da Nadia Alese | Feb 4, 2026
Agata Christian- Delitto sulle Nevi è l’ultimo tentativo italiano di coniugare l’impianto del giallo classico con il linguaggio frizzante della commedia, un Knives Out all’italiana, che gioca apertamente con i topoi del genere e con l’iconografia del giallo isolato in un luogo chiuso. Il film ha un cast corale eterogeneo, in cui Christian de Sica fa da capofila, nei panni di un investigatore irriverente, accompagnato da caratteristi e volti noti dell’intrattenimento nostrano.
Nel cuore narrativo c’è Christian Agata (Christian de Sica appunto), che si autodefinisce “il miglior criminologo d’Europa”, invitato nel sontuoso castello di una ricca famiglia dell’industria ludica per un evento promozionale. L’ambiente innevato della Valle d’Aosta, tra Gressoney e Cervinia, diventa subito cornice ideale per un omicidio: il patriarca Carlo Gulmar viene trovato morto in circostanze bizzarre, e il detective deve dipanare una matassa di sospetti, segreti familiari e dinamiche umane.
Il film di Puglielli si fonda su un equilibrio tra commedia farsesca e intrigo investigativo, a vantaggio però della battuta e del gioco di coppia comica tra il detective cinico ed il brigadiere ingenuo, interpretato da Lillo Petrolo. Questo non è necessariamente un difetto, ma chiarisce l’intento del film di privilegiare la leggerezza rispetto alla costruzione di un puzzle giallo rigoroso.
Il resto del cast, da Maccio Capatonda a Paolo Calabresi, da Chiara Francini ad Alice Pagani, è diligente e aderisce al registro richiesto. La presenza del rapper Tony Effe, al suo primo impegno cinematografico significativo, aggiunge poi un ulteriore elemento di novità allo schieramento, dimostrando come il film tenti di dialogare con pubblici diversi.
In definitiva Agata Christian non reinventerà il cinema italiano, ma rappresenta un tentativo interessante di esplorare un filone da noi poco praticato: la commedia gialla moderna, quell’impianto da Invito a Cena con Delitto che all’estero è già stato ampiamente cavalcato. È un film che funziona certamente più come intrattenimento e gioco meta-cinematografico, che come giallo da risolvere, con un punto di forza che è l’alchimia del cast, e che, se viene accolto con lo spirito giusto, può benissimo trasformarsi in un piccolo cult di stagione, soprattutto per gli amanti del genere.
data di pubblicazione:04/02/2026
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da Antonio Jacolina | Feb 4, 2026
Diciamolo subito: Hamnet è un film molto bello e struggente supportato da una buona regia, da un’ottima sceneggiatura coscritta dalla regista e dall’autrice del romanzo da cui è tratto e soprattutto dalle superbe performance di Paul Mescal e Jessie Buckley. La Buckley è da Oscar!
La Zhao è di ritorno con un dramma storico ed è più brava che mai! Ci offre una vicenda epica e non convenzionale, una tenera meditazione su gioia e paura, dolore e perdita e sull’Amore che può distruggerci o salvarci. Una rivisitazione poetica sul processo creativo, la genesi di un grande capolavoro. Il fantasioso spunto iniziale è l’incontro, l’innamoramento ed il matrimonio di una giovane coppia nell’Inghilterra Elisabettiana. Agnes è una ragazza dei boschi eccentrica e legata al mondo magico della Natura, lui è… il giovane Shakespeare. Un inizio sensuale, forse troppo lungo ma dolce e a tratti lirico. Poi le ambizioni letterarie portano Shakespeare a Londra mentre la moglie resta a Stratford a crescere i tre figli. La tragedia incombe e porta via il piccolo Hamnet. La regista ci rende partecipi di un inimmaginabile dolore che arriva a minare il legame della coppia.
Zhao è un’acuta osservatrice della Natura e dell’Umanità sofferente. Lirismo e crudo realismo sono il suo tratto distintivo. È compassionevole ma anche attenta a non scadere nel dramma strappalacrime. Agnes precipiterà in una spirale di disperazione, Shakespeare invece, fra ambizione letteraria e dolore, talento e sensi di colpa creerà il suo capolavoro: Amleto!
Il senso del film è tutto qui. Non la rappresentazione della sofferenza ma una riflessione sul lutto che sottolinea la forza e la capacità dell’Arte. Trasformare un dolore personale in uno dei lavori artistici più universali. Una Catarsi terapeutica struggente. Un modo per un padre, non potendo riportare in vita il figlio di rendere eterna la sua memoria e farlo vivere per sempre nei suoi versi.
Un’idea intrigante con qualche eccesso di fantasia ma convincente. Zhao lavora per sottrazione e realizza un’eccezionale elegia visiva fortemente coinvolgente. Consente al pubblico di immedesimarsi nella storia e nelle passioni con intensi primi piani. Esalta con un lavoro di cesello fotografico gli ambienti poco illuminati per accentuare la cupezza degli animi addolorati. Porta così lo spettatore su un piano emotivo elevato. Un lavoro intelligente e complesso che sa ben toccare i sensi e le emozioni con immagini evocatrici e un’ottima direzione degli interpreti. La Burkley è il cuore pulsante del film, gli dà vita reale e con il suo magnetismo affascina, impressiona e commuove.
Un film più che ottimo. Già premiati con i Golden Globe e con 8 Nomination significative per gli Oscar, sentiremo sicuramente riparlare di Hamnet e della sua interprete nella notte del 15 Marzo.
data di pubblicazione:04/02/2026
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da Antonio Jacolina | Feb 1, 2026
Londra. Alcuni rapinatori fanno irruzione nella sede di una Società di Investimenti che gestisce Fondi Pensione. Seminano il panico, costringono Sophia Turner, un’impiegata ed un suo collega, ad eseguire i loro ordini e rubano 4,5 miliardi di Sterline. Gli inquirenti cercheranno poi di scoprire chi ha progettato la rapina…
Un Thriller ben curato su un furto cyber-finanziario che decolla subito con i piedi sull’acceleratore. Steal è una Miniserie britannica di qualità (uscita il 21 Gennaio) che conferma che un Format Breve (6 puntate di 45’) può funzionare se ben pensato, ben sceneggiato e ben diretto con un Casting solido.
Il primo episodio teso e dinamico di un’audacia incredibile ed una semplicità sorprendente ci fa subito vivere in tempo reale più che un colpo perfetto una rapina dura e violenta piena di tensione. Pone così le basi per una narrazione efficace, coinvolgente e ricca di sorprese. La suspense resterà una costante mantenendo gli spettatori in ansia fino all’intrigante finale.
Sia ben chiaro, non è un furto alla Ocean’s Eleven né una serie d’azione, difatti dopo la dinamicità spettacolare e cinematografica iniziale la vicenda cambia ritmo e si centra tutta sulla gestione degli ostaggi, sulle manovre dei criminali e sulle inchieste degli inquirenti volte a scoprire mandanti e talpe. Sospetti, paure, tempi dilatati per sviluppare i fatti e spiegarne il meccanismo in un contesto complesso in cui nulla è semplice, nessuno è ciò che pretende di essere, molteplici gli interessi in gioco.
Al centro il tema del Denaro, del Potere e del Potere del Denaro con una protagonista che è un’antieroina fragile ma, all’occorrenza, sveglia e determinata. Lo stile narrativo è quello delle fruizioni seriali: un susseguirsi di eventi per mantenere sempre viva l’attenzione dello spettatore e ancorarlo di episodio in episodio. Questa volta però i sotto intrighi non disturbano, gli autori sanno evitare gli eccessi. La storia tiene grazie ad una buona scrittura, all’accuratezza dei dettagli, ad un ritmo incalzante, ad un montaggio accurato e ad una giusta alternanza di momenti tesi e momenti più calmi. La regia asciutta e nervosa regge saldamente il timone fino alla fine. La Turner sostiene la Serie con la sua bravura. Un’interpretazione più che convincente che dà spessore al suo personaggio di episodio in episodio.
Steal è senza dubbio un Thriller efficace girato con cura, il cui intrigo tiene col fiato sospeso fino alla fine. Un divertimento di qualità ben interpretato e ben realizzato. Un prodotto ambizioso che conquista rivedendo anche il Genere in chiave moderna e psicologica.
data di pubblicazione.01/02/2026
da Nadia Alese | Gen 31, 2026
(Teatro de’ Servi – Roma, 29/1 -1/2 2026)
Perché Non Canti Più è uno di quegli spettacoli che, col passare degli anni, smette di essere semplicemente un omaggio e diventa una presenza stabile, quasi necessaria, nel panorama teatrale e musicale italiano. In scena da oltre dieci anni, il tributo a Gabriella Ferri ideato e diretto da Pino Strabioli e interpretato da Syria, ha attraversato stagioni, teatri e pubblici diversi, senza perdere forza, anzi raffinando il proprio equilibrio tra racconto, musica e memoria.
Non si tratta di un’operazione nostalgica né di un’imitazione, Strabioli costruisce una drammaturgia leggera ma precisa, fatta di parole, immagini evocate e musica, che ci restituisce tutta la complessità di Gabriella Ferri. La figura che emerge è quella di un’artista viscerale, attraversata da una felicità incontenibile ed allo stesso tempo da una malinconia profonda, capace di incarnare Roma e insieme di sfuggirle, di essere popolare senza mai diventare facile.
Syria affronta questo materiale con intelligenza e con misura, scegliendo la strada più difficile, quella di non sovrapporsi a Gabriella ma di dialogare con lei. La sua voce, diversa per timbro ed impostazione, non cerca la replica ma l’interpretazione, ed è proprio in questo spazio che nasce l’emozione più autentica.
Le canzoni, da quelle più celebri a quelle meno frequentate, vengono attraversate con rispetto, ma anche con libertà, restituendo tutta la modernità di un repertorio che parla di amore, rabbia, abbandono e dolore, con una verità disarmante.
Lo spettacolo è intenso, intimo, e la regia di Strabioli, fedele alla sua cifra elegante e mai invadente, accompagna il racconto senza sovrastarlo, lasciando spazio alla parola e alle note ed evitando ogni enfasi superflua. Anche l’apparato scenico, volutamente sobrio, contribuisce a creare un luogo della memoria che non è museale, ma vivo, attraversabile. Perché non canti più funziona perché non pretende di spiegare Gabriella Ferri, né di risolverne le contraddizioni, ma le accoglie e le consegna al pubblico così come sono, lasciando che siano le canzoni e le parole a fare il resto.
Si tratta di uno spettacolo, in definitiva, che è in grado di parlare a generazioni diverse, a chi Gabriella l’ha amata e a chi l’ha scoperta in teatro, dimostrando che il vero tributo non è la celebrazione, ma la capacità di tenere alta una voce e di farla risuonare ancora senza tradirla.
data di pubblicazione:31/01/2026
Il nostro voto: 
da Paolo Talone | Gen 31, 2026
drammaturgia di Riccardo Tabilio, regia di Dario Aita e Elena Gigliotti
(Fortezza Est – Roma, 22/24 gennaio 2026)
Nasce sotto l’egida dell’Officina Pier Paolo Pasolini il collettivo Algo Ceiba. Ne fanno parte Nadia Fin, Gabriele Ratano, Francesco Savino e Gianluca Fischetto. Il loro lavoro, La singolarità, nato nell’ambito del programma Labor Work, è stato realizzato con il sostegno di DiSCo Lazio e Regione Lazio. La scelta di uno stile documentaristico mette al centro un tema piuttosto diffuso: la disposofobia, altrimenti conosciuta come disturbo da accumulo. Al progetto, diretto da Elena Gigliotti e Dario Aita, hanno collaborato Riccardo Tabilio (drammaturgia), Luca Piomponi (coreografia), Tommaso Grieco (musiche) e Chiara Saiella (luci).
C’è stato un momento, nella storia dell’universo, in cui tutta la materia era concentrata in una singolarità. È il punto zero, l’inizio. Da lì, l’esplosione che conosciamo come Big Bang, ha fatto disperdere atomi e molecole, creando la realtà così come la conosciamo. Che sia stato per pura casualità o perché delle precise leggi abbiano regolato l’espansione, oggi ci ritroviamo dove siamo, così come siamo, e l’unica cosa da fare è prenderne atto. È con questo espediente narrativo quasi calviniano di contrazione e dilatazione spazio-temporale che prende vita La singolarità.
Scritto da Riccardo Tabilio per il collettivo Algo Ceiba – il cui punto zero è avvenuto artisticamente all’Officina delle Arti Pier Paolo Pasolini – l’esperimento drammaturgico si interroga sulle cause psichiche che scatenano il disturbo di accumulo nelle persone. Il lavoro, presentato in prima assoluta nella sala teatrale di Fortezza Est, ha la forma quindi di un’indagine. Storie provenienti da contesti e città differenti, in epoche recenti come in quelle più lontane, vengono presentate e analizzate dai tre attori protagonisti: Nadia Fin, Gabriele Ratano e Francesco Savino. Per dire che la disposofobia non solo è più diffusa di quanto si immagini, ma è un disturbo trasversale, tipico della nostra società capitalista. E può cogliere tutti in forma più o meno lieve.
È il pubblico infatti a ritrovarsi inconsapevolmente coprotagonista della performance. Il vuoto fa paura a tutti, soprattutto quello che lasciano le persone care che sono venute a mancare. Lo spazio, misurabile nei metri quadrati calpestabili in un appartamento, si riempie così di oggetti, di ricordi. Ma anche di cose inutili che l’inerzia e l’incapacità di elaborare il lutto ci impediscono di buttare. La roba si accumula perché non c’è accettazione della morte. E infatti l’unico oggetto a non poter entrare nel caos è proprio una bara, come a voler sottolineare questo rifiuto.
Complesso il problema, non di facile soluzione. Come lo è il lavoro drammaturgico, articolato in molti linguaggi. Dall’utilizzo di materiale documentario, proiettato per testimoniare la difficile gestazione dello spettacolo, alla danza dei corpi, oggetti sepolti tra gli altri oggetti. E ancora, le musiche originali e, in particolare, le luci il cui utilizzo stroboscopico gioca un ruolo centrale. Moltiplica la percezione degli oggetti sulla scena, creando effetti visivi di prospettive variabili e tagli inaspettati. Un meccanismo che amplifica il caos, riproducendo ciò che si genera nella mente di un accumulatore.
Lo spettacolo, nonostante possa ancora crescere nell’armonizzazione dei singoli episodi in un flusso narrativo più fluido e organico, possiede il grande pregio di stimolare nello spettatore degli interrogativi. Un risultato affatto scontato e di raro valore per la drammaturgia contemporanea.
data di pubblicazione:31/01/2026
Il nostro voto: 
da Daniela Palumbo | Gen 31, 2026
di Benedict Sanderson
Il film figura attualmente tra i più visti su piattaforma Netflix, dove è stato aggiunto di recente. Una ragazzina originaria dello Utah, di nome Elisabeth Smart, viene rapita all’età di quattordici anni, di notte, prelevata da uno sconosciuto nella sua stessa casa, nella sua stessa camera, che divide con la sorella minore, Mary Katherine. In questo documentario viene ripercorsa la storia di lei, e la storia di un’intera famiglia – la sua – profondamente segnata dal dramma, attraverso le voci dei protagonisti, dai propri cari agli investigatori del caso.
È un tema sempre molto doloroso quello che prende in esame, analizza, come sotto la lente d’ingrandimento di un investigatore, il crimine aborrito della violenza contro un minore. Nel caso particolare, quello che viene rievocato è un crimine – con rapimento, sevizie e violenze di ogni genere – ai danni di una ragazza appena adolescente, poco più che bambina. Da un lato, l’innocenza della fanciullezza, la freschezza spontanea degli anni più verdi, e l’intimità domestica, il calore familiare che le circonda, con l’intento di tutelarle e lasciarle fiorire. Dall’altro, il male assoluto, l’occulto, che penetra attraverso le mura di casa, violando spazi, immobilizzando corpi, neutralizzando pensieri e reazioni di ogni tipo. In questa rappresentazione, il Male, incarnato nella persona del “mostro”, un finto “profeta” mormone, è per lo più ridotto a un’ombra. Una sorta di macchia scura e informe che invade la stanza, e afferra la “prescelta” e la trascina via con sé, sotto gli occhi pietrificati della sorella più piccola. Lo spettatore si immedesima in quella creatura inerme, prima ancora che nella vittima, il proprio sguardo si fonde con quello di lei, e resta lì, impotente e col fiato sospeso. Come in ogni documentario che si rispetti, lo sguardo, evidenziato dai primissimi piani dei testimoni ripresi sotto luci e angolazioni diverse, svolge un ruolo di rilievo. Comunica ciò che le parole da sole non sono in grado di trasmettere, creando un legame empatico con chi guarda e ascolta, e amplificandone la suggestione emotiva. Interessante e particolarmente efficace si rivela la scelta di dare la precedenza a personaggi “altri”, ugualmente coinvolti anche se non in prima persona, come la sorella Mary o Ed, padre di Elisabeth, che qui compaiono per primi “sulla scena”. Scelta finalizzata ad accrescere l’attesa e con essa la tensione, in previsione di sentire la viva voce della vittima – ormai adulta e “consapevole” -, che solo in seguito prenderà la parola, raccontandosi. Proprio la voce costituisce il filo conduttore della storia, dall’evolversi delle prime ricerche alle supposizioni successive e alle ultimissime indagini. Nel buio della camera dove Elisabeth viene rapita, tutto ciò che la sorellina (lì presente benché paralizzata dalla paura) è in grado di cogliere è proprio una voce. Nulla di più. Un’entità astratta, inconsistente, quasi smaterializzata, da ricomporre faticosamente nella memoria per individuare il colpevole (arduo compito per una bambina!). Prima ancora di compatire la vittima per le violenze subite, oltre che per il senso di vergogna da lei stessa provato e per lo strazio della separazione (“Avrei fatto di tutto per scappare!”), lo spettatore condivide angoscia e patimento con coloro che hanno vissuto il calvario dell’incertezza, della sofferenza, dell’attesa senza fine. E soffre con loro.
La mappatura degli indizi e dei sospetti – dalla sedia appoggiata al muro sotto la finestra della camera all’identikit riprodotto su carta con le fattezze dell’uomo misterioso – si configura sempre più come una sorta di gioco crudele, a metà strada tra una macabra caccia al tesoro e una serie di enigmi da decriptare. In un tale contesto, l’impresa più difficile è sicuramente cercare di entrare nei recessi della mente criminale, scovarne le tortuosità al fine di poterle aggirare, come sarà rivelato in una delle battute finali e risolutive (“Tu lo dici”).
Raziocinio e istinto di sopravvivenza: chi giunge a salvare sé stesso impara a salvare altre vite umane. Oggi Elisabeth è un’attivista per la sicurezza dei bambini che lavora e si adopera in difesa delle persone scomparse.
data di pubblicazione:31/01/2026
da Nadia Alese | Gen 29, 2026
Elena del Ghetto non è semplicemente un film di memoria storica, è una messa in scena della ribellione individuale come forma di resistenza culturale ed umana. Ambientato tra il 1938 ed il 1943, racconta la storia vera di Elena Di Porto, una donna ebrea romana che cerca di avvertire la comunità del Ghetto di Roma dell’imminente rastrellamento nazista, senza essere creduta. Una trama drammatica rielaborata senza retorica, che restituisce al pubblico una figura femminile intensa, emotivamente complessa e scomoda nel senso più profondo del termine.
Il regista Stefano Casertano, al suo esordio nel lungometraggio, rifugge i codici consolatori del cinema di memoria più convenzionale, non limitandosi a registrare gli eventi, ma accompagnandoci nelle strade, nelle piazze e nelle case del Ghetto, per restituirci la densità di un microcosmo sociale dilaniato dalle leggi razziali e dalla diffidenza interna.
La sceneggiatura, curata dallo stesso Casertano con Alessandra Kre e Francesca Della Ragione, intreccia con naturalezza momenti di tensione con pause di ironia amara o di affettuosa quotidianità, riuscendo così a dare respiro a un personaggio che, pur nel suo coraggio straordinario, resta un essere umano con dubbi, passioni e contraddizioni.
Al centro di tutto, con una performance di grande carattere e levità, c’è Micaela Ramazzotti nei panni di Elena, che esce dal “suo” e non interpreta un’eroina idealizzata, ma una donna concreta, irriverente, istintiva, capace di accendere la scena con uno sguardo o un gesto deciso, eppure vulnerabile nelle sue battaglie interiori. Il suo lavoro di costruzione del personaggio, che ha incluso lo studio del giudaico romanesco per restituire la parlata autentica dell’epoca, si percepisce in ogni battuta, in ogni sfumatura di intonazione, rendendo Elena non un simbolo astratto, ma una persona viva e complessa.
La colonna sonora di Matteo Curallo, arricchita da un brano originale di Ermal Meta, accompagna con delicatezza senza cadere nel sentimentalismo, rafforzando l’intensità drammatica di molte scene.
La grandezza di Elena del Ghetto sta nella sua capacità di parlare al presente attraverso il passato. Il film non chiede al pubblico di piangere per la Shoah in quanto tale, ma di riconoscere nella figura di Elena l’urgenza di una voce che si rifiuta di essere zittita di fronte all’ingiustizia, una voce che sia di esempio anche ai nostri giorni, quando il coraggio di andare controcorrente resta ancora una scelta difficile.
data di pubblicazione:29/01/2026
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da Daniela Palumbo | Gen 29, 2026
di Giuseppe Montesano, con Toni Servillo, luci Claudio De Pace
(Teatro Biondo – Palermo, 28 gennaio/1 febbraio 2026)
Questo viaggio poetico e filosofico sceglie come stazione di partenza il teatro e conduce gli spettatori attraverso epoche distanti e diverse. A ciascuna sosta corrisponde un insieme di versi, accompagnati da una serie di riflessioni, mentre ad uno ad uno vengono evocati gli spiriti immortali di Baudelaire, di Dante e dei poeti greci. La destinazione ultima è un luogo ideale di bellezza autentica e di umanità vera, una fonte a cui attingere per salvarsi dalle brutture del mondo odierno.
Può un uomo solo, l’attore unico protagonista della scena, tenere il palco per oltre un’ora, catturando il pubblico, che rimane aggrappato a lui come al tronco d’un albero maestro in balìa dei venti? Riesce nell’impresa un magnifico Toni Servillo, con la sua singolare presenza sostenuta appena da un leggìo posto dinanzi, nella penombra rischiarata dalle luci dello sfondo, rosso sangue o azzurro cielo. Lo fa solcando i mari agitati delle passioni umane, oltre i limiti del tempo e dello spazio, declamando versi o recitando con toni pacati, accelerando o rallentando il ritmo, alternando il grave e l’acuto. Solo, ma non isolato, poiché in lui rivive la moltitudine dei propri simili, del passato e del presente (qui ed ora), mentre risuonano le voci perpetue dei Grandi e degli spiriti eletti. Ci conduce in un viaggio dentro la poesia, questa chimère attraente e temibile insieme, che si nutre tanto dell’eros quanto dell’istinto di morte e della sete di “nuovo”.
Come in un gioco di ombre cinesi, restituisce forma a quel “poeta maledetto”, che talora chiama per nome – Charles! – quasi un grido disperato verso un’anima sorella; altre volte, con un più distaccato “Monsieur Baudelaire”, in ossequio alla figura del maestro da interpellare e da cui avere responso. I versi dello “spleen” si rincorrono in una dizione volutamente trafelata, quasi una corsa contro il tempo e la sua tirannia, per concludersi con l’immagine, sapientemente attualizzata, dell’Angoscia che pianta vittoriosa il suo vessillo nero sul cranio dell’uomo.
La Speranza muore, così come è annunciato nella porta dell’Inferno dantesco (rievocati, tra gli altri, i versi Lasciate ogni speranza, voi ch’entrate), e oggi più che mai messo in atto in quella “aiuola che ci fa tanto feroci” che è la Terra.
La gestualità dell’attore è ridotta all’essenziale, le espressioni del viso risultano pressoché impercettibili. Ma la voce è tutto, è corpo che si anima e prende vita, è pausa e respiro, sussulto e movimento. Talvolta è persino materializzazione di stati d’animo (la parola “noia”, pronunciata più volte, si espande in uno iato che ne dilata l’effetto a spirale).
Poi, sul finale, il registro cambia, si riaccendono le luci del teatro, si rischiarano palcoscenico e platea. Piantato come un vessillo sul proscenio, il leggìo avanza, conquista terreno. E lui, il sapiente “narratore”, erede di quel popolo greco che tanto investì nel teatro come fonte di liberazione emotiva, si fa più vicino, con il corpo e con lo stesso linguaggio, riservando al suo pubblico una disarmante sorpresa.
L’atmosfera si distende, e si dimenticano Inferno e Cielo (Enfer ou Ciel, qu’importe?), demoni e ombre, caverne e illusioni. Dei “tre modi per non morire” se ne custodisce uno, alla fine, che li riassume e li rappresenta. È lo scambio “amoroso”, di amore vero, tra le donne e gli uomini che sono in noi e nei quali noi tutti siamo, tutti viviamo.
data di pubblicazione:29/01/2026
Il nostro voto: 
da Nadia Alese | Gen 28, 2026
Send Help gioca fin dall’inizio con un’aspettativa ingannevole: la situazione narrativa – due sopravvissuti, un’isola apparentemente incontaminata, il tempo sospeso – rimandano ad un immaginario edenico, quello classico di Laguna Blu, che prometterebbe intimità, adattamento, forse persino rinascita. Sam Raimi però interviene presto a sabotare questo retaggio culturale rassicurante, trasformando l’armonia che sembrerebbe l’unico finale possibile, in un progressivo incubo morale, dove l’isolamento non libera ma distorce, non purifica ma esaspera.
L’isola di Send Help non è mai rifugio, è una camera di risonanza che amplifica gerarchie, pulsioni e violenze latenti, e in questo senso il film dialoga più con il cinismo morale di Triangle of Sadness, che con il mito romantico del naufragio. Come nel film di Ostund, anche qui il potere cambia forma quando il contesto crolla, ma Raimi sostituisce la satira corale con un duello psicologico serrato, quasi teatrale, che ricorda da vicino Misery non deve morire, con due personaggi intrappolati in uno spazio limitato, legati da una dipendenza forzata, che scivola lentamente verso il dominio e la sopraffazione.
La regia insiste su primi piani deformanti e movimenti improvvisi, mentre la natura, anziché offrire vastità liberatoria come in Cast Away, a cui il pensiero inevitabilmente vola, resta opprimente, chiusa, ostile, più mentale che geografica. Qui non c’è l’ingegno solitario che redime, ma una sopravvivenza che passa attraverso l’altro, e proprio per questo diventa pericolosa.
Le performance dei protagonisti sono di ottimo livello. Rachel McAdams offre un’interpretazione intensa e stratificata, mentre Dylan O’Brien dà vita ad un antagonista complesso, capace di passare dal grottesco alla minaccia concreta con sorprendente agilità.
Il tutto attraversato da un black humor costante e strutturale, anche profondamente fisico, legato al corpo che cede, si sporca, si degrada, e in questo senso Raimi dialoga con il suo cinema horror storico, in cui il disgusto e la risata convivono, spesso nello stesso gesto e nella stessa inquadratura. È un divertimento amaro, intelligente, quasi sadico, che rende Send Help un film godibilissimo e al tempo stesso profondamente inquietante, capace di far convivere intrattenimento puro e disagio morale, senza mai scegliere davvero tra i due.
data di pubblicazione:28/01/2026
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da Antonio Jacolina | Gen 28, 2026
Brasile 1977. Wagner Moura ex ricercatore universitario è inseguito da due killer per aver resistito alle pressioni di un industriale colluso con il Regime. Si rifugia a Recife con altri oppositori. Rivedrà il figlioletto allevato dai nonni materni, cercherà di rifarsi una nuova vita…
L’Agente Segreto è un’opera densa, ambiziosa, complessa e talora dispersiva ma sempre di forte intensità visiva. Un’esperienza cinematografica significativa, una straordinaria immersione nel Brasile del regime militare degli anni ’70. Un film di grande virtuosità!
Giustamente premiato a Cannes ’25 per la Migliore Regia e per il Migliore Attore il film di Mendonça è un Thriller Politico paranoico, appassionante, poetico e stravagante. Una denuncia politica. Un tuffo vertiginoso negli anni cupi della dittatura in cui gli stilemi dei film di spionaggio si frappongono e si fondono anche con altri generi: satira, grottesco surreale, realismo magico e anche una strizzatina d’occhio al cinema hollywoodiano.
Un lavoro ad incastri e su più strati. La narrazione procede per ellissi narrative, alterna Passato e Presente, ricordi e testimonianze e flashforward. Un affresco affollato di vicende talora appena accennate che esplora come la Vita si organizzi sotto un regime e si interroga su come agire in una dittatura: resistere, sottomettersi, partecipare? Quando i valori generali sono annullati, come riuscire a vivere solo con i propri? Una vera ode alla Vita e alla resistenza: momenti di festa, serate fra amici in clandestinità, intermezzi amorosi e affettivi. Il film coglie ogni manifestazione di una vitalità che palpita più che mai nonostante l’atmosfera opprimente e la paura. Una riflessione su un Passato che è passato troppo facilmente e su una dittatura che si vuol fare sparire troppo velocemente dalla memoria collettiva. Un messaggio universale e al contempo una fede infinita da parte del regista nella capacità del Cinema di far rivivere ciò che non c’è più.
Moura poi è bravissimo, sostiene il film dall’inizio alla fine con una recitazione sobria, fluida e contenuta. Attorno a lui un coro di ottimi secondi ruoli.
L’Agente Segreto è un film fiume di 160 minuti che non annoia mai e ci invita a perderci in lui e a lasciarci trasportare dal suo flusso narrativo e viverne le tante vicende. A immergerci nella sua estetica accurata, nei tanti dettagli, nelle ambientazioni d’epoca, nei piani sequenza e nelle variazioni dei toni di colore della fotografia. Un ottimo lavoro di messa in scena, di regia e di sceneggiatura.
Un’opera certo complessa ma destinata a restare nel cuore tanto ottima è la sua qualità visuale e profonda la riflessione che genera.
Giustamente dopo Cannes ha riportato anche 4 significative Nomination per gli Oscar: Film, Attore, Film Internazionale e Casting. Non tornerà di sicuro a mani vuote!
data di pubblicazione:28/01/2026
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