L’ELEFANTE CHE AVEVA PERSO GLI OCCHI di e con Boni Ofogo

L’ELEFANTE CHE AVEVA PERSO GLI OCCHI di e con Boni Ofogo

e TAMBURO E VOCE BATTITI DI UN CANTASTORIE di e con Nando Brusco

(Associazione La Farfalla – Castel Fusano, 15 giugno 2024)

Due storytellers mescolano musica e parole per ridare vita alla tradizione secolare dei cantastorie. Tra colori e atmosfere di storie forse lontane, forse vicinissime, il festival internazionale di storytelling fa tappa a Roma.

Ci sono cantastorie che girano ancora per il mondo, come nelle leggende e nei racconti medievali. Oggi si chiamano storytellers, ma la sostanza resta la stessa: depositari di una tradizione orale lunga secoli, lasciano che le storie dei propri paesi viaggino sulle loro gambe. E il 15 e il 16 giugno, queste storie sono passate dalle parti di Roma sulle gambe di Boni Ofogo, storytellers camerunense, e di Nando Brusco, cantastorie calabrese. Nella splendida cornice della sede dell’associazione La Farfalla nella pineta di Castel Fusano, la sera del 15 giugno il pubblico ha ascoltato storie di Africa e Crotone, di piccoli ruscelli e di mare, di elefanti nervosi, re cacciatori e donne antiche. In un mix unico di lingue, armonie e stili narrativi, ci si lascia trasportare dalla musica e dalle parole, tutto rigorosamente improvvisato, come nella migliore tradizione dei cantastorie. Resta l’incanto per l’espressività di Ofogo e l’ammirazione per la maestria di Brusco, capace di alternare diversi tipi di percussioni e innumerevoli modulazioni della propria voce.

Da non perdere i prossimi appuntamenti del festival internazionale di storytelling, diretto da due italiani, Paola Baldi e Davide Bardi, dal 21 al 23 giugno all’Abbazia di Farfa. Protagoniste dei prossimi spettacoli, nonostante le inimmaginabili difficoltà per essere presenti, le sette storytellers palestinesi del gruppo Seraj Librieries di Ramallah. Storie da ascoltare, oggi più che mai.

data di pubblicazione:17/06/2024


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LA BUONA NOVELLA di Fabrizio De André

LA BUONA NOVELLA di Fabrizio De André

drammaturgia e regia di Giorgio Gallione, con Neri Marcorè, Rosanna Naddeo, Giua, Barbara Casini, Anais Drago, Francesco Negri, Alessandra Abbondanza

(Teatro Quirino – Roma, 19/28 aprile 2024)

Neri Marcorè torna a lavorare con il teatro canzone nell’adattamento dello storico concept album La Buona Novella di Fabrizio De André, a più di cinquant’anni dalla sua uscita. Uno spettacolo che guarda al modello con attenzione e cura, ma che manca di coraggio.

C’è un po’ l’aria dei vecchi sceneggiati Rai degli anni ’70, ne La Buona Novella interpretato da Neri Marcorè, al Teatro Quirino fino al 28 aprile. Qui, come nel Leonardo di Renato Castellani, andato in onda circa un anno dopo l’uscita del concept album di De André che funge da perno dello spettacolo, il narratore si prende la libertà di interrompere il flusso degli avvenimenti, guidando il pubblico in un puntuale commento dei Vangeli apocrifi, usati da De André come fonte primaria per la scrittura dei dieci brani che compongono La Buona Novella (1970).

Il magnetismo dei racconti degli apocrifi è il punto di forza tanto dell’album quanto dello spettacolo teatrale. L’irresistibile umanità capricciosa dell’infanzia di Gesù e i pungenti commenti sul destino di Maria, data in sposa a un uomo molto più vecchio di lei in seguito a una “lotteria” cui partecipano tutti gli scapoli di Galilea, è già nei testi originali. Neri Marcorè canta i brani di De André con un calore baritonale molto vicino al modello, accompagnato da un ensemble polistrumentale in cui spicca per bravura ed estro il violino di Anais Drago. Il risultato è uno spettacolo piacevole e talvolta coinvolgente, la cui debolezza è però proprio nella teatralizzazione: il commento è a tratti ridondante ed è incorniciato da una scenografia che vorrebbe essere simbolica ed evocativa ma che appare perlopiù casuale. L’impressione è che la semplice sedia di Marcorè – ora appoggio, ora capovolta per fingere un tetto – sia un oggetto di scena molto più efficace, ad esempio, dell’enorme mezzaluna di carta trascinata sul palco durante la prima parte dello spettacolo, che sembra introdotta solo per essere fatta occasionalmente dondolare da uno degli attori, o della scala di legno con in cima una grande rosa vagamente kitsch calata di tanto in tanto a punteggiare i momenti più emotivi del racconto.

Quello che ne risulta è uno spettacolo che avrebbe potuto essere più incisivo, ma che riesce comunque a lasciare una buona impressione grazie alla cura degli arrangiamenti musicali, molto rispettosi dell’originale, e alla bravura di Marcorè. A spese, forse, degli aspetti più rivoluzionari dell’album di De André, di cui presenta una versione addomesticata e rassicurante.

data di pubblicazione:19/04/2024


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