da Maria Letizia Panerai | Gen 15, 2026
Fernando, professore universitario di geografia a Barcellona, vive in un appartamento signorile con sua moglie Milena, di origini serbe. La donna una mattina esce di casa senza farvi più ritorno, sparendo nel nulla. L’uomo ne denuncia la scomparsa ma della moglie nessuna traccia. L’evento fa maturare in Fernando la consapevolezza di non conoscere affatto la donna con cui aveva condiviso sino a quel momento la sua vita. Decide quindi di intraprendere un viaggio senza una meta precisa che lo porterà, per uno strano scherzo del destino, nella magione di un’ereditiera di nome Amalia.
La villa portoghese è un film ricco di temi che partono da un percorso intimo che esorta al cambiamento di vita come antidoto alla solitudine e al dolore sordo dell’abbandono. Secondo la regista spagnola Avelina Prat, architetto prima di dedicarsi al cinema, è quasi doveroso cambiare il proprio destino se la vita subisce una battuta d’arresto. In forme diverse, i personaggi di questo suo secondo lungometraggio lo fanno, cambiando anche paese. Nel film infatti è presente il tema dell’immigrazione: Fernando è spagnolo, Milena è serba, Amalia di origini africane ed è circondata da un gruppo di amici provenienti da percorsi diversi. Ognuno di loro chiama casa un posto lontano dalle proprie origini pur mantenendo a tratti un po’ di nostalgia per ciò che si è lasciato alle spalle. Nel film ritroviamo “l’architettura” tanto cara alla regista non solo negli scorci della villa, ma anche negli “strumenti” di Fernando come docente di geografia. C’è anche l’architettura di un giardino da curare, dove piantare secondo schemi precisi e nel rispetto delle stagioni alberi e semi provenienti da parti diverse del mondo. Quella villa diventerà il posto dell’anima per Fernando così come lo è per Amalia che lo ereditò da una vecchia zia.
Il film, molto gradevole e pacato, lascia nello spettatore un reale e motivato messaggio di speranza. Non mancano colpi di scena: cambiamenti d’identità, “riapparizioni” e sparizioni saltuarie. Mistero e garbo nella narrazione si mescolano ai silenzi e gli sguardi dei protagonisti. Manolo Solo (Fernando/Manuel) e Maria De Medeiros (Amalia) reggono la scena in maniera convincente. Tutta la storia nella sua stranezza ha un senso reale, tangibile, che ci induce a pensare che la vita va “attraversata”. Come fanno i personaggi del film che la percorrono realmente. A partire da Fernando, che non osserverà più il mondo dalle carte geografiche ma lo attraverserà trovando, in quella “famiglia allargata” tanto cara alla nostra società contemporanea, la sua casa.
data di pubblicazione:15/01/2026
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da Maria Letizia Panerai | Dic 20, 2025
Shu-fen, madre single della piccola I-Jing e della ventenne I-Ann, dopo molti anni torna a Taipei dove vive la sua famiglia di origine. Nel tentativo di garantirsi un reddito sufficiente a sanare i suoi debiti Shu-fen decide di prendere in affitto un chiosco alimentare nel mercato notturno della città. Mentre le sorelle e la madre, quest’ultima implicata in traffici strani, si rifiutano di aiutarla.
Anche I-Ann cerca di guadagnare qualcosa per contribuire al ménage familiare facendo lavoretti part-time, non proprio “regolari”, piuttosto che affiancare sua madre al mercato. Inoltre è sempre rabbiosa e non si comprende perché abbia abbandonato gli studi pur essendo molto brava. In questo clima familiare triste e litigioso, l’unica ad essere contenta è la piccola I-Jing. Vivace e intelligente, la bambina è affascinata dalle luci della città e dalle bancarelle del mercato: per lei Taipei è il paese dei balocchi! Ma il nonno non perde occasione per riprenderla: I-Jing è mancina e, secondo una vecchia credenza popolare, la sinistra è considerata “la mano del diavolo”. Il divieto ad usare la sinistra spingerà la bambina a fare cose “sbagliate” proprio con quella mano “impura”.
Esce in questi giorni nelle sale La mia famiglia a Taipei, opera prima della regista taiwanese Shih-Ching Tsou. Vincitore del Premio Diffusione alla Settimana della Critica di Cannes e del Premio Miglior Film nell’ultima edizione della Festa del Cinema di Roma, la pellicola è stata selezionata per rappresentare Taiwan agli Oscar 2026. La regista concentra la storia sulla forza di tre generazioni di donne (nonna, madre e figlia) mentre le figure maschili, tranne in un solo caso, sono secondarie e molto negative. La narrazione affronta particolari intimi e toccanti, in bilico tra modernità e rispetto di vecchie tradizioni, in cui le figura femminili, seppur autonome e autosufficienti, hanno spesso ancora bisogno del consenso maschile per avere una loro dignità. Sarà lo sguardo curioso di una bambina di cinque anni a spalancare agli adulti uno scenario nuovo e inesplorato, come per lei lo sono i rumori e le luci delle bancarelle di Taipei.
È emblematico che il titolo originale del film sia Left-Handed Girl. L’uso di quella mano sinistra infatti rappresenta un atto di ribellione inconsapevole a un mondo patriarcale. Un mondo in cui una ragazza madre non è degna di potersi sposare, mentre un uomo maturo può chiudere gli occhi sui traffici illeciti della moglie ma non sul fatto che la sua nipotina sia mancina. Delicato, lieve ma profondo, il film restituisce allo spettatore un realismo pulsante soprattutto nelle scene di vita notturna del mercato e lo sorprende con un epilogo niente affatto scontato.
data di pubblicazione:20/12/2025
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da Maria Letizia Panerai | Dic 10, 2025
Holly è una donna di 28 anni “convinta di essere la versione sbagliata di sé stessa”. Il suo nome, o meglio come lei si fa chiamare, potrebbe rappresentare simbolicamente chi vorrebbe essere. Holly è fragile perché si sente perennemente stretta in uno stato di solitudine. Vive la sua vita parallelamente a quella reale per non fare i conti con un dolore interiore, forse per una perdita avvenuta quando era bambina o forse semplicemente perché non riesce ad accettare sé stessa.
Un giorno Holly incontra una bambina di sei anni fuori dal locale dove lavora: è sola, magra, ma non sembra persa. La giovane donna si specchia in lei e rivede sé stessa a quell’età. Non si accorge, in questa sua convinzione, che la bambina dice di chiamarsi come lei: per Holly quella coincidenza è un segno. Decide di fare un viaggio in sua compagnia come per ripercorrere la sua vita a cominciare da quei sei anni, alla ricerca di quella versione mancante di sé. Solo qualche giorno dopo scoprirà che la bambina in realtà si chiama Arabella.
Il film di Carolina Cavalli gioca sul concetto di identità alternative e i ruoli di Holly e Arabella sono sovrapponibili. Anche nascondersi dietro un nome non proprio è parte del tema, una sorta di simbolo di chi si vorrebbe essere. Benedetta Porcaroli-Holly ha meritatamente vinto la Coppa Volpi a Venezia per questo ruolo in cui incarna perfettamente una donna che vuole “riscrivere” la propria vita. I paesaggi sono a ragione senza spazio e senza tempo così come surreale è il viaggio delle due protagoniste.
Il rapimento di Arabella affronta lo stato di insoddisfazione che nasce dall’inadeguatezza, in un mondo che ci vuole perfetti e competitivi, in cui essere “normali” non è normale. Non c’è un trauma vero e proprio, come non c’è un rapimento in senso stretto, ma uno stato di disagio continuo. Una generazione “spaesata” in cui anche gli altri personaggi vengono percepiti dallo spettatore come alla ricerca di un appiglio. E tra loro Holly fa il disperato tentativo di riscrivere la propria vita per cancellare quel malessere che non va via.
Decisamente una pellicola originale, curata, che fa riflettere.
data di pubblicazione:10/12/2025
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da Maria Letizia Panerai | Nov 19, 2025
Cinque madri minorenni vivono in una casa famiglia in Belgio, nei pressi di Liegi. Hanno storie difficili alle spalle e, così giovani e vulnerabili, non sanno come gestire la maternità arrivata troppo presto. Crescere un neonato senza avere nessun affetto che le possa supportare e proteggere in un momento così unico e particolare della loro vita, rende la possibilità di crearsi un futuro una sfida durissima, quasi impossibile.
Il dilemma è quasi per tutte se dare il proprio piccolo in adozione e ricominciare da lì. Jessica è quasi al termine della gravidanza ma ha il timore di non riuscire ad amare la sua bambina perché la sua vita è stata segnata dall’abbandono. Perla invece ha creduto nel rapporto con il padre di suo figlio Noè, ma lui, troppo giovane, non vuole assumersi una responsabilità così grande; Julie, nonostante il suo passato di tossicodipendenza, vuole creare una famiglia con Dylan e chiama la loro figlia Mia, come a voler “marcare” l’unica cosa vera e concreta che è riuscita a fare nella sua vita. Infine, ci sono Naïma e Ariane: la prima intraprende dei piccoli passi verso la sua autonomia, mentre la seconda è più che mai decisa a rompere con il suo passato per tornare a studiare e per dare a sua figlia Lili una vita migliore della sua.
A tre anni da Tori e Lokita i fratelli Dardenne tornano sul grande schermo con un film corale, diverso dai precedenti, e vincono il Premio per la Migliore Sceneggiatura a Cannes. “Non volevamo fare un film sulla maternità in astratto, ma sul coraggio e la paura di crescere insieme al proprio figlio. La società giudica queste ragazze, noi abbiamo voluto guardarle senza condanna”. La macchina da presa dei registi, con stile quasi documentaristico, segue le storie di ognuna di loro, regalando dignità alle loro vite fatte di fragilità affettiva ed incertezze su tutto, e lo spettatore non può non seguire con tenerezza e partecipazione le loro vicende. Il cast è formato perlopiù di attrici non professioniste, ma le loro angosce, sofferenze e paure ci aprono gli occhi su quelle che sono difficoltà oggettive, e ci commuovono.
Giovani madri è un film delicato, senza eccessi, essenziale, che ci fa riflettere su un problema senza tempo di queste donne troppo giovani e fragili per essere madri, ma abbastanza grandi per sentirsi in colpa solo per aver creduto di farcela.
data di pubblicazione:19/11/2025
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da Maria Letizia Panerai | Nov 10, 2025
(Mostra Fotografica al MUSEO del GENIO – Roma, 31ottobre 2025-15 febbraio 2026)
Lo straordinario complesso del Museo del Genio in Roma dal 31 ottobre ha aperto stabilmente al pubblico non più solo come museo militare, ma anche come nuovo spazio espositivo e luogo di cultura, ospitando la mostra fotografica di Vivian Maier.
Quella di Vivian Maier – definita la tata-fotografa americana – è stata una vita che avrebbe potuto ispirare la sceneggiatura di un nuovo poetico film di Uberto Pasolini. Nata a New York nel 1926, da padre di origini austriache e madre francese, visse la sua vita nell’ombra. Solo dopo la sua morte, avvenuta a Chicago nel 2009 all’età di 83 anni, divenne fortuitamente famosa. Non si conosceva nulla di lei, non aveva nessun legame parentale e spesso era ospitata presso le famiglie dove faceva la bambinaia. Nel 2007 John Maloof, giovane agente immobiliare e figlio di un rigattiere, acquista ad un’asta di oggetti provenienti da magazzini abbandonati un enorme quantitativo di lettere, riviste e alcune valige. In queste scopre che erano stipati 100 mila negativi ed oltre 700 rullini mai sviluppati e molti altri a colori non processati. Decide quindi di acquistare tutto il materiale di questa misteriosa fotografa ancora immagazzinato e ciò che scoprì fu sensazionale. Vivian tra gli anni ‘50 e ‘60 con la sua Rolleiflex – acquistata grazie alla vendita di una vecchia casa della madre a Saint-Bonnet-en-Champsaur dove trascorse parte dell’infanzia-, aveva fotografato in maniera quasi compulsiva gente comune, bambini, anziani, mendicanti, particolari di vita di strada di New York e Chicago. Le foto, tutte in bianco e nero, non furono mai sviluppate né esposte né pubblicizzate perché per Vivian la fotografia era una passione segreta, rimasta tale per sua volontà sino all’ultimo dei suoi giorni di vita. Era il 1987 quando la donna chiese ai suoi ultimi datori di lavoro di poter conservare un proprio archivio personale in un loro locale inutilizzato. Questo archivio finì anni dopo in un box in affitto. Nel 2007 quel box con tutte le cose di Vivian, che nel frattempo si era ammalata e viveva in ristrettezze economiche, finì all’asta per affitti non pagati e lo acquistò John Maloof.
La storia di questa donna, che per tutta la vita volle essere solo una tata, oggi rivive attraverso le sue bellissime fotografie ora in mostra a Roma ma che hanno fatto il giro del mondo, per il suo sguardo poetico e ironico sull’America del dopoguerra.
La Mostra è un doveroso omaggio a questa enigmatica artista di street photography, celebrata a livello internazionale come Robert Frank e Diane Arbus ma che in vita non volle mai mostrare, neanche a sé stessa, le proprie fotografie.
data di pubblicazione:10/11/2025
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