da Nadia Alese | Ott 1, 2026
L’opera d’esordio diretta a quattro mani da Paula Lingyi Sun e Alessio Hong, ambientata nella cornice della Costa degli Dei, a Tropea, prende l’acronimo digitale per eccellenza della GenZ, quel Before Anyone Else, divenuto manifesto d’affetto nei feed e nelle chat, e lo fa diventare “prima di qualunque cosa”, spogliandolo così della sua patina social e restituendogli una drammaticità antica.
A un primo sguardo, infatti, l’operazione potrebbe sembrare l’ennesimo coming of age estivo sul primo amore, ma il tessuto del film nasconde un’ambizione ben più radicata, ossia la rilettura consapevole e dichiarata del Romeo e Giulietta shakespeariano. Viene esplorata l’intensità dell’amore giovanile, il peso del destino e la sottile linea tra finzione e realtà, tutti temi cari all’autore a cui si ispira. Come nel testo si va incontro ad una progressione drammatica che trasforma l’ebbrezza della festa in uno scontro tragico, in cui il fato prende il sopravvento sulla volontà dei singoli.
Il cast ha volti giovani e freschi, da Riccardo De Rinaldis Santorelli a Yile Viannello, passando per Mattia Carrano, che offre, a mio avviso, la prova interpretativa migliore. Degno di nota, poi, il cameo di Elena D’Amario, che ha curato anche le coreografie di una sequenza chiave della pellicola.
Ciò che rende B.A.E. un’opera interessante è la sua capacità di parlare la lingua dei vent’anni senza cadere nei cliché. L’urgenza emotiva dei protagonisti viene trattata con estrema dignità formale, trasformando una vacanza estiva in una sorta di rito di passaggio doloroso ma necessario.
Certamente rifare Shakespeare non è lavoro facile, soprattutto dopo i capolavori cinematografici che hanno tentato l’impresa, dal Romeo e Giulietta di Buz Luhrmann alle pellicole di Kenneth Branagh. L’opera non è priva di errori, è imperfetta, a tratti incongrua, con forzature superflue e lungaggini. Ma il momento del passaggio all’età adulta, con il relativo pagamento di un tributo, la fine di quell’illusione secondo cui il tempo possa fermarsi e l’estate durare per sempre, è ben fissato, e la pellicola risulta comunque godibile e vibrante.
data di pubblicazione:01/10/2026
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da Maria Letizia Panerai | Ott 1, 2026
Davide (Alessandro Borghi) è un libraio che conduce una vita tranquilla vendendo libri usati nel suo chiosco in piazza Risorgimento a Roma. Elsa (Valeria Golino), professoressa universitaria di materie umanistiche, è una sua cliente abituale ed anche la fornitrice ufficiale di molti dei libri che Davide espone. Tra i due nasce una affettuosa amicizia, un legame di due anime gemelle che cresce senza mai scadere nel sentimentalismo.
Un giorno durante la pausa pranzo, un immigrato avvicina Davide e gli butta letteralmente tra le braccia un bambino, forse suo figlio, e scappa via. Davide incredulo fa di tutto per allontanare il minore. Sa di non poter prendersene cura. Ma il bambino continua a seguirlo. Esasperato, non sapendo come allontanarlo, lo spinge per farlo indietreggiare ma una moto investe il piccolo. Per molti giorni Davide, sconvolto dai sensi di colpa, continuerà a recarsi presso l’ospedale dove il bambino è stato ricoverato. Sarà lì che incontrerà Aminah, una giovane donna incinta che tenta ogni sera di passare la notte nella sala d’attesa per ripararsi dalle intemperie. E Michele (Valerio Mastandrea), un infermiere della camera mortuaria dove vengono conservate le salme di quelle persone che nessuno reclama. Un uomo centrato che svolge il suo lavoro con meticolosità ed impegno, per godersi ogni sera la gioia di tornare a casa dai suoi figli.
Il titolo del film di Amelio richiama, come molta critica ha notato, la scelta di non voler guardare né sentire per non lasciarsi toccare da ciò che si vede. E Davide agisce proprio così. Ma la sua vita apparentemente tranquilla è attraversata dalle parole di tutti quei libri che abitano il suo appartamento e anche la sua mente, ma lui non lo sa ancora. Sarà la vita a fornirgli un’occasione — l’incontro con quel bambino — che lui, però, decide di respingere. Da quel rimorso e da quel dolore profondo che alberga nel suo animo nascerà la consapevolezza di una gioia interiore che non sapeva di avere.
Alessandro Borghi e Valeria Golino sono profondi e convincenti: restituiscono un’intesa fatta di pensieri comuni che viaggiano all’unisono, l’immagine di due belle persone. La scena di loro due che parlano sulle note di Bello Amore cantata da Ornella Vanoni è meravigliosa. Valerio Mastandrea, per l’umanità che sprigiona il suo personaggio, ricorda John May, il solitario funzionario comunale di Londra protagonista del capolavoro di Uberto Pasolini Still life. Ma è la scena finale del film a comunicarci l’essenza del pensiero di Amelio: inventare una storia che deve ancora accadere, per indurci a farci toccare da ciò che è già sotto i nostri occhi e fingiamo di non vedere.
data di pubblicazione:01/10/2026
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da Nadia Alese | Set 30, 2026
Con il suo ritorno alla regia, Alejandro Gonzales Inarritu firma un’invettiva grottesca che punta il dito sulla megalomania del petrocapitalismo contemporaneo. Il film è un dispositivo satirico pensato per spiazzare, un’apocalisse ecologica trasformata in un teatrino dell’assurdo.
Al centro di questa spirale ci viene consegnato un Tom Cruise del tutto inatteso nei panni di Digger Rockwell. Spogliato dell’aura da eroe infallibile che ne ha segnato decenni di carriera, Cruise incarna un magnate del petrolio tanto odioso quanto ipnotico, un uomo ego riferito che, dopo avere innescato una catastrofe ambientale senza precedenti, tenta una rocambolesca e ridicola conversione in salvatore dell’umanità. È una prova attoriale tutta giocata sull’eccesso, fisicamente carica e tragicomica. Attorno a lui una galleria di figure al limite della caricatura, tra cui spicca il Presidente degli Stati Uniti, interpretato da John Goodman, tessere di un mosaico sociale del tutto prive di redenzione.
La regia di Inarritu, valorizzata dalla solita straordinaria cura visiva di Emmanuel Lubezki, veste questa materia becera in maniera sontuosa. La macchina da presa si muove con eleganza in mezzo al fango ed al delirio dei protagonisti, creando un contrasto stridente tra la bellezza delle immagini e la bassezza morale di ciò che viene raccontato.
Il problema è però la struttura drammaturgica. Quella che vorrebbe essere una satira, chiaramente rifacentesi al Dr. Stranamore di Kubrick, non ha una vera forza comica ed il confine tra denuncia e retorica è labilissimo, con un over explaining, per chi non cogliesse le metafore, che dimostra veramente una poca fiducia nella capacità interpretativa dello spettatore.
Anche il ricorso al metacinema, più che sottolineare la farsa della situazione, per come è utilizzato, appare quasi esclusivamente un esercizio di stile, peraltro anche poco originale, visti i precedenti capolavori a cui sembrerebbe ispirarsi, primo fra tutti Synecdoche di Charlie Kaufman.
Sarà certamente un’opera divisiva, che, in ogni caso, non potrà lasciare indifferenti.
data di pubblicazione:30/09/2026
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da Nadia Alese | Set 30, 2026
Nell’universo narrativo dei drammi sportivi dedicati alle arti marziali miste (MMA), esiste una linea sottilissima tra l’omaggio sincero ai classici del genere e la pura accumulazione di cliché. Beast, del regista australiano Tyler Atkins, firmato nella sceneggiatura anche da Russel Crowe, si posiziona esattamente su questo crinale, con tutta la prevedibilità di una formula ampiamente collaudata.
La vicenda ruota attorno alla figura di Patton James, interpretato con un’intensa, stoica e partecipe fisicità da Daniel Mac Pherson. Patton è un ex campione di MMA, la cui carriera è stata bruscamente spezzata da un guaio con la giustizia. Dieci anni dopo, lo ritroviamo in condizioni economiche precarie, insieme a una moglie devota e impeccabile, pronta ad affrontare l’arrivo di un secondo figlio. La molla che lo spinge ad indossare di nuovo i guantoni non è solo la necessità finanziaria, ma anche una questione di rivalità personale unita a un dramma familiare. Il suo storico nemico, l’attuale campione Xavier Grau (Bren Foster), ha infatti brutalizzato sul ring il suo instabile fratello minore, trasformando la sfida finale in un atto di vendetta e redenzione. Russel Crowe, nel ruolo del burbero ma carismatico ex allenatore, dal canto suo, offre momenti di sincera presenza scenica, che elevano il valore complessivo dell’operazione.
Tuttavia il film rivela evidenti criticità proprio laddove tenta di stratificare la narrazione. Le sottotrame non godono del tempo o dello spessore necessari per sviluppare un’effettiva risonanza emotiva. Il legame conflittuale tra i fratelli soffre di assenza di alchimia, rendendo gli snodi drammatici artificiali o repentini. Il corpo finale, proprio per ricadere negli archetipi ben noti, perde credibilità rispetto alla costruzione iniziale.
In definitiva, la pellicola di Atkins si configura come una classica parabola di risalita, incapace di inventare nuovi linguaggi, ma abile nello sfruttare la carica cinetica dello scontro arena/ vita, con scene di combattimento realistiche e cruente. Un’opera che si accetta per quello che è, un melodramma sportivo viscerale, con una struttura narrativa tradizionale, che comunque mantiene la promessa di tenere in tensione per buona parte del film.
data di pubblicazione:30/09/2026
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da Nadia Alese | Set 30, 2026
Onslaught si ispira in maniera evidente allo slasher classico anni 80, cercando di perpetrarne il gusto per l’azione pura ed il tipo di impatto visivo. Diretto con una spavalderia formale che punta a coniugare un budget moderno alla rozza spontaneità del cinema d’exploitation, il film mette in scena un’apocalisse in miniatura.
Al centro della vicenda troviamo una straordinaria Adria Arjona, carismatica e determinata, chiamata a vestire i panni di un’eroina stoica e viscerale. A contrastarla non c’è un nemico convenzionale, ma un trio di super soldati geneticamente modificati, usciti fuori da un laboratorio segreto, macchine da guerra inarrestabili, prive di pietà e simili a variazioni iper tecnologiche di Michael Myers o Jason Voorhees.
Dal punto di vista puramente stilistico, l’opera si configura come una sinfonia di sintetizzatori e spruzzi di sangue artificiale. La regia lavora sul ritmo ispirandosi ad un’era in cui l’action si consumava nei drive in o sulle cassette VHS, regalando sequenze di una violenza sfrenata e grottesca. Le atmosfere riprese dal primo John Carpenter sono evidenti nell’uso dello spazio, nella tensione strisciante e nel rifiuto di perdersi in troppi spiegoni. La narrazione, infatti, è ridotta all’osso, subordinata alla pura legge del movimento e dello scontro. E questo è il limite fondamentale della pellicola.
La struttura, orgogliosamente B-movie, è un concentrato di situazioni al limite dell’assurdo, con snodi francamente implausibili e dialoghi che a tratti sfiorano il ridicolo. I personaggi di contorno rimangono sospesi e metà strada e le premesse narrative non trovano compimento.
Onslaught resta un esercizio di stile consapevole e sfacciato, un frullatore cinematografico ad alto numero di giri. Un’opera imperfetta, incompiuta nelle sue ambizioni concettuali, ma capace comunque di divertire chi ha nostalgia degli anni 80, cerchi un cinema grezzo e visivamente potente, ed abbia voglia di spegnere il cervello.
data di pubblicazione:30/09/2026
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da Paolo Talone | Set 27, 2026
Serata evento in ricordo di Paolo Poli
(Teatro Argentina – Roma, 21 settembre 2026)
Il primo a dedicare a Paolo Poli un volume di studio ragionato è stato il critico di Repubblica Rodolfo Di Giammarco già nel 1985 (Paolo Poli, Gremese editore). Dei cinquecento e più aggettivi che ha messo in elenco nell’antologia critica a descrizione della parabola teatrale e della personalità dell’artista fiorentino, Marco Cavalcoli ne ha steso e recitato una parte, attraversando il palco dell’Argentina da una quinta all’altra. Di questi aggettivi Lucia Poli, sorella e sodale in tanti spettacoli, ne cattura tre, strappando la prima risata al pubblico: irriverente, caustico e sboccato.
Ma occorrono più voci a definire la figura poliedrica di un artista unico del panorama italiano a dieci anni dalla scomparsa. Colto, raffinato, capace di leggere e ridimensionare attraverso una comicità signorile le contraddizioni del nostro paese, per ricordare Paolo Poli bisogna interrogare l’arte, la musica, il folklore e l’alta letteratura, la poesia. Così, nell’evento di palcoscenico che mancava alle celebrazioni di quest’anno (a maggio la fondazione Giorgio Cini di Venezia e Rai Radio 3 hanno promosso un convegno e una programmazione speciale per l’attore), si alternano sul palco amici, compagni di strada e artisti che con lui hanno lavorato e da lui sono stati ispirati.
Oltre a un’immancabile selezione di materiale audiovisivo ritagliato dai suoi memorabili spettacoli e dalle apparizioni in TV tra gli anni ’60 e ‘70. Generoso a tal proposito il contributo in anteprima estratto da MEGALOPOLI, la puntata speciale di Blob a lui dedicata, in onda domenica 27 settembre su Rai 3 per la cura di Fabio Masi.
Pino Strabioli conduce la serata. E non c’è presentatore che possa sostituirlo in questo ruolo quando si parla di Paolo Poli. Prova del suo affetto è il libro che il giornalista e collega gli ha dedicato nel 2013, da cui è tratto lo spettacolo ancora oggi occasionalmente in scena: Sempre fiori mai un fioraio. Per lui e per chi lo ha conosciuto è stato una vera fonte di ispirazione e un maestro di vita, tanto che anche nel linguaggio e nelle espressioni usate da Strabioli è possibile ritrovarne traccia.
Milena Vukotich, che Poli sentiva vicina perché come lui era una raffinata creatura «nata dalle costole della letteratura», ne ricorda la passione per l’arte e l’estasi provata davanti all’Assunta dipinta da Tiziano nella chiesa veneziana di Santa Maria Gloriosa dei Frari. Poi si lascia andare alla lettura di brevi componimenti poetico-musicali presi da Erik Satie (Sport e divertimenti, La caccia, La pesca, Il tennis), accompagnata al pianoforte da Leonardo Brizzi.
È Brizzi che accompagna ancora Maria Cassi, storica compagna del duo comico-musicale, legato a Poli da un vincolo artistico e di amicizia. Ma nella letteratura che ha ispirato le scritture del Nostro ci sono anche le rime, le filastrocche, le favole e altri autori come Palazzeschi, a cui, come ricorda Lucia Poli, si attingeva come a una “vacca da latte”. E di nuovo la musica nell’interpretazione struggente quanto commossa della Ballata di Sante Caserio suonata alla chitarra da Stefano Gragnani.
Paolo Poli sapeva trasmettere verità profonde e insegnamenti con una immediatezza e una praticità che non si apprendono sui libri di scuola, ma che si assimilano attraverso un’esperienza diretta e sfrontata della vita. Arturo Brachetti, ispirato nei suoi spettacoli dal trasformismo tanto praticato anche da Poli, dice che sul palco era così come era nella vita.
Non ha avuto figli Paolo Poli, ma certamente una progenie artistica nella quale è possibile riconoscere i tratti distintivi della sua figura. Al mondo esiste gente illuminata nell’arte e gente illuminata nella vita. Poli lo è stato in entrambe. E questa serata – per lui che odiava la retorica, le commemorazioni e i discorsi ampollosi – è stata una vera festa nel senso latino del termine, ossia una vera gioia. La gioia del teatro.
data di pubblicazione:27/09/2026
da Anna Paulinyi | Set 25, 2026
Che sollievo, a volte, poter dimenticare per un po’ i propri problemi e i propri guai, guardando quelli di qualcun altro. E la protagonista di Outlander, Claire, interpretata dall’attrice e modella irlandese Caitríona Balfe, di problemi ne ha davvero tanti. Da ormai più di dieci anni.
Già nella prima stagione Claire è malapena tornata dal fronte della Seconda guerra mondiale, dove ha lavorato come infermiera di pronto soccorso in prima linea – e non fa neanche in tempo a riabituarsi alla vita con suo marito Frank Randall non più visto da cinque anni – che attraverso un misterioso cerchio di pietre nelle Highlands scozzesi viene catapultata indietro nel tempo.
Precisamente nell’anno del Signore 1743, pochi anni prima della battaglia di Culloden, destinata a segnare definitivamente la sconfitta della ribellione giacobita e la fine del vecchio mondo dei clan scozzesi. Claire si ritrova dunque in un’epoca completamente diversa dalla sua, con addosso soltanto un leggero vestito e nessuna idea di come tornare a casa. Deve imparare in fretta a sopravvivere in una quotidianità piena di insidie. Ma se la cava sorprendentemente bene in mezzo a quei ruvidi scozzesi in kilt. Le toccherà persino sposarne uno per evitare di cadere nelle mani di Jack Randall, antenato di suo marito Frank e spietato, sadico capitano delle giubbe rosse, interpretato – anche lui, in un magnifico doppio ruolo – da Tobias Menzies.
Tornando al giovane guerriero scozzese che Claire è costretta a sposare, James “Jamie” Fraser (Sam Heughan), un briciolo di fortuna c’è: lui infatti non è solo fiero, intelligente e spiritoso, ma è anche più giovane di lei. La stessa Claire rimane sorpresa dalla passione e dall’amore che nasceranno fra loro. E, naturalmente, anche Jamie sente le stesse cose. E meno male, perché da quel momento i due non faranno praticamente altro che salvarsi la pelle a vicenda. Per otto stagioni.
Possiamo tranquillamente dire che Outlander non è una serie per spettatori troppo impressionabili. Con il procedere della storia – tratta dai romanzi di Diana Gabaldon, che ha iniziato a immaginare questo universo all’inizio degli anni Novanta – Claire e Jamie dovranno uscire vivi non soltanto dalle conseguenze di Culloden, ma anche dagli intrighi di Versailles, da violenze sessuali, ferite gravissime, continue traversate oceaniche, maniaci, battaglie feroci combattute con forconi e coltelli, dalla Rivoluzione americana, da avvelenamenti e accuse di stregoneria e tanto altro.
Insomma: un grande affresco storico, ambientato prima in Europa e poi nelle nuove colonie d’oltreoceano, che attraversa decenni, guerre e continenti. E alla fine dell’ottava stagione Claire e Jamie si ritrovano anche al centro di una famiglia allargata davvero straordinaria. Perché Outlander, nel raccontare le relazioni umane, non sembra voler lasciare fuori quasi nulla, neanche rapporti omosessuali, bisessuali e forme di amore non monogamo.
Superata la seconda stagione – che, rispetto alla prima, perde ritmo, ma chiunque abbia vissuto una relazione lunga sa che la fase iniziale dell’innamoramento è sempre quella più agitata e pepata – la serie prende la forma di una grande storia picaresca, quasi un’epopea. Molto ben costruita e soprattutto straordinariamente ambientata e recitata. Una storia che ci riporta continuamente vicino alla guerra e alla violenza, ma non per il gusto di farne uno spettacolo. La serie ce le mostra per quello che sono state nella vita dei nostri antenati: una realtà con la quale intere generazioni hanno dovuto convivere e contro la quale hanno dovuto lottare per sopravvivere.
E in molte parti del mondo, purtroppo, oggi si deve ancora fare lo stesso, proprio come Claire e Jamie. E forse è proprio questo uno degli aspetti di Outlander che colpisce di più: dietro tutte quelle avventure, le battaglie, gli amori e le fughe e violenze, rimane la sensazione che stiamo guardando persone che cercano, innanzitutto e ostinatamente, di restare vive.
Persone come i nostri antenati.
Quelli che hanno combattuto abbastanza a lungo perché, secoli dopo, potessimo esserci noi.
data di pubblicazione:25/09/2026
da Antonio Iraci | Set 23, 2026
Ritorna al cinema l’iconica figura del commissario Maigret in un adattamento curato dal regista francese Pascal Bonitzer e tratto da un romanzo di Georges Simenon. Quest’ultima nuova veste si distacca molto dalle tradizionali trasposizioni a cui si era abituati già dagli inizi degli anni Sessanta. Per i numerosi, e certamente non più giovani, fan del celebre commissario rimane ancora impressa l’immagine datane in televisione. Si ricorda la fisicità massiccia e imponente di un individuo di buone maniere, ma anche burbero, amante della cucina francese tradizionale. Anche ottimo intenditore di vini, ma che ricorre spesso, in pausa lavoro, a dell’ottima birra e a dei sostanziosi panini che divora con appetito robusto…
A dare corpo e volto a questo nuovo insolito Maigret troviamo un bravissimo Denis Podalydès, della Comédie-Française, bravo ma inadatto a rappresentare il celebre commissario. Sin dalle prime scene infatti ci si accorge che Podalydès non possiede il cosiddetto physique du rôle. Si presenta minuto, aggressivo nell’interrogare gli indiziati e lontano dall’utilizzare il proprio intuito per entrare in empatia con gli stessi. Durante i serrati interrogatori il protagonista scivola a tratti in un atteggiamento nervoso e persino irritante che spezza l’atmosfera crepuscolare che si è voluto creare.
Il regista ambienta la storia agli inizi del Duemila creando un giallo da camera che punta tutto sulla sottrazione, sull’atmosfera claustrofobica e sull’indagine investigativa più che sull’azione pura. Un’opera malinconica che, tradendo l’iconografia classica di Simenon, riesce a fatica a catturare l’essenza più profonda e psicologica del commissario. La trama si sviluppa attorno all’omicidio di un ex ambasciatore, Monsieur Berthier-Lagès, un delitto che trascina Maigret nei salotti polverosi dell’alta borghesia e aristocrazia francese. Tra segreti di Stato e una fitta corrispondenza amorosa clandestina tra la vittima e la principessa de Vuynes, l’indagine si trasforma in un viaggio nostalgico tra passioni sbiadite e un mondo che si avvia inesorabilmente al tramonto.
Maigret, l’amore e la morte è ambientato in un periodo di transizione dove ancora c’è chi disconosce le nuove tecnologie. Un Maigret che rifiuta di usare il cellulare ed è fortemente legato alle vecchie tradizioni. Questo messaggio viene comunque in parte falsato e depotenziato dalla recitazione di Podalydès, creando un netto cortocircuito per lo spettatore. Manca quella saggia, ironica e sorniona autorevolezza che fu di Gino Cervi nella televisione italiana degli anni Sessanta. O ancora quella solida, pragmatica e magnetica presenza che Jean Gabin impose sul grande schermo alla fine degli anni Cinquanta. Bonitzer restituisce un personaggio a tratti troppo spigoloso che ha finito per snaturare la complessa e rassicurante umanità del commissario più famoso di Francia.
data di pubblicazione:23/09/2026
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da Nadia Alese | Set 23, 2026
L’Isola dei Ricordi si pone al centro tra racconto d’avventura e una sofisticata celebrazione del patrimonio folclorico e mitologico filippino, trasformando la memoria in un vero e proprio territorio da esplorare.
La vicenda segue due amiche per la pelle, Jo e Raissa, che alla vigilia di un grande cambiamento nelle loro vite, vengono catapultate nel fantastico e insidioso mondo di Nakali. Lì, tra creature ancestrali e spiriti benevoli o ostili, si snoda una corsa contro il tempo dalla premessa emotiva devastante: l’unico modo per fare ritorno a casa implica sacrificare proprio il ricordo della loro amicizia.
La pellicola è una delle prove, visivamente e narrativamente, più coraggiose del panorama recente della grande distribuzione. L’impianto estetico combina sapientemente l’animazione digitale a una marcata stilizzazione d’ispirazione anime. Questo dinamismo dona vitalità al racconto, riflettendo la natura vibrante e caotica delle culture che intende celebrare.
Ma al di là della spettacolarità visiva, l’elemento chiave risiede nell’equilibrio drammatico. Il film usa la cornice mitologica non come mero sfondo esotico, ma come metafora tangibile del passaggio all’età adulta, del distacco e della paura di dimenticare ciò che ci ha resi quello che siamo. La narrazione affronta l’amicizia femminile con una delicatezza autentica e non retorica, interrogandosi su quanto la nostra identità risieda nella condivisione del passato.
Se da un lato la densità degli avvenimenti e l’accumulo di dettagli mitologici possono a tratti sovraccaricare la visione, dall’altro, comunque, la sincera carica emotiva della sceneggiatura, riequilibra costantemente il tutto. La regia gestisce bene i momenti di pausa, lasciando che la malinconia e il senso di meraviglia convivano in perfetta armonia.
In definitiva, l’Isola dei Ricordi si dimostra un romanzo di formazione di ampio respiro. È un’opera che certamente catturerà il pubblico più giovane grazie alla forza travolgente del ritmo e all’inventiva della sua fantastica carrellata di personaggi, offrendo, al contempo, allo sguardo adulto una meditazione toccante, poetica e mai banale sulla natura transitoria e preziosa dei nostri legami emotivi più profondi.
data di pubblicazione:23/09/2026
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da Rossano Giuppa | Set 23, 2026
Presentato nella sezione Orizzonti a Venezia 83 ed al Toronto International Film Festival, Una storia è il riuscitissimo esordio alla regia di Anna Foglietta che ne è anche sceneggiatrice con Tania Pedroni e Matteo Ferri e che vede la partecipazione di Alba Rohrwacher e Guido Caprino, in uscita nelle sale italiane il 24 settembre.
Una storia di Erika e Mauro, lei cassiera in un supermercato e lui elettricista nella ditta del padre, che abitano nella provincia umbra, dove la quotidianità fatta di piccoli gesti e abitudini rassicuranti è scandita dagli orari di lavoro e da incombenze non sempre necessarie. Tutto è a posto ed ogni cosa ha un suo posto. Gli affetti, le crostate, i panni stesi, le pentole, i detersivi. Un tempo lento e umido, in cui tutto scorre, un susseguirsi di stagioni in cui manca l’irrequietezza della primavera. Ma la loro unica figlia è appena andata a studiare in un’altra città e pian piano quel debole castello di equilibri comincia sgretolarsi. Erika, abituata a prendersi cura degli altri, si scopre apatica e senza direzioni, mentre Mauro è incapace di affrontare le proprie fragilità emotive. La crisi si manifesta attraverso una dolorosa incapacità, senza che la stessa generi rancore o violenza, difficile da affrontare perché profonda e inattesa. “Un anno di merda” lo battezza Erika, che porta alla fine entrambi a confrontarsi con le proprie ferite e desideri dimenticati e che li spinge a esplorare la possibilità di rinnovarsi insieme e individualmente.
Un film profondo e delicato in cui Anna Foglietta ha il merito di descrivere legami familiari e domestici con grande autenticità. Un dramma intimista di persone comuni, privo di superflui colpi di scena, ma con elevatissime sfumature. É il motivo per ci si affeziona da subito a tutti i personaggi, onesti nella loro dignità, e a quella casa ingombrante, alla terribile spalliera di ottone del letto matrimoniale, alle mattonelle della cucina. Tutto è reale ed ha un sapore nostalgico, di quella provincia alla quale tutti siamo legati, almeno nei ricordi.
Straordinari gli attori, Alba Rohrwacher, Guido Caprino, Elio De Capitani, Caterina Casini, guidati con affetto e delicatezza dalla Foglietta che ha avuto anche l’intelligenza di affidarsi a collaboratori in totale sintonia con il progetto come il direttore della fotografia Andrea Benjamin Manenti e l’operatore alla macchina Alain Parroni.
Il racconto si dipana attraverso primi e primissimi piani dei protagonisti, sondandone gli sguardi ed il non detto, con delicatezza e forza. I silenzi sono battute dal valore drammaturgico, come la ripetizione di certi gesti e di certe atmosfere. Una storia in cui i buchi neri di Erika e Mauro diventano i silenzi di una casa e di una vita che improvvisamente perde il baricentro personale e sociale, una vita di giochi di ruolo, di routine depressiva.
Un grandissimo film di relazione, in cui la vera protagonista è l’interiorità, le inquietudini silenziose che spesso scegliamo di non affrontare, ma anche il coraggio di ascoltarsi e di ritrovarsi.
data di pubblicazione:23/09/2026
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