da Daniela Palumbo | Nov 9, 2025
regia di Emilio Ajovalasit
(Teatro Atlante – Palermo, 8/9 novembre 2025)
Una ragazza, desiderosa di unirsi ad un gruppo di amiche ed amici, passa in rassegna i diversi capi del proprio guardaroba alla ricerca del “giusto outfit” per una festa. Il movimento frenetico dall’uno all’altro look – lasciapassare per l’integrazione – assume via via i tratti di una crisi di identità, qui correlata tanto al trasformismo teatrale quanto al processo di metamorfosi dell’Io.
Lo spettacolo di questa sera, annunciato e introdotto dalla viva voce del regista, è espressione di un teatro che nasce da “una necessità”. Ovvero “fare teatro” è dare spazio e respiro a qualcosa che si ha dentro e quasi spinge per uscire. Per lasciare che si manifesti e fare in modo che venga condiviso. Così, passando dall’indefinito alla forma, dal caos alla quieta armonia, su questo palco il soggetto rivela – o piuttosto “svela” – il suo essere crisalide senza più un involucro. Come pure esprime l’affannosa ricerca di una individualità definita. Dapprima attraverso “l’abito” e infine a prescindere da questo.
Presenza unica sulla scena, con un lungo monologo che a tratti simula lo scambio con un interlocutore “altro”, Miriam Palumbo “veste i panni” di Bianca, una donna giovanissima, sola ma traboccante di affetto (“Vi voglio bene!”: le parole con cui esordisce, quasi tremante). Disposta a spogliarsi di sé – e ansiosa di farlo, in una lotta simbolica contro il tempo – per aderire a un modello socialmente accettato.
Motivo ricorrente della tradizione anche cinematografica – che sia il “glow up” per mano di una “fata aiutante” o la conquista del perfetto look attraverso il convulso va e vieni dal camerino – il cambio d’abito può sembrare un gioco. Un gioco innocente come le bambole che alle bambine hanno insegnato a vestire. Buffo all’apparenza, come la goffa andatura su dei trampoli “a spillo”. Divertente, come certe battute che strappano il sorriso (la mise raffinata, da studiosa di filologia “romantica” si alterna al look aggressivo e fosco da patita di musica “trans”). Un gioco crudele, in realtà. Poiché richiede uno sforzo che snatura e falsifica, che deforma persino. Facendo della persona una caricatura di sé, o la copia di qualcun altro, o addirittura una pasta da modellare.
La “caccia all’abito” da indossare è al tempo stesso la ricerca di una “casa” da abitare. Ma la casa è “abitata”, a sua volta, da altre presenze o entità. Ora è infestata dagli spettri del passato, che hanno portato via con sé “pezzi di noi”, lasciandoci mutilati, seminudi. Ora è invasa dalle voci del presente, echi giudicanti impietosi (“Non sei come lei! Non sei abbastanza!”).
Al “centro” della scena – arredata con qualche vecchio mobile e un appendiabiti che funge talora da muto sostegno – una valigia, che rimane chiusa e misteriosa per gran parte della rappresentazione. Rivelandosi, alla fine, come fonte di pura saggezza; riscoperta di verità sepolte nella memoria personale e familiare. Una sorta di epifania, per ritrovare la via, rifiorire. E così, oltrepassando la soglia di ogni singola e limitante “dimora”, il messaggio, liberatorio come un canto spontaneo, si estende alla platea tutta. Su cui si irradia il sorriso di lei, Bianca/Miriam.
Eccezionale la prova di questa giovane interprete – che è anche autrice del testo, da lei stessa “concepito” -, per cinquanta minuti padrona assoluta della scena, del linguaggio e delle emozioni. Che vive insieme al suo pubblico.
data di pubblicazione:09/11/2025
Il nostro voto: 
da Paolo Talone | Nov 7, 2025
con Mariangela D’Abbraccio, regia di Francesco Tavassi
(Teatro Greco – Roma, 4/9 novembre 2025)
Mariangela D’Abbraccio interpreta l’icona del jazz Billie Holiday in Lady Day, testo di Maurizio De Giovanni. Lo spettacolo, ambientato in un locale della Street of Jazz a New York, è una confessione intima della cantante sulla sua vita di successi, cadute e lotta, sempre con la musica come conforto. Una toccante esecuzione di blues e verità, prodotto da La Fabbrica dell’Attore.
Mariangela D’Abbraccio e Francesco Tavassi non sono nuovi a cimentarsi con figure leggendarie della musica. Già nel 2020 hanno esplorato il mondo di The Boss con Come un killer sotto il sole, seguito due anni dopo da un lavoro su Marilyn Monroe. Ora l’attrice e cantante napoletana si confronta con un’altra icona della musica statunitense: Billie Holiday. Anche nella drammaturgia scorre linfa partenopea, grazie al testo scritto per lei da Maurizio De Giovanni.
La regia porta il pubblico in un locale dalle atmosfere in bianco e nero, uno di quelli che popolavano la Cinquantaduesima strada a New York tra gli anni Trenta e Cinquanta, la celebre Street of Jazz. Dopo la serata, Lady Day si lascia andare a una lunga confessione sulla sua vita: un intreccio di aspirazioni e disillusioni, successi e cadute, ma sempre nel segno della musica. Parla di sé usando l’imperfetto, il tempo del racconto, in un presente che ha già visto consumarsi la sua parabola vitale, lasciando solo l’idolo, l’esempio. Un simbolo di speranza per tutte le donne a cui è stata rubata la libertà.
Lo scrittore offre un ritratto sincero e intenso della grande artista, seguendo i momenti cruciali della sua biografia e organizzandoli in una narrazione che richiama i capitoli di un libro. Dall’infanzia bruciata a Baltimora all’adolescenza turbolenta per le strade di Harlem. Si cresce in fretta quando si è poveri, scriverà nell’autobiografia Lady sings the blues. Dal primo disco inciso con la Columbia grazie a John Hammond alle faticose tournée nel Sud degli Stati Uniti, dove ogni performance diventava un atto di resistenza contro l’ostilità e il segregazionismo. Poi le tormentate vicende sentimentali, soprattutto il matrimonio con Louis McKay, segnato da interessi puramente egoistici. E infine l’ultima Billie Holiday, quella di Lady in Satin, l’album testamento realizzato quando ormai droga e alcol avevano segnato irrimediabilmente la sua vita, tra ricoveri in ospedale e carcere.
L’interpretazione della D’Abbraccio tocca note basse e malinconiche. Nella voce si avverte un graffio, come una crepa ma da cui però filtra una luce intensa. L’attrice la trasforma in un sentimento autentico, centrato nel restituire al pubblico – partecipe e commosso – una verità. Profonda e calda la sua voce quando intona uno dei brani più famosi della cantante, Strange fruit. Ma altrettanto struggenti sono i blues lenti che interpreta accompagnata dai maestri jazz Dario Piccioni al pianoforte e Mattia Niniano al contrabasso.
Per Lady Day la vita è stata una lunga canzone, cantata con la verità in gola e la paura nello stomaco. Tutto guariva con la musica, dalla paura alla tristezza. Con il dolore ha sempre cantato, non l’ha mai scacciato. La sua non è stata una vita inutile se ancora oggi, riascoltando le sue incisioni, può dare conforto a ogni donna sola.
data di pubblicazione:07/11/2025
Il nostro voto: 
da Rossano Giuppa | Nov 7, 2025
Ronan Day-Lewis, pittore e figlio d’arte, debutta alla regia con un dramma concettuale su uomo schiacciato dal peso delle proprie scelte, che ricadono anche sulle persone a lui vicine. Film potente e visionario, con un grandissimo Daniel Day-Lewis, che pecca però di una esasperata ricerca estetica e metaforica.
Ambientato nel nord dell’Inghilterra, Anemone racconta la storia di due fratelli separati a seguito di eventi traumatici quando erano giovani. Il protagonista è Ray (Day-Lewis), ex militare che vive ormai da eremita in una casupola tra i boschi dello Yorkshire. Si è imposto una sorta di esilio, schiacciato dal peso delle proprie scelte dopo un trauma risalente a vent’anni prima. Tuttavia, le cose però cambiano quando il fratello Jem (Sean Bean), che intanto si è sposato con Nessa (Samantha Morton), ex compagna di Ray, lo va a trovare per chiedergli di tornare da suo figlio Brian (Samuel Bottomley), anch’esso consumato da una grande rabbia nei confronti del padre. L’incontro tra i due fratelli sconta le incomprensioni e i rimorsi che li legano. Ma è la potenza e la grandezza della natura con una apocalittica grandinata (come la pioggia di rane in Magnolia) a fornire a tutti la chiave di una possibile riconciliazione.
La bellezza del film sta nel talento di tenere insieme diversi filoni narrativi e pittorici, il passato, la violenza e il desiderio di famiglia. Denso, oscuro, a tratti estremo e celebrativo, il film risulta interessante per la grande prova attoriale e per forza del messaggio. Anemone ha vinto il Premio Miglior Opera Prima nella sezione Alice nella Città della Festa del cinema di Roma 2025.
data di pubblicazione:07/11/2025
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da Antonio Jacolina | Nov 7, 2025
C. Farrell è un giocatore compulsivo che si è rifugiato fra gli hotel ed i casinò di Macao, centro dell’industria cinese del gioco. Assillato da debiti e sfortuna e ricercato per sottrazione di fondi è ormai perso nel suo vuoto interiore. Si lascia travolgere dagli eventi. Sull’orlo dell’abisso incontra una donna …
Diciamolo subito. Belle sequenze, bei colori e buoni attori non bastano a salvare un film quando la storia è fiacca ed incoerente e la sceneggiatura è di modesta qualità, priva di elementi interessanti, di colpi di scena e soprattutto banale. Un progetto non riuscito.
Il nuovo lavoro del talentuoso regista di Conclave faceva sperare all’inizio in un bel noir classico. Ci sono infatti tutti gli elementi canonici: ambientazioni ambigue, personaggi misteriosi, atmosfere notturne e piovigginose, voice off narrante, luci al neon, fascino esotico ed un protagonista tormentato. Tutto molto suggestivo, ma… Ma quasi subito il film si perde narrativamente e scivola in un mix di fantasie e mistero. Un ibrido poco credibile fra realtà comprovata e realtà supposta, fra irrazionale, e onirico. L’intrigo poi è troppo debole e con un ’impatto emotivo scarso e poco coinvolgente. La narrazione resta quindi superficiale, confusa e non evolve né affronta mai le motivazioni della vicenda o dei personaggi.
Eppure Berger sembrava voler riproporre una riflessione sull’animo umano, sul demone del gioco, sul dramma di un uomo semplice. Realizzare una storia di presa di coscienza e forse di redenzione dopo la discesa agli inferi. Ci prova costruendo una storia che da un punto di vista visivo è magnifica e conferma quanto il regista sia un grande creatore di immagini, un esteta ed un virtuoso delle composizioni visuali. La forma è infatti estremamente curata e vistosa: movimenti di cinepresa vertiginosi, riprese angolate, fotografia satura di colori vivaci, penombre inquietanti, ambienti sontuosi. Ma alla forma non corrisponde purtroppo la sostanza. Le belle scene sottolineano ciò che poteva essere e non è. Si cercava il dramma, il tormento, la redenzione e si ha invece solo estetismo formale. Sotto l’eleganza il vuoto. Farrell fa quel che può e anche di più. Regge il film da solo. È bravissimo, una prestazione superba tutta di sfumature, dettagli e gesti minimi. Ma non basta.
La ballata di un piccolo giocatore è veramente molto lontano dai precedenti successi del regista. È un film in cui la forma prevale sul messaggio e sulle intenzioni. Troppo enfatico e poco originale non riesce a trovare il giusto registro ed è accettabile solo grazie alla performance di Farrell. Peccato, opportunità e talenti sprecati!
data di pubblicazione:07/11/2025
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da Nadia Alese | Nov 6, 2025
Il film, che vede protagonisti Elle Fanning (nel duplice ruolo di Thia/ Tessa) e Dimitrius Schuster-Koloamatangi (Dek), si inserisce in un franchise molto noto, che da anni alterna momenti cult ad altri più controversi. In questo nuovo episodio la formula viene scossa: non più un alieno che caccia gli uomini, ma un viaggio su un pianeta sconosciuto con un cacciatore fuori dal suo ambiente, una androide e una nuova minaccia.
Quindi certamente una decisiva originalità, con un Predator che diventa protagonista, alleato e vulnerabile, e l’introduzione di tematiche più profonde, dai codici culturali, all’identità, fino alla vulnerabilità. Ciononostante, si perde quella suspense che caratterizzava la saga. La sceneggiatura è priva di reali colpi di scena nella sua struttura bifasica, con una prima parte “survival” in cui il protagonista affronta un ambiente ostile e una seconda più “buddy movie” con la co-protagonista androide.
Ed è proprio la presenza di Elle Fanning, macchina dalle sembianze umane, programmata per la sopravvivenza ma incline all’empatia, la lente attraverso cui leggere il film: l’intelligenza artificiale che impara a sentire, l’alieno che impara a temere. Un gioco di specchi in cui ogni battito d’azione cela un interrogativo etico.
Il ritmo non è particolarmente avvincente, con più di un momento contemplativo alternato alle scene d’azione, la brutalità sì resta, ma è attraversata da una malinconia inedita. La regia privilegia il respiro visivo, la fotografia di Jeff Cutter scolpisce paesaggi di luce acida e sabbie minerali, e ogni inquadratura sembra spinta a restituire la vastità di un ecosistema ostile ma seducente. Le sequenze di combattimento, pur notevoli, sono sempre incastonate in un montaggio che non privilegia l’esibizione rispetto ai precedenti capitoli. Anche l’impianto sonoro, seppur curato, non indulge nella saturazione acustica degli episodi precedenti.
In conclusione Predator: Badlands è un film che vale la visione, sia per gli amanti della serie sia per chi è curioso di vedere un blockbuster sci-fi immaginativo. Però, di certo, non rappresenta uno dei capitoli più riusciti del franchise, sebbene col merito di avere tentato di rinnovarsi senza perdere completamente la sua identità e forse avere aperto ad una maggiore profondità per i capitoli successivi.
data di pubblicazione:06/11/2025
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da Antonio Jacolina | Nov 4, 2025
Teheran. Un uomo è costretto a fermarsi in un garage dopo un banale incidente. Uno dei garagisti pensa di riconoscere nel passo claudicante del cliente lo stesso dell’aguzzino che lo aveva torturato quando era incarcerato dalle guardie del regime. Lo seguirà, lo rapirà per vendicarsi e cercherà presso altri prigionieri politici la conferma della sua identità…
Premiato con la Palma d’Oro a Cannes ’25 Un semplice incidente è un film bello, intenso ed intelligente che unisce bravura, forza espressiva e messaggio politico. Un’opera incisiva di un grande regista che testimonia il dolore delle vittime e le speranze di Libertà ed Umanità per il popolo Iraniano.
Lo spunto può sembrare banale ma il film è molto meno semplice di quel che appare. L’autore ci immerge subito con efficacia e credibilità in un dilemma morale insolubile: dimenticare, perdonare, vendicarsi? Giudicare, condannare, farsi giustizia da soli? Come superare l’odio? Come sanare i traumi senza rispondere con brutalità a brutalità? Vendetta o Perdono riescono a riparare i danni subiti? Restare umani o divenire come loro?
Intelligentemente Panahi inserisce le sue domande quasi metafisiche in un contesto narrativo di cui smorza le tonalità tragiche con abbondanti innesti comici o poetici. Fa quindi ricorso a diversi momenti di humour gradevole, corrosivo o anche surreale. Introduce così nella narrazione la giusta dose di leggerezza che contempera la drammaticità delle situazioni.
Scritto e diretto con mano ferma il film è ben interpretato da un cast credibile. Di fattura classica e con forte intensità narrativa il lavoro di Panahi attraversa più generi: Road Movie, Thriller Politico, Dramma Paranoico e Satira Sociale. La forza del suo cinema si rivela nei dialoghi incisivi, in un gioco di piani sequenza, di inquadrature fisse e in primi piani. Il ritmo incalzante ed il montaggio sopraffino esaltano la suspense e la tensione fino all’ultimo secondo affascinando e coinvolgendo lo spettatore lasciandolo poi senza fiato nel superbo finale ed anche oltre. Un crescendo in cui quel che conta veramente è il percorso psicologico operato dai protagonisti. Né oblio né vendetta ma consapevolezza! L’Autore lancia così il proprio messaggio contro il regime ed a favore della Libertà e della Giustizia invitando il popolo a restare fedele ai valori di umanità e solidarietà, a privilegiare il confronto e ad evitare di cadere nella spirale di violenza propria del regime.
Un semplice incidente è senza alcun dubbio uno splendido lavoro autoriale. Un racconto morale. Politico ed umano traspira speranza, invita alla riflessione e tocca temi universali ed eterni.
data di pubblicazione:04/11/2025
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da Rossano Giuppa | Nov 4, 2025
con Patrizia Bernardi, Francesca Mazza e Sandra Ceccarelli
(Teatri di Vita Scalo – Roma, 30 ottobre/1novembre 2025)
È dedicato a Laura Betti l’omaggio che Teatri di Vita ha allestito in occasione delle celebrazioni per il 50° anniversario della morte di Pier Paolo Pasolini, intrecciando memoria e attualità̀ nella rassegna PER LAURA BETTI, ricordando Pasolini 50 anni dopo. Le attrici Patrizia Bernardi (il 30 ottobre), Francesca Mazza (31 ottobre) e Sandra Ceccarelli (1novembre) hanno regalato al pubblico presente le parole e le riflessioni di Laura Betti, attrice poliedrica, cantante e regista, promotrice e custode dell’opera di Pasolini, al quale era legata da profonda e sincera amicizia.
Sarà dedicata a Laura Betti, protagonista del cinema e del teatro italiani della seconda metà del secolo scorso, la sala di TEATRI DI VITA SCALO il nuovo spazio culturale situato nel cuore di San Lorenzo, oggi ancora affascinante cantiere in costruzione, che ospita un interessantissimo percorso di narrazione dal significativo titolo IL GIARDINO DI EVA, dedicato all’attrice Eva Robin’s che sarà poi ospite della rassegna.
Teatri di Vita Scalo è la futura sede romana di Teatri di Vita, realtà bolognese tra le più interessanti dell’attuale panorama teatrale nazionale, in una ex carrozzeria del quartiere San Lorenzo, con l’obiettivo di integrare attività artistiche nei processi di rigenerazione urbana, grazie alla creazione di un laboratorio permanente di sperimentazione culturale e sociale, aperto al territorio e con una forte vocazione ecologica e artistica.
Il cantiere teatrale, visitabile muniti di casco protettivo, pulsa già di luce propria e di progettualità innovative, mentre il giardino allocato tra palazzi e rami di binari rivela una forte identità, divenendo palcoscenico perfetto per raccontare nei giorni della memoria di Pier Paolo Pasolini, la vita e il rapporto speciale di Laura Betti con l’uomo e l’artista Pasolini. Una riflessione toccante grazie anche alla voce narrante di tre straordinarie attrici, Patrizia Bernardi, Francesca Mazza e Sandra Ceccarelli.
data di pubblicazione:04/11/2025
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da Paolo Talone | Ott 31, 2025
regia, drammaturgia e liriche di Gabriele Paolocà
(Teatro Vascello – Roma, 28/30 ottobre 2025)
(Teatro Diego Fabbri di Forlì il 22 settembre 2025)
Claudia Marsicano è la Diva del Bataclan, il musical scritto dal compositore e polistrumentista Fabio Antonelli e da Gabriele Paolocà, che firma anche la regia. Lo spettacolo, presentato in anteprima a Forlì nella vetrina Colpi di Scena e ora in prima nazionale al Teatro Vascello per Romaeuropa festival, racconta la storia di Audrey, una ragazza dalla fervida immaginazione che, per dare un senso alla propria esistenza, finge di essere una sopravvissuta all’attentato terroristico al Bataclan del 2015.
La Diva del Bataclan è un musical che si discosta decisamente dalla leggerezza tipica del genere, lasciando da parte la spensieratezza della commedia e il lieto fine. Non vi sono nemmeno coreografie o cori di ballerini ad animare la scena. Al centro dell’opera c’è un unico personaggio, Audrey. Indossa una maglietta degli Iron Maiden, ma calza due pantofole di pelo rosa. Un contrasto rispecchiato anche nell’uso del format musical per raccontare una storia cruda e complessa, con arrangiamenti rock che si contrappongono all’estetica scintillante della scena, fatta di paillettes e tende luccicanti.
Siamo nella stanza di Audrey, una ragazza che conduce un’esistenza mediocre, solitaria, in un modesto appartamento popolare condiviso con una madre problematica. Il padre è scappato chissà dove, lasciandola con un passato segnato dalla violenza, da cui ha ereditato solo ferite, non solo fisiche. Il linguaggio che utilizza è diretto e violento, parlato nelle periferie ai margini.
Come se stesse affrontando un processo, Audrey si difende narrando in terza persona la vicenda che l’ha condotta a essere messa sotto accusa, vittima di disprezzo pubblico. Ha falsamente dichiarato di essere sopravvissuta agli attacchi terroristici che, una tiepida sera di novembre del 2015, hanno sconvolto Parigi e la Francia intera. Nel caos generato da quella tragedia che ha ribaltato il mondo, Audrey si aggrappa alla menzogna come unica via di fuga dalla sua condizione di emarginazione sociale. La narrazione drammatica si sviluppa con una carica emotiva intensa, anche se l’inserimento di dettagli precisi e riferimenti accurati agli eventi reali assume a tratti un carattere eccessivamente documentaristico, finendo per rallentare il ritmo dell’azione scenica.
Internet diventa l’ingrediente essenziale della sua personale ricetta della felicità. Abile nella scrittura, inventa nuove identità e si immerge nel mare di testimonianze online delle vere vittime del Bataclan, convincendosi di non essere più sola. Diventa così volontaria nel movimento Life for Paris, scoprendo che aiutare gli altri allevia anche il suo dolore. Ma quando esce dal mondo virtuale e affronta la vita reale durante il concerto commemorativo un anno dopo gli attentati, la sua truffa viene smascherata.
Per quanto il nostro senso civico possa spingerci a condannare l’inganno, la storia di Audrey invita a una riflessione. Grazie allo straordinario talento di Claudia Marsicano, che canta e interpreta con carisma ed energia, passando con maestria da registri rock a toni pop con una voce matura e versatile, ci si ritrova sospesi nel giudizio, spinti quasi a cercare delle motivazioni a quella menzogna.
In fondo, Audrey, come tanti giovani nella sua condizione, desiderava solo un po’ di gentilezza.
data di pubblicazione:31/10/2025
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da Nadia Alese | Ott 29, 2025
Cinque Secondi è forse il film più intimo e insieme più ambizioso del Paolo Virzì degli ultimi anni: un’opera che indaga la ferita della colpa e la solitudine come rifugio oscuro, ma che non rinuncia alla possibilità di rinascita. Un Virzì che non rincorre la grande denuncia sociale, come in Siccità, ma che preferisce scavare dentro l’anima, nei piccoli momenti che separano un passato doloroso da un futuro possibile.
La storia ruota intorno ad Adriano Sereni (Valerio Mastandrea), deciso a punirsi restando lontano dal mondo dopo un incidente. Il suo isolamento forzato a Villa Guelfi, un’antica dimora in rovina attorno a cui gravitano vigne abbandonate e stagioni mute, diventa lo spazio per un dramma interiore, ma anche la scena su cui germoglia lentamente un’alleanza con la vita, grazie all’arrivo di un gruppo di giovani idealisti, studenti, agronomi neolaureati, e di Matilde (Galatea Bellugi), attraverso la quale la memoria del nonno, della terra, della terra-madre ferita ritorna e rompe il silenzio.
Virzì scrive una sceneggiatura che è equilibrismo tra flashback e presente, tra rivelazione e sospensione. Senza fretta. La narrazione privilegia il ritmo del respiro, mentre sul piano registico si conferma maestro nel dirigere spazi e volti. La villa decadente e le vigne non sono solo ambienti scenografici, ma personaggi essi stessi. È nelle sequenze di giochi di luci naturali tra filari e stanze semiaperte che dà il meglio, la macchina da presa è discreta, anch’essa messa in attesa come il protagonista, pronta però anche lei al movimento, al cedimento, al risveglio.
Valerio Mastandrea, pur rimanendo nel suo inconfondibile stile, offre qui una delle sue prove più dense e stratificate. Con poche parole, con un tremore nascosto, riesce a restituire la durezza di un uomo che tenta di sedare il rimorso, ma anche la tenerezza che riemerge quando l’isolamento cede. Buone anche le interpretazioni di Galatea Bellugi, convincente nel ruolo della ragazza che incarna contemporaneamente l’energia della memoria e del futuro e di Valeria Bruni Tedeschi, che porta, anche lei alla sua maniera, ormai un marchio di fabbrica, un contrappunto emotivo essenziale, la voce della ragione fredda, ma anche lo specchio del dolore.
Ogni tanto la forza del film rischia di scivolare verso il sentimentalismo, soprattutto quando il confronto tra vecchiaia e gioventù si fa retorico o quando il simbolo (la villa, la vigna, la maternità), rischia di diventare cliché cinematografico, ma risorge completamente nel finale, che giustifica il titolo e che ovviamente non sveleremo, ma che rimanendo aperto, arriva come un pugno, portando la riflessione ben oltre la sala cinematografica.
data di pubblicazione:29/10/2025
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da Antonio Iraci | Ott 29, 2025
La storia, ambientata nel XV secolo, si ispira alla figura di Vlad III, principe di Valacchia. Tornato vittorioso da una guerra contro i barbari rinuncia a Dio dopo la brutale e crudele perdita dell’amata moglie…
Il film è una ennesima rivisitazione, questa volta a firma di Luc Besson, tratta dal leggendario omonimo romanzo sui vampiri di Bram Stoker. Dracula, signore dei vampiri, condannato a vagare in eterno fino a quando ritroverà l’amore che ha perduto. Ritorna quindi la storia del famoso Conte, quando ancora rimane nella memoria il recente adattamento curato da Robert Eggers con il suo impressionante Nosferatu. Ma questo nuovo Dracula è visivamente più classico, abbandonati gli schemi della storia originale, Besson trasforma tutto in una tragedia romantica. Il suo film parla in maniera esplicita di sentimenti e della ricerca disperata di un amore di cui si è stati ingiustamente privati.
La sua rabbia passa attraverso la negazione di un dio che gli ha tolto la sua sposa e gli ha rifiutato il privilegio di morire. Lo condanna così ad attraversare i secoli, diventando immortale, crudele e infelice. Decisamente fuori luogo il paragone con il Dracula di Coppola del ’92. Dietro a entrambi i film c’è una ricerca minuziosa del dettaglio, ma con Besson si ha comunque una ambientazione diversa. Il regista risulta pieno di nuove idee, ambientando parte della storia in una Parigi ricca e sontuosa, tra balli sfarzosi e acconciature patinate. Un film sicuramente originale nel genere realizzato da un cast eccezionale dove risalta la recitazione impeccabile di Caleb Landry Jones nei panni del Conte. Dracula riesce a destare persino tenerezza perché è un uomo solo, ferito nel cuore, destinato al castigo eterno pur di rivedere la sua amata. Un dramma d’amore tra gli sfarzi della Versailles imperiale.
Dracula – L’amore perduto è una storia affascinante che fa dimenticare il vampiro sanguinario e induce invece alla benevolenza e alla comprensione. Una colonna sonora ben ispirata quella di Danny Elfman, per non parlare dei costumi curati da Corinne Bruand. Scene che fanno pure sorridere di fronte agli interventi da esorcista del prete, interpretato da Christoph Waltz, o del dottore impersonato da Guillaume de Tonquédec. In questo film Besson affronta il rischio di rendere poco incisiva la figura del protagonista, forse esagerando nelle scene di corte e tralasciando la storia. A parte le stravaganze e le sue scelte criticabili, il film risulta comunque ben riuscito e godibile, che si segue volentieri. Ad eccezione di qualche eccentricità, Besson offre un intrattenimento efficace che non annoia. Dopo tante edizioni, sotto forma di Dracula o di Nosferatu, il Conte sembra destinato a risorgere ancora per sorprendere con la sua strana leggenda.
data di pubblicazione:29/10/2025
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