da Nadia Alese | Giu 9, 2026
Ne Il Prigioniero, Alejandro Amenabar si confronta con il personaggio di Miguel de Cervantes, figura centrale della cultura occidentale, scegliendo però una strada meno convenzionale rispetto al classico biopic, e concentrandosi sui cinque anni trascorsi dallo scrittore in prigionia ad Algeri, dopo la cattura da parte dei corsari ottomani nel 1575. Da questo episodio storico, Amenabar ricava un racconto che parla di libertà, identità e potere della cultura, immaginando come l’esperienza della prigionia possa avere contribuito a formare l’autore che in seguito avrebbe scritto il Don Chisciotte.
L’aspetto più interessante è che Cervantes non viene presentato solo come un uomo che cerca di fuggire, ma come qualcuno che resiste grazie alla forza dell’immaginazione. Le storie diventano un rifugio, una consolazione, un mezzo per mantenere viva la speranza tra i prigionieri. Come in una pagina de Le Mille e una Notte, Miguel allontana la morte e conquista tempo con i suoi racconti al Signore di Algeri.
Julio Pena sostiene gran parte del racconto con un’interpretazione intensa e misurata. Il suo Cervantes è un giovane uomo vulnerabile ma determinato, che cresce attraverso le relazioni con gli altri prigionieri ed i carcerieri. Accanto a lui Alessandro Borghi offre l’ennesima prova di grande presenza scenica nei panni di Hasan, un personaggio sfaccettato che dà profondità al confronto tra mondi e culture differenti. Il rapporto tra i due è uno dei principali motori drammatici della vicenda.
Dal punto di vista visivo, il regista ci restituisce un’Algeri fedele alla storia ma suggestiva, sospesa tra brutalità e fascinazione, crocevia di lingue, religioni e tradizioni diverse. La fotografia valorizza sia la concretezza degli ambienti quanto le aperture verso la dimensione immaginaria, al pari della regia, in equilibrio perfetto tra spettacolo ed introspezione.
L’ambizione culturale del progetto, che mette al centro il potere universale della narrazione, capace di preservare la dignità umana quando ogni altra forma di libertà è stata negata, rende il film molto originale e potente, anche se su alcuni temi, compreso l’amore omosessuale, rimane prudente, preferendo l’eleganza della messinscena alla piena forza emotiva del racconto.
data di pubblicazione:09/06/2026
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da Antonio Jacolina | Giu 4, 2026
A Roma apre un nuovo cinema! Un evento da festeggiare assolutamente!
Negli ultimi quindici anni Roma ha perso oltre il 70% dei suoi cinema. Nel 2010 erano ancora attive 147 sale. Nel 2025 (dati Cinetel) ne erano sopravvissute solo 44! Molto peggio di quanto avvenuto nel resto del nostro Paese che nello stesso arco di tempo è passato da complessivi 2713 cinema in attività a soli 1099 con una perdita di quasi il 60%. Una escalation negativa impressionante con gravi risvolti industriali, sociali e culturali soprattutto se ci si confronta con altri paesi europei.
Un evento quindi da celebrare doppiamente perché il nuovo cinema è in pieno centro storico (via dei Santi Apostoli) e perché è, in effetti, la rinascita di una sala storica. Il vecchio cinema Odescalchi poi dal 1961 Majestic. Erede del “Teatrino Odescalchi” realizzato nel 1914 nelle scuderie del palazzo dei principi Odescalchi fu ristrutturato come cinema nel 1932. Più volte rimodernato era una delle sale più eleganti, attrezzate e frequentate grazie anche all’ottima programmazione. La crisi del settore non risparmiò nessuno e fu costretto a chiudere alla fine degli anni ’80. Un caro estinto che è sopravvissuto senza troppo snaturarsi ai successivi diversi utilizzi e che oggi riesce a tornare a nuova vita. Uno spazio storico restituito ai romani.
La rinata struttura si chiamerà FCE (First Class Entertainment) MAJESTIC e coglie, come già segnalavamo nel 2024 Cinema di Parigi: Pathé Palace il nuovo cinema di Renzo Piano, quello che è ormai il nuovo trend di successo europeo nel settore. L’apertura di Sale Boutique, sale di lusso dotate di ogni comfort e supporto tecnologico ove valga la pena andare per godersi in pieno la Magia del Cinema in una total immersion audiovisuale e riviverne il mix di emozioni, piaceri e passioni. Luoghi eleganti, attrattivi, selettivi e tecnologicamente all’avanguardia ideali per i cinefili esigenti e per gli amanti dello spettacolo tout court.
L’FCE MAJESTIC è dunque un cinema dal volto nuovo all’insegna dell’eleganza e della tecnologia. Un ambiente in un contesto piacevole ove si potrà sostare fra divanetti accoglienti, per un drink, attendere l’inizio delle proiezioni o fermarsi dopo lo spettacolo. Uno spazio che accoglie ed accompagna lo spettatore prima, durante e dopo il film. Due sale da 42 e 33 posti con grandi schermi da 18 metri, proiettori 4K Laser e sistema audio Dolby Atmos. Molto più di un nuovo cinema, quasi un Club esclusivo aperto dalle 12 alle 24. Un centro polivalente anche per incontri, dibattiti ed eventi. Inoltre, novità assoluta in Italia, oltre alla normale programmazione lo spettatore potrà anche scegliere on demand dei film da farsi proiettare in sala. Il biglietto costerà 25 Euro ma comprende oltre alla proiezione anche un drink ed uno snack.
Una modalità di fruizione dell’andare al cinema del tutto nuova e rivoluzionaria. Un salotto da condividere fra appassionati. La poltrona di casa, la tv o gli altri device non potranno certo reggere il confronto con una proposta articolata ed attraente di questo livello. Così si riporta la gente al cinema!
data di pubblicazione:04/06/2026
da Nadia Alese | Mag 27, 2026
Backrooms nasce da uno dei fenomeni più strani dell’horror online contemporaneo, un labirinto infinito di stanze giallastre illuminate al neon, nato come creepypasta su internet e poi trasformato da Kane Parsons in una serie virale su youTube. Il passaggio al lungometraggio, prodotto da A24, era un’operazione rischiosa, perché significava espandere un’idea fondata soprattutto su un’atmosfera perturbante in un racconto di quasi due ore.
Il risultato conferma Parsons come dotato di un immaginario visivo fuori dal comune. A soli vent’anni il regista costruisce un horror che rifiuta molti meccanismi classici del genere contemporaneo per lavorare invece sulla disorientante sensazione dello spazio. Le “backrooms” qui diventano un luogo mentale oltre che fisico, tra corridoi deserti, uffici abbandonati, magazzini senza uscita, stanze identiche che sembrano divorare il tempo e la memoria. Un non luogo fra Tarkovskij e certi videogiochi psicologici di ultima generazione.
Il film segue Clark, proprietario di un negozio di arredamento, interpretato da Chiwetel Ejofor, che scopre nel seminterrato una porta capace di condurre ad un universo labirintico e impossibile. Accanto a lui c’è Mary, la terapeuta, interpretata da Renate Reinsve, presenza fondamentale per dare al racconto una dimensione psicologica più esplicita. L’inquietudine è costante pur senza ricorrere all’effetto shock immediato. È un horror capace di trasformare il concetto di intrappolamento in qualcosa di profondamente emotivo oltre che fisico.
La fotografia di Jeremy Cox e la scenografia di Danny Vermette costruiscono ambienti artificiali ed opprimenti che sembrano vivere di una luce malata e irreale. Il fatto che non si tratti di ambienti digitali, ma di set enormi costruiti realmente, contribuisce a dare peso e concretezza all’incubo visivo del film.
Un limite della pellicola è forse, però, la ripetitività narrativa e una sceneggiatura che confonde a tratti il mistero con la mancanza di sviluppo.
In definitiva Backrooms più che un horror nel senso tradizionale è un’esperienza di immersione nell’ansia contemporanea, nella paura degli spazi impersonali, della ripetizione, della perdita di orientamento e di identità, che lascia lo spettatore davanti ad una serie di quesiti che rimarranno ben oltre la visione. Ma forse è proprio questa natura incompleta e quasi aliena il fascino principale di un’opera, che cerca di trasformare un mito nato su internet in un nuovo linguaggio cinematografico dell’inquietudine.
data di pubblicazione:27/05/2026
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da Nadia Alese | Mag 26, 2026
Con Zerocalcare il rischio è sempre quello di ritrovarsi davanti all’ennesima variazione del suo universo narrativo, fatto di ansie quotidiane, Rebibbia, gli amici storici, i monologhi a mitraglia, l’Armadillo come coscienza parlante. Eppure, Due Spicci, in onda su Netflix dal 27 maggio, appare subito come qualcosa di diverso. Non perché rinneghi il linguaggio che ha reso riconoscibile l’autore romano, ma perché lo porta in una zona più stanca, più amara, più adulta, dove l’ironia continua ad esistere, ma smette di essere un rifugio sufficiente.
Gli otto episodi della nuova serie rimettono al centro Zero, Cinghiale, Sara, Secco e naturalmente l’Armadillo doppiato ancora da Valerio Mastandrea, ma il tono è più crepuscolare rispetto alle due serie precedenti. Stavolta il motore della storia è la gestione di un piccolo locale aperto da Zero e Cinghiale, un progetto che diventa rapidamente il simbolo di una generazione arrivata ad un’età in cui non basta più tirare avanti o sopravvivere emotivamente, perché è arrivato il momento in cui bisogna capire cosa sia rimasto dei sogni iniziali e soprattutto cosa fare quando la via non assomiglia a quella immaginata.
Due Spicci è certamente il lavoro più maturo, disilluso ed ambizioso di Zerocalare. Non tanto perché cambi il suo stile di scrittura, quanto piuttosto perché cambia il punto d’osservazione. I personaggi non sono più soltanto intrappolati nell’ansia o nell’immobilismo sentimentale tipico dei trentenni raccontati nelle opere precedenti, qui si confrontano con il fallimento, con le responsabilità economiche, con la paura di non essere diventati ciò che pensavano. La metafora del “navigatore che ricalcola il percorso”, citata dallo stesso autore al Salone del Libro di Torino, diventa infatti il cuore della serie, basata sull’accettare che la strada prevista si sia interrotta e che non esista per forza un vero lieto fine rassicurante.
Zerocalcare continua ad usare il flusso verbale, le digressioni assurde, i riferimenti pop e musicali, e ovviamente le sue battute geniali che strappano la risata di cuore in quel totale sentimento di immedesimazione, che è la base, da sempre, del suo successo. Allo stesso tempo, però, il racconto è a tratti doloroso, ed è proprio in questa perdita di consolazione che la serie sembra trovare la sua forza migliore.
Anche sul piano registico la serie è più complessa, l’animazione, dietro quell’apparente semplicità scarabocchiata, mostra con evidenza un lavoro collettivo. Non a caso Zerocalcare stesso ha definito Due Spicci come “la fine della trilogia”, quasi una resa dei conti personale con il percorso iniziato nel 2021.
data di pubblicazione: 26/05/2026
da Antonio Jacolina | Mag 24, 2026
La Grande Buffe est terminée! Ben 125 pellicole (scelte fra le 2541 proposte da 141 paesi) sono state presentate, proiettate e riproiettate nel complesso di questo 79° Festival e delle sue tante sezioni. Collaterali sì ma tutte altrettanto prestigiose per l’attrattività futura dei film.
Due settimane di gioiosa, eterogenea ed isterica follia collettiva che ha messo in passerella tutta Cannes. Star internazionali, red carpet, starlette, chi fotografa, chi cerca di essere fotografato e con loro e fra di loro chi vive nella città, i cinefili, i ben 40.000 accreditati stampa e quelli che lavorano perché l’imponente organizzazione funzioni. Tutti lungo la Croisette, une grande Kermesse, in cui spettacolo e quotidianità si fondono e si imitano. Il grande circo chiude! Una macchina industriale perfetta che funziona e continua proficuamente a unire Arte e Mercato. Un evento culturale ed industriale in cui, in parallelo al glamour della montée des marches, delle première e delle varie mise, batte concretamente un po’ in disparte e meno appariscente il vero polmone pulsante di tutto l’Universo Cinematografico: Il Marché du Film. Il grande Mercato Internazionale. Qui girano i soldi veri e si tirano le fila del gioco. Si vendono, si comprano, si distribuiscono i film, si finanziano e si producono quelli da fare e si decide dove, quando e come farli poi viaggiare nel mondo. Ecco perché Cannes resta ancora insuperabilmente il Festival più ambito e prestigioso della Settima Arte a livello mondiale.
Come anticipato in sede di presentazione, quest’anno la manifestazione è stata fortemente segnata dall’assenza del Cinema Statunitense. Hollywood ha snobbato Cannes in parte per una serie di avvenimenti che hanno ritardato alcuni progetti, in parte per un cambio di strategie commerciali delle Major che sembrano puntare più sui Blockbuster d’Autore da lanciare subito in sala evitando gli esiti incerti o le critiche dei Festival. L’assenza americana, fatti salvi i due “piccoli” film indipendenti di Ira Sachs e James Gray, ha però consentito di mettere in maggior evidenza altre cinematografie e meglio apprezzare, scoprire o lanciare a livello internazionale autori emergenti o nuovi talenti di altri paesi. Il livello di questo 79° Festival non è stato entusiasmante ma in ogni caso più che buono. Non sono emersi quei film che mandano in contemporaneo visibilio Critica e Pubblico, fanno gridare a furor di popolo al Capolavoro o animano un dibattito fra opposte fazioni. Un livello medio alto che ha reso più difficile che mai intuire in che senso potrà votare la Giuria. Mai come quest’anno non si fanno pronostici e regna l’incertezza. Critica e Pubblico convengono solo su una ampia rosa di papabili al Palmarès. Ma le Giurie sono imprevedibili! I pronostici sono sempre scritti sull’acqua…
E del tutto imprevedibile è stato il verdetto della composita Giuria presieduta dal regista di No Other Choice il sudcoreano Park Chan-wook. Evidente segno di discordanze di valutazioni, risolte con una serie di decisioni discutibili e tanti, troppi ex aequo riduttivi e non sempre corretti. Decisioni che hanno mostrato una particolare sensibilità a valori e temi politico-sociali di accettazione e solidarietà. Motivazioni giuste ma scelte che però si lasciano dietro una scia di insoddisfazioni, polemiche e parecchi delusi.
La Palma d’Oro è quindi andata a Fjord del regista rumeno Cristian Mungiu già premiato nel 2007 con il suo film d’esordio e che entra così nel ristrettissimo gruppo di registi che hanno vinto due volte a Cannes. Un film di discreta forza espressiva sullo scontro di culture fra una coppia di immigrati fortemente religiosi ed i loro 5 figli che affrontano le difficoltà di accettazione ed inclusione nella apparentemente aperta, tollerante, empatica e laica società norvegese.
Il resto del Palmarès è:
Grand Prix della Giuria a: Minotaur (che avrebbe invece ben meritato la Palma d’oro) del regista russo in esilio Andrey Zvyagintsev. Riprendendo l’essenziale di un film di Chabrol del 1969 (La femme infidèle) rappresenta attraverso la storia di una coppia in crisi e la forma di un Thriller la realtà attuale della Russia di Putin. Una società corrotta, priva di regole, piena di contraddizioni ed abusi di potere a tutti i livelli che genera mostri cui tutto viene sacrificato a danno dei più deboli;
Premio Migliore Regia: ex aequo al polacco Pawel Pawlikowski per l’apprezzatissimo Fatherland e ai due spagnoli Javier Calvo e Javier Ambrossi per La bola negra. Il primo avrebbe a giudizio unanime meritato molto, molto di più. Un film formalmente ineccepibile ispirato ad un evento reale. Il ritorno in patria dall’esilio di Thomas Mann nel 1945 in una Germania distrutta, spunto per una riflessione lucida e coinvolgente sull’identità europea e sulle responsabilità morali degli intellettuali. Il secondo centrato sulle vicende di tre omosessuali nella Spagna franchista e in quella attuale fra repressione, desiderio e memoria;
Premio Migliore Attrice: ex aequo alla francese Virginie Efira ed alla giapponese Tao Okamoto bravissime nel loro duetto costante nel vibrante e struggente Soudain di Ryusuke Hamaguchi. Altro film molto apprezzato che avrebbe senza dubbio meritato direttamente come film un premio maggiore;
Premio Migliore Attore: ex aequo agli sconosciuti Emmanuel Macchia e Valentin Campagne coprotagonisti di Coward un film su due soldati fra loro innamorati nel mezzo della prima guerra mondiale in Belgio;
Premio Migliore Sceneggiatura a: Notre Salut del giovane francese Emanuel Marre. Un delicato affresco della banalità delle scelte ipocrite ed opportunistiche nella Francia collaborazionista e nel Governo di Vichy.
Premio della Giuria: inspiegabilmente a The dreamed adventure della tedesca Valeska Grisebach sulle vicende di una archeologa bulgara in una sperduta cittadina ai confini fra Bulgaria e Turchia fra malavita locale e storie postcomuniste in terre sperdute e di frontiera;
Palme d’oro alla Carriera a: Barbra Streisand ed a Peter Jackson il regista della saga de Il Signore degli Anelli e poi, a generale sorpresa anche a John Travolta.
Fra i non premiati, ma degni di attenzione, segnaliamo:
El ser querido di Sorogoyen con un bravissimo Javier Bardem; Moulin di Làszlò Nemes; Histoires parallèles di Asghar Farhadi; L’inconnue di Arthur Harari ed infine e soprattutto per chi lo ama ed adora Amarga Navidad di Almodovar.
E il Cinema Italiano? Purtroppo siamo rimasti a guardare forse per nostre incapacità relazionali o per i limiti dei nostri prodotti. Girano però insistenti tante vocine che anticipano che il prossimo anno alcuni nostri autori molto apprezzati in Francia saranno “selezionati” con anche buone chance di premi… Speriamo!
Ancora una volta una grande abbuffata di film, forse troppi. Ma Cannes si conferma uno spazio internazionale culturale e simbolico in cui il Cinema coglie l’aria dei tempi e si apre al dialogo con le nuove cinematografie. Al di là dei casi individuali, la presenza di diversi prodotti di qualità, le conferme di autori già conosciuti e l’emergere di nuovi talenti e nuove cinematografie confermano che il Cinema è ancora vitale… Vive le Cinéma!
data di pubblicazione:24/05/2026
da Daniela Palumbo | Mag 24, 2026
musiche di Giulio Barocchieri
(Teatro Biondo – Palermo, 21/24 maggio 2026)
Breve viaggio nella “costellazione del lutto”, in cui le stelle dei “morti ammazzati” continuano ad abbagliare come dopo lo scoppio di una mina.
La scena si apre su uno sfondo di muri grezzi dove rimbalza l’eco di una “abbanniata”, il grido modulato degli ambulanti al mercato. Che invita a “uscire fuori”, ad aprire le finestre, a scendere per strada. Facendo da preludio al lungo monologo, invitando all’ascolto e alla partecipazione.
I toni non sono tragici: Davide racconta con ritmo per lo più disinvolto, talora biascicando le sillabe e senza scandire le parole. Lo è la materia. Una materia dura come pietra che diventa, nel corso della rappresentazione, duttile come pasta da modellare nelle mani di un bambino. Ed è proprio partendo dallo sguardo di un bambino di otto anni – lui stesso, “Davidù”- che prende avvio questo racconto. Così, la scuola, il compagno di banco, mamma, papà, l’appartamento al terzo piano, l’album con le figurine vinte al gioco sono mostrati come frammenti di vita reale. Una “normalità” costellata di eventi drammatici, di esplosioni dietro l’angolo, schegge di crudeltà improvvisa. E di “ammazzatine”. Incrociate così, per caso, lungo la via del ritorno verso casa, come incappando in una buca nell’asfalto. O in una pozza d’acqua, che è di sangue, piuttosto.
Fatto concreto e drammatico, l’ammazzatina qui si colloca tra il mito della Storia di Sicilia (“Abbiamo studiato i Fenici, popolo micidiale!”) e la leggenda locale del venditore di sale “quando mi cercate non mi trovate”. Che compare lì, nel bel mezzo della sciagura – “eccolo! il mio eroe!” – a dare prova del paradosso tutto siciliano. E quando le immagini fatte rivivere su questo palco finiscono per riesumare fantasmi troppo angosciosi, le parole si accompagnano con gesti espliciti, vistosi e ripetuti. Così avviene nel ricordo del piccolo Giuseppe Di Matteo, vittima di quella mafia che non guarda in faccia “né fimmini né picciriddi”. Le mani dell’attore mimano la discesa nei tanti sotterranei, e le successive risalite. E poi l’atto di stringere il cappio intorno al collo, e di tirare la corda, il gesto di rimestare, come si fa con lo spezzatino dentro una quarara.
Il ricordo degli attentati del ‘92 ai giudici Falcone e Borsellino segue lo stesso schema di rievocazione e di “racconto”, nell’alternarsi di realtà e straniamento. Il quotidiano più banale, in tempi brevissimi e imprevedibili, è contaminato dall’intervento straordinario del Male. La “presenza massiccia” del suono, da un lato (il boato, le bombe), così come l’assenza di suono, dall’altro (il mutismo conseguente al trauma), sono entrambe portatrici di significato. In grado di coinvolgere la platea, a livello sensoriale ed emotivo, innanzitutto.
Platea che viene trascinata quasi a forza tra le vie ed i vicoli di Palermo. Una Palermo ricoperta dalle macerie dell’ultima guerra, per volere della mafia. Sovrastata dalle cisterne per l’acqua da “razionare” nelle case, per volere della mafia. E per volere della mafia tenuta ‘o scuru, senza illuminazione pubblica, nera come il fondo di un pozzo. Da cui si levano, tuttavia, voci e schiamazzi, “vuccirie”, lampi nel buio del silenzio. Vuccirie che bisogna cambiare in parole, frasi autentiche, materia grezza da affilare come vere armi. Perché non c’è altra via, ed è solo questa: “Bisogna nominare le cose”.
data di pubblicazione:24/05/2026
Il nostro voto: 
da Rossano Giuppa | Mag 21, 2026
Accolto dagli applausi e dal calore del pubblico della Croisette, Amarga Navidad segna il ritorno di Pedro Almodóvar al Festival di Cannes, nelle sale italiane a partire dal 21 maggio. Il film racconta lo stretto legame tra realtà e finzione, tra ispirazione e vita, e apre una riflessione sui limiti dell’autofinzione.
Due storie che si muovono su binari paralleli. La prima ha per protagonista Elsa, una regista di spot pubblicitari, nel 2004, durante il lungo ponte festivo prenatalizio. Soffre di emicranie devastanti accompagnate da crisi di panico. Il suo compagno, Bonifacio, vigile del fuoco e spogliarellista part time, la accudisce con amore. Elsa prova a sostenere una sua amica e collaboratrice più volte abbandonata ed umiliata da suo marito che non riesce a lasciare, mentre compare Natalia, una giovane madre che non riesce ad elaborare il lutto del figlio morto.
La seconda storia si svolge nel 2026 ed è incentrata su Raúl, uno sceneggiatore e regista alle prese con una lunga crisi creativa e che prova a scrivere un copione. Gli sono accanto il suo compagno, in una relazione dominata dal silenzio e Monica, la sua assistente, indispensabile ma ermetica. Solo in via successiva si intuisce che la bozza di sceneggiatura che Raúl sta scrivendo è la storia di Elsa, del suo compagno e delle sue amiche, con evidenti richiami alla sua stessa vita ed a quella di Monica. Mescolata alla finzione, Elsa diventa in qualche modo l’alter ego di Raúl, che ricorre all’autofinzione come soluzione al momento di aridità creativa. Raúl è un regista di successo ma che per tutta la sua vita è stato fagocitato dal fare cinema. E, alla fine, dovrà fare i conti con l’accusa di essersi appropriato della vita degli altri.
Amarga Navidad è una riflessione sull’atto creativo e sul suo rapporto con la realtà e con la vita. Esistono dei limiti per la scrittura creativa, che a volte la si trova solo impregnandosi di tutto ciò che lo circonda, compreso il dolore degli altri?
Il regista spagnolo mette in scena un sofisticato gioco di specchi. Le storie si intersecano, si sovrappongono e si contraddicono. Come tutte le incertezze di un processo creativo. Ne viene fuori un’opera affascinante, drammatica e di difficile definizione fino all’ultimo fotogramma, in quanto alterna sequenze concluse a frammenti in divenire.
Straordinaria la fotografia, elegante e pittorica, intensa la colonna sonora nelle composizioni di Alberto Iglesias, melodrammatica quando ritrova Amaia Romero, Grace Jones e Amanda Lear, rigorosi e perfetti tutti gli attori.
Raul, il protagonista è abulico, ha perso il fuoco sacro della scrittura e si appropria delle vite degli altri ed proprio la sua assistente Monica con una devastante discussione ad aprirgli un’altra prospettiva di scrittura. Elsa e Natalia, nella bella villa di Lanzarote che guardano direttamente in macchina, continueranno ad essere nella storia o svaniranno nella sua nuova finzione?
data di pubblicazione:21/05/2026
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da Giovanni M. Ripoli | Mag 21, 2026
Lo studio Ginei, per commemorare il suo 70° anniversario, chiede al giornalista Gen’ya Tachibana di predisporre un documentario centrato sull’intervista alla famosa attrice Chiyoko Fujiwara, da anni ritiratasi dalle scene.
Se non fosse una apprezzabile pellicola di animazione, Millennium Actress potrebbe essere tranquillamente paragonato a un melodramma classico di Douglas Sirk per l’intreccio di storia e sentimenti.
Satoshi Kon, regista giapponese, prematuramente scomparso nel 2001, firma quello che è considerato il suo capolavoro. Iconico alla pari del grande Hayao Miyazaki, dopo Perfect Blue (1997) e prima di Tokyo Godfathers (2003), Kon è considerato uno dei migliori registi di animazione di sempre. Nel suo film riproposto come evento speciale (a Roma presso un affollatissimo cinema Troisi) la trama spazia con disinvoltura fra presente e passato, fra dramma esistenziale, storia del Giappone e fantascienza, in una spettacolare e intrigante successione di eventi e immagini. Mai programmato nei cinema, prima d’ora, Il film esce meritoriamente sui nostri schermi in versione restaurata. Si diceva della storia particolarmente complessa con il prologo di un’astronave con a bordo una donna che parte da una base lunare, l’insorgere di un terribile terremoto e la scoperta che si tratta solo di un film che sta guardando il giornalista prima della terribile scossa. La storia come suole dirsi a’rebours è comunque incentrata sull’intervista e i ricordi della famosa attrice che nel passato era stata la protagonista dei film degli studios Ginei caduti successivamente in disgrazia. Il racconto, per immagini sempre suggestive, alterna senza necessaria continuità, vita privata e aneddoti, realtà e finzione, nella confusione generata nella protagonista Chiyoko, tra i film che ha girato e la vita che ha vissuto. Si narra l’incontro con un misterioso giovane ferito e in fuga che le consegna una chiave segreta, la guerra in Cina, la continua ricerca del giovane e tante altre sotto storie. Alla fine di uno spettacolo affascinante e onirico, la certezza è di aver assistito a un action drama che è soprattutto un viaggio inebriante sul potere dell’amore e del cinema, ricco di meta messaggi che contribuiscono a una narrazione che fondendo memorie, realtà e finzioni attraversa vicende umane e la storia stessa del Giappone presente e passato. Alle proiezioni ampia presenza di un entusiasta pubblico giovane.
data di pubblicazione:21/05/2026
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da Nadia Alese | Mag 20, 2026
C’è qualcosa di profondamente coerente nel fatto che un documentario dedicato ad Aldair scelga il tono del pudore invece di quello della celebrazione enfatica. Aldair Nascimientos dos Santos, per il popolo romanista semplicemente “Pluto”, è stato infatti uno dei più grandi difensori passati per la serie A, ma il film di Simone Godano non prova mai a trasformarlo in un monumento. Aldair. Cuore giallorosso preferisce inseguire il mistero umano di un campione amatissimo ma schivo, coerentemente col fatto che è rimasto, per tutta la sua carriera, sempre un passo indietro rispetto alla retorica del divismo calcistico.
La struttura del documentario parte da un momento reale e molto concreto, ossia la celebrazione dei sessant’anni di Aldair allo Stadio Olimpico, prima del match Roma Napoli del 30 novembre 2025. Da lì prende avvio il viaggio dello scrittore Sandro Bonvissuto, tifoso romanista e presenza centrale del racconto, che attraversa Italia e Brasile nel tentativo di capire chi sia davvero l’uomo dietro il mito sportivo. È una scelta narrativa intelligente perché evita il montaggio classico di molti documentari calcistici contemporanei. Qui il calcio resta fondamentale, ma diventa soprattutto una porta d’ingresso verso un discorso più ampio sull’identità, l’appartenenza e sulla memoria emotiva di una città.
Godano, che viene dal cinema di finzione, porta un’attenzione insolita, nel documentario, alle pause, agli sguardi, ai silenzi. Non è un caso che una delle definizioni più riuscite del film arrivi proprio dal regista, quando descrive Aldair come “il silenzio del fiume di una foresta brasiliana”. Il documentario sembra costruito proprio attorno a questa intuizione, quella di raccontare un uomo che non ha mai avuto bisogno di occupare il centro della scena per diventare leggenda.
Le testimonianze disseminate lungo tutto il film, da Totti a Cafu, da Fabio Capello a Carlo Verdone, non servono tanto a certificare la grandezza tecnica del difensore brasiliano, già evidente dai materiali d’archivio, quanto a delineare un’etica personale. Quello che emerge è il ritratto di un atleta elegante anche fuori dal campo, rispettato dagli avversari, amato dai tifosi, incapace di trasformare il carisma in esibizione.
Il documentario funziona soprattutto quando diventa un film sulla nostalgia, quando racconta il modo in cui certi giocatori finiscono per incarnare un’idea di lealtà che il calcio contemporaneo sembra avere quasi dimenticato. Ed è proprio questa delicatezza a renderlo qualcosa di più di un semplice omaggio celebrativo.
data di pubblicazione:20/05/2026
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da Paolo Talone | Mag 15, 2026
regia di Fabio Condemi, con Sandro Lombardi
(Teatro Vascello – Roma, 13/17 maggio 2026)
Fabrizio Sinisi e Fabio Condemi propongono un ritratto originale di Giacomo Casanova, lontano dalla figura del libertino che tutti ricordano. È invece il testimone di un secolo di cambiamenti e rivoluzioni, immerso in un sogno tra recupero della memoria e meditazioni sul tempo. Arriva al Teatro Vascello di Roma, dopo un anno dal debutto, Casanova, lo spettacolo prodotto da LAC – Lugano Arte e Cultura, con protagonista uno straordinario Sandro Lombardi.
Non è l’avventuriero veneziano il ritratto che salta fuori dalla rilettura di Sinisi e Condemi delle memorie casanoviane. Opera imponente – conta dodici volumi la prima edizione francese di Brockhaus; sette in quelle più moderne – il cui frontespizio, protagonista, giganteggia sulla scena. Una pagina enorme in cui è impresso solo il titolo del lavoro di una vita: Mémoires de G. Casanova écrits par lui-même. Tutto il resto del foglio è bianco, in attesa di essere scritto. Magari riportando il contenuto della sua corrispondenza amorosa, gelosamente conservata ed esposta nella bacheca sul fondale, accanto a una maestosa libreria.
Casanova è ormai anziano e intrappolato tra i boschi innevati della Boemia, bibliotecario nel castello di Dux di proprietà del Conte di Waldstein. Un luogo scomodo e infernale, dove si trova contorniato da uomini di cui non capisce la lingua e di cui non condivide i costumi; infastidito dall’imbarbarimento in cui è precipitato il presente.
Vuole portare a termine la sua opera, ma la memoria si sfalda e l’ombra dell’oblio inghiotte i ricordi. Così viene a visitarlo un medico esperto di mesmerismo e, attraverso una sessione di ipnosi che dura lo spazio di una notte, il teatro della sua mente, prima vuoto, si ripopola ora di personaggi e fantasmi del passato.
L’inconscio, il luogo dei desideri più profondi, si anima riportando alla luce immagini reali eppure fortemente simboliche. Ritorna la Marchesa D’Urfé, amica e sorella nelle arti oscure e nell’alchimia, simbolo di immortalità e lotta al tempo che passa. Riappare Henriette, la donna amata e poi abbandonata, la sola capace di fermare il tempo nell’attimo della felicità del desiderio giovanile. Si riaffaccia alla mente l’amore per la conoscenza e la filosofia, praticata fin da bambino.
Dunque, la scena non evoca tanto un’epoca quanto una condizione mentale. Condemi e Sinisi estrapolano dallo studio del testo ciò che è funzionale al racconto e alla definizione del punto di vista del protagonista. Come in un quadro metafisico, allora, Fabio Cherstich accosta nella scenografia oggetti e persone senza un’apparente connessione o motivo. Ma proprio questa vicinanza – a volte forse un po’ caotica e affollata – crea quell’ambientazione atemporale calzante con il testo onirico di Sinisi. Il passato convive con la modernità e con la continua trasformazione che questa porta con sé. In questo spazio di libera creazione trovano espressione anche le musiche di Andrea Gianessi, le luci di Giulia Pastore e i bellissimi costumi settecenteschi di Gianluca Sbicca.
E Casanova, a cui le immagini appartengono perché da lui medesimo partorite, si incastona in questo quadro come simbolo di bellezza. Elegante, pacato e misurato, ha conosciuto il mondo e ha imparato a dominare la passione. Ha saputo osservare il dato sensibile e da questo ne ha tratto insegnamento. Non a caso cita Orazio, maestro dell’equilibrio e della saggezza pratica. Sono queste caratteristiche del personaggio che assumono vividezza, sostanza e credibilità sul corpo dell’attore Sandro Lombardi. Ottima la prova degli attori di comprovata bravura che lo affiancano: Marco Cavalcoli e Betti Pedrazzi. E anche dei più giovani Simona De Leo e Alberto Marcello.
Casanova non è solo una riflessione sul tempo, ma una profonda meditazione sulla qualità del suo scorrere, nella speranza di trarne insegnamento per una buona vita.
data di pubblicazione:15/05/2026
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