A HOUSE OF DYNAMITE di Kathryn Bigelow, 2025

A HOUSE OF DYNAMITE di Kathryn Bigelow, 2025

Il conto alla rovescia per la catastrofe è iniziato! Un missile nucleare di provenienza ignota, forse Nordcoreano, colpirà Chicago. Occorre decidere come reagire entro diciotto minuti prima dell’impatto…

Presentato in concorso a Venezia ’25 A House of Dynamite esce ora in sala per passare poi su Netflix. In linea con i suoi ultimi film la Bigelow ripropone un thriller politico/militare che illustra le dinamiche del potere negli USA.

Questa volta non siamo più sul campo di battaglia ma direttamente nelle centrali operative fra vertici militari, esperti e lo stesso Presidente. Nel mirino della regista sono i processi decisionali di chi è chiamato a valutare cosa fare nelle emergenze. La cineasta ci immerge infatti letteralmente all’interno di più cellule di crisi chiamate ad affrontare il problema e prendere una decisione sotto la spada di Damocle di un’esplosione atomica imminente. La regista ha l’astuzia narrativa di frammentare l’azione in tre parti riproponendo gli stessi attimi cruciali da differenti punti di vista: analisti, militari e Governo. Ogni visione conferma e rinforza l’ineluttabilità dell’evento. L’urgenza lascia poco spazio per sentimenti personali o sprazzi di umanità. Nulla e nessuno è nei fatti pronto ad affrontare la tragica realtà con lucidità, nemmeno il Presidente degli Stati Uniti.

Sembra un film distopico o di fantascienza, ma al contrario più il film procede più il suo realismo ci colpisce, avvolge e sconvolge e ravviva vecchie e sopite paure degli inizi dell’era atomica. Il pericolo incombe in effetti oggi più di ieri eppure nessuno ne parla o ci pensa come se vivessimo spensieratamente in una casa piena di esplosivo instabile in cui l’impensabile ma pur sempre possibile non debba mai avvenire.

A House of Dynamite è un film più che discreto, interessante e ben diretto con una regia dinamica ed incisiva, un ritmo ed un montaggio incalzanti e frenetici. Il cast di tutta efficacia rende credibile l’azione. Una denuncia sofisticata. Un thriller politico mozzafiato che solletica lontani ricordi del Dottor Stranamore, ma non c’è più da sorridere!

data di pubblicazione:13/10/2025


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UN CRIMINE IMPERFETTO di Franck Dubosc, 2025

UN CRIMINE IMPERFETTO di Franck Dubosc, 2025

Tempo di Natale. Nella regione del Jura, imbiancata di neve, un orso terrorizza un gruppo di emigranti clandestini e sulla strada costringe a una pericolosa sterzata il pick-up di Michel che sbanda finendo su una vettura ferma uccidendone la guidatrice in sosta. Spaventato, il compagno della donna, casca e finisce impalato in un robusto ramo sporgente. In un solo colpo il povero Michel si ritrova due cadaveri a carico…e un mucchio di problemi da risolvere.

Un Crimine Imperfetto, il cui titolo originale era Un ours dans le Jura, parte in perfetto stile fratelli Cohen, nella fattispecie Fargo, con un “poverocristo” coinvolto in due morti da lui involontariamente provocate. Non solo, nel portabagagli dell’auto speronata c’è anche un borsone da tennis con due milioni di euro all’interno. Della trama ulteriore, solo apparentemente ascrivibile al genere noir, non dico altro se non che si dipana in modo solido e avvincente. Cerco invece di chiarire che il film in questione, campione d’incassi nella passata stagione in Francia (oltre un milione e mezzo di biglietti venduti), non è il classico noir alla francese, alla Melville, per intenderci. Piuttosto, una dark comedy, poco splatter, ma spesso ironica, cinica, in fondo grottesca, comunque attenta a sottolineare problematiche mai banali quali la disabilità, la tristezza della provincia, le crisi matrimoniali, lo scambismo, l’immigrazione clandestina, il narcotraffico, l’avidità delle persone e altro ancora. Dunque, non è un filmetto, ma, pur senza essere un capolavoro, si declina come pellicola, non di semplice evasione, bensì ricca di molteplici spunti e suggestioni. C’è un Simenon attualizzato, un pizzico di Polar, la commedia nera, e una formidabile congrega di personaggi fra protagonisti e comprimari a rendere il tutto estremamente apprezzabile e coeso. Il regista è Franck Dubosc, qui anche attore nel ruolo di Michel alla sua terza regia dopo Tutti in Piedi del 2018 e Rumba Therapy del 2022. Sua moglie Cathy, è Laure Calamy, arguta complice dell’insicuro marito e madre di un figlio problematico. Autentico mattatore del film è Benoit Poelvoorde, che ricordiamo in Niente da Dichiarare o in Dio Esiste e vive a Bruxelles, attore straordinario di grande sostanza ed ecclettismo, Nel ruolo del maggiore Roland della scalcagnata Gendarmeria del paese, si dimostrerà capace, paterno e all’occorrenza, flessibile, ma soprattutto in grado di offrire una grande interpretazione attoriale. Se ne giova la pellicola che ha nel milieu ben costruito (Simenon mixato con i fratelli Cohen), piuttosto che nella natura poliziesca che troppo si affievolisce nel finale, il suo punto di forza. Non manca una morale: i soldi non fanno la felicità e una piccola rara verità: a volte, la formica mangia la balena che è poi la frase che appare a fine film su sfondo nero.

data di pubblicazione:12/10/2025


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LA PRINCIPESSA DI LAMPEDUSA di Ruggero Cappuccio

LA PRINCIPESSA DI LAMPEDUSA di Ruggero Cappuccio

diretto e interpretato da Sonia Bergamasco – musiche di Marco Betta e Ivo Parlati

(Teatro Biondo – Palermo, 11 ottobre 2025)

Si inaugura così la stagione teatrale del Biondo di Palermo, e il progetto triennale “Cultura aperta”: con uno spettacolo preceduto da un ballo, dal sapore di altri tempi, nel cuore della città. Il tema conduttore è il mito del Gattopardo. Fantasia e storia, sfarzo e decadenza si mescolano e si fondono. In un tripudio di suoni e colori, pervaso di sottile malinconia. Grazie alla scrittura di Ruggero Cappuccio, si recupera la genesi del mito stesso, facendo rivivere il personaggio di Beatrice Mastrogiovanni Tasca di Cutò, principessa di Lampedusa. Madre di Giuseppe Tomasi, autore del celebre romanzo, questa si pone alla ribalta come donna di carisma e di spessore, che neppure la morte metterà a tacere.

Oggi a Palermo si allestisce un sogno, fuori e dentro le mura del teatro. Coppie di ballerini in costumi d’epoca – dalla Compagnia nazionale di danza storica – sfilano per le strade del centro fino alla piazza Villena, “Teatro del Sole”. Al centro, un palco, un pianoforte a coda e due giovani talenti, allievi del Conservatorio di Musica di Palermo: Enrico Simonetta, pianista, e Luciano Giambra, tenore. Così “l’aurora di bianco vestita” e “o sole mio” vengono fuori dal petto e dalle labbra, e dalle abili dita. Scintillano. Perché non c’è magia senza la musica. Tutt’intorno, a fare da cornice ma anche soggetto del quadro, una folla di palermitani in festa, protagonisti veri, più che semplici comparse.

È questo il progetto del direttore artistico Valerio Santoro: un teatro a tutto tondo, che dilaga, sconfina e “invade” il territorio, facendolo proprio e donandosi completamente.

E quando la platea si ricompone, al chiuso, davanti ad un sipario nuovo fiammante, il clamore si attenua, e si riprende a sognare. È una dimensione onirica. Le luci della ribalta si accendono su di lei, Beatrice, la principessa di Lampedusa, che qui ha la voce, il corpo, le movenze di Sonia Bergamasco. È lei l’anima della storia, è il suo instancabile monologo a tenere la scena, per tutta la durata della rappresentazione. Lei e le sue tante voci, ora riprodotte in falsetto, ora duplicate come riverberi indistinti, misteriosi. Voci attraverso le quali rivivono figlie e madri, ragazze del popolo, familiari e stranieri, nobili e persone comuni. Di questa terra e di un tempo “che fu”. E rivive anche lei, spettro che parla (“sono morta il diciassette ottobre millenovecentoquarantasei”) mentre si dondola su quell’altalena che è il centro del palcoscenico e il fulcro stesso della narrazione. Gira su di sé, volteggia, a piedi scalzi. Ascolta, dapprima, i grilli cantare sommessamente, in una sorta di placido requiem orchestrato in natura, e poi si stordisce col fragore delle bombe sopra Porta Felice, venute lì a scoperchiare le cupole delle chiese e i tetti dei palazzi. Rievoca, quasi sussurrando, canti popolari sulla prima intimità tra sposi (quannu la misi ‘ntra dd’amatu lettu, e ci scuprivi li minnuzzi d’oru …). Recita e mima un amplesso “spettacolare”, di fuoco e di fumi maestosi, tra i due colossi delle Due Sicilie: il Vesuvio (lui) e l’Etna (lei), unendo eros e mito in un nodo inestricabile di amore e morte.

Espressione di una sicilianità forte e fiera, che sopravvive a tutto, La principessa di Lampedusa rinasce per il suo pubblico, che inizialmente la vede di spalle, sulla scena semibuia. Per consegnarsi a lui, alla fine, in un applauso che è un abbraccio di luce.

data di pubblicazione:12/10/2025


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TRE CIOTOLE di Isabel Coixet, 2025

TRE CIOTOLE di Isabel Coixet, 2025

Isabel Coixet, insieme ad Enrico Audenino, traduce sullo schermo l’ultimo romanzo di Michela Murgia in un’opera che sa essere al tempo stessa gravosa e gentile, silenziosa e poderosa. Tre Ciotole non è un film che racconta la fine come un momento conclusivo, ma piuttosto come un varco; ciò che si perde diventa luce che entra.

La storia si dipana attorno a Marta (Alba Rohrwacher) e Antonio (Elio Germano). Dopo un litigio apparentemente banale, la loro separazione diventa la soglia di un nuovo, doloroso viaggio. Marta comincia a soffrire una perdita d’appetito che la costringe a guardare nel dolore dentro il corpo. Antonio, chef in ascesa, si rifugia nella cucina, nel lavoro, nel desiderio di riempire il vuoto con l’azione. Quando finalmente Marta scopre che dietro al sintomo c’è qualcosa di più profondo, di salute, di corpo che parla, tutto cambia. E il dolore diventa materia con cui imparare ad orientarsi.

I temi cari a Michela Murgia ci sono tutti, pur senza cadere nell’agiografia: la famiglia che si ricompone fuori dai vincoli di sangue, la malattia che non diventa spettacolo del dolore ma occasione di riscrittura identitaria, l’amore che si manifesta più come atto politico che sentimento privato. Anche se la sceneggiatura non è una trasposizione pedissequa dei dodici racconti del libro, ma cerca di creare un arco drammatico e unitario.

Alba Rohrwacher interpreta Marta non come vittima ma come un’eroina per cui la scoperta della malattia non è il mostro, ma l’occasione. Elio Germano, dal canto suo, costruisce Antonio con misura, una presenza complessa, capace di rimorso, di senso del fallimento, di amore che non lava via il passato ma cerca di conviverci. Il resto del cast, pur con meno spazio, fornisce sfumature importanti: figure che curano, che non giudicano, che restano accanto.

La scelta di girare nel formato quattro terzi, fatta per evitare l’effetto cartolina, restituisce però anche un senso di intimità e costrizione, accentuando la dimensione domestica e interiore dei personaggi. Il ritmo non è serrato, la Coixet lascia spazio, per la sospensione, per l’oscillazione tra memoria e presente, tra ciò che urla dentro e ciò che resta sommesso. E questo è un pregio. Ci sono però anche alcune zone meno efficaci. Fra passaggi narrativi prevedibili ed il messaggio che solo quando si sa di morire si comincia ad apprezzare la vita che è già sentito, sfruttato, e non sempre aderente alla drammatica realtà della malattia.

data di pubblicazione:11/10/2025


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UNA GIORNATA QUALUNQUE DEL DANZATORE GREGORIO SAMSA

UNA GIORNATA QUALUNQUE DEL DANZATORE GREGORIO SAMSA

drammaturgia e regia Eugenio Barba, Lorenzo Gleijeses, Julia Varley

(Teatro Greco – Roma, 8/12 ottobre 2025)

Una giornata qualunque del danzatore Gregorio Samsa inaugura la stagione di prosa di un nuovo palcoscenico romano, il Teatro della città di Roma – Teatro d’Italia, per la conduzione della United Artist di Roberta Lucca. Gli spettacoli saranno ospitati al Teatro Greco, storica sala dedicata alla danza nel quartiere Salario fondata da Renato Greco e Maria Teresa Del Medico. La programmazione promette alta qualità e fruizione, con un cartellone ricco di grandi protagonisti del teatro italiano. La proposta spazia dai classici intramontabili alle nuove sperimentazioni teatrali italiane ed europee. Tra i nomi in evidenza Lorenzo Gleijeses, che porta in scena il personaggio di Gregorio Samsa, un artista della danza alla ricerca della perfezione, incastrato in un mondo di incomunicabilità e ossessioni.

Lo spettacolo di Lorenzo Gleijeses e Mirto Baliani nasce da un lungo e articolato lavoro avviato diversi anni fa a Hostelbro, in Danimarca. La regia porta la firma di Eugenio Barba, figura emblematica del teatro internazionale del Novecento, ancora oggi attivo e influente. Con lui, che per la prima volta dirige al di fuori dell’Odin Teatret (la celebre compagnia multiculturale fondata negli anni Sessanta) hanno lavorato alla regia lo stesso Lorenzo e Julia Varley.

Proprio a Barba il Teatro della Città di Roma dedica il mese di ottobre con una serie di incontri, workshop, masterclass e spettacoli per celebrare l’ottantanovesimo compleanno del maestro (programma completo su Odin Teatret in Rome – Eugenio Barba 89 (8-26 Oct.) – Home).

Gregorio Samsa, il cui nome evoca chiaramente il protagonista della Metamorfosi di Kafka alla cui figura il lavoro si ispira, è un danzatore quarantenne impegnato nelle intense prove di uno spettacolo prossimo al debutto. Nella sala prove, dove senza sosta ripete la coreografia sotto lo sguardo esigente di un maestro scrupoloso (la voce fuoricampo è dello stesso Barba), fino all’appartamento in cui vive, la danza non conosce tregua. Si insinua e domina ogni gesto e movimento, anche quelli più semplici della vita quotidiana. I movimenti di scena sono curati da Manolo Muoio.

Volontariamente immerso e ossessionato dal suo universo creativo, vive come isolato dal resto del mondo e delle relazioni. La comunicazione con gli affetti più prossimi avviene tramite un cellulare. In teoria uno strumento che dovrebbe infrangere una certa barriera comunicativa ma che invece lo isola ancora di più. Dal padre, anche lui artista, che esercita su di lui una contorta dipendenza vissuta con evidente timore; dalla fidanzata, che lamenta esasperata la distanza emotiva del loro rapporto; e perfino dalla psicologa, con cui continua un intenso percorso terapeutico volto all’autoanalisi e a una ricerca che lo inquieta profondamente. Anche in questo caso, analogamente a quanto accade con il maestro coreografo, l’utilizzo delle voci fuoricampo – di Geppy Gleijeses, Maria Alberta Navello e Julia Varley – accentua la separazione che il personaggio ha dal resto del mondo.

Lorenzo Gleijeses è pura energia pulsante, vitalità e tormento. Questo spettacolo è una prova di resistenza incredibile che richiede un immenso sforzo sia mentale che fisico, ma anche capacità di dialogo con la materia sonora e luminosa di cui è composto. Un ottimo lavoro per iniziare il percorso del neonato palcoscenico della capitale. Buona stagione.

data di pubblicazione:11/10/2025


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SIMULACRO di Collettivo KOR’SIA

SIMULACRO di Collettivo KOR’SIA

(Teatro Argentina – Roma, 7/8 ottobre 2025)

Romaeuropa Festival ha ospitato, sul palcoscenico del Teatro Argentina, Simulacro, la nuova creazione coreografica degli italo-spagnoli KOR’SIA. Fondato nel 2015 dai coreografi e direttori artistici Antonio de Rosa e Mattia Russo, insieme a Giuseppe Dagostino e in collaborazione con Agnès López-Río, il collettivo KOR’SIA attraverso la danza esplora il passato ed i nuovi contesti sociali che diventano un territorio di elaborazione, un ponte tra passato e presente, tra realtà e immaginazione. Simulacro nasce dall’urgenza di analizzare l’identità umana nell’era digitale, metafora della contrapposizione tra l’io e l’universo governato da codici e algoritmi.

Uno spazio circolare in perenne rotazione, senza punti di riferimento. La necessità di non fermarsi, ma senza direzioni effettive mentre la tecnologia incombe e sovrappone il costruito al reale. In questo spazio non lineare la struttura narrativa è frammentata e sospesa. Ogni movimento avviene per reazione ed inerzia e lo spazio si riempie di pieni e vuoti, di pause e ripartenze, incontri ed incroci temporanei. Esasperando la ricerca di emozione in un mondo governato da bit ed interferenze, Simulacro racconta la conflittualità tra reale e virtuale, verità e menzogna, in un luogo indefinito popolato di informazioni, immagini, intelligenze artificiali che soffocano l’immaginazione ed il libero pensiero. Esiste oggi un vissuto reale? Siamo artefici del destino che costruiamo o siamo soggetti a una manipolazione costante?

Attraverso una combinazione di linguaggi artistici e tecnologie avanzate, Antonio de Rosa e Mattia Russo creano un’opera multidisciplinare che prende vita con sette danzatori in scena, la drammaturgia di Agnès López-Río, e la colonna sonora di Alejandro da Rocha. In linea con i precedenti progetti creativi, Simulacro si radica in una visione artistica che unisce sensibilità coreografica e innovazione tecnologica, per ampliare il linguaggio performativo e aprire a nuove capacità espressive. Un’esperienza sensoriale che invita il pubblico a riflettere sul senso di identità ed individualità, sulle relazioni sociali e sulla necessità di inclusività̀ e diversità nella cultura e nella società.

Spettacolo intenso e coinvolgente: straordinari i danzatori, bellissime le atmosfere che rievocano Lost Highway di David Lynch, la strada e le luci reali o immaginate, la colonna sonora ambigua e struggente. La danza diventa la manifestazione vera della percezione contemporanea, dove ogni certezza si sgretola, ma dove ancora pulsa la disperata ricerca di umanità.

data di pubblicazione:09/10/2025


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TRON: ARES di Joachim Ronning, 2025

TRON: ARES di Joachim Ronning, 2025

Tron: Ares emerge come un tentativo ambizioso di riaccendere un universo fantascientifico che ha radici profonde, non solo estetiche ma filosofiche: chi siamo se creiamo esseri intelligenti? Che cosa significa “umano” quando la materia del pensiero può diventare codice? Domande che risuonano più che mai in un’epoca, la nostra, in cui l’IA non è più solo finzione, diventando riflessione esplicita sul presente che ha superato l’analogico e sull’impatto sociale dell’intelligenza artificiale.

Visivamente Ares non tradisce: la scenografia digitale, le tute, il design delle luci sono spettacolari, inoltre gioca molto sul contrasto, su texture che alternano gelo tecnologico e superfici concrete per dare corpo al confine tra algoritmo e carne. Anche la colonna sonora, firmata dai Nine Inch Nails, è un altro dei punti di forza, sia a supporto di riprese che a volte sembrano quasi un videogame, sia come vero motore emotivo, contribuendo a costruire tensione e straniamento, e ad accentuare quel senso di meraviglia che è nel DNA di Tron.

Il direttore della fotografia Markus Forderer imprime un’identità precisa: colori freddi, contrasti metallici, luci pulsanti che evocano tanto la tradizione del neon noir quanto la pulizia hi-tech del design nordico. In una dialettica costante tra due mondi: la realtà calda, leggermente granulosa e il cyberspazio liscio, quasi ipnotico, in cui ogni passaggio è sottolineato da una variazione percettiva netta.

Ma il ritmo spesso traballa sotto il peso dell’esposizione e il film, che è continuamente sottoposto alla pressione di essere sequel di qualcosa che molti amano, fatica ad essere coinvolgente. In compenso Jared Leto spicca non solo per la sua bellezza ma anche per momenti di genuina autenticità. La sua “innocenza programmata”, il suo stupore, la sua curiosità sono credibili, ma il personaggio comunque soffre quando il copione lo vuole oscillare troppo tra simbolo e mero strumento narrativo per conflitti aziendali, armamenti, politica della tecnologia. Anche gli antagonisti e le implicazioni etico sociali restano a volte un po’ sfumate: il conflitto tra “usare la tecnologia per migliorare l’umanità” è “usarla come arma” è potente sulla carta, ma non sempre compiutamente tradotto in profondità drammatica.

Quindi Tron: Ares è potente nella sua capacità di far pensare, di suggerire che la luce al neon non è solo decorazione, ma inciampa quando preferisce l’azione e la corsa agli effetti, invece di scavare con maggiore coraggio nell’empatia, nei dilemmi morali o nel disagio esistenziale.

data di pubblicazione:09/10/2025


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TITUS – WHY DON’T YOU STOP THE SHOW di Davide Sacco

TITUS – WHY DON’T YOU STOP THE SHOW di Davide Sacco

È la domanda del titolo – grido, appello, provocazione morale – che dal palcoscenico, per tutto lo spettacolo, investe il pubblico. Perché non riusciamo a fermare lo spettacolo della violenza? Rivolta non solo ai personaggi, ma anche alle nostre coscienze. In questa rivisitazione della tragedia di Shakespeare Davide Sacco porta Arancia Meccanica, Dexter, Suburra ma soprattutto l’attualità, quella striscia espressamente citata, che divide due popoli che potrebbero vivere uniti, in cui la violenza si perpetra senza essere fermata.

La messinscena gioca continuamente sul cortocircuito tra palco e platea con un effetto quasi brechtiano, in un ambiente claustrofobico fatto di metallo, buio e ruggine, fra luci stroboscopiche, musiche elettroniche e rumori, dove l’antica Roma si dissolve in una distopia riconoscibile e lo spettatore è allo stesso tempo testimone e complice di un rito inarrestabile.

Francesco Montanari è un Tito trattenuto e viscerale insieme, non solo un padre dilaniato dal lutto, ma un uomo che scopre di essere prigioniero della stessa logica di potere che pretendeva di servire, senza scorciatoie tragiche, mostrando il punto esatto in cui la vendetta smette di essere giustizia e diventa auto distruzione. Al suo opposto, o forse al suo riflesso, Guglielmo Poggi costruisce un Saturnino di lucida ambiguità, fragile, narcisista, irrimediabilmente contemporaneo. Capace di tenere la tensione drammatica anche quando la regia lo vuole caricaturale. Strappandoci un sorriso che è solo preludio del baratro.

Attorno a loro, il resto del gruppo – Tamora, Lavinia, Demetrio, Chirone – sono una sorta di coro dionisiaco degenerato, metà umano, metà animale, quasi un corpo unico che respira e si contorce, amplificando la sensazione che il male non appartenga ad un individuo, ma ad una collettività. Anche la violenza scenica, il sangue fittizio, le immagini che ricordano atrocità contemporanee non sono shock gratuiti, ma strumenti per rompere la distanza che mettiamo tra noi e l’orrore.

Il risultato è un Titus spietato che non cerca la bellezza ma la lucidità, non offre catarsi ma consapevolezza. Era il primo giorno di pace si recita, ma come sempre più spesso accade, anche quel giorno il sangue è sgorgato a fiumi.

data di pubblicazione:08/10/2025


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100 LIRE con Lorenzo Martinelli e Matteo Fasanella Regia di Matteo Fasanella

100 LIRE con Lorenzo Martinelli e Matteo Fasanella Regia di Matteo Fasanella

(Teatro Cometa Off – Roma, 1/5 ottobre 2025)

La famiglia troppo spesso è il luogo del non detto e troppo spesso quello che si finisce per non dire cambia percezioni e scelte, cambia il destino delle persone. Sotto la regia di Matteo Fasanella, la compagnia DarkSide LabTheatre Company ha portato in scena al Teatro Cometa Off di Roma lo spettacolo 100 Lire, drammaturgia originale firmata da Lorenzo Martinelli e Matteo Fasanella che ne sono anche gli interpreti. Due fratelli, profondamente diversi tra loro, si reincontrano al capezzale dalla madre morta. La condivisione di un dolore così profondo riesce a rompere la barriera di incomunicabilità che li separava.

100 Lire offre una profonda riflessione sulla difficoltà e sulla incapacità oggi di comunicare e relazionarsi col prossimo. Tale disagio è paradossalmente maggiormente presente nella famiglia, dove tali dinamiche si delineano e si esasperano. Due fratelli affrontano il dolore per la perdita della madre reincontrandosi e ripercorrendo il loro vissuto, scandito dall’abbandono del proprio padre e da scelte di vita che li hanno resi oggi sconosciuti l’uno all’altro.

Fabrizio gesticola, si muove freneticamente, è maniacale e compresso, lavora in fabbrica ed è rimasto a vivere con la mamma, è apparentemente il più debole dei due ma sfoga la sua intelligenza in una esasperata acquisizione mnemonica, mentre Fausto è il colto della famiglia, l’affascinante attore di teatro trasferito a Roma ancora alla ricerca di notorietà e fama.

L’elaborazione del lutto e la gestione dell’immediato costringono i due personaggi nella difficoltà dell’incontro, ad un faccia a faccia che svela segreti e bugie ma che apre ad un dialogo inaspettato.

La morte diventa passaggio e momento di rilettura dolorosa e liberatoria, dove il gioco delle parti si sgretola, dove si scopre chi conosce meglio Majakovskij e chi si sente maggiormente inadeguato.

Ma tutto si ricompone ed il dolore e la morte aprono ad una inaspettata consapevolezza ed a un nuovo bisogno di condivisione e di affetto.

Uno spettacolo molto bello e viscerale, vissuto intensamente dagli attori/autori veramente bravi nello scavare nel profondo e nel regalare al pubblico riflessioni ed emozioni.

data di pubblicazione:07/10/2025


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ALICE NELLA CITTÀ XXIII edizione

ALICE NELLA CITTÀ XXIII edizione

(Roma,15/26 ottobre 2025-Auditorium Parco della Musica, Auditorium della Conciliazione e Cinema Adriano)

Si svolgerà a Roma dal 15 al 26 ottobre 2025, parallelamente alla Festa del Cinema di Roma, la XXIII edizione del festival Alice nella città diretto da Fabia Bettini e Gianluca Giannelli e organizzato dall’Associazione Culturale PlayTown Roma. Sarà l’horror indipendente Good Boys, opera prima di Ben Leonberg, ad aprire il festival, che vedrà anche l’atteso ritorno di Daniel Day-Lewis con l’anteprima Anemone, opera prima diretta dal figlio Ronan. Insieme saranno a Roma per presentare il film e tenere una masterclass. L’ampio programma prevede 11 film nel concorso internazionale, di cui 4 diretti da registe, 6 film fuori concorso, 6 film nel concorso Panorama Italia che concorrono al Premio del pubblico, 3 serie tv di cui 1 in coproduzione con la Festa del Cinema di Roma, 3 proiezioni speciali nel Panorama Italia, 1 in coproduzione con la Festa del Cinema di Roma, 1 proiezione speciale, 49 cortometraggi. A trent’anni dall’uscita nelle sale sarà presentato il restauro de La scuola di Daniele Luchetti, unitamente a quelli di Pianeta azzurro opera prima di Franco Piavoli e Piccoli Fuochi di Peter Del Monte.

Da sempre attenta ai temi legati alle giovani generazioni e al cinema nuovo, Alice nella città presenta un programma di anteprime assolute, esordi alla regia e significative conferme.

Gli 11 film del Concorso sono espressione vivace di territori del mondo troppo spesso dimenticati, che dell’infanzia sanno cogliere il potere della ribellione e la capacità di mettere in evidenza il buio delle relazioni con il mondo adulto e le difficoltà del vivere insieme.

Sarà presente l’opera prima di Hasan Hadi, vincitore della Caméra d’Or per il miglior debutto al Festival di Cannes 2025: The President’s cake (già candidato iracheno all’Oscar 2026 per il miglior film straniero), un film che vive nei ricordi d’infanzia del suo regista.

Gli fa eco il prezioso e toccante debutto di Akinola Davies Jr., dove la ricerca dei legami familiari si confonde con un desiderio profondo di libertà nella capitale nigeriana Lagos, scossa da tremendi disordini politici nel 1993. My father’s shadow esplora la fragile mascolinità della società del gigante d’Africa, attraverso gli occhi di un padre e dei suoi due figli.

Anche Vojtěch Strakatý (After Party) sceglie, per il suo secondo lungometraggio, un delicato studio dell’infanzia che cattura il senso di sorellanza, d’incertezza ed emancipazione che talvolta circonda l’esperienza della crescita. The other side of summer è l’altro lato dell’estate che si rivelerà misterioso, pieno di emozioni e di incognite.

C’è anche lo sguardo della pubertà, che non esclude dalla curiosità e dall’esplorazione nessun aspetto del mondo che li accoglie. Sundays il nuovo film di Alauda Ruiz de Azúa ci presenta Ainara, una ragazza diciassettenne idealista e brillante che deve decidere quale corso di laurea intraprendere. O almeno, questo è ciò che la sua famiglia spera. Tuttavia, la giovane rivela di sentirsi sempre più vicina a Dio ed è pronta ad abbracciare la vita di suora di clausura.

Amélie et la métaphisique des tubes, il primo lavoro collettivo di Liane-Cho Han e Maïlys Vallade, tratto dal romanzo della scrittrice belga Amélie Nothomb, disegna la mappa dei primissimi anni di vita di una bambina. Mettere in scena l’infanzia con un film d’animazione come questo significa raccontare i passaggi fondamentali dell’esistenza e l’immaginario poetico delle piccole e grandi scoperte quotidiane.

Una cura delle piccole cose che scava e suscita sentimenti profondi si rintraccia anche nell’opera seconda dello sceneggiatore e regista Max Walker-Silverman. Rebuilding è una storia di ripartenza e di rinascita umana.

Lo stesso spirito resiliente che segna il sorprendente Dance of the living (La lucha), opera seconda del regista spagnolo José Alayón, che porta con sé il mistero ancestrale che tiene unite le famiglie. Sull’isola arida di Fuerteventura, Miguel e sua figlia Mariana cercano di andare avanti dopo una perdita che li ha gettati entrambi alla deriva.

Uno spunto ideale su cui anche la regista Lucía Aleñar Iglesias fa affidamento per il suo debutto cinematografico. Forastera, un film sulla memoria e sugli strani echi che vivono dentro di noi. Parla dell’assenza senza eufemismi, senza inganni consolatori.

L’acquisto di un computer portatile di seconda mano, con i soldi guadagnati vendendo i capelli della propria figlia, è l’immagine intorno alla quale è stato concepito il debutto del regista iraniano Hesam Farahmand. My daugther’s hair (Raha) è un potente dramma sociale che alterna alla rassegnazione la forza d’animo di un padre che si confronta con un evento molto semplice che minaccia di frantumare la storia della loro vita.

La stessa lotta che, nell’opera prima di Siyou Tan, ci aiuta a esplorare la fragilità delle libertà individuali. Amoeba è una profonda riflessione sulle sfide adolescenziali alle costrizioni e alle convenzioni sociali.

Il già citato Anemone segna il debutto alla regia di Ronan Day-Lewis, che per il suo primo film decide di esplorare i complessi e profondi legami che esistono tra fratelli, padri e figli. Ma il valore del film non è solo la prima apparizione sullo schermo, dopo otto anni, del padre (Daniel Day-Lewis), o del cast di grandi attori (Sean Bean, Samuel Bottomley, Samantha Morton) ma sta nel talento di tenere insieme tanti fili narrativi.

 

Panorama Italia è la vetrina che punta sulla scoperta e sulla valorizzazione del cinema italiano. Sono film inediti mai usciti in sala per il grande pubblico.

In un’epoca in cui il presente è sempre più digitale, veloce, iperconnesso Daniele Barbiero firma un racconto contemporaneo sull’adolescenza, sulla pressione sociale e sulla difficoltà di scegliere chi diventare in un mondo che impone di correre senza sosta. Squali mette al centro della narrazione due amici con aspettative, sogni e paure.

Margherita Spampinato nel delicato e potente Gioia mia propone un contrappunto a questa narrazione: la lentezza, il silenzio e la memoria come parti vive del quotidiano.

Anche Bouchra film di Orian Barki e Meriem Bennani è cinema che si nutre di realtà e di memoria, ma con uno spirito che mescola generi, formati, linguaggi visivi, dando vita a un’opera che sfugge alle etichette.

Leila è un film corale immaginato da Alessandro Abba Legnazzi, Giada Vincenzi e dalla loro figlia Clementina. È un tentativo di narrare il dolore di una separazione, un vero e proprio tornado emotivo che spazza via certezze e ruoli, lasciando tutti confusi, fragili e alla ricerca di un equilibrio impossibile.

Anche nella genesi di Ultimo schiaffo c’è qualcosa di decisamente coraggioso. L’opera seconda di Matteo Oleotto ci proietta in una dimensione dalla spiccata nota noir che mescola gli ingredienti più ricchi del dramma, della commedia e persino del thriller, in un cocktail familiare spiazzante ambientato durante le vacanze di Natale in un paesino di montagna.

Massimiliano Bruno torna al cinema con 2 Cuori e 2 Capanne, un’opera che unisce l’intelligenza della commedia all’osservazione del reale. Un film che ha il coraggio di uscire dagli schemi del genere, mantenendo il tono brillante che lo contraddistingue, ma affrontando temi esistenziali con una delicatezza nuova: Alessandra (Claudia Pandolfi) e Valerio (Edoardo Leo) sono due opposti irriducibili che dovranno imparare a convivere nella stessa scuola dove si ritrovano a lavorare insieme.

data di pubblicazione:06/10/2025