PILLION di Harry Lighton, 2026

PILLION di Harry Lighton, 2026

Siamo in una cittadina inglese ai tempi nostri e il film racconta, attraverso una lente BDSM, il rapporto tra il giovane Colin (Harry Melling – avete presente il cugino viziato di Harry Potter… è lui!), un timido vigile un po’ sciatto, e il misterioso biker Ray (Alexander Skarsgård), molto prestante. Per chi non sapesse, come me: BDSM è un termine ombrello che racchiude una varietà di comportamenti atipici piacevoli o eccitanti che contemplano giochi di ruolo fisici, psicologici e sessuali tra adulti consenzienti, basati su dinamiche di potere, sottomissione, schiavitù fisica, sul procurare o ricevere dolore e sensazioni fisiche (De Neef et al., 2019). E questo, prima di andare a vedere il film, è bene saperlo, così da non restare troppo sorpresi da alcune scene piuttosto esplicite.

Colin vive ancora con i suoi genitori (Douglas Hodge e Lesley Shary), calorosi e partecipativi, che vorrebbero vedere il figlio felicemente fidanzato. Intorno a Natale, in un pub, conosce Ray che, con un biglietto, lo invita a incontrarlo proprio il giorno di Natale alle ore 17. Arrivati all’appuntamento, Ray porta Colin in un vicolo dove gli permette di leccargli gli stivali e non solo. Poi, lasciando ovviamente Colin nell’incertezza se questo incontro avrà un seguito, lo invita a casa sua dove Colin può cucinare per loro. Inizia così una convivenza un po’ sui generis.

Colin è innamorato perso e si prende qualsiasi briciola lasciata da Ray: si rasa i capelli a zero, va a fare le scorribande con gli amici di Ray, che sembrano quasi tutti in coppia SM (uno sadico e uno maso). I suoi momenti più belli con Ray però sono quando, seduto sulla moto di Ray, il suo bene supremo, può abbracciarlo da dietro, sul sedile posteriore che in inglese viene chiamato “pillion”.

Piano piano si capisce che Colin diventa più consapevole di quello che vuole davvero da Ray, e si intravede anche che Ray – nonostante tutto – si è in qualche modo innamorato del suo schiavo e fatica a mantenere le regole dure dell’inizio. Tutto sembra andare verso una direzione più romantica dopo un atto ribelle di Colin, che vuole costringere Ray a passare almeno una volta a settimana una giornata da coppia alla pari, fuori dal loro solito schema. Se non fosse che, dopo questa unica giornata passata insieme in modo diverso, Ray sparisce.

Lo ammetto: sono uscita un po’ delusa da questo film, tratto dal romanzo degli anni ’70 Box Hill di Adam Jones-Mars e primo lungometraggio di Harry Lighton, giovane cineasta inglese.
A conti fatti si tratta di una storia d’amore in cui uno dei due si evolve e l’altro vorrebbe anche, ma non ce la fa, e la componente dei bikers in versione BDSM mi ha dato più l’impressione di scene di un documentario socio-antropologico anni `70 che di una componente psicologica finemente analizzata e resa visibile in chiave di commedia nera. Ma io avevo anche visto Secretary di Steven Shainberg (2002) con James Spader e Maggie Gyllenhaal e quindi le aspettative erano alte. Evidentemente troppo… comunque gli attori sono bravi.

data di pubblicazione:16/02/2026


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THE RIP – Soldi Sporchi di Joe Carnahan, 2026 – NETFLIX

THE RIP – Soldi Sporchi di Joe Carnahan, 2026 – NETFLIX

The Rip non è certo il massimo dell’originalità ma rispetto alle altre produzioni delle Piattaforme merita di essere visto ed apprezzato per la coppia Ben Affleck-Matt Damon e perché ha un apprezzabile taglio e respiro cinematografico. Un vero film da cinema e non da TV!

Un Thriller-Poliziesco solido, efficace e adulto che gioca fin da subito con la tensione e con un registro morale e visivo assai cupo. Uno di quei buoni film noir di medio budget ma con bravi interpreti e discreti registi che alcuni decenni fa tanto piacevano al pubblico ed agli appassionati.

Il lavoro di Carnahan non reinventa certo il Genere né pretende di farlo. Il suo vero merito è prendere una vicenda più che conosciuta e riempirla con equilibrio di situazioni ben disegnate: volti, tensioni, ferite morali e violenza incombente. Un cinema di Genere che percorre strade già battute ma lo sa fare con ritmo, abilità, protagonisti di livello, bravi secondi ruoli e sostenuto da una sceneggiatura ben scritta e ben articolata.

Lo spunto iniziale dell’uccisione del comandante della squadra narcotici di Miami e dell’inchiesta successiva apre all’ipotesi di corruzione nell’ambiente della polizia, ad accuse e sospetti di collusione. Un classico per il Cinema, il regista però sa farne uno studio su paranoia, cupidigia e fiducia di gruppo che si incrina. Trasforma la situazione in un gioco ove ci si domanda non tanto chi è il traditore ma quanto ci vorrà prima che la squadra si spezzi per la fascinazione di tenersi il malloppo del cartello della droga trovato inaspettatamente durante un sopralluogo. Il conflitto non sarà il denaro in sé e per sé ma ciò che il poterlo avere attiva nei meandri della mente di ciascuno. Ognuno ha un motivo per prendersi i soldi e per dubitare dell’altro compagno di squadra.

Lo Script non evita tutti i luoghi comuni ma Carnahan tiene il polso fermo e non perde di vista l’essenziale: gli effetti del dubbio. Con una direzione asciutta e priva di compromessi mantiene con efficacia ritmo e tensione. Restituisce senza fronzoli le atmosfere di paranoia sullo sfondo di una Miami periferica, cupa e notturna. Privilegia i chiaroscuri, gli ambienti chiusi e le vie buie. L’azione non manca ma è priva di spettacolarità e dosata in modo che abbia solo valore narrativo e non sia solo fine a sé stessa. Ancora una volta la coppia Affleck-Damon funziona, sostiene il film e recita in ottima sintonia in un gioco alternato di ambiguità, eccessi e sfumature. Buono il gruppo dei secondi ruoli.

The Rip pur con piccole incoerenze è dunque un Thriller che funziona fino alla fine. Un piccolo Poliziesco efficace, solido, ben interpretato e guidato con mano esperta. Un film che si lascia vedere e non deluderà gli appassionati.

data di pubblicazione:16/02/2026


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SARFATTI di Angela Damatté con Claudia Coli

SARFATTI di Angela Damatté con Claudia Coli

regia di Andrea Chiodi

(Teatro Torlonia – Roma, 5/8 febbraio 2026)

Andrea Chiodi dirige Claudia Coli in un monologo-autodifesa della donna che contribuì più di tutti alla costruzione del mito del duce: Margherita Sarfatti. Scritto dall’attrice e drammaturga Angela Damatté su un’idea del critico d’arte Massimo Mattioli, lo spettacolo – prodotto dallo Stabile di Bolzano e MART di Rovereto – è stato in scena nella suggestiva ed evocativa cornice del Teatro Torlonia. Un luogo interdetto in vita alla studiosa e intellettuale durante gli anni in cui Mussolini vi abitò con la famiglia.

Che la persona di Margherita Sarfatti sia legata in modo indissolubile alla costruzione dell’immagine del Duce e del fascismo, è un dato dal quale la storiografia moderna fa fatica a prescindere. La letteratura contemporanea, nel tentativo di recuperare la figura di una delle donne più influenti e preparate nel campo della storia dell’arte che mai il nostro paese abbia avuto e a cui si deve la fondazione del movimento artistico Novecento, deve comunque fare i conti con decenni di rimozione. Il peccato che ne ha determinato l’oblio è quello di aver avuto un legame con Benito Mussolini, di cui è stata non solo amante ma ne ha ideato e costruito il mito.

Il lavoro di studiosi come quello del critico Massimo Mattioli è estremamente prezioso proprio come operazione di recupero della memoria di un personaggio influente, grazie all’agiata condizione borghese da cui proveniva, ancora prima dell’incontro con il dittatore. Lo conosce nel salotto tenuto a Milano da Anna Kuliscioff e Filippo Turati. Quell’uomo, dall’apparenza gretta e ridicola, la colpisce proprio perché vede in lui quello che sarà la cifra del suo programma estetico: un misto di antico che si affaccia al nuovo. Quando si conobbero, la Sarfatti aveva più di trent’anni e un figlio, Roberto, morto combattente durante la Grande Guerra. Una ferita profonda, che la segnerà per tutta la vita e che ne determinerà l’attaccamento al futuro duce e la necessità di trasfigurare il dolore nell’arte.

Quanto mai centrale è infatti, nel dramma scritto da Angela Damatté, il ricordo della madre per il figlio morto da eroe, il cui sacrificio non doveva essere dimenticato. Semmai esaltato e celebrato in quell’uomo destinato a incarnare – nella propaganda prebellica – la grandezza di una nazione che aveva immolato i propri figli per la libertà. Il conflitto sulla scena si articola quindi tra le intime emozioni di una madre segnata dal lutto e le necessità politiche di un regime in ascesa di cui Margherita non poteva immaginare l’epilogo.

Il lavoro teatrale sa rendere giustizia al personaggio. Grazie anche all’interpretazione di Claudia Coli che riesce a trovare un equilibrio tra il patetismo dell’abbandono e la risolutezza di un carattere volitivo e consapevole del proprio valore. Anche la rabbia, quando espressa, è elegante e mai eccessiva.

Quando entra in scena, provenendo dalla platea in uno stato di incertezza, nel contesto della mostra celebrativa del decennale della Marcia su Roma alla quale non era stata invitata, trova ad attenderla sul palco una teca museale. Tutt’attorno si ode il clangore metallico di un mondo in costruzione. Un’idea registica di Andrea Chiodi che simboleggia la gabbia in cui viene rinchiusa, come un reperto da esibire insieme ad altri feticci del regime. Un oggetto tra gli oggetti sottolineato nel finale, quando arriva a parlare di sé stessa in terza persona.

Davanti al tribunale della storia, Margherita Sarfatti rimane sola a prendere le sue difese. Limpida e monumentale nonostante il rifiuto e l’abbandono, lo spettacolo riesce a celebrare la madre e la studiosa appassionata che ha fatto dell’arte una ragione imprescindibile di vita e il cui operato «avrà un sensibile impatto sugli sviluppi delle successive dinamiche creative italiane» (Mattioli).

data di pubblicazione:15/02/2026


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RICCARDO III regia di Andrea Chiodi

RICCARDO III regia di Andrea Chiodi

con Maria Paiato e con Riccardo Bocci, Tommaso Cardarelli, Francesca Ciocchetti, Ludovica D’Auria, Giovanna Di Rauso, Giovanni Franzoni, Igor Horvat, Emiliano Masala, Cristiano Moioli, Lorenzo Vio, Carlotta Viscovo.

(Teatro Biondo – Palermo, 14/22 febbraio 2026)

Adattamento ad opera di Angela Dematté della tragedia storica di Shakespeare che narra la scalata al potere e la rovinosa caduta di Riccardo, duca di Gloucester e ultimo re Plantageneto. La conquista del trono avviene attraverso una serie di piani machiavellici e gesti crudeli, tra cui l’assassinio del fratello maggiore, e il “sacrificio” dei nipoti, eredi legittimi, rinchiusi nella Torre di Londra e poi uccisi.

Ora l’inverno del nostro scontento è diventata gloriosa estate sotto questo sole di York”, recita il celebre incipit dell’opera shakespeariana, fedelmente riprodotto nel monologo d’esordio. Ma il sole di York qui è solo un pallido riflesso delle luci della ribalta. Mentre tutt’intorno alla grande tavola ovale, unico arredo scenico – forse espressione figurata di un planisfero – è buio, oscuro come la cospirazione, onnipresente, che in ogni momento adombra il reale. Analogamente, appare evocativa la simbologia cromatica nei costumi di scena, che alterna il porpora o il violaceo di certe vesti regali al grigio “topo”- una sorta di “non colore” opaco e pressoché uniforme – degli abiti di Riccardo. A orchestrare il tutto – spostandosi da un’estremità all’altra del palcoscenico, balzando sulla sedia o sul tavolo come un jongleur istruito ad arte – una straordinaria Maria Paiato nei panni di Lui, perfetta incarnazione del villain del teatro elisabettiano. Quintessenza del Male, senza dubbio alcuno, ma un male dissimulato dietro un aspetto menomato, di cui l’incedere claudicante è il segno più manifesto. La disabilità, “disarmante” all’apparenza, unita a una fisionomia caricaturale e ad un’oratoria accattivante nel tono e nei vocaboli spesso fioriti, discosta il personaggio dal carattere mefistofelico che gli viene attribuito ora dall’uno ora dall’altro personaggio. Ciascuno con le proprie invettive o con le proprie lamentazioni, richiamando alla memoria tanto le forme del teatro politico quanto i lamenti funebri (prothesis) della tradizione greca.

Nel corso della rappresentazione, la scena si anima ora con suppliche accorate (commuove il mite Giorgio, incredulo di dover morire per volere del fratello “amato”) ora con spaventose maledizioni, che sono tanto quelle della vedova privata dello sposo quanto quelle della regina esiliata (Anna e Margherita, due donne che condividono un medesimo pathos). E lui, Riccardo, pacato e ironico, apparentemente monocorde nell’espressione delle proprie “emozioni”, lascia che il senso di rivalsa domini su qualsiasi altro sentire. Rivalsa sulla Natura ingannatrice che, facendolo zoppo e deforme, lo ha privato delle gioie dell’amore e finanche dell’amicizia di esseri umani e di animali persino (“i cani abbaiano se gli vado accanto”). Così come nei confronti della propria madre – la sua stessa genitrice – la quale, anch’ella, sin dal principio lo disconosce e lo ripudia come aborto del suo stesso ventre. Particolarmente significativa, a tal riguardo, è la scena d’apertura, in cui un Riccardo ancora bambino reclama a più riprese un nome nuovo e una diversa e più rilevante identità, di fronte alla madre che, algida e impassibile, gli nega l’uno e l’altro riconoscimento:

Come mi chiamerò IO quando sarò re?

Tu NON sarai re!

Dalle stesse note di regia si ricavano interrogativi lanciati allo spettatore come altrettante chiavi di lettura dell’opera: “Riccardo giocava da bambino? Era amato?”

Il sipario si apre e si chiude su un tavolo oblungo in primo piano, dove un corpo piccino – o rachitico – gioca alle giostre – o alla guerra – con cavallini finti e soldatini di piombo. Per poi finirvi lungo disteso, implorando di barattare un regno finto con un cavallo in carne ed ossa. E questo dà il senso che forse era cercato.

data di pubblicazione:15/02/2026


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LA PRINCIPESSA DI LAMPEDUSA di Ruggero Cappuccio

LA PRINCIPESSA DI LAMPEDUSA di Ruggero Cappuccio

diretto e interpretato da Sonia Bergamasco

(Teatro India – Roma, 11/15 febbraio 2026)

In scena al Teatro India Sonia Bergamasco in veste di regista ed interprete de La Principessa di Lampedusa, tratto dall’omonimo romanzo di Ruggero Cappuccio, che dà voce e anima a Beatrice Mastrogiovanni Tasca di Cutò, madre di Giuseppe Tomasi di Lampedusa autore de Il Gattopardo. Dopo la morte, Beatrice scopre di poter ancora sognare. E in quel sogno riaffiorano profumi, musiche, ricordi, fantasmi di famiglia, desideri e segreti. La vita torna come un flusso emotivo impetuoso che non vuole spegnersi.


Beatrice Tasca Filangeri di Cutò, principessa di Lampedusa, dopo la morte scopre che la sua coscienza è ancora presente unitamente alla capacità di sognare. La percezione del ricordo della vita terrena è dentro di lei così come il profumo di rosmarino, la sensazione della seta, l’odore delle rose e dei cavalli, il sapore dei dolci, la freschezza dell’acqua, il piacere della musica. I fantasmi della sua esistenza tornano a materializzarsi intorno a lei: suo figlio Giuseppe, autore del Gattopardo, le sorelle, il marito, le cameriere, la giovane amica Eugenia, in un misto di sensualità, allegria e nostalgia.

Il romanzo di Cappuccio racconta il ritorno della principessa a Palermo nel maggio 1943 sino al dopoguerra e ricostruisce tutti i suoi incontri nella città devastata e nel suo palazzo sventrato dai bombardamenti, dove darà un ultimo grande paradossale ballo in maschera con tutta l’aristocrazia siciliana.

Nella versione teatrale, la principessa, già sepolta nella Chiesa dei Cappuccini, entra in scena come un’ombra in controluce, che poi prende a muoversi volteggiando e dialogando con un’altalena che va avanti e indietro, luogo sospeso che è la porta dell’aldilà.

La scena è essenziale, luminosa. Al centro c’è solo lei e la sua voce. Ma quella voce si moltiplica, canta, sussurra, si scompone. E la scrittura di Cappuccio diventa ritmo, danza, musica. Beatrice è una donna forte, indipendente, ferita dalla vita eppure amante della stessa. Così la principessa di Lampedusa apre uno squarcio della sua esistenza per dar vita a fantasmi, ricordi, sogni e confrontarsi con la propria coscienza e con la propria identità.

Sonia Bergamasco, con la grande ricchezza espressiva di cui è dotata, restituisce la modernità e il coraggio della madre di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, tra le macerie di una Palermo ferita dai bombardamenti per sviscerare passioni, memorie e follie di una intera generazione, tematiche centrali della scrittura di Ruggero Cappuccio, con una rilettura potente ed onirica, densa e sospesa, che incanta.

data di pubblicazione:13/02/2026


Il nostro voto:

CRIME 101- La strada del crimine di Bart Layton, 2026

CRIME 101- La strada del crimine di Bart Layton, 2026

Crime 101 è un ottimo film di Genere, un eccellente Thriller-Poliziesco ad alta tensione, ritmato, asciutto, efficace, elegante, coinvolgente e visivamente impeccabile. Al contempo anche Cinema Commerciale di buona fattura e molto convincente

Tratto da un racconto di Don Wislow Crime 101 è il primo vero lungometraggio di Layton già collaudato sceneggiatore e documentarista. L’autore passando dietro la cinepresa conferma di possedere anche un’apprezzabile maestria tecnica e capacità di ben governare racconto ed azione. Siamo in un film fra il Poliziesco ed il Noir, un film adrenalinico, duro, diretto ed efficace con notevoli tratti di eleganza nella struttura e nella messa in scena. Layton non lascia nulla al caso, si ispira e si misura chiaramente con i Canoni del Genere, con la tradizione del noir americano e con le atmosfere di alcuni grandi classici polizieschi hollywoodiani degli anni ’90. Uno su tutti Heat di Michael Mann. Il regista sa però ben aggiornare gli archetipi adattandoli ad una sensibilità emotiva più attuale restituendoci anche le ambiguità del mondo del crimine tipiche dei romanzi di Wislow.

Un Noir Contemporaneo ove i confini fra Legge e Crimine sono molto tenui. L’autore miscela sapientemente le varie componenti, le fonde con gli schemi altrettanto popolari del sottogenere degli Heist Movie e il risultato è un cocktail molto gradevole con la ciliegina di un ottimo finale. Un percorso forse furbo ed ambizioso ma il risultato è efficace, non convenzionale, ricco di emozioni e coinvolgente. L’occasione per unire all’azione anche una riflessione psicologica ed esistenziale sulla fragilità dei protagonisti che per ambizione, sopravvivenza, sogni o delusioni sono tutti pronti a trasgredire. Tutti alla ricerca di una propria dimensione e di un’opportunità per rifarsi una vita.

Crime 101 ha certamente qualcosa in più rispetto ai film similari usciti negli ultimi anni: una sceneggiatura ben strutturata, una messa in scena molto accurata, un montaggio tagliente, un ritmo incalzante ed una Los Angeles insolita, notturna e spersonalizzata superbamente filmata. Il Cast poi fin nei ruoli più marginali è perfetto e professionale. Finalmente una buona opportunità recitativa per Chris Hemsworth fuori dagli stereotipi dei supereroi Marvel. Come lui anche un intenso Mark Ruffalo e Halle Berry. Fa loro da contraltare come una furia Barry Keogham ormai talento confermato.

Crime 101 è dunque un film che dà nuova vitalità al Genere. Un Thriller-Poliziesco Contemporaneo ambiguo fino al finale. Un prodotto di alta qualità che senza effetti speciali mantiene le promesse attese dagli appassionati e dal pubblico generico e li farà felici per le due ore di spettacolo.

data di pubblicazione:12/02/2026


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PORTOBELLO di Marco Bellocchio – Serie HBO, 2026

PORTOBELLO di Marco Bellocchio – Serie HBO, 2026

Portobello è una miniserie in sei episodi che racconta, attraverso lo sguardo di Marco Bellocchio, uno dei più acuti narratori della nostra storia recente, l’ascesa fulminea e la caduta devastante di Enzo Tortora, in una delle vicende che ha attraversato in maniera più profonda l’Italia degli anni Ottanta, specchio e metafora di un paese sospeso tra spettacolo e giustizia negata.

La vicenda è nota: conduttore amato da milioni di telespettatori, simbolo della televisione popolare in quegli anni, Tortora viene travolto, nel 1983, da un’accusa infamante di associazione camorristica e traffico di stupefacenti, basata su dichiarazioni di collaboratori di giustizia poi rivelatisi inattendibili. Arrestato, processato e addirittura condannato, è infine assolto definitivamente dopo anni di odissea giudiziaria, ma la sua vita ne uscirà irrimediabilmente compromessa.

La storia, scritta dallo stesso Bellocchio con Stefano Bises, Giordana Mari e Peppe Fiore, non indulge nel sensazionalismo. Anzi, la sua forza sta proprio nella cura di ogni tonalità, dal rigore documentario alle scelte poetiche di regia, fino alla compostezza di una narrazione che sottrae il protagonista all’agiografia, restituendoci, al contrario, un uomo distante, a tratti spigoloso, complesso, contraddittorio, con cui non viene immediato entrare in empatia. È proprio questa distanza emotiva a rendere la serie più inquietante ed onesta, perché lo spettatore è costretto ad osservare, a giudicare, ad interrogarsi.

In questo senso l’interpretazione di Fabrizio Gifuni è decisiva, mai imitativa, mai compiacente, non un ritratto stereotipato di una vittima innocente, ma una prova intensa e multilivello, che offre una lente profonda su una figura difficile.

Intorno a lui, un coro di personaggi, dai familiari alle figure chiave del processo, ognuno con la propria densità narrativa, da cui emerge il ritratto collettivo di un’epoca, quella dell’Italia degli anni Ottanta, tra consumismo nascente e violenze criminali, che spesso confonde il giudizio di massa con la verità.

Bellocchio firma una delle sue opere più severe e meno concilianti, una riflessione sulla giustizia e lo sguardo collettivo, che rinuncia alla scorciatoia morale della simpatia, affidandosi invece alla complessità, al disagio ed alla responsabilità dello spettatore.

data di pubblicazione:11/02/2026

 

HEATED RIVALRY di Jacob Tierney – serie TV su HBO Max / Prime Video

HEATED RIVALRY di Jacob Tierney – serie TV su HBO Max / Prime Video

Una storia d’amore focosa e divertente tra due giocatori di hockey sul ghiaccio. Il Canada ha regalato al mondo una nuova serie cult, che ha spopolato in termini di audience nelle ultime due settimane dell’anno passato, non solo sul piccolo schermo ma anche su Instagram, TikTok e altro ancora.

La storia racconta il nascere e lo sviluppo del rapporto tra due star dell’hockey su ghiaccio. Shane Hollander, canadese, e Ilya Rozanov, di Mosca, si scontrano per la prima volta da teenager sulla pista nel 2008 come campioni delle rispettive squadre nazionali, per poi diventare arci-nemici nella lega americana, dove Shane gioca per Montreal e Ilya per Boston. La storia si sviluppa nei dieci anni successivi al loro primo incontro.

Per quanto siano nemici sul ghiaccio, appena ne hanno la possibilità vanno a letto insieme, ovviamente in gran segreto.

Non potrebbero avere due caratteri più diversi: Ilya Rozanov – interpretato da un bravissimo Connor Storrie – è un bisessuale festaiolo ma dotato di sentimenti profondi, che cerca di proteggersi da una storia familiare dolorosa; Shane Hollander, interpretato da Hudson Williams, invece, che dalla vita sembra aver avuto tutto, compresi genitori gentili e amorevoli, è piuttosto introverso e fa fatica a capire cosa desideri davvero al di là dell’hockey.

E, dacché inizialmente la loro relazione sembra più una sperimentazione basata su una forte attrazione, ne nascerà qualcosa di molto più sconvolgente per entrambi.

Chi non ama scene di sesso alquanto esplicite, in particolare tra due uomini, e le storie d’amore, farebbe meglio a non guardare questa serie. Tutti gli altri sono invece invitati a farlo. Perché fa anche ridere e contiene alcuni momenti narrativi davvero incantevoli, come quando Ilya dichiara il suo amore per Shane in russo, mentre lui ascolta ma non capisce.

La serie poi è girata benissimo, curata nei minimi dettagli, pare che l’ideatore, Jacob Tierney, sia un enfant prodige delle sue terre ed è stata già programmata una seconda stagione. Questo fortunato colpo narrativo si basa sulla serie di romanzi di Rachel Reid, scrittrice canadese e sfegatata fan dell’hockey su ghiaccio, che, un po’ stanca dell’omofobia molto pronunciata in questo sport, ha voluto offrire un quadro diverso e audace con la sua serie Game Changer, scritta per Carina Press (una spin-off LGBTQ+ di Harlequin… ebbene sì, i romanzi rosa si evolvono).

Comunque sia, la serie, prima di andare potenzialmente in onda su “soli” 4 milioni di schermi abbonati del provider di streaming canadese Crave, è stata acquistata last minute da HBO, che l’ha data in pasto a ben 128 milioni di spettatori a partire da prima di Natale. In Italia la serie dovrebbe arrivare doppiata nei primi mesi del 2026 con il nuovo servizio HBO Max attivo anche da noi.

Ed è così che nasce un fenomeno, che ha catapultato i due protagonisti già nell’olimpo di Hollywood. Ma ben vengano i successi globali di questo tipo di prodotto in un mondo sempre più omofobico a livello legislativo.

E anche se si tratta forse di una serie dal sapore leggermente esotico per tema e ambientazione in Italia, non bisogna pensare che si tratti di un fenomeno indirizzato a un solo pubblico (adulto) simpatizzante e sostenitore delle questioni LGBTQ+.

È destinata innanzitutto a un pubblico femminile, quello che ha bisogno di distrarsi ed è sfinito dopo aver preparato la cena, messo i figli a letto, pensato alla spesa di domani e spento tutte le luci di casa, quando sente russare poi il proprio marito a letto già da più di un’ora.

data di pubblicazione:11/02/2026

LA GIOIA di Nicolangelo Gelormini, 2026

LA GIOIA di Nicolangelo Gelormini, 2026

La Gioia di Nicolangelo Gelormini si conquista a mani basse un posto nel cinema d’autore contemporaneo, non tanto per la ricerca formale o per artifici stilistici, quanto per la capacità di trasformare un fatto di cronaca vera in una dissezione poetica e morale dell’animo umano. Presentato in concorso alle Giornate degli Autori a Venezia lo scorso anno, il film si distingue innanzitutto per la sua volontà di sottrarsi allo spettacolo morboso del crimine per addentrarsi, con sguardo lento ed attento, nelle pieghe più intime dei suoi personaggi.

La trama, ispirata al tragico delitto di Gloria Rosboch, l’insegnante piemontese assassinata nel 2016, diventa il motore per una riflessione ampia sul desiderio, sulla fragilità e sulla violenza insita nei rapporti umani. Gelormini, partendo da una sceneggiatura già vincitrice del premio Salinas, poi diventata opera teatrale, costruisce una narrazione che oscilla tra dramma psicologico e tragedia moderna, affidando al personaggio di Gioia (Valeria Golino), il compito di incarnare tutte le tensioni contrastanti del film: solitudine e bisogno d’amore, dedizione e ingenuità, pulsione vitale e abisso. Valeria Golino offre una performance di grande intensità, ma anche Saul Nanni, nel ruolo del suo “antagonista” Alessio non è da meno, compiendo a tutti gli effetti il grande salto da giovane promessa a protagonista di primo livello. Jasmine Trinca, dal canto suo, nel ruolo di Carla, madre di Alessio, ci offre una prova non facile, in equilibrio tra ambiguità e umanità.

La regia di Gelormini sceglie di mostrare piuttosto che spiegare, indugiando sui gesti quotidiani, sui dettagli degli ambienti, sugli sguardi che si fissano e si evitano. La colonna sonora dialoga con tutta la narrazione, in particolare, l’uso di Reality, di Richard Sanderson, produce uno scarto violento tra immaginario e realtà. La canzone che più, per definizione, rimanda all’amore adolescenziale puro, diventa qui la colonna sonora del fraintendimento. Quando la canzone risuona, ciò che emerge non è la dolcezza, ma la distanza irreparabile tra desiderio e mondo reale, scelta crudele e lucidissima, con cui la pellicola si mostra in tutta la sua durezza morale.

La Gioia è un’opera che resta dentro, che destabilizza, spingendo lo spettatore ad interrogarsi sulla natura oscura del desiderio e sulle contraddizioni dell’amore, che può essere tanto salvezza quanto rovina.

data di pubblicazione:11/02/2026


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GOAT di Tyree Dillihay, 2026

GOAT di Tyree Dillihay, 2026

Il film racconta la storia di Will Harris, una giovane capretta antropomorfa con un cuore grande e sogni ancora più grandi. L’obiettivo del protagonista, infatti, è giocare a roarball, una versione immaginaria ad alto impatto fisico della pallacanestro, e dimostrare che anche “i piccoli” possono riuscirci, nonostante i pregiudizi dei compagni di squadra più grandi e feroci.

La pellicola si pone a metà tra la fiaba sportiva da underdog ed il film di animazione pop contemporaneo, con un messaggio centrale chiaramente rivolto all’inclusività, che insiste sull’essere accettati per quello che si è, piuttosto che conformarsi agli standard altrui. Questo elemento, seppure non innovativo sulla carta, è trattato, però, in maniera piuttosto originale. Le squadre vanno, infatti, anche oltre l’identità di genere, mescolando animali di diverse razze e sesso, proprio come condizione di partenza. E questo è un elemento narrativo non banale e progressivo, rispetto a molti altri film animati del genere, un approccio che evita il messaggio pedagogico e inserisce l’idea di equità come qualcosa di naturale e già acquisito, quasi ovvio, soprattutto per un pubblico giovane.

Anche lo stile grafico e visivo non è banale, con texture e linee visivamente audaci e d’impatto, ispirate a modelli comic book, che enfatizzano la dinamica delle azioni in campo e conferiscono un’estetica di grande qualità. La macchina da presa animata segue traiettorie improbabili, accelera e rallenta, si piega alle regole del gioco più che a quelle del realismo, avvicinandosi più a un’esperienza sensoriale che a una cronaca sportiva tradizionale.

In generale siamo davanti a un prodotto brillante e coinvolgente per famiglie e giovani spettatori, che però, non ha la forza di lasciare un’impronta duratura, soprattutto perché ricade spesso nelle cliché più consolidate, dalle sequenze di allenamento, agli ostacoli prevedibili, passando per battute un po’ già sentite.

Quindi certamente le ambizioni sono alte ed il risultato è ben confezionato, capace di divertire senza troppo fronzoli narrativi, visivamente apprezzabile e tematicamente imperniato su valori di perseveranza ed accoglienza, ma di certo non si può parlare di un film rivoluzionario.

data di pubblicazione:11/02/2026


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