da Antonio Jacolina | Ott 22, 2026
(21ª FESTA del CINEMA di ROMA 2026)
Diciamolo subito il lavoro di Zvjagincev è senza alcun dubbio un film coraggioso, formalmente apprezzabile e dall’efficace messa in scena. Alto virtuosismo cinematografico e vera lezione di Cinema. Sotto l’aspetto di un Thriller Intimo è puro cinema civile che parla ai nostri tempi e dei nostri tempi.
Il dissidente Zvjagincev è tra i maggiori esponenti della cinematografia russa, Leone d’Oro a Venezia e più volte premiato a Cannes vive ormai da anni in esilio in Francia. Con Minotaur meritatissimo Grand Prix della Giuria a Cannes’26 l’autore traccia un ritratto incisivo e corrosivo della Russia di oggi attraverso un Thriller che descrive la disgregazione di una coppia. Liberamente ispirato a Una Moglie Infedele di Chabrol (1969) il regista trascende la banalità di un adulterio passando dal dramma borghese alla tragedia collettiva. La crisi di una coppia e quella di uno Stato ove le regole cambiano dall’oggi all’indomani. Lo sfascio morale delle coscienze rassegnate o corrotte e quello dei valori delle sue élite.
Siamo nel 2022 nei primi mesi dell’invasione dell’Ucraina. Al centro c’è un imprenditore benestante e ben inserito politicamente. Deve affrontare due problemi: indicare alle autorità quelli fra i propri dipendenti da far arruolare volontariamente evitando così di danneggiare la produzione, e, la scoperta che la giovane ed annoiata bella moglie lo tradisce. In un contesto ove anche le pur minime certezze si sono dissolte, il protagonista fa le sue scelte e risolve entrambi i problemi a modo suo con cinismo ed egoismo seguendo i propri impulsi. Utilizzerà poi le sue influenze sulla corrotta burocrazia per liberarsi di ogni successivo fastidio e tornare a vivere come nulla fosse avvenuto. Un personaggio che come il mitico Minotauro vive nel labirinto delle proprie contraddizioni e si alimenta delle proprie prede così come la Russia di Putin fa con i propri figli migliori.
Zvjagincev evita i rischi del melodramma e filma senza compiacimenti con uno sguardo glaciale ed una freddezza clinica e disincantata. La sua cinepresa è quasi sempre ferma e ben piazzata al centro dell’inquadratura con una luce soffusa e dorata. La messa in scena è curata in ogni dettaglio. Splendido poi il lungo piano sequenza finale della coltre di nuvole in bianco e nero che tutto copre. Una sintesi perfetta con un tocco di grande lirismo.
Minotaur è senza dubbio un’opera contemporanea potente. Un film di grande bellezza, un vero gioiello di Cinema. Una riflessione implacabile sul crollo morale di un Paese e su come ciò contamini ogni cosa ed ogni persona.
data di pubblicazione:22/10/2026

da Antonio Iraci | Ott 22, 2026
(21ª FESTA del CINEMA di ROMA 2026)
Lettonia, Unione Sovietica, 1964. Ulya è una ragazza straordinaria, nel senso che non è ordinaria, visto che è alta più di due metri. Lavora nella fattoria di famiglia e preferisce stare in mezzo agli animali facendo lavori pesanti, più adatti ad un uomo. Non ama confondersi con le altre ragazze che la guardano con soggezione proprio per il suo carattere schivo e soprattutto per la sua mole gigantesca…
Ultima prova del regista lettone Viesturs Kairišs, presentato al Festival di Cannes nella Sezione Un Certain Regard e ora alla Festa del Cinema di Roma. Con Ulya torna al rigore espressivo del bianco e nero per raccontare le origini e poi il trionfo di Ulyana Semjonova, leggendaria campionessa di basket. Recentemente morta all’età di 73 anni, ha ispirato l’attore Kārlis Arnolds Avots che l’ha voluta lui stesso interpretare dopo aver messo mano anche alla sceneggiatura. La ragazza con la sua straordinaria statura attira l’attenzione degli allenatori sportivi del regime sovietico che vedono subito la possibilità di farne una icona sportiva.
Ulya viene strappata dalla sua vita normale per essere allontanata dalla famiglia, costretta a destreggiarsi con un pallone contro la propria reale volontà. Il film mette sapientemente in risalto il lacerante conflitto interiore della ragazza e il dramma della sua identità negata. Lo sport diventa così una gabbia, un dovere politico e sociale che approfitta della diversità fisica della protagonista. L’ascesa sportiva, che la porterà a diventare una campionessa olimpionica, è trattata dal regista con uno stile molto sobrio. Cerca di accentuare la solitudine di una giovane donna che lotta per trovare un posto nel mondo che non sia solo quello stabilito dagli altri.
Ulya non è solo il biopic di un’atleta, ma diventa una riflessione profonda proprio sui limiti del corpo. Rappresenta anche la nostalgia delle proprie radici capace di dare dignità alla fragilità. La fotografia gelida di Kairišs inquadra paesaggi innevati dove sembra che la vita sia scomparsa o inaridita in un deserto di ghiaccio. Questa desolazione visiva rispecchia fedelmente l’animo della ragazza, incapace di relazionarsi con la spensieratezza delle sue coetanee. Un film grigio ma non cupo, difficile ma non negativo, destinato a un pubblico particolare che ama andare in profondità nei sentimenti. Si potrà così cogliere la bellezza anche in un’anima che soffre un disagio inesprimibile.
data di pubblicazione:22/10/2026

da Anna Paulinyi | Ott 22, 2026
In uscita oggi nelle sale cinematografiche, il documentario di Walter Veltroni, prodotto da Medusa, racconta un fenomeno televisivo tutto italiano che dura ormai da 40 anni.
Ma come mai un trio di commentatori satirici milanesi di footage (filmati), partendo da assurde gare televisive giapponesi degli anni Ottanta, riesce a dissacrare uno dei temi più seri di questo Paese – ovviamente si tratta del calcio – e a uscirne indenne?
Il film ripercorre questo universo nazionalpopolare che fa ridere da decenni e i cui protagonisti, Giorgio Gherarducci, Marco Santin e Carlo Taranto, sono più conosciuti per le loro voci che per i loro volti.
Il loro successo incomincia nella milanese Radio Popolare con la trasmissione Bar Sport, dove decostruiscono il linguaggio dei programmi calcistici, con interviste ai giocatori, agli allenatori, ai presidenti e con le appassionate telefonate dei tifosi in diretta. Rimescolando e beffeggiando queste formule, creano così dei costrutti linguistici unici, mettendo il dito in maniera irriverente sulle assurdità della lingua e delle situazioni.
Mantenendo il proprio stile, approdano poi alla fine degli anni Ottanta su Italia 1, prima con Mai dire Banzai, dove commentano la trasmissione giapponese Takeshi’s Castle, fatta di gare improbabili in cui i partecipanti rischiano perfino di farsi mangiare la testa dalle iguane. E quindi con il loro format più noto, Mai dire Gol, che gli permetterà di passare in prima serata.
La trasmissione diventa negli anni un’officina par excellence della comicità italiana e di una televisione creativa fatta in casa. È da lì che sono passati moltissimi comici, ma anche presentatori e presentatrici, che da tempo popolano il piccolo e il grande schermo.
Come non ricordare i personaggi creati appositamente e diventati indimenticabili, come Carcarlo Pravettoni, il finanziere truffaldino interpretato da Paolo Hendel, l’imitazione di Tomba di Gioele Dix o il telecronista napoletano Felice Caccamo di Teo Teocoli.
Ma Veltroni dà spazio anche alle vittime del trio. Come al telecronista lombardo Mauro Suma, diventato tristemente famoso suo malgrado per aver dato in diretta la parola al portavoce di una squadra milanese locale, che denunciava lo sfratto dal proprio campo sportivo. Peccato che l’accusato non fosse altro che il datore di lavoro e proprietario della rete dalla quale stavano trasmettendo. Nasce così l’esilarante caso «Ligresti». Suma racconta che in seguito non era divertente stare in fila alla posta con la gente che lo guardava e si metteva a ridere.
Certamente non è possibile raccontare un fenomeno originale in modo ancora più originale. Ma in qualche modo Veltroni ci ha provato, contrapponendo alla coralità delle immagini d’archivio e delle interviste al trio e ai suoi tantissimi colleghi comici la figura solitaria del Mago Forest, in una grande sala con la luce puntata addosso, dove interagisce in modo eccentrico e rocambolesco con il suo burattinaio, del quale si sente soltanto la voce: quella del regista stesso.
Quasi in contrappunto e come mise en abyme dell’universo della Gialappa’s.
Alla prima del film, presentato come Special Screening alla Festa del Cinema di Roma, gli applausi e le risate risuonavano forti nella Sala Sinopoli ogni cinque minuti. Ma questo non deve sorprendere. Il documentario è una grande festa per chi è cresciuto con loro e vuole rendere omaggio a un fenomeno che affonda le sue radici nella forte tradizione italiana della commedia dell’arte.
Insomma, si rischia di uscire dal cinema a cuor leggero e divertiti sul serio. Ma con la Gialappa’s Band come protagonista non era difficile: sono talmente esilaranti e, appunto, assurdi che è facile perdonare loro qualsiasi commento, anche sul calcio.
data di pubblicazione:22/10/2026
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da Nadia Alese | Ott 22, 2026
Matt Hagen (Tom Rhys Harries) è un attore in ascesa, prossimo alla consacrazione, finché un’aggressione brutale gli sfigura il volto e lo condanna a perdere, insieme alla carriera, l’identità sulla quale ha costruito la sua esistenza. Quando la chirurgia non riesce a restituirgli i lineamenti, si affida a Caitlyn Corr (Naomi Ackie), scienziata alle prese con una ricerca sperimentale basata sulle nanotecnologie. Il trattamento funziona, almeno all’inizio. Matt recupera la propria bellezza e scopre persino di potere assumere le sembianze altrui. Ma la rigenerazione ha un prezzo, e la materia che dovrebbe salvarlo inizia a divorarlo.
Diretto da James Watkins, Clayface abbandona le convenzioni più rassicuranti del cinecomic per addentrarsi nel body horror. Le trasformazioni di Matt sono spesso esplicite, disturbanti, a volte volutamente repellenti. Il corpo diventa un paesaggio di ferite e mutazioni, mentre il volto, primo strumento con cui ci presentiamo agli altri, perde ogni certezza. Non è difficile cogliere l’eco di David Cronenberg e della tradizione cinematografica che ha trasformato la paura della degradazione fisica in una riflessione sull’identità.
Tuttavia la pellicola, da un lato, con l’aspetto tecnico, sorretto da protesi e trucco di straordinaria fattura, regala allo spettatore momenti di autentico disgusto formale, ma dall’altro porta avanti un racconto che non sempre riesce a plasmare i sottotesti con la stessa efficacia. La parabola dell’ambizione umana, il mito d’Icaro moderno e la satira della vanità hollywoodiana vengono evocati, ma mai del tutto sviscerati.
Eppure, quando la narrazione decide di smettere di giustificare la discesa negli inferi del protagonista per abbracciarne senza riserve la mostruosità, il film trova la sua cifra più autentica. Non c’è redenzione nella melma, ma solo la presa di coscienza di una decomposizione morale prima ancora che fisica.
Clayface si rivela, quindi, un oggetto imperfetto e discontinuo, ma dotato di un’energia “sporca” e tattile che mancava da tempo. È un’opera che, pur non realizzando appieno le sue ambizioni intellettuali, ha il coraggio di plasmare il cinefumetto con la sostanza disturbante dell’horror d’altri tempi.
data di pubblicazione:22/10/2026
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da Antonio Jacolina | Ott 22, 2026
(21ª FESTA del CINEMA di ROMA 2026)
Un film divertente e coinvolgente, solido e curato che porta il pubblico verso le emozioni volute senza alcuna imposizione diretta. Eisenberg con questo suo terzo film si conferma come Autore da tenere d’occhio. La Moore poi è sicuramente da Oscar!
Lo sceneggiatore, attore e regista americano è decisamente interessato al tema identitario. Dopo il racconto iniziatico di A Real Pain (2024) con The Debut porta brillantemente la sua cinepresa nell’universo del Teatro Amatoriale ed esplora il percorso di riscoperta della propria identità attraverso la recitazione. Ci pone una domanda inaspettata ci si può ritrovare, immedesimandosi in un personaggio in cui portare il proprio vissuto, rendendolo così autentico e vero? Ma cosa succede se invece non si ha nulla da portare? È questa l’accattivante idea alla base del suo film.
Il regista evita intelligentemente di riproporre la solita formula della scoperta di un talento o della nascita di una stella. È interessato invece a qualcosa di più profondo che colga in modo inedito la complessità del recitare ed il coraggio del cambiamento e che esplori la capacità interiore di provare l’impossibile per affrontare le prove che ci si prospettano. Temi non da poco ma trattati in modo divertente utilizzando le esperienze di Mona, una casalinga di provincia scialba e soffocata dalla sua banale vita domestica. Mona si sottopone ad un provino per un piccolo ruolo in una commedia musicale di una compagnia teatrale locale. Inaspettatamente per fortuite coincidenze avrà la parte. È però incapace di trasmettere quel che non ha: le emozioni. Solo l’energia, la passione e l’impeto del fascinoso e generoso regista riusciranno in un processo doloroso ed esilarante (una sessione di prove da applausi) a liberarla dei legami che si è cucita addosso nella vita e a farle superare i suoi limiti. Emergerà allora tutto il fuoco che covava dentro fino a farla perdere nel personaggio.
Il film è tutto sulle spalle dei due protagonisti: Paul Giamatti e soprattutto Julianne Moore. L’attrice mantiene abilmente in equilibrio un personaggio sospeso fra realtà e caricatura senza mai eccedere. Gli dà autenticità e ne restituisce tutte le iniziali fragilità e poi la dirompente passione. È magnetica, affascina, commuove, canta e fa ridere. Difficile che non sia nella cinquina finale come Migliore Attrice per i prossimi Oscar. Giamatti è perfetto ed è assistito da un cast di supporto di tutto rispetto.
Eisenberg si conferma ottimo sceneggiatore. Disegna personaggi reali e fuori degli archetipi. Sa costruire un film carico di atmosfere trovando sempre i giusti tempi. Dirige in modo lineare ma accurato. Evita le trappole del mélo mantenendo sempre l’adeguato tono emozionale. Usa primi piani e campi lunghi per tradurre i pensieri e le emozioni dei protagonisti. Alterna con eleganza momenti seri ad altri esilaranti. I dialoghi sono essenziali ed autentici.
The Debut è indubbiamente un bel film, intelligente ed ambizioso. Un momento di Buon Cinema che con humour cattura e che potrebbe riservarci qualche sorpresa e arrivare alla notte del 15 Marzo 2027.
data di pubblicazione:22/10/2026

da Nadia Alese | Ott 21, 2026
(21ª FESTA del CINEMA di ROMA 2026)
E se la parte di noi che cerchiamo disperatamente di nascondere fosse proprio quella che dobbiamo imparare ad amare? Susanna Nicchiarelli parte proprio da questa domanda per costruire Giorni Felici, tratto dall’omonima graphic novel di ZUZU. Il film affida al fantastico il compito di raccontare qualcosa di profondamente reale, ossia la fatica di essere se stessi quando il proprio modo di sentire, desiderare e stare al mondo sembra eccessivo per gli altri.
Claudia (Carlotta Gamba) ha vent’anni, una vita sentimentale in movimento, passioni e prove da affrontare. È una ragazza come tante, almeno fino a quando le emozioni prendono il sopravvento. Allora il suo corpo si trasforma, compaiono ali bianche, zanne e zampe feline, e la normalità lascia il posto a una creatura ingombrante, allo stesso tempo inquietante e buffa. Non è un superpotere, né una maledizione da sconfiggere. È la manifestazione visibile di qualcosa che, negli altri, resta invisibile, quella parte di noi che fatichiamo a controllare e che temiamo possa compromettere l’immagine che vorremmo offrire al mondo.
La trovata ha una forza immediata. Il passaggio all’età adulta è un momento in cui il corpo sembra precederci, tradirci, esporci al giudizio altrui. Si vorrebbe essere desiderabili, comprensibili, amabili, ma soprattutto, si vorrebbe non essere mai “troppo”. Troppo sensibili, troppo arrabbiati, troppo fragili, troppo diversi. La Nicchiarelli traduce questa sproporzione in una metamorfosi fisica, facendo della creatura di Claudia una specie di corpo estraneo che, paradossalmente, le appartiene più di ogni altra cosa.
La regia quasi riproduce la struttura del fumetto, con molte scene e pochi movimenti di macchina, muovendosi tra ambienti quotidiani ed uno spessore allegorico che dialoga con la body art e la favola psicanalitica. La colonna sonora è molto ricercata e detta le pulsioni cardiache del racconto.
Accanto alla protagonista troviamo un misurato Riccardo Scamarcio, perno di un universo adulto che oscilla continuamente tra il desiderio di contenere l’incontenibile e l’incapacità di decifrare le fragilità delle nuove generazioni. La vera forza della pellicola, però, risiede nella sua tesi di fondo: non si tratta di guarire dalla propria complessità, ma di imparare ad abitarla con dignità e grazia.
data di pubblicazione:21/10/2026

da Rossano Giuppa | Ott 21, 2026
(21ª FESTA del CINEMA di ROMA 2026)
Secondo lavoro dietro la macchina da presa per Michela Cescon, Desiderio è un melò romantico che segue l’evoluzione di un amore tra Matteo e Livia, contrastato dal tempo e dalle circostanze, dalla fine degli anni ‘80 fino alla soglia dei giorni nostri. Presentato nella sezione Grand Public della Festa del Cinema di Roma 2026 il film è “liberamente ispirato” all’omonimo romanzo di Giorgio Montefoschi del 2020.
Alla fine degli anni Ottanta, Matteo (Enrico Borrello), uno studente universitario che ha l’ambizione di fare lo sceneggiatore, conosce Livia (Romana Maggiora Vergano), ragazza affascinante e inquieta. Appartengono a una diversa estrazione sociale. Lui rappresenta la classe medio-borghese in ascesa, lei invece viene da una famiglia ricca. Tra i due scatta un’immediata attrazione, ma la loro relazione s’interrompe dopo la partenza di Livia per Londra per seguire un corso di storia dell’arte. Passano alcuni anni. Matteo è diventato giornalista, si è sposato con Anna e ha due figli e Livia intanto è tornata a Roma. Le loro strade così s’incrociano nuovamente. La distanza e il tempo non hanno spento il loro legame: ora riaffiora come un amore che chiede coraggio e responsabilità, scatenando conseguenze che mettono alla prova le loro vite e che li porteranno a scelte dolorose.
Desiderio è un è un film borghese in modo dichiarato, elegante, dai primi piani perfetti e dai dialoghi sussurrati. I riferimenti temporali sono alla fine poco rilevanti, ed i protagonisti sono sospesi in una bolla in cui lo spettro di un futuro ormai alle porte e di una vita borghese e inevitabilmente omologata, iniziano a prendere il posto delle residue velleità post-adolescenziali.
Matteo studia Lettere ed è perennemente ansioso, lei legge Emily Dickinson, non riesce mai a prendere una decisione per le cose che contano. Livia non ha ancora trovato un motivo per vivere a Roma e vorrebbe trasferirsi altrove, o diventare “erede del bosco”. Matteo le ha infatti raccontato la leggenda del ramo d’oro, secondo la quale nei boschi di Nemi cresce un albero sacro, e chi ne strappa un ramo magico diventa erede di quel bosco. È un’illusione di felicità perfetta in cui entrambi si culleranno per anni, anche quando la vita li avrà portati verso strade diverse. Il tempo passa e trasforma ambienti e persone, ma sembra non passare mai davvero per i due protagonisti, immobilizzati da un desiderio mai realmente appagato, e forse, proprio per questo, tanto più difficile da contrastare.
La regia di Cescon è composta e raffinatissima, basata su un solido impianto narrativo, complice sia la fonte letteraria Il giardino dei Finzi Contini di Giorgio Bassani e l’omonimo film di Vittorio De Sica che la regista cita in almeno un paio di scene, a tratti retrò nel ricreare un mondo di dubbio e privilegio, complici anche le musiche melodrammatiche di Andrea Fassi e l’elegante fotografia di Luca Bigazzi.
data di pubblicazione:21/10/2026

da Nadia Alese | Ott 21, 2026
Riaffrontare un capolavoro della letteratura e della cinematografia è un’operazione che comporta sempre un margine di rischio elevato, sospesa com’è tra la necessità di rinnovamento e la trappola del confronto impietoso. La nuova trasposizione di Ragione e Sentimento, firmata da Giorgia Oakley e scritta da Diana Reid, raccoglie questa sfida con un approccio fresco, slegandosi dall’impostazione museale per restituire una dinamica generazionale vibrante e attuale.
La forza principale dell’opera risiede in particolare nella scelta di ridefinire le coordinate emotive del rapporto tra le sorelle Dashwood, unite dall’attualissimo concetto di sorellanza. L’Elinor incarnata da Daisy Edgar–Jones è il vero perno magnetico del racconto, una figura tratteggiata con garbo ed eleganza, capace di essere autentica senza cadere nelle trappole del melodramma. Al suo fianco, la Marianne di Esmé Creed-Miles, porta una passione febbrile e viscerale. La regia sceglie intelligentemente di non trattare Elinor come la sorella inflessibile destinata ad impartire una lezione alla minore, bensì di puntare su una simbiosi affettiva, in cui le due visioni del mondo si compenetrano a vicenda.
In questa struttura si inserisce un impianto visivo di indubbia bellezza. La fotografia di Arnaud Potier gestisce gli spazi ed i paesaggi come specchio delle tensioni sociali ed economiche che attanagliano la famiglia dopo la perdita del patrimonio paterno.
Il cast di supporto, che vede figure del calibro di Caitrìona Balfe nei panni della madre e Fiona Shaw in quelli dell’invadente Mrs. Jennings, garantisce spessore e tempi drammatici calibrati.
Però, a fronte di tanta maestria formale, lungo le sue oltre due ore di durata, il film sembra costantemente in bilico tra il desiderio di offrire una rilettura moderna del classico e il timore di staccarsi dal solco della tradizione in costume. Ciononostante, l’adattamento si dimostra un’opera stimolante, dotata di interpretazioni di livello e di una fattura tecnica impeccabile. Si tratta di un film che riesce a fare respirare il testo di Jane Austen con occhi contemporanei, ma che, a mio avviso, non riesce ad emozionare come la più celebre ed immortale trasposizione del 1995 di Ang Lee.
data di pubblicazione:21/10/2026
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da Nadia Alese | Ott 20, 2026
(21ª FESTA del CINEMA di ROMA 2026)
7 Anniversari, di Sabrina Iannucci, al primo lungometraggio di finzione, parte da un paradosso sentimentale, ossia che per riuscire ad amare felicemente qualcuno, si debba sapere prima quando lo perderemo. Un’idea intrigante, perché mette in discussione una delle convenzioni più resistenti dell’immaginario romantico, quella che amare significhi promettersi un futuro senza fine. Ma tra l’intelligenza della premessa e la sua realizzazione, il film trova qualche difficoltà a mantenere tutte le promesse.
Emma (Benedetta Porcaroli) è una doppiatrice di successo, razionale in apparenza, ma segnata da ferite che rendono l’intimità una faccenda rischiosa. Teo (Lorenzo Zurzolo), che lavora come rider, sembra invece abitare il mondo con una leggerezza che a lei manca. L’incontro è casuale, l’attrazione immediata. E quando Emma confessa la propria paura di un amore destinato a trasformarsi in una gabbia, Teo escogita una soluzione tanto romantica quanto paradossale: un patto firmato con l’obbligo di lasciarsi allo scoccare del settimo anno, quello della crisi per definizione.
Naturalmente il sentimento non è una pratica amministrativa. I due costruiscono una vita comune, attraverso entusiasmi, crisi e cambiamenti mentre il calendario procede con la puntualità di un creditore ed il tempo, che in una relazione dovrebbe essere lo spazio della scoperta, qui diventa un conto alla rovescia.
Peccato che la sceneggiatura, seguendo diligentemente le tappe della relazione, renda prevedibile proprio ciò che vorrebbe raccontare nella sua imprevedibilità. La successione di alti e bassi appare programmatica, la commedia dolce amara non trova il ritmo e la profondità necessari a trasformare un’intuizione brillante in autentica amozione, il tutto tra dialoghi e situazioni forzate all’inverosimile.
7 anniversari resta così un film più interessante nelle domande che pone che nelle risposte che riesce a trovare. Resta però il ritratto lucido ed affettuoso di una generazione che, terrorizzata dall’idea di rimanere incastrata nelle promesse eterne, finisce paradossalmente per inventarsi un conto alla rovescia, pur di scoprire se l’amore sappia sopravvivere al tempo.
data di pubblicazione:20/10/2026

da Nadia Alese | Ott 20, 2026
(21ª FESTA del CINEMA di ROMA 2026)
Nel 2003 Kasia Smutniak raggiunge la regione del Mustang insieme al suo compagno Pietro Taricone. Con loro c’è una piccola videocamera, destinata a diventare molto di più di un archivio di ricordi. Le immagini di quel viaggio, ritrovate a distanza di anni dalla figlia Sophie, che sarà anche la voce narrante del film, restituiscono la spontaneità di un amore, la leggerezza di due giovani che scoprono il mondo e l’imprevedibilità di un futuro ancora tutto da immaginare. Sette anni dopo, la morte di Taricone spezza la continuità di quella storia, ma non cancella ciò che i due avevano immaginato di fare.
Nel 2016 nasce, infatti, una scuola a Ghami, per offrire ai bambini della regione la possibilità di studiare senza dovere lasciare le proprie famiglie. È qui che il film trova il suo centro più interessante, nel passaggio dal ricordo all’azione, dall’intimità di un dolore alla possibilità di trasformarlo in qualcosa che appartenga anche ad altri. Non una consolazione confezionata per il pubblico, ma un tentativo concreto di dare continuità a ciò che la morte ha interrotto.
Il nucleo emotivo più intenso e commovente del documentario è inevitabilmente quello legato alla presenza di Taricone. Eppure la Smutniak non ne fa uno strumento per strappare facilmente una lacrima. Le immagini che lo riguardano sono poche e calibrate, sebbene la sua figura attraversi il film da parte a parte, ma nella loro disarmante naturalezza, ne restituiscono la vitalità, rendendo ancora più dolorosa la consapevolezza dell’assenza.
Il Mustang, con i suoi paesaggi minerali, le montagne austere e i villaggi sospesi tra isolamento e cambiamento, non fa semplicemente da sfondo a questa vicenda. È una presenza che modifica lo sguardo, suggerendo un rapporto con il tempo e la felicità diverso da quello a cui siamo abituati, pur con la modernità che avanza e le comunità che mutano. La bellezza, insomma, non mette al riparo dalla realtà e dalle sue contraddizioni.
Mustang vuole racchiudere tanti livelli – il legame privato, l’impegno sociale, l’impatto del progresso su una cultura millenaria – e talvolta si rischia la dispersione. In alcuni passaggi la priorità all’autoritratto personale mette in secondo piano le voci della comunità locale, ma proprio in questo cortocircuito tra sincerità assoluta ed imperfezione, il film trova la sua cifra più autentica, regalandoci un’opera viva e toccante.
data di pubblicazione:20/10/2026

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