COS’É L’AMORE? di Fabien Gorgeart, 2026

COS’É L’AMORE? di Fabien Gorgeart, 2026

Cos’è l’amore secondo Fabien Gorgeart? Sicuramente è generosità, è essere aperti verso gli altri, accettare la diversità di sentimenti che alberga in ognuno di noi. Ma è anche supportarsi nei momenti di difficoltà e non farsi stupide guerre dettate da gelosie e rancori quando ci si separa, perché tante possono essere le forme dell’amore ed è alquanto sorprendente scoprirle.

Marguerite (Laure Calamy) e Fred (Vincent Macaigne) si sposano giovanissimi, con la tipica leggerezza dei vent’anni. Hanno subito una figlia Lea e, come spesso accade a coppie così giovani, dopo pochi anni di matrimonio si separano. Condividono però in maniera civile l’educazione di Lea. Sono passati vent’anni. Marguerite e il nuovo compagno Sofiane sono alle prese con le bizzarrie della loro figlia adolescente Raphaëlle. Fred invece vuole sposare Chloè (Mélanie Thierry), ma lei è molto religiosa e per poterlo fare in chiesa è necessario l’annullamento del precedente matrimonio da parte della Sacra Rota. L’uomo chiede aiuto a Marguerite che accetta di “rimettere le mani” sulle dinamiche del suo rapporto con Fred.

La burocrazia rigida e cavillosa si scontrerà con i sentimenti e il loro diverso modo di manifestarsi. E di quanto questi ultimi, se ben radicati e sinceri, sopravvivano agli scossoni della vita. Marguerite infatti accettando di parlare della natura profonda del suo legame con l’ex marito, scopre con stupore assieme a lui che anche a vent’anni, entrambi, sono stati capaci di dare amore e che questo nel tempo si è solo trasformato ma non cancellato.

In questa collettiva presa di coscienza, in cui vengono coinvolti tutti i membri di questa famiglia allargata, le tortuosità di una pratica burocratica non riescono a mettere in crisi né i nuovi equilibri né ciò che gli ex coniugi da giovani avevano inconsciamente costruito.

Laure Calamy e Vincent Macaigne sono bravissimi, la loro complicità fa da supporto all’intero cast ben amalgamato e coeso in ogni singolo ruolo. Cos’è l’amore? è ovviamente una commedia su quello che è il nuovo concetto di famiglia allargata, non convenzionale e, in maniera divertente, fornisce risposte all’interrogativo che compone il titolo. Un inno intelligente ed ironico sulle varie forme d’amore, ridefinendone il concetto in maniera più ampia quando i ruoli cambiano ma il sentimento resta.

data di pubblicazione:07/07/2026


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OFF CAMPUS “The Deal” – Serie Amazon Prime Video, 2026

OFF CAMPUS “The Deal” – Serie Amazon Prime Video, 2026

Off Campus, serie romantica e young adult, domina dalla sua uscita a maggio le prime posizioni su Prime Video di Amazon. Ormai sono quasi due mesi, e il successo non sembra affatto casuale.
La storia, a raccontarla, è semplice: Hannah Wells (Elle Bright), promettente studentessa di composizione musicale, si scontra per caso con Garrett Graham (Belmont Cameli), star dell’hockey dell’università fittizia Briar. Prima diventa la sua tutor di filosofia, poi finisce per innamorarsene. Ma mai quanto lui, che aveva giurato di non volere una relazione seria durante gli anni universitari, per concentrarsi solo sulla carriera accademica e sportiva.

A legare due personaggi apparentemente così diversi non sono solo la musica, la cultura pop anni Ottanta e una colonna sonora molto variegata e divertente. C’è soprattutto la passione, insieme a uno straordinario know-how, per quello che fanno. Lei con la musica, lui con l’hockey. Entrambi hanno talento, disciplina e ferite profonde.

Il patto da cui nasce tutto — “The Deal” — è semplice: lei lo aiuterà a passare l’esame di filosofia, lui la aiuterà con una finta corte e indicazioni precise per conquistare il musicista Justin Kohl (Josh Heuston). Ma dentro questo gioco leggero scopriamo presto qualcosa di molto meno superficiale: Hannah è stata vittima di violenza sessuale al liceo, mentre Garrett è vittima dell’abuso psicologico del padre, anche lui famoso giocatore di hockey.

Il loro rapporto funziona perché non si basa solo sull’attrazione, ma sul rispetto reciproco e, nonostante gli screzi iniziali — ma senza quelli, che noia — sull’amicizia. È proprio questo che rende la storia credibile: Hannah non è una Cenerentola da salvare, anzi è spesso molto più sicura di sé di Garrett, che fatica a ridimensionare la figura violenta del padre nella propria vita.

Intorno a loro ci sono personaggi interessanti e ben delineati: Allison (Mika Abdalla), studentessa di recitazione e migliore amica di Hannah; Dean de Laurentis (Stephen Kalyn), sciupafemmine che però con Allie vorrebbe qualcosa di diverso; Logan (Antonio Cipriano), il migliore amico di Garrett, con un grande cuore e una cotta segreta per Hannah; e Jules (Julia Sarah Stone), sorella omosessuale di Garrett, fan sfegatata di hockey e anima del canale di pettegolezzi dell’università.

Come per Bridgerton, l’idea è che anche gli altri libri bestseller della serie Off Campus di Elle Kennedy possano trovare gloria sulla piattaforma negli anni a venire. La seconda stagione, dedicata ad Allie e Dean, è già in sviluppo.

Ma allora a cosa dobbiamo questo successo? Sicuramente alla vivacità dei personaggi, ma anche al valore profondo dato all’amicizia: non solo dentro la coppia, ma anche nel gruppo di amici di Garrett. Sono fighi, sì, ma non bulli. Hanno una mascolinità sicura, fisica, competitiva, però non aggressiva. Cercano di darsi una mano quando possono e, pur avendo donne ai loro piedi, non risultano né maschilisti né arroganti.

Viviamo ormai in un mondo — per fortuna — molto più fluido di prima per quanto riguarda i tratti distintivi del comportamento maschile e femminile. E “Off Campus” ne è l’ennesima prova.

Certo, sono personaggi fittizi. Ma sembrano tanto veri.

data di pubblicazione:07/06/2026

ANTIGONE di Sofocle, regia di Robert Carsen

ANTIGONE di Sofocle, regia di Robert Carsen

(61. stagione INDA al Teatro Greco di Siracusa – 8 maggio/28 giugno 2026)

Molte possono essere le motivazioni che spingono gli uomini a farsi guerra. Ma tutti i conflitti hanno qualcosa che li accomuna. I sopravvissuti, vinti o vincitori, dovranno fare i conti con lo smarrimento della distruzione e il dolore del seppellimento dei propri morti. Tema portante questo della tragedia sofoclea, insieme allo scontro fra le Leggi dello Stato e la ragione personale di Antigone, decisa a seppellire il corpo del fratello nonostante l’interdizione imposta dal re Creonte. Robert Carsen dirige Antigone alla 61. stagione delle rappresentazioni classiche dell’INDA, portando a termine la sequenza narrativa del ciclo tebano iniziato con Edipo Re nel 2022 e proseguito lo scorso anno con Edipo a Colono

Uno scenario di guerra e un’atmosfera di lutto marcano il carattere dell’allestimento dell’Antigone di Robert Carsen, che si apre con un prologo non scritto. Fedele a un impianto scenico ormai collaudato negli altri capitoli della trilogia andata in scena nella straordinaria cornice del Teatro Greco di Siracusa, il palazzo reale di Tebe torna a essere la scalinata degli allestimenti precedenti. Come anche la squadra di tecnici, collaboratori e parte del cast. Radu Boruzescu per le scene, Luis Carvalho ai costumi, Marco Berriel ai movimenti. La traduzione è affidata ancora una volta a Marco Morosi. Antigone è Camilla Semino Favro e Ismene Mersila Sokoli. Mentre, riconfermati nei ruoli di Creonte e Tiresia, Paolo Mazzarelli e Graziano Piazza.

La monumentale scala ha il colore grigio del fumo lasciato dagli incendi devastanti di una battaglia appena conclusa. I fori di diversi colpi di artiglieria ne costellano i gradini. Edipo, prima di morire, ha maledetto i figli Eteocle e Polinice, colpevoli di non aver impedito il suo esilio. Per mano l’uno dell’altro si uccideranno nello scontro per il dominio della città.

A guerra conclusa, un gruppo di soldati incede trasportando sulla scena le salme dei commilitoni morti dentro sacche mortuarie. Il grande semicerchio, che occupa lo spazio dell’antica orchestra, si trasforma così in un cimitero militare, ordinato ma colmo di desolazione e lutto.

Tra i corpi ve n’è uno più importante degli altri ed è quello di Eteocle. A lui rende omaggio il corteo funebre della famiglia reale. Creonte, con la moglie Euridice e il figlio di loro Emone, versano sul cadavere di Eteocle polvere riarsa e acqua. Il corpo viene poi tumulato in una botola che si apre al centro della scena e lì rimarrà come presenza invisibile fino alla fine della rappresentazione tragica.

Antigone e Ismene vagano tra i corpi in vesti nere di lutto. Il re ha pronunciato l’editto. Il cadavere di Polinice rimarrà senza sepoltura. Chi contravverrà alla legge pagherà con la morte. Ismene si rassegna al volere del sovrano, fragile e impaurita. Antigone invece, saggia e coscienziosa, cerca il favore dei morti, mostrandosi risoluta nel voler seppellire il corpo del fratello.

L’autoproclamazione di Creonte a re di Tebe rompe la mestizia delle scene iniziali. Ancora una volta, come quando fu dopo l’assassinio di Laio per mano di Edipo, si ritrova a forza a governare la città. Ma per saper governare non basta essere i più prossimi nella linea di successione. Ci vuole saggezza. Per Carsen, Creonte è un sovrano senza vocazione al comando. Per nulla intimo come padre; freddo e autoritario come sovrano. È potere e pregiudizio, schernitore della debolezza, che vede riflessa nel sentimento, nella donna, nella fede.

Lo scontro tra Antigone e Creonte si articola tra l’intelligenza del sentimento e la fredda rigidità del comando. Ad animare il coraggio della figlia di Edipo — che porta in sé tutto il peso della maledizione dei Labdacidi — sono l’affetto e la pietà verso i propri cari. Camilla Semino Favro restituisce con intensità e misura questo dolore quando Antigone riappare, già condannata, dall’alto della scalinata. Spogliata del lutto e rivestita di una tunica bianca, la fanciulla pronuncia i suoi tormenti, pronta a incontrare la morte nel momento più disperato della sua stirpe.

Il conflitto centrale oppone così la capacità di amare all’apatia del sovrano, del tutto privo di commozione ed empatia. Creonte governa aderendo meccanicamente a leggi prefissate, incapace di sintonizzarsi con i bisogni reali della cittadinanza. Questa totale distanza emotiva lo rende sordo persino alle suppliche del figlio, che implora invano la salvezza per la promessa sposa. Sarà proprio questa mancanza di trasporto a decretare la sua rovina e la tragica fine dei suoi familiari, costringendolo infine ad arrendersi e a capire. Minaccioso si rivela l’avvertimento del cieco Tiresia — un magnifico Graziano Piazza —, il cui tonante richiamo alla saggezza suona come un ultimo, disperato avvertimento.

Quando si deciderà ad ascoltare le parole dell’indovino, ormai sarà troppo tardi. Il cadavere di Emone viene portato nel punto dove all’inizio era stato sepolto il corpo di Eteocle. Più tardi verrà posto accanto a questo anche il cadavere di Euridice, morta di dolore dopo aver ascoltato in silenzio il racconto della fine tragica del figlio. Il Coro esce di scena, lasciando il re solo con i morti della sua famiglia. Il potere, esercitato solo per dovere di ufficio, che per presunzione non accetta il contraddittorio e non sa guardare con commozione la realtà umana, è inevitabilmente votato al fallimento, è destinato a crollare.

data di pubblicazione:27/06/2026


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SUPERGIRL di Craig Gillespie, 2026

SUPERGIRL di Craig Gillespie, 2026

Con Supergirl il nuovo universo DC sembra inseguire un paradosso: costruire il futuro tornando alla fragilità. Milly Alcock, centro gravitazionale indiscusso del film, ci restituisce un personaggio lontano dalla figura solare e rassicurante della tradizione, dando un volto e una temperatura emotiva ad una figura che, per decenni, è rimasta all’ombra del cugino più celebre.

Kara è una ragazza ferita, irrequieta, spesso riluttante a indossare il ruolo dell’eroina. In questo senso la pellicola, ispirata alla graphic novel Supergirl: Woman of Tomorrow, tenta di trasformare il racconto supereroistico in un viaggio di formazione, quasi un romanzo picaresco disseminato nello spazio. La protagonista attraversa pianeti e incontri come una viaggiatrice malinconica, più interessata a sopravvivere al proprio passato che a salvare il mondo. Ci si interroga quasi sul significato stesso di eroismo in un’epoca di stanchezza supereroistica.

Il film ha una dimensione in qualche modo western, nella quale il tema della vendetta e quello della perdita assumono un peso maggiore rispetto alle convenzioni del cinecomic. La giovane Ruthye diventa così il contrappunto morale di Kara e quando il film rimane vicino a questa relazione, riesce a trovare una voce personale e persino una certa grazia.

Craig Gillespie dirige con un gusto visivo che alterna atmosfere cupe a suggestioni pop, in alcuni momenti quasi punk. La fotografia e le ambientazioni aliene sono tra gli aspetti più riusciti dell’opera. I pianeti attraversati da Kara non sono soltanto scenari spettacolari, ma luoghi che riflettono il suo stato d’animo e accentuano il senso di isolamento che accompagna il personaggio per tutto il racconto. Forse, però, proprio questa discontinuità narrativa è il limite del film. Le sequenze d’azione digitali, i richiami all’universo condiviso e alcuni personaggi secondari, finiscono per appesantire una storia che aveva trovato la propria identità nella vulnerabilità della protagonista. Anche Lobo, interpretato da Jason Momoa, è un elemento a tratti eccessivamente caricaturale, oltre che marginale.

In generale, comunque, Supergirl, seppur senza particolari picchi, riesce a intrattenere, regalandoci una figura meno monumentale e più umana, primo passo, forse, per un nuovo corso DC.

data di pubblicazione:25/06/2026


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LA CADUTA DI TROIA con Massimo Popolizio

LA CADUTA DI TROIA con Massimo Popolizio

musiche di Stefano Saletti e Barbara Eramo

(Biondo d’estate: complesso monumentale di Sant’Anna, GAM- Palermo, 20/21 giugno 2026)

Dal Libro II dell’Eneide, adattamento e interpretazione di Massimo Popolizio. Le musiche sono eseguite dal vivo e impreziosite dalla voce ammaliante di Barbara Eramo e dal contributo del musicista iraniano Pejman Tadayon, dotato di straordinari strumenti.

Riflessa come attraverso una galleria di specchi, prende corpo e diventa materia la voce di Virgilio, che è quella di Enea, che a sua volta vive per il tramite dell’attore. Una e molteplice insieme, s’incarna e cambia forma, facendo della metamorfosi la propria ratio e il proprio tratto distintivo. Assume di volta in volta toni e accenti diversi. È il sibilo che traduce l’insidia: menzogna e tradimento. È il falsetto (suono “non vero”) usato per dispiegare l’inganno e le sue trame fallaci. Sono le urla di chi muore massacrato per mano nemica ed è, al contempo, il timbro possente di chi non vuole arrendersi senza combattere. È il monito disperato di chi “vede” oltre le apparenze, inascoltato e vano. E ancora, è il sussurro delle ombre – eidolon del presente e del passato – che risorgono dalle tenebre o che prendono commiato, abbandonando la vita. Sono loro: di volta in volta, Ettore e Creusa, Sinone e Pirro figlio di Achille, Laocoonte, Anchise il vecchio padre e Priamo re di Troia.

Così il mito si fa Storia – storia “umana” – e la Storia si fa racconto, e il racconto diventa sceneggiatura. Alla tessitura del canto proprio dell’io lirico, accompagnato da musica, corrisponde la costruzione del “quadro”, analisi e sintesi di immagini miranti a “far vedere ciò che è scritto”.

Ruota attorno alla figura maestosa del celebre cavallo, dono dei Greci, la struttura del testo di questa rappresentazione. È l’ossatura che sostiene e giustifica le passioni umane, dalla falsità alla pietas, dal sacrificio più doloroso al desiderio di rinascita. Risuonano, le passioni umane, come nelle cavità del ventre del cavallo di legno, accomunando donne e uomini, vecchi e giovani. Risuonano come eco di popoli antichi e di epoche lontanissime che giungono fino a noi, partecipando di un’attualità altrettanto crudele. Di guerre, distruzioni e rovine.

Drammi universali, capaci di penetrare fino nell’intimo di ciascuno, come nell’intimo più profondo fanno breccia gli eserciti qui rievocati, attraverso le porte violate della città, della reggia. Spostandosi dallo spazio aperto, folgorante per i fuochi della guerra, agli ambienti più privati della dimora, ancorché regale. Attraverso un lungo corridoio in penombra, in una sequenza visiva che mostra più di quanto non dice. Così, tutto quanto viene detto, per mezzo della voce di Massimo, novello “cantore di Enea”, diventa agli occhi della platea dipinto su tela, costellazione e specchio. Uno spettacolo autentico, a cielo aperto.

data di pubblicazione:21/06/2026


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FUZE – Conto alla Rovescia di David Mackenzie, 2026

FUZE – Conto alla Rovescia di David Mackenzie, 2026

Diciamolo subito Fuze è un inaspettato gioiellino, una gran bella sorpresa in una programmazione ormai estiva. Un buon poliziesco, un Thriller gradevole, interessante, ben scritto, ben diretto e ben interpretato. Un Film di Rapina dal ritmo incalzante, fantasioso, conciso e coinvolgente.

Sembra quasi di essere in un film di Guy Ritchie dei tempi d’oro! David Mackenzie regista britannico apprezzato veterano del cinema d’azione ci offre questa volta un film più mainstream del suo solito evitando però con cura gli approcci iperspettacolari propri dei blockbuster americani. Il geniale spunto narrativo è l’operazione di disinnesco in un cantiere edile di Londra di una bomba inesplosa della Seconda Guerra Mondiale, il conseguente sgombero dell’intero quartiere ed il contemporaneo “colpo” di un gruppo di scassinatori nel caveau di una vicina banca. Tutto organizzato apposta?

Un avvio molto intrigante e ricco di tensione per un noir nervoso, serio ed originale dal ritmo incalzante tutto in crescendo che riserva poi parecchi colpi di scena fino ad un ottimo e coerente finale. Siamo ben oltre i soliti Heist Movie. Un lavoro efficace dal sapore un po’ polizieschi anni ‘70 e ’80 che consente di ritrovare il puro piacere di farsi coinvolgere in una vicenda spettacolare in cui il dopo rapina, tutto sul filo del gioco delle parti, cattura letteralmente lo spettatore in una corsa contro il tempo tenendolo con il fiato sospeso in una suspense credibile, continua e crescente.

Fuze è senza dubbio da vedere e godere con molto piacere. La trama è molto creativa, la messa in scena ben curata, la regia ha un’ottima padronanza della realizzazione fin nei dettagli ed il montaggio è rapido ed efficace. Il tutto concentrato in soli 97 minuti. Cosa ormai assai rara di questi tempi. Il cast poi è di alto livello con tre protagonisti che sembrano tutti immedesimarsi con piacere nei loro personaggi: Aaron Taylor-Johnson, Theo James (possibili futuri James Bond) e Sam Worthington.

Fuze è quindi senza alcun dubbio un lavoro ben riuscito, gradevole che soddisfa tutte le attese e risponde alle aspettative dello spettatore casuale e sicuramente a quelle degli appassionati del Genere cui apporta nuova linfa vitale. Una bella sorpresa, un film ingegnoso, ben filmato, ben raccontato e ben recitato. Anche questo è buon Cinema non solo divertimento.

data di pubblicazione:20/06/2026


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ERA MEGLIO DOMANI di Vinciane Millereau, 2026

ERA MEGLIO DOMANI di Vinciane Millereau, 2026

Anche ai Francesi…”non tutte le ciambelle vengono con il buco”! Era meglio domani, presentato in anteprima ad aprile in occasione del Festival del Nuovo Cinema Francese e, non a caso, distribuito in sala solo ora ad inizio Estate, è una commedia molto leggera e popolare. Scientemente voluta come tale dagli autori e così costruita per piacere a tutti, all’atto pratico scontenta invece un po’ tutti perché risulta un film di non elevata raffinatezza, sottigliezza e originalità.

Il viaggio nel Tempo, pur se non originale è un ottimo filone cinematografico che può ben ispirare gli sceneggiatori, se bravi.

Lo spunto narrativo di Era meglio domani è assai semplice: una coppia normalissima di un paesino della Francia profonda, tradizionale e patriarcale del 1958 si ritrova per caso catapultata nella Francia caotica del 2025.

Per la sua opera prima la Millereau prova a sfruttare tutte le possibili opportunità di un confronto fra gli Anni ‘50 ed i giorni nostri. Insieme agli sceneggiatori cerca quindi di regalarci una commedia tanto assurda quanto potenzialmente comica che flirta con ben più illustri precedenti provando a fondere realtà ed irrealtà e ad accennare anche a temi non banali di attualità. L’emancipazione femminile, i nuovi valori sociali e sessuali, le innovazioni tecnologiche e la presa in giro di un certo maschilismo di provincia. La sceneggiatura alla lunga risulta però piuttosto debole. La regista per alimentare i toni della commedia prova a costruire una narrazione tutta giocata sugli equivoci ma tende ad abusarne troppo. Lo humour raffinato latita ed i toni si fanno presto farseschi a scapito della tensione narrativa generale. Il breve avvio nel 1958 è interessante e gradevole ma ben presto quando siamo nel 2025, il ritmo rallenta e perde efficacia. È evidente che il filo conduttore non riesce a trasmettere molta tensione. Si scivola quindi nella riproposizione di situazioni simili, prevedibili o poco divertenti. Una sequenza di cliché, di gag, di stereotipi e battute poco sottili. La recitazione è sopra i toni e talora quasi caricaturale.

Peccato! Il risultato non è del tutto all’altezza dei propositi e dà la sensazione di un lavoro che avrebbe necessitato di un po’ più di ambizione nella scrittura e nella realizzazione.

Era meglio domani poteva essere una di quelle belle piccole commedie popolari francesi di buoni sentimenti, garbata e spiritosa che giocava sulle tradizioni obsolete. Non riesce invece ad andare oltre un divertimento superficiale né a trasmettere molte emozioni o spunti di riflessione. Una commedia discreta, adatta per le calure estive e di cui poi ci si dimentica subito. Alla regista andrà offerta una prova d’appello.

data di pubblicazione:18/06/2026


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RICCHI…DA MORIRE – Delitti in famiglia di John Patton Ford, 2026

RICCHI…DA MORIRE – Delitti in famiglia di John Patton Ford, 2026

Dopo lo strepitoso, quanto inaspettato, successo della sua opera prima I crimini di Emily, John Patton Ford ci riprova con un thriller di tutto rispetto. Al posto dell’ingenua Emily, costretta suo malgrado a diventare una criminale, ora lo spettatore si troverà a fronteggiare i delitti di un giovane ereditiero. Solo che questo ereditiero, al centro della vicenda, ha ereditato solo il nome dei miliardari Redfellow. L’avvenente Becket, al momento, non possiede altro in quanto alla sua nascita è stato rinnegato, insieme alla madre, dall’altolocata famiglia d’origine…

Il talentuoso regista statunitense insiste nel dimostrare come il crimine a volte ha una sua giustificazione di base per rivendicare quanto effettivamente spetta di diritto. Becket Redfellow, interpretato da Glen Powell, è cresciuto da solo, lontano dalla sua famiglia biologica e miliardaria. Suo nonno ripudiò la figlia incinta, e il ragazzo, rimasto ben presto orfano di madre, fu costretto da outsider a costruirsi una propria vita. Dopo aver preso coscienza cha anche a lui sarebbe spettato un giorno una parte dell’ingente fortuna, non gli rimane altro che escogitare un piano. Non volendo più aspettare, per prima cosa gli occorrerà eliminare i parenti che ostacolano di fatto l’obiettivo, il tutto anche ricorrendo alle maniere forti.

John Patton Ford riesce così a creare una storia in cui ogni delitto trova in linea di principio il suo perché. Il protagonista agisce a fin di bene perché rivendica la sua eredità anche se i metodi a cui ricorre non sono proprio ortodossi. Accanto al sorprendente Glen Powell si trova una radiosa Margaret Qualley nei panni della impudente Julia, personaggio ambiguo destinato a ribaltare i piani del giovane. Un film pieno di trovate straordinarie dove il regista ha creato un’atmosfera da thriller, ma dove si riscontrano anche dinamiche proprie di una dark comedy. Nella famiglia dei ricchi, in cui Becket vuole a tutti i costi entrare di diritto, si trovano una serie di strani personaggi. Cugini eccentrici, a volte pure simpatici, ma tutti moralmente poco affidabili.

Un cast eccezionale dove spicca anche Ed Harris, nei panni del nonno spregiudicato che insiste a non voler riconoscere il nipote. Di fatto rappresenta il potere e la ricchezza in mano all’alta borghesia americana. Un film pieno d’azione e di tensione che pone inevitabilmente lo spettatore nella condizione di approvare l’operato del protagonista, in corsa per conquistarsi l’eredità miliardaria. Merito quindi del regista di aver saputo combinare bene diverse componenti quali cinismo, comicità, satira sociale, sarcasmo e soprattutto il crimine. Un crimine feroce, ben programmato ma tutto sommato profondamente giusto. Al momento della presentazione del film il regista ha dichiarato di essersi liberamente ispirato ad una commedia degli anni Quaranta diretta da Robert Hammer.

data di pubblicazione:17/06/2026


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LA BELVA scritto e diretto da Giuseppe Moschella

LA BELVA scritto e diretto da Giuseppe Moschella

con Giuseppe Moschella e Emanuela Mulè, musiche di Diego Spitaleri, Riccardo Lo Bue, Marcello Cinà

(Biondo d’estate: complesso monumentale di Sant’Anna – Palermo, 14/16 giugno 2026)

Il Teatro Biondo Stabile di Palermo apre le porte della sua “residenza estiva”, inaugurando la stagione con due spettacoli suggestivi, avvolgenti come una notte stellata. Uno di questi è “La belva”, omaggio al drammaturgo siciliano Enzo Consoli e al suo “Nido”.

Dentro ciascuno di noi si nasconde la belva”. Si conclude con queste parole, proiettate una dopo l’altra sullo schermo che fa da sfondo al palcoscenico, la pièce diretta e interpretata da Giuseppe Moschella. Compaiono e si succedono ad intervalli regolari, così come le battute del soliloquio d’apertura risultano ritmate con effetto volutamente sincopato. La reiterazione dei suoni (la parola “mamma” si moltiplica a dismisura nelle invocazioni di lui), dall’inizio alla fine di questo “reading in motion”, è segno tangibile di quella coazione a ripetere che è conseguente al trauma. Nascosta tra le pieghe di quell’inconscio che di tanto in tanto emerge a livello visivo sotto forma di smorfia o spasmo – sorta di urlo munchiano -, vive, risiede e respira la belva. Che assume di volta in volta i tratti della goffaggine e del disadattamento (“tu sei diverso!”), del desiderio mai realizzato (“perché tutte mi lasciano?!”), della solitudine. E della rabbia incontrollata che a tratti esplode come un vulcano.

Protagonista, insieme alle figure di donne che interagiscono col personaggio di Alessio, è la casa. Immagini in bianco e nero mostrate sullo schermo ne riproducono i dettagli più inquietanti e insieme più significativi (la persiana, la porta segreta, lo sgabuzzino), insieme agli oggetti – obsoleti – di un passato che non vuole essere superato (una vecchia radio, dei 33 giri, un telefono antico). In maniera speculare, il personaggio femminile (qui triplice) rappresenta a sua volta maschere diverse, frutto di desideri camuffati e repressi. Talora esprime, attraverso una teatralità esasperata, un medesimo senso di fallimento e di noia esistenziale (perché partire, andare lontano per ritrovare altrove le stesse cose di sempre?). O riproduce modelli che offrono una parvenza di continuità rassicurante con le figure di riferimento del passato (“ti sposo!”), salvo poi far emergere tutta la frustrazione dell’uomo non più bambino. Intimamente desideroso di crescere, affrancarsi dalle “cure” dell’infanzia, valicare la barriera del “nido”, tramutato in trappola per animali – la tana della “belva”. Desideroso di uscire a riveder le stelle, infine, in un cielo diverso. Magari a tempo di jazz, improvvisando, adattandosi, ma in compagnia di altri. Pianoforte, contrabbasso, sassofono, e voce. Finalmente liberi, finalmente insieme.

data di pubblicazione:15/06/2026


Il nostro voto:

YELLOW LETTERS di Ilker Çatak, 2026

YELLOW LETTERS di Ilker Çatak, 2026

Nato a Berlino, ma di puro sangue levantino, il quarantenne Ilker Çatak, firma la regia di un film dalla doppia faccia. L’idea non è certo ambivalente, anzi tutt’altro. Da un lato affronta le dinamiche di una normale famiglia borghese di Ankara. Derya è una attrice teatrale di successo, Aziz è un drammaturgo e docente universitario, entrambi impegnati con le intemperanze adolescenziali della figlia Ezgi. Di contro il regista imbastisce una storia in cui emerge con chiarezza il rigore turco attuale e la repressione culturale imposta dal regime…

Çatak, in pochissimi anni, è diventato un nome di punta tra i più apprezzati nel panorama cinematografico internazionale. Nel 2024 con La sala professori ha rappresentato la Germania agli Oscar per il miglior film in lingua straniera, entrando nella famosa cinquina dei finalisti. Con Yellow Letters ha vinto l’Orso d’oro alla Berlinale di quest’anno. In entrambi il regista affronta temi delicati in cui prevale il proprio impegno sociale e politico. In particolare, in quest’ultimo film ambientato in una Turchia dei giorni nostri, emergono i problemi legati alle manifestazioni d’insofferenza contro uno stato assolutista. Le benché minime tracce di una pallida democrazia sono pressocché minacciate da un regime che non ammette oppositori.

I protagonisti della storia, Derya e Aziz (Özgü Namal e Tansu Biçer) sono del tutto inconsapevoli delle conseguenze della loro pièce teatrale. Rappresentata con successo, ha infatti scatenato l’ira della censura e addirittura portato al loro licenziamento in tronco. Queste spiacevoli e disarmanti notizie vengono recapitate tramite buste gialle, da cui il titolo piuttosto colorito. Çatak, probabilmente perché impossibilitato a girare in Turchia, fa diventare Berlino Ankara e Amburgo Istambul, quasi a contrapporre idealmente due città completamente agli antipodi. Antitesi tra democrazia e dittatura. La famiglia dovrà lasciare la sua città e trasferirsi a Istambul, per rifarsi una vita nuova in attesa di riprendere quella vecchia.

In Yellow Letters le tensioni all’interno della coppia si ripercuotono sulle dinamiche familiari soprattutto nei confronti della figlia tredicenne Ezgi (Leyla Smyrna Cabas). La ragazza attraversa una crisi esistenziale tipica della sua età. Un film che osserva contemporaneamente il mondo esteriore e interiore dei singoli personaggi, il loro impegno culturale e politico ma anche la loro fragilità intima. Uno sguardo attento di chi guarda da lontano le problematiche del suo paese d’origine traendone le debite considerazioni. Una regia sensibile che sicuramente lascia il segno, che affronta i problemi del quotidiano e dei disagi imposti da un regime autoritario e senza scrupoli. Ben meritato il riconoscimento alla Berlinale 2026, un riconoscimento che non va solo al regista ma all’intero cast e alla fotografia curata da Judith Kaufmann.

data di pubblicazione:10/06/2026


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