da Antonio Iraci | Feb 25, 2026
Nel 1831, all’età di 21 anni, Frédéric Chopin lascia la famiglia a Varsavia e si trasferisce definitivamente a Parigi. Ormai pianista e compositore di indiscusso successo, gode il favore di tutta l’aristocrazia francese e persino della corte reale. Le sue sonate per pianoforte, che caratterizzano per eccellenza lo stile romantico, definiscono la sua musica come unica nel suo genere. Tormentato da una grave forma di tubercolosi, riuscì comunque a vivere una vita di divertimenti legandosi poi, per molti anni, con la scrittrice George Sand…
Per gli amanti della musica classica e, in particolare, della musica del grande Chopin questo film risulterà a dir poco sorprendente. Originale è infatti la maniera con la quale il regista e sceneggiatore polacco Kwieciński racconta degli ultimi anni di vita del suo connazionale. Il compositore, celebre per i suoi notturni e per le mazurche dal sapore squisitamente popolare, morì giovane di tubercolosi, malattia al tempo incurabile. Ecco che il regista pone l’accento su due fattori fondamentali che accompagnano l’intera narrazione. Il rapporto costante di Chopin con la morte e quello con la musica, per lui unica ragione di vita e di gratificazione personale. Chopin sa dissimulare bene la sua pena e la musica gli dà la forza necessaria per vivere e godere dei privilegi che Parigi può offrirgli.
Il regista vuole così dimostrare come l’anima del compositore sia stata contesa dalla Morte e dalla Musica, senza che nessuna delle due abbai mai ceduto. L’interpretazione dell’attore polacco Erik Kulm è sorprendente. Si identifica perfettamente con il personaggio riuscendo ad esprimere una vena ironica ma malinconica, un carattere libertino ma anche delicato, a tratti persino femmineo. Tutti elementi che trovano perfetto riscontro nelle sue stesse composizioni. Il film, curato in ogni minimo dettaglio è quindi il ritratto autentico di un uomo ammirato dagli uomini e adorato dalle donne. Lui stesso consapevole che la cosa più importante della sua vita è la musica. Anche i più appassionati melomani impareranno molto da questo film.
Nonostante Chopin, come altri compositori, sia stato influenzato dalla musica del suo tempo, tuttavia il linguaggio compositivo adottato viene considerato come unico e insuperabile. Ecco perché Chopin, notturno a Parigi è alla fine un’sperienza coinvolgente che unisce una rigorosa ambientazione storica a un’ottima informazione musicale, accessibile a tutti. Uno Chopin inedito che mostra di sé un’eleganza e una ricercatezza estrema accompagnate da una spregiudicata voglia di vivere in ogni possibile istante. Una riflessione profonda sul senso della vita stessa quando si intreccia con la presenza costante della morte. Un rimbalzare continuo tra musica e mondanità sullo sfondo di una Parigi in piena rivoluzione e trasformazione sociale.
data di pubblicazione.25/02/2026
Scopri con un click il nostro voto: 
da Daniela Palumbo | Feb 25, 2026
(Teatro Biondo – Palermo, 24 febbraio/1marzo 2026)
Adattamento del dramma shakespeariano ad opera del regista argentino con Graziano Piazza nei panni del protagonista, Prospero, e Guia Jelo, nel ruolo di Ariel. Nuova coproduzione del Teatro stabile di Catania, Marche Teatro, Tieffe Teatro, Teatro Piemonte Europa.
Prospero, ex Duca di Milano è vittima di un complotto ad opera del proprio fratello Antonio – “sua stessa carne e suo stesso sangue” ma il cui nome, solo a pronunciarlo, gli “infetta le labbra”. Questi gli ha usurpato il titolo costringendolo a fuggire con la figlia Miranda ancora bambina, su una barca, in mare aperto. L’isola, luogo d’approdo e di esilio insieme, diventa nuovo dominio e nuova “fonte” di potere – e talora di arbitrio e sopruso – attraverso la magia. Microcosmo che riproduce in miniatura, e in maniera speculare, intrighi sotto forma di macchinazioni “riparatrici” e “incantesimi provvidenziali”, l’isola stessa è teatro in sé; diventa teatro di vendetta e di perdono. E nodo cruciale di riconciliazioni. Dopo la tempesta.
Ciò che si trae da questa messa in scena può ricondursi sostanzialmente a due elementi, antagonisti e simultanei: prigionia e liberazione. Il primo rimanda a un senso di claustrazione e quasi di soffocamento ben rappresentato dal labirinto di pietra che occupa la scena tutta intera. Là dove le sagome dei nemici sfilano come sonnambuli in processione o si intorpidiscono come in preda a narcolessia. In simbiosi con una recitazione monocorde che non concede spazio – né respiro – all’enfasi attesa né all’impeto sanguigno che il dramma stesso per sua natura reclama.
Prigioniero è ugualmente – sebbene in contrasto con la sua natura eterea – lo spirito di Ariel, antico schiavo ancora soggetto ad un “padrone” che tarda ad affrancarlo, soggiogandolo ai propri scopi e voleri. Eppure il senso di libertà promana, al tempo stesso, da questo personaggio, investendo tutto quanto il suo campo espressivo. Così Ariel è libero di manifestarsi ora in veste giuliva e bizzosa ora ammaliante nelle movenze e nei suoni, evolvendo verso una sorta di trasfigurazione autenticamente patetica. “Fatto di sola aria”, ma partecipe della sofferenza altrui e mosso a sincera compassione, più umano degli umani, questo Ariel quasi burlesco, più che il Prospero ieratico, rappresenta il pathos, la tenerezza di ritrovare se’ stessi e il senso ultimo del perdono.
data di pubblicazione.25/02/2026
Il nostro voto: 
da Antonio Jacolina | Feb 23, 2026
Un film autoriale di qualità che funziona, vivo ed essenziale. Un tuffo nel cuore dei segreti e misteri del Potere Russo. Un viaggio fra storia e finzione, tra verità e falsità sull’ascesa al Potere Assoluto di uno sconosciuto: Putin! Un’immersione totale dietro le quinte dell’autoritarismo.
Assayas è un Maestro di Cinema. Un Autore eclettico ma dallo sguardo sempre acuto. Dal 1986 cambia registro ad ogni nuovo film. Dalla commedia romantica di Il Gioco delle Coppie al film di spionaggio di Wasp Network e ora al Thriller Politico con Il Mago del Cremlino.
Ispirato al best seller di Da Empoli e cosceneggiato con Emmanuel Carrère il film presentato anche a Venezia 2025 ci offre un’immagine di un momento storico, della Russia e di un uomo che arriva a personificare ogni potere in sé stesso. Un’analisi, da un’ottica insolita, della complicità del Potere con l’ambiguità. Un racconto tutto dall’interno, da parte di uno degli artefici del processo di costruzione del consenso e della manipolazione della verità. Siamo negli anni ’90, l’Unione Sovietica si sfalda nel caos. Un giovane intraprendente (Paul Dano) si fa strada, artista, produttore televisivo e infine Spin Doctor di un ex funzionario del KGB: Putin (Jude Law), il futuro Nuovo Zar.
Un mix di verità e fiction con forti riferimenti a personaggi reali. Un ritratto del cinismo e dei compromessi necessari per conquistare il vertice e restarci. La costruzione di una dittatura. Assayas non ha pregiudizi ideologici, non giudica Putin. Osserva con sguardo neutro il modo con cui il suo potere prende forma, cresce e diventa sistema e poi regime proprio con gli occhi del suo mago, di quel consigliere ombra capace di trasformare la realtà in mito.
Una narrazione tutta in flash back e con voix off. Un racconto a ritroso certo non facile a filmare ma che cattura. Un thriller politico forse un po’ convenzionale ma efficace grazie ad una sceneggiatura eccellente, a inquadrature particolari, dialoghi ben cesellati e ad una regia asciutta che riesce a dare al tutto i giusti ritmi. Un film corale che si avvale di un buon Cast. Jude Law è più vero dell’originale, affascinante e inquietante, Paul Dano altrettanto bravo regge il film dall’inizio alla fine. Stonano un po’ l’eccesso di flash back e le troppe scene di dialoghi che rasentano la verbosità. Peccati veniali, non stiamo parlando certo di un film d’azione. Semmai al film manca invece quel quid, quel soffio che lo avrebbe potuto far eccellere e che ci si poteva attendere da Assayas.
Ciò non di meno, nel complesso Il Mago del Cremlino resta pur sempre un film autoriale di qualità. Ambizioso, interessante e accattivante. Un film buono che funziona e si lascia vedere con piacere come meditazione sul Potere.
data di pubblicazione:23/02/2026
Scopri con un click il nostro voto: 
da Daniela Palumbo | Feb 22, 2026
aiuto regia Federico Punzi, testi di Beatrice Piscopo, con Raquel Romeo, Silvia Trigona, Martina Cassenti, Irene Manno, Tommaso Gioietta, Alessia Roccaforte e con musiche eseguite dal vivo da Alfonso Moscato e Fabiano Di Majo
(Teatro Don Bosco Ranchibile – Palermo, 21 febbraio 2026)
Il tema è scomodo, è duro, inospitale. Ma necessario. E quantomai attuale. Tocca corde dolenti, scorre lungo vene per metà ostruite da placche di silenzio, preme sui lividi della memoria della storia antica e recente, e del quotidiano. La rappresentazione passa in rassegna le storie brevi (troppo brevi) delle donne vittime di abusi e uccise per mano di chi non può dirsi “uomo”. Mette in scena Lei, nuda e cruda e senza pudori né riserve: la Violenza.
La mano del regista, Ugo Bentivegna, affiancato da Federico Punzi, si muove abilmente su una partitura complessa, fatta di sonorità diverse, di chiaroscuri, di movimenti – catartici o esiziali – spesso ambivalenti ma sempre riconducibili ad una stessa realtà di sopraffazione. Dirige i suoi artisti – e le interpreti, protagoniste di ieri e di oggi – in una serie di dialoghi e di monologhi “toccanti”. Questi compaiono, affiorano, ora amplificati da immagini riprodotte su grande schermo ora smorzati dall’arpeggio di una chitarra, o dal lamento di un violoncello, mentre la voce sinuosa di Raquel Romeo intona piano un canto consolatorio. Raccontano storie, anche attraverso il corpo e le sue movenze (straordinario il contributo della danzatrice e coreografa Irene Manno).
La valigia dell’attore (questo il nome della compagnia) questa sera si apre come una ferita su quanto di più sordido e disumano (il non umano, il Non Uomo) la nostra società abbia conosciuto, e ancora conosce. E tira fuori, brutalmente, i “panni sporchi” di un aberrante viaggio, su un palcoscenico che deborda fino a lambire le file della platea, interamente rapita. Questo bagaglio massiccio, pesante al punto da gravare sulle coscienze, si dilata progressivamente come una bocca spalancata, in un urlo che diventa quasi insostenibile.
Il linguaggio è volutamente aspro, per nulla edulcorato (una nota di merito a Beatrice Piscopo, autrice di testi “coraggiosi”), e non concede attenuazioni né attenuanti. Il possesso, il controllo del corpo altrui è violenza. La manipolazione che sfrutta le fragilità e il “bisogno” è violenza (“Senza il suo sguardo, io non esisto!” – dirà Agatina). La colpevolizzazione a monte (“Togli la canottiera e metti il reggiseno che ti ho comprato”) è violenza. E questa violenza viene messa in scena senza filtri, gettata lì, scaraventata contro ogni singolo spettatore. Si mostra in tutta la sua “integralità menomata” (la mano criminale schiaffeggia il vuoto apparente, la guancia colpita si rivolta indietro quasi per opera di una forza invisibile), che sia una tragica pantomima o una sorta di danza macabra. All’apparenza i corpi non si toccano, ma solo perché siano visibili con maggiore evidenza, come sotto una lente d’ingrandimento, su un ipotetico tavolo di vivisezione, gli effetti concreti della furia, spesso omicida.
Che nessuno dica “non ho visto, non sapevo” è l’auspicio e insieme l’obiettivo che sembra porsi questo progetto teatrale, dove nessun elemento è lasciato al caso: musiche e immagini, parole e luci. E persino uno struggente ed allusivo “sound of silence”.
data di pubblicazione:22/02/2026
Il nostro voto: 
da Antonio Jacolina | Feb 20, 2026
Jason Statham is back again con un nuovo Action Thriller. Missione Shelter è un film più che discreto, vigoroso e coinvolgente anche se costruito su un mare di cliché, di archetipi e di inverosimiglianze. Una realizzazione vecchia scuola che evoca estetiche, temi ed atmosfere dei film d’azione degli anni ’90. Un apprezzabile B Movie di una volta. Un film d’azione all’antica ma, nel suo genere, ben fatto.
Statham con la sua inespressività granitica è ormai al di fuori del tempo ed è infatti sempre uguale a se stesso. Pur nei limiti della sua recitazione fa però bene quel che fa, è convincente e raramente delude i suoi fan. Ha un suo indubbio carisma e si è scavato una ben definita nicchia nel lucroso mercato di questo tipo di film. È divenuto ormai un genere di sé stesso, uno Statham Movie. Film con budget ragionevole ma con redditività massimizzata. Per gli appassionati non si pone alcun problema, preferiscono infatti la familiarità delle vicende all’originalità. L’importante è che si rispettino tutti i codici dei film. L’uomo solitario e taciturno che si scopre essere stato un ex qualche cosa: truppe speciali, servizi, mercenario, killer oppure, meglio ancora, essere un mix di tutto quanto. L’uscita dall’anonimato avverrà solo per proteggere un innocente oppure per vendetta: azione, suspense, caccia all’uomo, sparatorie, scontri fisici e successo finale del giustiziere solitario. Una ricetta approvata e comprovata e sempre riproposta.
Missione Shelter va quindi visto non pensando alla veridicità della vicenda ma apprezzando solo il susseguirsi ben coreografato delle sequenze d’azione: fughe, inseguimenti, scazzottate e combattimenti con tutte le armi possibili. Lo spunto narrativo è di una prevedibilità rassicurante e la prima mezz’ora lascia anche intravvedere un certo spazio ai sentimenti e all’interiorizzazione fra l’eroe dal passato tumultuoso e la giovane vivandiera salvata dalle acque, ma questo approccio insolito viene presto abbandonato per il susseguirsi dei canonici eventi tumultuosi.
Waugh è un regista veterano dei film d’azione e non apporta né intende nemmeno apportare nulla di nuovo al Genere. Il suo lavoro è un prodotto abbastanza convenzionale. Un film più che discreto che procede per automatismi senza sorprese ma, tutto sommato, ben confezionato con la giusta professionalità. Efficace, con un ritmo incalzante e con buona qualità delle inquadrature.
Missione Shelter è quindi un film commerciale efficace, ben calibrato, ben orchestrato e costruito su misura per Statham. Pur restando sui sentieri battuti e ribattuti coglierà senz’altro le aspettative degli amanti del Genere e delizierà i fan dell’attore.
data di pubblicazione:20/02/2026
Scopri con un click il nostro voto: 
da Maria Letizia Panerai | Feb 18, 2026
Tokyo. Rental family è una agenzia che offre un servizio particolare: si occupa del noleggio di attori per interpretare ruoli in situazioni della vita reale. In ogni genere di occasione, queste persone “in affitto” fingono, dietro compenso, di essere parenti o amici di perfetti sconosciuti.
Philip Vandarpleog (Brendan Fraser) è un attore americano divenuto famoso in Giappone per lo spot pubblicitario di un dentifricio. Vive a Tokyo da sette anni e ha una compagna giapponese. Passa le sue giornate a fare audizioni nella speranza di tornare ad interpretare un film. Ma per il momento ha solo ruoli da comparsa. Un giorno conosce il capo dell’agenzia Rental family. Philip accetta di interpretare per lui svariate parti entrando nella vita reale delle persone. Si finge un padre che per lavoro è costretto a vivere lontano da sua figlia, un giornalista che intervista un anziano attore ancora in cerca di notorietà, l’amico di un appassionato di videogame. Ma con il passare del tempo l’approccio con clienti così speciali, persone che sono semplicemente loro stesse e all’oscuro di chi sia lui veramente, porta l’uomo a provare sentimenti di affezione che non aveva considerato.
Presentato durante l’ultima edizione della Festa del Cinema di Roma, Rental family è una commedia lieve, delicata, ben fatta, che parla di rapporti umani attraverso una consuetudine diffusa da qualche anno in Giappone tesa a combattere prevalentemente la solitudine. Brendan Fraser, premio Oscar come migliore attore protagonista nel 2023 per The Whale, è perfetto nel ruolo. La sua stazza lo rende “visibile”, una sorta di gigante buono che si muove in un mondo fatto di porte basse, inchini e occhi a mandorla. La sua gentilezza e il suo sguardo melanconico emanano calore e affetto, rendendo credibile una storia che al contrario si stenta ad accettare come tale. Eppure è realtà!
La forza del film sta proprio in quel file rouge che collega la vita reale alla finzione: e mai come in questo caso “credere” che sia tutto vero fa bene al cuore.
data di pubblicazione:18/02/2026
Scopri con un click il nostro voto: 
da Antonio Iraci | Feb 18, 2026
Chrys, angosciata dai sensi di colpa per la tragica morte del padre, si trasferisce in una nuova città a casa del cugino Rel. Entrambi frequentano lo stesso istituto essendo coetanei. Il primo giorno di scuola la ragazza trova nel suo armadietto uno strano oggetto. Si tratta di un antico fischietto azteco che se usato evoca la morte di coloro che ne hanno udito il suono. Durante una festa tra compagni, qualcuno per sfida commette l’errore di suonarlo senza sapere che così ha deliberato la fine di tutti i presenti…
Corin Hardy sembra si sia specializzato nei film horror soprattutto dopo il successo di The Nun, film del 2018, spin-off appartenente alla saga The Conjuring. Le vicende riguardano un gruppo di liceali alle prese con un oggetto misterioso di cui sconoscono all’inizio gli effetti distruttivi. Si nota un plot per diversi aspetti scontato e in verità utilizzato in decine di film dello stesso genere. Ci si chiede allora quale sia il vero motivo che abbia spinto il regista a realizzarlo. Sicuramente l’idea di dimostrare quanto sia fragile la nuova generazione degli adolescenti di oggi, con le loro dipendenze e le loro irrisolutezze. Nel film troviamo infatti un gruppo di compagni di scuola che vivono nel quotidiano i propri conflitti.
Loro malgrado si troveranno uniti ad affrontare la morte che li fagociterà uno alla volta dopo essere stata evocata. Nella realtà l’oggetto misterioso esiste veramente e si tratta di un feticcio azteco utilizzato nei riti tribali per accompagnare le anime nell’aldilà. In questo intreccio alquanto complicato ci sarà spazio per evidenziare tensioni e gelosie, conflitti e coalizioni. Persino una piccola lovestory tra la protagonista Chrys (Dafne Keen) e la sua compagna Ellie (Sophie Nélisse). Il tutto condito dai soliti effetti speciali che accompagnano la comparsa della morte attraverso eventi sempre più catastrofici e sanguinari. Si ricalca quindi uno schema già noto che riguarda un gruppo di perseguitati che cercheranno in tutti i modi di rimanere in vita.
Secondo Hardy il terrore della morte è un’espediente per dimostrare quanto siano vulnerabili i giovani di oggi e quanto gli sia difficile affrontare la vita. Un film pretenzioso che di fatto non riesce in pieno a trasmettere un reale messaggio e che lascerà tiepidi gli amanti dell’horror. In conclusione risulta che il regista questa volta non abbia colpito nel segno, realizzando un film piatto e poco originale. Nel complesso tutto risulta deludente e lascia lo spettatore con un senso di “già visto”, senza alcun impatto emotivo. Positive le recensioni negli Stati Uniti, tuttavia resta da vedere come il film verrà accolto dal pubblico italiano e se riuscirà a catturarne l’attenzione.
data di pubblicazione:18/02/2026
Scopri con un click il nostro voto: 
da Anna Paulinyi | Feb 16, 2026
Siamo in una cittadina inglese ai tempi nostri e il film racconta, attraverso una lente BDSM, il rapporto tra il giovane Colin (Harry Melling – avete presente il cugino viziato di Harry Potter… è lui!), un timido vigile un po’ sciatto, e il misterioso biker Ray (Alexander Skarsgård), molto prestante. Per chi non sapesse, come me: BDSM è un termine ombrello che racchiude una varietà di comportamenti atipici piacevoli o eccitanti che contemplano giochi di ruolo fisici, psicologici e sessuali tra adulti consenzienti, basati su dinamiche di potere, sottomissione, schiavitù fisica, sul procurare o ricevere dolore e sensazioni fisiche (De Neef et al., 2019). E questo, prima di andare a vedere il film, è bene saperlo, così da non restare troppo sorpresi da alcune scene piuttosto esplicite.
Colin vive ancora con i suoi genitori (Douglas Hodge e Lesley Shary), calorosi e partecipativi, che vorrebbero vedere il figlio felicemente fidanzato. Intorno a Natale, in un pub, conosce Ray che, con un biglietto, lo invita a incontrarlo proprio il giorno di Natale alle ore 17. Arrivati all’appuntamento, Ray porta Colin in un vicolo dove gli permette di leccargli gli stivali e non solo. Poi, lasciando ovviamente Colin nell’incertezza se questo incontro avrà un seguito, lo invita a casa sua dove Colin può cucinare per loro. Inizia così una convivenza un po’ sui generis.
Colin è innamorato perso e si prende qualsiasi briciola lasciata da Ray: si rasa i capelli a zero, va a fare le scorribande con gli amici di Ray, che sembrano quasi tutti in coppia SM (uno sadico e uno maso). I suoi momenti più belli con Ray però sono quando, seduto sulla moto di Ray, il suo bene supremo, può abbracciarlo da dietro, sul sedile posteriore che in inglese viene chiamato “pillion”.
Piano piano si capisce che Colin diventa più consapevole di quello che vuole davvero da Ray, e si intravede anche che Ray – nonostante tutto – si è in qualche modo innamorato del suo schiavo e fatica a mantenere le regole dure dell’inizio. Tutto sembra andare verso una direzione più romantica dopo un atto ribelle di Colin, che vuole costringere Ray a passare almeno una volta a settimana una giornata da coppia alla pari, fuori dal loro solito schema. Se non fosse che, dopo questa unica giornata passata insieme in modo diverso, Ray sparisce.
Lo ammetto: sono uscita un po’ delusa da questo film, tratto dal romanzo degli anni ’70 Box Hill di Adam Jones-Mars e primo lungometraggio di Harry Lighton, giovane cineasta inglese.
A conti fatti si tratta di una storia d’amore in cui uno dei due si evolve e l’altro vorrebbe anche, ma non ce la fa, e la componente dei bikers in versione BDSM mi ha dato più l’impressione di scene di un documentario socio-antropologico anni `70 che di una componente psicologica finemente analizzata e resa visibile in chiave di commedia nera. Ma io avevo anche visto Secretary di Steven Shainberg (2002) con James Spader e Maggie Gyllenhaal e quindi le aspettative erano alte. Evidentemente troppo… comunque gli attori sono bravi.
data di pubblicazione:16/02/2026
Scopri con un click il nostro voto: 
da Antonio Jacolina | Feb 16, 2026
The Rip non è certo il massimo dell’originalità ma rispetto alle altre produzioni delle Piattaforme merita di essere visto ed apprezzato per la coppia Ben Affleck-Matt Damon e perché ha un apprezzabile taglio e respiro cinematografico. Un vero film da cinema e non da TV!
Un Thriller-Poliziesco solido, efficace e adulto che gioca fin da subito con la tensione e con un registro morale e visivo assai cupo. Uno di quei buoni film noir di medio budget ma con bravi interpreti e discreti registi che alcuni decenni fa tanto piacevano al pubblico ed agli appassionati.
Il lavoro di Carnahan non reinventa certo il Genere né pretende di farlo. Il suo vero merito è prendere una vicenda più che conosciuta e riempirla con equilibrio di situazioni ben disegnate: volti, tensioni, ferite morali e violenza incombente. Un cinema di Genere che percorre strade già battute ma lo sa fare con ritmo, abilità, protagonisti di livello, bravi secondi ruoli e sostenuto da una sceneggiatura ben scritta e ben articolata.
Lo spunto iniziale dell’uccisione del comandante della squadra narcotici di Miami e dell’inchiesta successiva apre all’ipotesi di corruzione nell’ambiente della polizia, ad accuse e sospetti di collusione. Un classico per il Cinema, il regista però sa farne uno studio su paranoia, cupidigia e fiducia di gruppo che si incrina. Trasforma la situazione in un gioco ove ci si domanda non tanto chi è il traditore ma quanto ci vorrà prima che la squadra si spezzi per la fascinazione di tenersi il malloppo del cartello della droga trovato inaspettatamente durante un sopralluogo. Il conflitto non sarà il denaro in sé e per sé ma ciò che il poterlo avere attiva nei meandri della mente di ciascuno. Ognuno ha un motivo per prendersi i soldi e per dubitare dell’altro compagno di squadra.
Lo Script non evita tutti i luoghi comuni ma Carnahan tiene il polso fermo e non perde di vista l’essenziale: gli effetti del dubbio. Con una direzione asciutta e priva di compromessi mantiene con efficacia ritmo e tensione. Restituisce senza fronzoli le atmosfere di paranoia sullo sfondo di una Miami periferica, cupa e notturna. Privilegia i chiaroscuri, gli ambienti chiusi e le vie buie. L’azione non manca ma è priva di spettacolarità e dosata in modo che abbia solo valore narrativo e non sia solo fine a sé stessa. Ancora una volta la coppia Affleck-Damon funziona, sostiene il film e recita in ottima sintonia in un gioco alternato di ambiguità, eccessi e sfumature. Buono il gruppo dei secondi ruoli.
The Rip pur con piccole incoerenze è dunque un Thriller che funziona fino alla fine. Un piccolo Poliziesco efficace, solido, ben interpretato e guidato con mano esperta. Un film che si lascia vedere e non deluderà gli appassionati.
data di pubblicazione:16/02/2026
Scopri con un click il nostro voto: 
da Paolo Talone | Feb 15, 2026
regia di Andrea Chiodi
(Teatro Torlonia – Roma, 5/8 febbraio 2026)
Andrea Chiodi dirige Claudia Coli in un monologo-autodifesa della donna che contribuì più di tutti alla costruzione del mito del duce: Margherita Sarfatti. Scritto dall’attrice e drammaturga Angela Damatté su un’idea del critico d’arte Massimo Mattioli, lo spettacolo – prodotto dallo Stabile di Bolzano e MART di Rovereto – è stato in scena nella suggestiva ed evocativa cornice del Teatro Torlonia. Un luogo interdetto in vita alla studiosa e intellettuale durante gli anni in cui Mussolini vi abitò con la famiglia.
Che la persona di Margherita Sarfatti sia legata in modo indissolubile alla costruzione dell’immagine del Duce e del fascismo, è un dato dal quale la storiografia moderna fa fatica a prescindere. La letteratura contemporanea, nel tentativo di recuperare la figura di una delle donne più influenti e preparate nel campo della storia dell’arte che mai il nostro paese abbia avuto e a cui si deve la fondazione del movimento artistico Novecento, deve comunque fare i conti con decenni di rimozione. Il peccato che ne ha determinato l’oblio è quello di aver avuto un legame con Benito Mussolini, di cui è stata non solo amante ma ne ha ideato e costruito il mito.
Il lavoro di studiosi come quello del critico Massimo Mattioli è estremamente prezioso proprio come operazione di recupero della memoria di un personaggio influente, grazie all’agiata condizione borghese da cui proveniva, ancora prima dell’incontro con il dittatore. Lo conosce nel salotto tenuto a Milano da Anna Kuliscioff e Filippo Turati. Quell’uomo, dall’apparenza gretta e ridicola, la colpisce proprio perché vede in lui quello che sarà la cifra del suo programma estetico: un misto di antico che si affaccia al nuovo. Quando si conobbero, la Sarfatti aveva più di trent’anni e un figlio, Roberto, morto combattente durante la Grande Guerra. Una ferita profonda, che la segnerà per tutta la vita e che ne determinerà l’attaccamento al futuro duce e la necessità di trasfigurare il dolore nell’arte.
Quanto mai centrale è infatti, nel dramma scritto da Angela Damatté, il ricordo della madre per il figlio morto da eroe, il cui sacrificio non doveva essere dimenticato. Semmai esaltato e celebrato in quell’uomo destinato a incarnare – nella propaganda prebellica – la grandezza di una nazione che aveva immolato i propri figli per la libertà. Il conflitto sulla scena si articola quindi tra le intime emozioni di una madre segnata dal lutto e le necessità politiche di un regime in ascesa di cui Margherita non poteva immaginare l’epilogo.
Il lavoro teatrale sa rendere giustizia al personaggio. Grazie anche all’interpretazione di Claudia Coli che riesce a trovare un equilibrio tra il patetismo dell’abbandono e la risolutezza di un carattere volitivo e consapevole del proprio valore. Anche la rabbia, quando espressa, è elegante e mai eccessiva.
Quando entra in scena, provenendo dalla platea in uno stato di incertezza, nel contesto della mostra celebrativa del decennale della Marcia su Roma alla quale non era stata invitata, trova ad attenderla sul palco una teca museale. Tutt’attorno si ode il clangore metallico di un mondo in costruzione. Un’idea registica di Andrea Chiodi che simboleggia la gabbia in cui viene rinchiusa, come un reperto da esibire insieme ad altri feticci del regime. Un oggetto tra gli oggetti sottolineato nel finale, quando arriva a parlare di sé stessa in terza persona.
Davanti al tribunale della storia, Margherita Sarfatti rimane sola a prendere le sue difese. Limpida e monumentale nonostante il rifiuto e l’abbandono, lo spettacolo riesce a celebrare la madre e la studiosa appassionata che ha fatto dell’arte una ragione imprescindibile di vita e il cui operato «avrà un sensibile impatto sugli sviluppi delle successive dinamiche creative italiane» (Mattioli).
data di pubblicazione:15/02/2026
Il nostro voto: 
Gli ultimi commenti…