilità. Un film sicuramente interessante, anche se di non facile lettura, con l’unica pecca di essere troppo aderente al romanzo. Lo studio dell’uomo da un punto di vista esclusivamente soggettivista, incapace di percepire la realtà e oppresso da un senso di distacco dal mondo. Un esperimento cinematografico riuscito anche perché porta la firma di un regista di grande e riconosciuto talento cinematografico.
data di pubblicazione:07/04/2026
Scopri con un click il nostro voto: 
da Daniela Palumbo | Apr 7, 2026
Netflix ripropone in catalogo il capolavoro di Franco Zeffirelli, trasposizione cinematografica della celebre tragedia di Shakespeare e grande successo internazionale.
Di Romeo e Giulietta conosciamo trasposizioni diverse, sia teatrali che cinematografiche, più o meno fedeli all’opera shakespeariana. Questa versione, o visione, firmata Franco Zeffirelli e risalente al 1968, oltre a fornire un esempio di perfezione formale, può dirsi “fedele”. Non soltanto al testo originale ma, aggiungerei, all’interpretazione che ne dà la critica più accreditata. Secondo la quale questa non sarebbe una vera tragedia, specie se messa a confronto con la storia di Otello e Desdemona, ad esempio. I due giovani, innamorati e sposi a dispetto del proprio nome, muoiono per la crudeltà del Fato, nutrita dall’odio degli uomini (“Dove sono questi nemici?!” – tuonerà il Principe di Verona). Ma non prima di aver realizzato il loro “desiderio d’amore”. E conosciuto l’amore stesso come dono di sé e insieme come fonte inesauribile (“Più te ne do, più mi sembra di possederne!”). Gli amanti vivono la pienezza, fino in fondo; destino che non è riservato a chiunque, su questa terra.
La famosa “scena del balcone” vede una giovanissima Olivia Hussey (sarà Maria nel Gesù di Nazareth dello stesso Zeffirelli) nel ruolo di Giulietta, capace di armonizzare con estrema naturalezza l’aspetto trasognato e l’ardore del sentimento che si svela. Senza finzioni, senza pudori. Mentre Romeo (Leonard Whiting) traduce l’impeto della passione nello slancio fisico, nel protendersi a più riprese verso di lei, oltre che negli sguardi smaniosi, “voraci”. I primi piani restituiscono intatta la limpidezza degli sguardi, e la trasparenza del sorriso, tanto più seducente quanto privo di malizia o di ricercata sdolcinatezza. Ed è subito poesia. Poesia che è data anche, in questo film, dalla splendida fotografia, dalla recitazione degli attori, impeccabile come la scenografia tutta. E dalle musiche di Nino Rota, struggenti, che da sole sanno suscitare emozioni e compassione autentica.
La voce narrante, quella del grande Vittorio Gassman, finisce per esaltare la commozione, che lo spettatore fa propria, con coinvolgimento pieno. L’alba livida della scena conclusiva sembra invadere lo spazio oltre lo schermo, spingersi fino alla mente e al cuore di chi ha visto e sentito. Testimone nei secoli. Perché, come recita il coro con i toni dell’addio, “mai storia fu più dolorosa di quella di Giulietta. E del suo Romeo”.
Da non perdere.
data di pubblicazione:07/04/2026
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