da Paolo Talone | Mar 7, 2026
drammaturgia e interpretazione di Alessandro Bandini
(Teatro Torlonia – Roma, 19/22 febbraio 2026)
Gli anni Sessanta sono stati anni felici per Giovanni Testori, di intensa produzione poetica e artistica. Il 24 febbraio 1959 conosce Alain Toubas, un ragazzo parigino più giovane di lui di quindici anni. Come tutte le storie d’amore, anche questa ha una data di inizio. Alain sarà per Giovanni l’amore più importante della sua vita, per il quale sarà padre, amico, amante. Al principio della loro relazione si scambiano un numero considerevole di lettere e cartoline che testimoniano l’accendersi di un desiderio irrefrenabile e reciproco. Alessandro Bandini, insieme al dramaturg Ugo Fiore, le ha tirate fuori dall’Archivio di Casa Testori e ne ha fatto uno spettacolo appassionante.
Esiste un solo modo per legarsi a un autore come Giovanni Testori: per folgorazione. Un verso, una frase, un’immagine del poeta possono dare voce a una ferita che abbiamo dentro. Anche allo scrittore di Novate accadeva qualcosa di simile con le persone o con le opere d’arte. Un innamoramento improvviso, spesso tradotto in gesto artistico, per «contraccolpo estetico» (L. Doninelli). Per Alessandro Bandini non è andata diversamente. Dopo aver partecipato nel 2023 alla Bottega Amletica Testoriana (BAT), ideata da Antonio Latella per avvicinare giovani attori e attrici alla lingua e alla poetica dello scrittore novatese, ha iniziato a lavorare sul carteggio che Giovanni Testori intrattenne con Alain Toubas agli inizi della loro relazione, tra il 1959 e il 1962. Le prime parole lette, «Cher Alain, je suis désespéré», sono state quelle con cui ha deciso di aprire il monologo che oggi porta in scena, Per sempre.
Da questa intuizione prende avvio il suo lavoro, una storia di giovani raccontata da giovani. Alessandro Bandini, che di anni ne ha trentadue, si affida infatti allo sguardo di Alessandro Sciarroni e al coaching di Tindaro Granata per la realizzazione del suo progetto, prodotto da LAC – Lugano Arte e Cultura. Della giovinezza ha tutto l’impeto, la spontaneità, la libertà e la passione. Il testo ci regala uno sguardo inedito su Testori, che appare non solo come autore ma anche, per la prima volta, come personaggio, immaginato all’età di trentasei anni.
Dal monologo scaturisce un fiume di parole travolgente. Sono lettere scritte con il ventre. La presenza dell’amato è ovunque: nei pensieri, nelle metafore che usa, nelle immagini prese a prestito dagli artisti oggetto delle indagini critiche che Testori andava compiendo in quegli anni. Dal piano privato delle lettere (ancora inedite) si passa in un discorso unitario a quello pubblico dello scrittore dei Trionfi, di cui Bandini sceglie di declamare una parte. Il lungo poema, apparso nel 1965 come soluzione poetica a questo amore strabordante, viene così illuminato di nuova luce e significato. La bellezza è tale solo quando viene condivisa e accettata.
Ma il gioco di contrasti non si limita a quello tra privato e pubblico. Il secondo, e più evidente, è quello che vede lo scrittore paragonarsi a una bestia, a un contadino; mentre l’amato assume le fattezze angeliche di una figura irraggiungibile e bellissima. Talmente lontana da diventare una vera ossessione. Il dualismo si amplifica poi anche nella messa in scena. Mentre l’attore rimane quasi immobile sul palco, la parola è un’entità in continuo movimento a cui anche le luci, soprattutto nelle ombre che creano, lasciano spazio. È la parola, di cui l’attore è strumento, a dominare il palcoscenico.
Bandini va oltre il limite posto dall’immedesimazione. Non si accontenta di interpretare. Si coglie nella voce rotta dall’emozione e dallo sguardo fisso su un’immagine interiore un coinvolgimento personale. Questa intensità dimostra quanto un autore come Giovanni Testori riesca ancora a parlare al di là delle barriere geografiche che lo collocano in Lombardia e del passare dei decenni, rivelandosi una guida capace di insegnare a osservare tanto le cose quanto le persone. In contemplazione immobile e silenziosa fino all’assorbimento della materia umana che poi si traduce, come in Per sempre, in un inevitabile e generoso gesto artistico.
data di pubblicazione:07/03/2026
Il nostro voto: 
da Daniela Palumbo | Mar 7, 2026
produzione teatro Nazionale di Genova
(Teatro Biondo – Palermo, 05/07 marzo 2026)
Singolare performance del giovane talento genovese Pietro Giannini. Un viaggio della memoria pensato e realizzato con la consulenza drammaturgica del Comitato Parenti Vittime Ponte Morandi, e “accompagnato” dalle proiezioni della visual artist Loredana Antonelli.
Il pubblico fa il suo ingresso all’interno della Sala Strehler e al posto di un sipario ancora chiuso, ad accoglierlo c’è un giovane attore, su un palco che è quasi un prolungamento della platea. Cerca il dialogo, con lo sguardo prima che con la parola: “Conoscete Genova? Chi di voi ci ha vissuto?” Sembra un nostalgico della propria terra, e ogni spettatore/interlocutore che “risponde al richiamo” pare aiutarlo a ritrovare un frammento di vita vissuta, e a condividerlo. Racconta una storia, che l’ironia e la mimica distanziano dalla fredda cronaca, e lo fa partendo da una leggenda antica – quella del santo protettore e dell’umile contadino – alternando il genovese e l’italiano come si mischiano sacro e profano. Per poi lasciarsi trasportare dai venti e tentare un ormeggio in quel porto insidioso che è la vicenda del ponte Morandi. Un disastro, con la sua lunga scia di vittime – quarantatré – e il pensiero va ad altri disastri, impressi nella memoria collettiva. Tragica fatalità? Catastrofe naturale? Nulla di tutto ciò, poiché il “fato”, di per sé ignoto e imperscrutabile, qui ha il nome (e il cognome) di ciascuno dei colpevoli/responsabili, tutti quanti portati alla luce. E di “naturale” non c’è nulla, perché se è “normale che l’uomo muoia” (di vecchiaia), un ponte non può (e non deve) morire”. Eppure, nato dalla mente visionaria di due uomini e concepito come anello di congiunzione tra le due anime della città – Ponente e Levante -, questo colosso che “cavalca” il torrente e sovrasta le case, finisce per fagocitare – e a sua volta esserne divorato – tanto le spiagge dei ricchi quanto le fabbriche degli operai. Gas e sale, entrambi fattori corrosivi dell’umanità, guidati da interessi “superiori” e oscuri, o di un vago “principio edonistico”, hanno il sopravvento.
È un’opera maestosa e insieme inquietante, il ponte di Genova. Che ipnotizza e fa paura. Gli occhi di Pietro, sulla scena, fissano il gigante come quando lo attraversava in auto da bambino. Pietro lo “racconta”, anzi di più. Lo descrive, col corpo. E la fredda materia inanimata, diventa carne. Divarica le gambe, che saranno i piloni del ponte. Porta in alto le braccia, che saranno le pile. Salta idealmente sulle campate. Ora batte il tempo col piede, ora intreccia le dita, e sembra di sentirli tremare davvero, quei tiranti, e sgretolarsi piano il calcestruzzo. Con piccoli passi ripercorre a ritroso le tappe di una storia criminale. Dove molti “sapevano” e nessuno faceva niente. Finché il boato del crollo e il rumore di sirene impazzite non si confusero con le grida umane (“Squilla il telefono. Mia madre dall’altro lato urla…”). E poi nulla. Fine della storia.
E gli applausi non si vogliono fermare.
data di pubblicazione:07/03/2026
Il nostro voto: 
da Antonio Jacolina | Mar 6, 2026
I Miti non muoiono mai! Di sicuro vivo è quello della Creatura nata dalla fantasia di Mary Shelley nel 1818. La Gyllenhaal rivisita il mito di Frankenstein e ne ripropone una sua visione.
Lo delocalizza nello Spazio e nel Tempo e pone al centro della storia una donna. La sposa che nel romanzo Frankenstein chiede insistentemente senza mai poterla ottenere. Una rilettura audace, gotica e contemporanea.
Afflitta dalla solitudine la Creatura si reca nell’America del 1936 segnata dalla Crisi e dalla criminalità. A Chicago incontra una scienziata perché gli crei una compagna. Riporteranno in vita una giovane assassinata dalla Mala. La sua Sposa!
Un’idea forte che dona voce e volto ad una suggestione dell’immaginario collettivo e crea un’insolita storia d’amore con un Frankenstein non più solo raccapricciante ma anche Essere consapevole. Interessante poi la premessa: una suggestiva Mary Shelley che dall’Aldilà racconta ciò che un secolo prima le era stato impedito dalle barriere culturali. Le vicende della Mother fucking Bride. Vale a dire il ruolo nella Società di una donna autonoma che è e vuole essere soggetto e non oggetto.
La nuova Creatura contro ogni aspettativa non è un essere passivo ed ha una sua personalità. La sua stessa vicenda amorosa vivrà fra violenza e ricerca di una propria identità. Una storia al femminile ma non femminista.
La regista contamina più stili e generi – il Muto, il Noir, i Musical, le Black Comedy, l’Horror – cita esplicitamente Frankenstein Junior, Bonnie & Clyde e anche Joker e cerca un proprio linguaggio. Il risultato è una Dissonanza che genera Armonia. Un caos esuberante, un eccesso affascinante, un turbinio di suoni e immagini. Intuizioni stilistiche eccentriche ma apprezzabili. Un lavoro sorprendente che, pur con imperfezioni, ha una sua indiscutibile potenza visiva e un suo ritmo. Esteticamente gioca fra realismo e artificio, tra mélo e gotico. L’uso dell’IMAX poi esalta la fotografia, i volti, le location e le coreografie.
Un’opera ambiziosa e un’occasione per due strepitosi interpreti. Jessie Buckley travolgente lascia ancora una volta senza parole per bravura e intensità. Christian Bale, tutto interiorità, rende umano il Mostro. Il casting di supporto è di gran prestigio.
La Sposa! è sulla carta tutto ciò che ci si potrebbe aspettare da un film hollywoodiano che vuole affrontare una vicenda con uno sguardo nuovo e autoriale e fare anche spettacolo di qualità. La sua realizzazione ha tutte le pecche di una storia contorta, di un universo cinematografico caotico e del suo voler essere tutto: esplicativa e sintetica. Però è anche un film vivo con momenti di grande genialità. Un film che farà molto discutere e non concederà vie di mezzo. Piacerà o non piacerà!
data di pubblicazione:06/03/2026
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da Nadia Alese | Mar 5, 2026
La Lezione, presentato alla Festa del Cinema di Roma e ora finalmente in sala, è un thriller psicologico che parte da un presupposto potentissimo: esplorare non soltanto la violenza di genere, ma il modo in cui si insinua nella percezione stessa della realtà di una donna.
Al centro della vicenda c’è Elisabetta (Matilda De Angelis), giovane avvocatessa di successo, una donna forte e autonoma, che si rivela però fragile nel momento in cui non riesce più a distinguere chiaramente tra verità e sospetto. La sua storia si dipana tra un caso professionale, la difesa di un professore accusato di violenza sessuale (Stefano Accorsi), e il ritorno minaccioso del suo passato personale, con l’ex compagno, già condannato per stalking, che pare tornare a perseguitarla.
Nella prima parte, il film di Mordini convince per atmosfera e maturità. Trieste, con la sua bora implacabile, diventa metafora visiva di una mente che perde riferimenti stabili, sospesa tra realtà e paranoia. La protagonista non è una vittima stereotipata, ma una donna che vive una forma di violenza meno visibile, anche se altrettanto destabilizzante. Questo approccio costituisce il punto di forza della pellicola, mostrando una dinamica psicologica complessa, autentica nelle sue ambiguità, che permette allo spettatore di interrogarsi sulle zone d’ombra della manipolazione e della paura. E pesa, in questa parte, la presenza di Stefano Accorsi che costruisce un personaggio capace di alimentare il dubbio, giocato tutto sulla sottrazione, tra sguardi trattenuti, mezze frasi ed un controllo emotivo che diventa inquietudine.
Tuttavia, nella seconda parte, la sceneggiatura mostra crepe evidenti. Qui la tensione psicologica cede a sviluppi narrativi privi di plausibilità interna, con alcune scelte, come quella di far trasferire la protagonista in un luogo isolato, senza giustificazioni solide rispetto al suo stato d’animo o alla dinamica dello stalking, che appaiono francamente incongrue rispetto al viaggio psicologico costruito fino a quel momento.
Questa discontinuità narrativa rischia di indebolire anche il messaggio più importante del film, ossia l’affrontare con rispetto e profondità la condizione delle donne vittime di stalking. Allo stesso tempo però La Lezione sottolinea con lucidità la mancanza di un vero identikit della vittima, la difficoltà istituzionale e sociale di credere alle donne e il trauma silenzioso che questa sottovalutazione produce.
Si tratta, pertanto, di un’opera che merita attenzione, seppure, a tratti, non riesca a conciliare pienamente il rigore narrativo con l’urgenza del suo messaggio.
data di pubblicazione:05/03/2026
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da Nadia Alese | Mar 4, 2026
Un Bel Giorno, il quarto film di Fabio De Luigi dietro la macchina da presa, si inserisce con coerenza nel suo percorso, scegliendo la commedia familiare per raccontare qualcosa di più universale, ossia il timore, molto umano, di rimettersi in gioco quando la vita sembra già definita.
Il protagonista Tommaso (Fabio De Luigi) è un vedovo che ha cresciuto da solo quattro figlie, costruendo attorno a loro una routine tanto solida quanto soffocante, che ha finito per azzerare la sua dimensione personale. L’incontro con Lara (Virginia Raffaele), donna altrettanto complessa e segnata da responsabilità familiari, introduce un elemento di scompiglio narrativo che il film sviluppa attraverso una dinamica fatta di omissioni, paure e fraintendimenti. Non si tratta però della classica rom-com fondata sull’equivoco fine a sé stesso, qui il non detto diventa essenzialmente metafora di una difficolta più profonda, ossia quella di conciliare identità individuale e ruolo genitoriale.
Dal punto di vista della scrittura, firmata dallo stesso De Luigi con Furio Andreotti e Giulia Calenda, il film lavora su un delicato equilibrio tra leggerezza e sentimento, ed il risultato è una sorta di favola sulla famiglia allargata, quasi un topos del cinema italiano contemporaneo, trattato però in maniera gentile, quasi addomesticata, perdendo forse l’occasione di arrivare ad una comicità davvero attinente al reale. Il film infatti funziona sul piano dell’atmosfera, ma non altrettanto su quello dell’incisività della satira o del tono graffiante. Una scelta precisa certamente, che però segna anche uno dei limiti della pellicola.
Sul piano attoriale De Luigi rimane fedele al suo registro con un’interpretazione trattenuta e tempi comici misurati. Virginia Raffaele è più brillante e bilancia il racconto con una maggiore elasticità espressiva. Il cast corale, comprensivo dei giovani interpreti, è in complesso buono.
La regia non cerca soluzioni ardite, lasciando spazio agli attori ed alle situazioni, così come la colonna sonora, che accompagna senza invadere.
In definitiva, quindi, siamo di fronte ad un’opera con dei limiti ma comunque piacevole, onesta, che non pretende di sorprendere ad ogni costo ma che prova con discrezione a parlare di sentimenti.
data di pubblicazione:04/03/2026
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da Antonio Jacolina | Mar 4, 2026
Parigi 1959. Un gruppo di giovani uniti dalla passione per il Cinema e dall’idea di farlo in modo libero e nuovo. La realizzazione di un capolavoro che ha cambiato il modo di fare Cinema…
Nouvelle Vague è un’immersione spettacolare indietro nel tempo. Siamo nel 2026 ma la vita e la passione è quella del 1959! Linklater ci regala un film vivo, gioioso e spontaneo che ama il Cinema fa amare il Cinema e fa venire voglia di poter fare cinema.
Sullo schermo c’è infatti tutto il gruppo dei critici dei Cahiers du Cinéma ambiziosi, giovani e talentuosi. Parigi è loro così come il futuro è loro. Chabrol, Truffaut, Rohmer hanno già fatto il loro esordio dietro la cinepresa e lui, Godard morde il freno e scalpita. È l’ultimo a seguirli sulla scia del loro successo, e sarà… Fino all’ultimo respiro! Sappiamo come andrà e che nulla sarà più come prima.
Il regista non intende riproporre Godard con le solite ricostruzioni stereotipate, al contrario lo fa rivivere catturando tutta l’audacia e la libertà di quei giorni e l’allegria di momenti creativi ormai entrati nel mito. Linklater filma con lo charme del bianco e nero ed in formato quadrato come si usava. Le riprese sono leggere con la cinepresa in spalla, con Parigi come set a cielo aperto, con una troupe ristretta e con economia di mezzi. Le stesse situazioni, sensazioni, convincimenti, stile e spirito di Godard. Un Nuovo Cinema ove la spontaneità primeggia e… con audacia ed insolenza si fa tutto il contrario di quanto le cinéma de papa aveva codificato e cristallizzato.
Linklater racconta dall’interno, con distacco ma con occhio acuto ed ispirato la magnifica avventura del gruppo di amici che amavano il Cinema e lo volevano libero ed autentico. Ci rende partecipi con humour sottile dei rapporti fra loro, dei retroscena della realizzazione di un capolavoro nonché degli aneddoti che saranno la gioia dei cinefili. Un racconto fatto con grazia, armonia e piacere evidente di condividere un attimo magico e di restituirne le atmosfere. Il film ha ritmo, un montaggio vivace ed una messa in scena precisa ed elegante. Ben curate anche le ambientazioni e l’estetica di quell’epoca felice. Intelligente poi la scelta di giovani e promettenti attori, dei volti nuovi che non recitano i loro modelli ma lo sono realmente. Più veri dei veri senza esserne dei cloni. In particolare Zoey Deutch è splendida e brava come Jean Seberg, identica.
Nouvelle Vague è senza dubbio un ottimo film, ben scritto e magistralmente diretto. Una lettera d’amore ed un omaggio di un grande regista al Cinema ed al Cinema Francese in particolare, fatto con bravura, partecipazione, passione ed anche gratitudine. Si esce dal film con il cuore più leggero. Miracoli del Cinema!
data di pubblicazione:04/03/2026
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da Antonio Jacolina | Mar 4, 2026
56 Giorni è senza alcun dubbio una miniserie intrigante e coinvolgente molto ben costruita e ben sostenuta dalle forti alchimie recitative delle due coppie di protagonisti.
Un Thriller Psicologico ben curato, efficace e condito con un pizzico di erotismo che cattura dall’inizio alla fine delle 8 puntate grazie ad una storia d’amore torrida e totalizzante, ad un misterioso omicidio, all’inchiesta poliziesca e soprattutto alle atmosfere enigmatiche ed a personaggi tanto complessi ed ambigui quanto reali ed autentici. Un poliziesco che sa giocare intelligentemente con una tensione costante, apparenze e colpi di scena sempre plausibili.
Tutto ruota attorno ad un incontro casuale fra Oliver (Avan Jogia) e Ciara (Dove Cameron) che si trasforma subito in una attrazione fatale ed esclusiva. Quando dopo 56 giorni nel loro nido d’amore verrà scoperto un cadavere inidentificabile scatterà l’indagine di polizia. Due investigatori tormentati, ognuno con i propri intrighi mentali, due caratteri diversi ma complementari fra loro.
Fin dai primi episodi la linea narrativa è ben chiara: la relazione affettiva ha un’atmosfera affascinante, seduttiva ma ambigua con motivazioni, menzogne, manipolazioni e tensioni che emergono progressivamente con il passare dei giorni. È evidente che su tutto incombe qualcosa di misterioso, intrigante e tossico.
La realizzazione è molto classica e lineare. L’intrigo è chiaro, cattura e si costruisce per gradi con il procedere delle rivelazioni. Funziona molto bene, è plausibile così come i successivi colpi di scena e resta avvincente fino al finale. Un finale imprevedibile, ben gestito e credibile grazie alla coerenza e qualità della scrittura. Una narrazione sempre comprensibile anche se giocata su due linee temporali che si alternano: presente e passato. L’indagine complessa ed i 56 giorni della relazione amorosa.
Una serie ben filmata, supportata da interpretazioni solide e apprezzabili di talenti attoriali emergenti. I suoi difetti sono quelli ormai tipici della serialità, un paio di episodi e qualche falsa pista di troppo, un estetismo un po’ forzato e troppo patinato. Peccati veniali rispetto al prevalere della qualità dell’insieme.
Nel complesso 56 Giorni è senza dubbio un Thriller Psicologico girato con cura, con una sceneggiatura interessante, un Plot intrigante che gioca intelligentemente con le paranoie, le percezioni e le emozioni degli spettatori e punta consapevolmente a provocarli con le contraddizioni della sua storia. Una storia torbida che affascina, che si fa sceglier e guardare con piacere e tiene con il fiato sospeso fino alla fine.
data di pubblicazione:04/03/2026
da Paolo Talone | Mar 2, 2026
con Geppy Gleijeses, Lorenzo Gleijeses, Chiara Baffi e Massimiliano Rossi
(Teatro Greco – Teatro della Città di Roma, 27 febbraio/8 marzo 2026)
Geppy Gleijeses dirige due atti unici di Raffaele Viviani. In Don Giacinto veste i panni del protagonista, un anziano e dignitoso signore preso di mira dalla cattiveria umana dei personaggi del vicolo dove abita. Mentre nella Musica dei ciechi è il contrabbassista Ferdinando che tenta di sbarcare il lunario attraverso l’arte, membro di un’orchestrina ambulante di musicisti non vedenti guidati da un guercio poco onesto. Due immagini che raccontano lo spaccato di una società che conserva ancora nella solidale convivenza di luogo e di tempo il suo palcoscenico. L’immagine di una Napoli nobilissima non per censo, ma per spirito e arte.
Che Napoli abbia da sempre avuto uno stretto legame con il teatro è una verità incontestabile. Come lo è del resto il debito che dobbiamo a una tradizione drammaturgica, degna di aver dato vita a immensi e a volte poco ricordati talenti. Un tessuto artistico e sociale che nel tempo ha saputo rinnovarsi senza perdere mai di vista l’esempio di chi è vissuto prima. Può sembrare banale, ma nel gioco di debito e superamento non si capisce Enzo Moscato o Annibale Ruccello se non si guarda a Eduardo. E questi non sarebbe stato tale se non avesse messo i piedi nel sentiero tracciato da Scarpetta o Viviani.
Da parte sua Geppy Gleijeses ne è in qualche modo il depositario. Per questo il titolo scelto per lo spettacolo che dirige e interpreta, Napoli Nobilissima, non è casuale. Perché se si guarda alle scelte da lui operate sulla scena, i grandi autori partenopei ci sono tutti. Non sono solo omaggi, ma vere e proprie operazioni di riscoperta e conservazione. Gleijeses porta avanti un mestiere che assomiglia a quello dell’antiquario: è il guardiano di una tradizione altrimenti muta, un cercatore di frammenti di bellezza, un ponte per il nostro oggi di capolavori passati ma ancora meravigliosamente eloquenti.
L’opera di conservazione e restituzione esige rispetto. Per questo la messa in scena dei due atti unici scelti da Viviani, Don Giacinto (1923) – già messo in scena nel 2000 – e La musica dei ciechi (1927), riflette in pieno uno spirito e un modo di scrivere teatro che ha ancora tanto da insegnare. Un esempio e un’eredità da trasmettere alle nuove generazioni soprattutto di interpreti. La scelta di attorniarsi di giovani e poliedrici (perché anche musicisti) attori è, sì, uno sforzo produttivo – di cui si fa carico Dear Friends – ma anche un’occasione di insegnamento. Dieci gli interpreti freschi del diploma alla scuola del Teatro Nazionale di Napoli a calcare le tavole insieme a Lorenzo Gleijeses – con cui Geppy ha riscoperto tanti degli autori sopracitati –, Chiara Baffi e Massimiliano Rossi.
La napoletanità, con la sua anima insieme dolorosa e divertente, è protagonista. Non solo per la linfa artistica che continua a scorrere anche nei giovani interpreti, ma anche perché è presa a maestra di un modo di stare al mondo. E tutto passa attraverso l’uso del dialetto che ha il compito di portare sulla scena un intero sistema urbano, per esaminarne le dinamiche che lo regolano.
Il contributo che danno Roberto Crea e Chiara Donato alle scene e ai costumi è allora quantomai fondamentale. È importante la ricostruzione realistica di un abitato della Napoli inizio Novecento, in linea con il testo drammaturgico, con le finestre che si affacciano tutte sullo stesso vicolo per raccontare la storia di gente umile. Come è fortemente poetico vedere l’orchestrina di ciechi suonare vicino a una balaustra che dà sul golfo, sotto lo sguardo di un cielo stellato verso il quale, liberato dalle fatiche del mondo materiale, si incamminerà Ferdinando.
Sono storie corali di famiglie comuni, di venditori ambulanti e di vecchi mestieri ormai spariti. Tradimenti e pettegolezzi, storie di farabutti e gente onesta o altruista. Storie comunque intrecciate come i giunchi dei panieri che calano dalle finestre. Una quotidianità intercettata da Viviani, cresciuto fra teatro e miseria, nella quale possiamo ancora specchiarci. Perché cambiano i costumi, ma la materia umana no.
data di pubblicazione:02/03/2026
Il nostro voto: 
da Antonio Jacolina | Mar 1, 2026
(Villa Medici fino al 25.05.2026)
Per chi la ama o per chi è solo curioso un’opportunità per scoprire una Parigi insolita. Una Parigi minore, in bianco e nero così come appariva negli anni ’45/’60 non ancora segnati dal grande turismo. Edifici anneriti dal tempo e con le cicatrici dell’incuria. Luoghi, anche i più iconici, ancora abitati da una piccola umanità, un popolo minuto dignitosamente povero e dai mille mestieri. Dove tutto ciò? All’Accademia di Francia a Villa Medici. Un’immersione nella Parigi del secondo dopoguerra e più in particolare nell’Atelier ove Agnès Varda ha vissuto, creato e sperimentato le sue opere artistiche e cinematografiche per più di 70 anni.
Un omaggio alla geniale artista e cineasta francese scomparsa nel 2019. Una Mostra realizzata con la collaborazione della Cinémathèque Française e dedicata all’opera fotografica di un’artista prolifica e singolare.
Dietro alla cineasta c’è stata infatti una fotografa. Una fotografa creativa con un proprio sguardo venato di umorismo e singolarità che le ha consentito di immortalare le strade e gli abitanti della città in modo anticonvenzionale. Un approccio che le ha dato subito notorietà e le basi per alimentare il suo talento e passare poi al cinema con il successo folgorante del suo esordio nel 1962 con Cléo de 5 à 7. La Mostra punta essenzialmente a mettere in dialogo le due Varda, la fotografa e la cineasta.
Lo fa con un insieme di foto, manifesti, oggetti personali, stampe originali, estratti dei suoi film e fotografie di scena. Un percorso che parte dai suoi primi esordi come giovane fotografa e dal suo atelier laboratorio e cuore pulsante del suo universo. Un’esposizione della sua evoluzione artistica-professionale articolata in 9 capitoli espositivi.
I primi ritratti fotografici, i paesaggi parigini con tratti ancora surrealisti. Gli anni in cui le si iniziano ad aprire le porte del grande mondo artistico. La fase della messa in scena delle sue foto, i primi film ed il definitivo successo cinematografico con uno stile vicino alla Nouvelle Vague ed un approccio fra l’intimo ed il politico. La sua scoperta dell’Italia, Venezia e poi Roma. Infine di nuovo Parigi osservata fra lungometraggi e corti sotto più punti di vista: come documentario, pubblicità o finzione.
Una retrospettiva interessante e documentata che sottolinea la forte interconnessione per la regista francese fra fotografia e cinema. Quasi un naturale sviluppo. Un percorso che unisce da sempre le due espressioni visive. Un intreccio armonico, in equilibrio costante fra umorismo e straniamento, fra leggerezza e profondità, che più di ogni altra caratteristica definisce un’artista dell’immagine come è stata, appunto, la Varda.
data di pubblicazione:1/03/2026
da Paolo Talone | Feb 28, 2026
con Claudio Casadio, Loredana Giordano, Valentina Carli e Leone Tarchiani
(Teatro Quirino – Roma, 24 febbraio/1 marzo 2026)
Opera teatrale tra i capolavori della maturità di Carlo Goldoni, Gli innamorati racconta le schermaglie d’amore di una giovane coppia messa alla prova da continui malintesi. Scritta durante la sosta bolognese, all’indomani del rientro del drammaturgo da Roma verso Venezia, la commedia è ancora splendidamente attuale. Il regista Roberto Valerio ne offre una lettura moderna e quindi universale. Sul palco una compagnia di attori di eccezionale bravura, guidato da un ispirato e divertito Claudio Casadio.
Indipendente da una lettura storicizzata, lontana da un incipriato costume settecentesco, Roberto Valerio – regista avvezzo alla rilettura dei classici – trasferisce a un presente, fortemente caricaturale, la vicenda degli amanti Eugenia e Fulgenzio. Il linguaggio è antico, ma i modi e il comportamento assolutamente contemporanei.
La storia prende vita nella dimora di Fabrizio, borghese impoverito e zio della ragazza, tra boiserie e carta da parati ormai consumate dal tempo. Per smania di etichetta colleziona in casa opere d’arte di dubbio valore. Vere e proprie “patacche” e corbellerie kitsch – nella forma di animali giganti e colorati – con cui Guido Fiorato (scene e costumi) ha riempito il palcoscenico. La dimostrazione di quanto possa apparire ridicolo chi si sforza di avere più di quanto gli sia concesso avere.
Nella parte di Fabrizio un comico, stralunato, bamboccione allegro e credulone Claudio Casadio. L’attore, che funge da motore comico e da perno alla squadra di interpreti, è anche direttore artistico, insieme a Ruggero Sintoni, di Accademia Perduta/Romagna Teatri (AP/RT). In coproduzione con lo Stabile di Trieste e La Pirandelliana, l’Accademia si conferma una delle realtà produttive più feconde in Italia e in particolare nel territorio romagnolo, tra Forlì e Faenza. Fedele alla sua missione di promuovere nuovi talenti e sostenere la cultura teatrale tra i giovani, offre lo stesso entusiasmo anche in questa produzione.
Le parti della commedia sono affidate infatti a un numero di attori protagonisti di altri spettacoli su cui, con instancabile cura, AP/RT continua a investire. Professionalità e famiglia sono i segni particolari segnalati sulla loro carta d’identità artistica. Valentina Carli e Leone Tarchiani sono gli innamorati del titolo. Mentre la prima arricchisce il suo personaggio, notoriamente geloso e puntiglioso, di tratti adolescenziali che ne caratterizzano ancora di più la modernità, il secondo accende il suo di focosa passione e incontenibile irascibilità.
Flamminia, la sorella vedova di Eugenia a cui è affidata la soluzione del dramma, è Loredana Giordano. Per stile legata più a una recitazione tradizionale rispetto alla Carli, con cui condivide maggiormente la scena. Ma perfettamente integrata in una lettura registica che sa tener conto delle sottili variazioni interpretative e di formazione dei vari attori, lasciati liberi nell’espressione.
Il cast è completato da Lorenzo Carpinelli (nel ruolo del conte Roberto d’Otricoli), Alberto Gandolfo (che interpreta sia Ridolfo che Clorinda), Maria Lauria e Damiano Spitaleri, i divertenti servitori Lisetta e Tognino. La complicità sulla scena tra questi ultimi aggiunge un ulteriore punto di luminosa comicità alla narrazione vivace dello spettacolo.
Gli innamorati, partito in tournée lo scorso settembre dal Teatro Romano di Verona, è in scena al Quirino fino a domani. Sarà prossimamente ancora a Ferrara, L’Aquila e, in Sicilia, nei teatri delle città di Giarre, Catania e Messina.
data di pubblicazione.28/02/2026
Il nostro voto: 
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