THE TOXIC AVENGER di Macon Blair (2025)

THE TOXIC AVENGER di Macon Blair (2025)

Il reboot della serie di film The toxic Avenger risorge in un involucro che tenta di trasformare il caos grezzo della serie cult in un’operazione high budget e dall’estetica curata, e questo salto, purtroppo è la lama a doppio taglio del film.

Sul piano tecnico la pellicola funziona bene: la fotografia, la scenografia e gli effetti ricreano un mondo “super-sporco” ma dall’aspetto definito. La violenza è visivamente pazzesca, anche se l’esecuzione molto stilizzata le conferisce quel tipico aspetto più comico che sconvolgente. Però le sequenze di trasformazione, i passaggi rapidi tra grottesco e slapstick, la violenza espressa in modo visivamente paradossale, tra cadute, esplosioni di liquido tossico e deformazioni mostruose, conferiscono al tutto uno stile ben preciso. Seppure il più delle volte rimanga esercizio di stile più che strumento di insight.

Il film gioca su due registri: l’horror splatter e la commedia trash, non riuscendo a trovare sempre un buon equilibrio. La sceneggiatura si dilunga in maniera ingombrante soprattutto nella prima parte, diluendo la trasformazione del protagonista e rallentando il ritmo. L’ambientazione e la premessa – un addetto alle pulizie con gravi problemi personali che diventa un mostro vendicatore – sono potenzialmente interessanti, ma la caratterizzazione resta sottotono: il figlio, la malattia, l’inquietudine del quotidiano sono accennati, e talvolta sacrificati, sull’altare della gag gore.

Peter Dinklage è credibile nel ruolo di Winston Gooze, l’uomo che cede la propria vita alla metamorfosi, gli antagonisti, a partire da Bob Garbinger (Kevin Bacon) si divertono nel loro ruolo, ma restano figure schematiche e la grande tenuta visiva fa risaltare ancora di più la superficialità del tratteggio psicologico.

Dal punto di vista narrativo il film cerca anche di introdurre tematiche sociali, dall’ecologia, alle corporazioni, all’emarginazione anche se la satira diventa costantemente parodia, perdendo corrosività.

Nella parte finale però l’opera ha un’impennata qualitativa tra gore, ritmo più incalzante e idee visuali audaci lasciando, dopo l’inizio faticoso, un sapore di occasione sprecata. Quindi per gli amanti dell’edonismo splatter, delle esplosioni di sangue e del cinema che non si prende sul serio, sicuramente questo Toxic Avenger risulterà un’esperienza divertente. Ma se ci si aspetta un revival profondo o satirico con forza, il rischio è di trovarsi in mezzo a tante idee visive stordenti ma con un plot che fatica a sostenerle.

data di pubblicazione:29/10/2025


Scopri con un click il nostro voto:

 

LA VITA VA COSI’ di Riccardo Milani, 2025

LA VITA VA COSI’ di Riccardo Milani, 2025

Ambientato sulla costa meridionale della Sardegna, il film ha come fulcro Efisio Mulas (Ignazio Giuseppe Loi), pastore che rifiuta di vendere la terra su cui vive, costretto a misurarsi con un mondo che preme dall’esterno con ricatti, promesse, contraddizioni. Intorno a lui una comunità che si spacca, una figlia (Virginia Raffaele) che oscilla tra fedeltà e desiderio di cambiamento, e l’imprenditore determinato (Diego Abatantuono) che rappresenta il paradigma dell’Italia che “vuole crescere”.

Sebbene liberamente ispirato ad una storia vera il tema non è originalissimo, e il testo spesso vacilla, con reiterazioni insistenti dei no, delle pressioni e dei dubbi che più che escalation, rischiano di restare ritornello. I lunghi monologhi e le scene dichiarative finiscono inoltre sovente per appesantire l’economia del racconto.

Ciò che pulsa però è l’atto del rifiuto come gesto morale, la resistenza come gesto “normale” di chi non vuole essere comprato, l’epica del quotidiano. Efisio è un’icona senza proclami eroici, ma con una forza che sgorga dall’incontro fra memoria, affetti, territorio e dignità personale.

Milani torna su un tema che aveva già esplorato, il conflitto tra comunità radicate e spinte modernizzatrici, ma lo fa spostandosi in un panorama diverso rispetto al precedente Un mondo a parte. Qui il mare, il vento, l’orizzonte sono elementi strutturali, non sfondo, ma co-protagonisti che chiedono di essere difesi.

Sul piano del linguaggio si avverte una tensione fra la commedia e il dramma civile, da una parte battute che cercano leggerezza e ironia, dall’altra lo sviluppo generale che tende a fare del reale un simbolo, con un equilibrio a volte precario e momenti urlati che spostano la dimensione dal possibile al declamatorio.

Il cast, comunque, si muove con convinzione. In particolare Loi, vero pastore sardo, sorprende con una presenza che occupa lo schermo senza bisogno di smorfie. La sua non formazione cinematografica diventa la sua forza, rendendo palpabile che Efisio non recita, è. Anche il resto del gruppo, nonostante il rischio di risultare stereotipato, vista l’insistenza della sceneggiatura su contrapposizioni nette, risulta invece forte e credibile.

Non si tratta di un film perfetto, ha fratture, momenti reiterati ed un ritmo che ne risente, soprattutto nella prima parte, ma ha un grande valore, quello di ricordarci che se “la vita va così”, non significa che tutto debba essere accettato, riportando il valore della resistenza nella centralità del discorso.

data di pubblicazione:29/10/2025


Scopri con un click il nostro voto:

RE CHICCHINELLA scritto e diretto da Emma Dante

RE CHICCHINELLA scritto e diretto da Emma Dante

(Teatro Argentina – Roma, 28 ottobre/9 novembre 2025)

(Teatro Biondo – Palermo, 18/26 ottobre 2025)

La pièce conclude la trilogia ispirata ad alcune fiabe dello scrittore campano Giambattista Basile, ed è un libero adattamento di uno dei suoi “cunti”. Reduce da una battuta di caccia e in preda a un improvviso ed incontenibile bisogno fisiologico, re Carlo III, per pulirsi dopo l’evacuazione, decide di adoperare una gallina “dalle morbide piume” che giaceva in terra e che lui credeva morta. Errore fatale: questa, ancora viva, attraverso quel varco “proibito” e oscuro, si insinua dentro il suo corpo, prendendone possesso irrimediabilmente.

Carlo III d’Angiò, qui tristemente ribattezzato Re Chicchinella, è un sovrano. Possiede una corona, un mantello rosso e una sfilza di titoli da sciorinare. Ma il nome altisonante lascia il posto ad una buffa onomatopea. E su questo palcoscenico spoglio di orpelli e di suppellettili, il re è nudo. Coperto soltanto, dalla vita in giù, da un’ampia gonna a balze, che ricorda le ballerine di can can. I cortigiani invadono il palco, danzando, tra lustrini e paillettes, e la scena si apre allo spettacolo di un cabaret parigino, o meglio, alla sua parodia.

Francese e napoletano – lingue opposte e complementari -, così come passato e presente, si mischiano. In uno scambio di gesti, ora affettati ora istintivi, e di battute sagaci e insieme amare. Il tocco naïf è affidato ai due servitori, in calzamaglia intera color della pelle. Si mostrano anch’essi nudi, come il loro sovrano, che accudiscono sin dalle prime ore del giorno come fosse un bambino.

Il grottesco risiede in questa miscela di elementi visivi e narrativi – abilmente integrati all’interno di una scenografia originale e a tratti visionaria – in forte contrasto con il dramma della malattia e della morte incombente. Il re, cui per tradizione si addice la posa eretta e fiera, si ritrova qui accovacciato, piegato in avanti nel gesto di sottoporre alla vista altrui il proprio posteriore. Soggiogato dall’animale che credeva ormai inoffensivo, e che gli impone una metamorfosi degna di un bestiario medievale, Chicchinella sperimenta il disagio, la sofferenza, e anche il cinismo e l’avidità di coloro che lo circondano. Comprese la figlia e la consorte dai “nobili natali”.

Come nella celebre favola di Esopo, il re produce, dopo ogni pasto, delle uova d’oro. Divenute oggetto della cupidigia dei familiari. Ma in senso opposto rispetto alla versione originale, qui è proprio il protagonista a decidere di porre fine alla propria esistenza. Un ultimo tentativo da parte di uno dei tanti medici venuti apposta per visitare il suo “regale deretano”, e il re si accascia a terra privo di vita. È il momento più emozionante: sulle note struggenti della celebre aria di Händel – Lascia ch’io pianga -, si mette in atto l’estremo intervento per tentare di espellere la “creatura” dalle viscere del re. Con le mani nude di medici e infermiere, con le spinte vigorose, e alla fine, persino con un forcipe. Mentre si assiste a questa sorta di “parto al contrario” – parto fallito, che si chiude con l’inevitabile sacrificio umano -, la risata s’arresta e la platea quasi trattiene il respiro. Ci si commuove, per qualche momento, si prova compassione per l’uomo. Per poi tornare, ancora una volta, a ridere e a stupirsi, posando lo sguardo su di lui, “Sua Maestà/Sa Majestè”. In qualche modo e assurdamente redivivo.

data di pubblicazione:19/10/2025


Il nostro voto:

MACBETH di William Shakespeare

MACBETH di William Shakespeare

con Daniele Pecci e Sandra Toffolatti, regia di Daniele Pecci

(Teatro Greco – Roma, 21 ottobre/2 novembre 2025)

La neonata stagione al Teatro Greco di Roma ospita fino a domenica il Macbeth di Shakespeare firmato da Daniele Pecci, in duplice veste di regista e protagonista. Prodotto dalla United Artists, lo spettacolo esplora la natura omicida dell’essere umano collocandola in uno scenario da incubo, desolante e claustrofobico. Una lettura tradizionale della tragedia con qualche piccola variazione a intensificarne la crudeltà.

Il sentiero che conduce al potere è un’instabile impalcatura in salita. Per arrivare a sedere sul trono bisogna salire una scalinata stretta e tortuosa, che ammette il passaggio non più di una persona alla volta. E quindi in solitudine, tratto caratterizzante chi è destinato ad ottenere con la prepotenza ciò che una sorte malefica – le streghe del testo in sembianza di tre mendicanti usciti da una stampa fiamminga – ha vaticinato.

È questa la visione che Daniele Pecci dà della terribile tragedia scespiriana, immersa nella suggestiva quanto mai imponente scenografia di Carmelo Giammello. Enormi pareti simili ai battenti di antiche porte bronzee dilatano e restringono lo spazio, strozzando il respiro dell’ambizione del sovrano nella morsa soffocante della paura. Si vede anche la brughiera in lontananza. Ma è uno spazio irraggiungibile e desolato, che i bagliori dell’alba iniettano di rosso o che la luce del giorno rende abbacinante come per l’effetto di una fitta nebbia. All’interno tutto è scuro, buio come la notte. Anche le giubbe dei baroni di Scozia, nobile e numerosa masnada intorno alla coppia regale, sono nere. Così gli abiti di Macbeth e della sua Lady.

Macbeth è un uomo dal cuore giovane, ancora inesperto e sopraffatto dalla paura. Nella scalata al potere, necessita di qualcuno che gli offra conforto e sostegno quando la debolezza e il tormento lo assalgono. Per questo riveste un ruolo fondamentale la Lady, interpretata da Sandra Toffolatti, il cui atteggiamento materno e rassicurante diventa un punto di riferimento imprescindibile.

Daniele Pecci sviluppa il testo mantenendo un approccio di lettura tradizionale, introducendo lievi variazioni che amplificano l’orrore di una narrazione già carica di crudeltà. Aggiunge particolari come la sorprendente decapitazione in scena del tiranno o la Lady posseduta dallo spirito di Ecuba. Ma la regia è pulita e didascalica, epurata di ogni accento esoterico o demoniaco. Concede spazio alla corruzione di un’anima travolta dalle proprie paure e dalle proprie ambizioni, e la mostra sopraffatta dalle allucinazioni della mente, stritolata dall’incubo alimentato da una volontà omicida che trova fine solo nella morte dell’assassino.

data di pubblicazione:28/10/2025


Il nostro voto:

PER TE di Alessandro Aronadio, 2025

PER TE di Alessandro Aronadio, 2025

Mattia, di appena undici anni, deve affrontare, con i mezzi di cui dispone, la malattia del genitore, appena quarantenne e affetto da Alzheimer precoce. Affronterà questo dramma familiare con determinazione e spirito di maturità…

La storia molto commovente del rapporto tra il piccolo Mattia (Javier Francesco Leoni) e suo padre Paolo (Edoardo Leo). Di fronte a questa devastante malattia, che lentamente sembra divorare la memoria del padre, il piccolo Mattia sarà sempre presente con le sue premure. L’amore e il supporto familiare emergono come pilastri fondamentali per affrontare la crudele realtà di una infermità, offrendo a Paolo la dignità di andare avanti. Attraverso l’immagine di un nucleo domestico unito e amorevole, Aronadio dimostra come l’affetto e la solidarietà possano diventare strumenti di forza di fronte all’inevitabile.

Il film tratta la storia vera di Mattia Piccoli, la cui dedizione nel supportare il padre gli hanno valso il riconoscimento di Alfiere della Repubblica. Onorificenza conferita nel 2021 dal Capo dello Stato in quanto custode di suo padre. Edoardo Leo, nel difficile ruolo di genitore, offre una interpretazione straordinaria, dimostrando una grande sensibilità e profondità in una parte emotivamente impegnativa. Il piccolo Javier Francesco Leoni, invece, sorprende per la sua professionalità, recitando con la sicurezza e la naturalezza di un grande attore. Molto brava pure Teresa Saponangelo nel ruolo della madre, allegra e coraggiosa. Il regista non intendeva narrare la storia reale di Paolo Piccoli, ma il dramma di un uomo ancora giovane che affronta la perdita della memoria. Aronadio esplora così la fragilità di un’esistenza che si sgretola, catturando l’essenza di una lotta intima e profondamente umana contro il tempo e l’oblio.

Per te è il titolo di un film che già indica una dedica. Infatti è dedicato a tutte le famiglie dove la sofferenza di un singolo diventa un’esperienza condivisa, un percorso di afflizione collettiva e profonda. Un film quindi che sicuramente toccherà la sensibilità del pubblico perché parla di amore come unico insostituibile appiglio nei momenti più bui della malattia. Il regista è stato capace di presentare il ritratto intimo e universale della fragilità umana. Aronadio si impegna a toccare la parte più umana e profonda dello spettatore, utilizzando la pura spontaneità e l’innocenza disarmante di un bambino come Mattia. Sotto questo aspetto il film risulta ben riuscito, offrendo un’esperienza commovente e autentica che lascia un segno nello spettatore più sensibile. Presente al Giffoni Film Festival, rivolto principalmente al pubblico della scuola, è stato di recente proposto alla festa del Cinema di Roma 2025 e contemporaneamente in Alice nella città.

data di pubblicazione:27/10/2025


Scopri con un click il nostro voto:

EDDINGTON di Ari Aster, 2025

EDDINGTON di Ari Aster, 2025

Eddington immaginaria cittadina nel New Mexico. Nella drammatica fase iniziale del Covid lo sceriffo J. Phoenix è in contrasto con il sindaco uscente P. Pascal. La loro rivalità, arricchita da vecchi rancori per E. Stone moglie dello sceriffo, sfocerà in un conflitto che coinvolgerà tutti…

Presentato a Cannes ’25 e alla recente Festa di Roma senza mai esaltare critica e pubblico, Eddington è la quarta opera di Aster. L’ idolo del Cinema Indie dopo aver rielaborato i codici dell’horror onirico e del dramma psicologico lascia il Fantastico per affrontare la Realtà: l’angoscia dell’America attuale. Non c’è infatti più bisogno di ricorrere ai mostri, l’orrore è già tutto nella bestialità umana della società stessa e del suo quotidiano. Un’America ripiegata su di sé, legata al culto delle armi, polarizzata fra opposte fazioni, Trumpismo, teorie complottiste, verità alternative, tensioni raziali e fautori del M.A.G.A. Un film sulla paura. Paura dell’altro, della verità e della realtà. Il Covid è solo un pretesto narrativo per evidenziare la paranoia di una nazione sul punto di implodere oppressa dalla violenza, dalla diffidenza e dall’ipocrisia ed appena sorretta ancora da una labile apparenza di ordine.

Il regista inquadra la vicenda nella maniera di un Neo-Western. Si destreggia infatti con i codici classici del Genere, evoca il mito fondativo della conquista dell’Ovest e restituisce con amarezza ciò che il Grande Paese è divenuto oggi. Il Sogno Americano trasformatosi in un incubo. Un western che si rifà ai Coen ed anche a Tarantino segnato come è da un feroce humour nero e dalla violenza. Una satira politica, una commedia nera che poi deborda in un thriller allucinante. Un mero pretesto per rappresentare, senza fare diagnosi o offrire soluzioni, il collasso di una Democrazia minata dalla sfiducia e dalla violenza congenita.

Nessun personaggio è gradevole. Phoenix nei panni dell’antieroe è bravo e porta tutto il film sulle sue spalle, gli altri attori pur apprezzabili, sono sacrificati in ruoli marginali. Eddington è di certo un lavoro ambizioso ed anche interessante ma sviluppa troppi temi ed alla fine pur mantenendo costante la tensione resta schiacciato sotto il proprio stesso peso. La narrazione si fa presto incoerente, caotica e si perde priva di una visione d’insieme. Il film risulta infatti troppo lungo, disordinato e intricato sia visivamente sia narrativamente. Peccato! Un’idea interessante, un gran lavoro ma il risultato è parecchio opinabile ed avrebbe di sicuro guadagnato con una maggiore concisione ed un miglior montaggio. Un’occasione non sfruttata in pieno.

data di pubblicazione:27/10/2025


Scopri con un click il nostro voto:

LE NUVOLE DI AMLETO di ODIN TEATRET

LE NUVOLE DI AMLETO di ODIN TEATRET

(Spazio Rossellini – Roma, 22/26 ottobre 2025)

Presentato alla biennale di Venezia lo scorso giugno e per la prima volta a Roma allo Spazio Rossellini, Le nuvole di Amleto di Odin Teatret e con la regia di Eugenio Barba, reinterpreta la tragedia shakespeariana concentrandosi sul rapporto tra Amleto, suo padre e il dramma della vendetta.

Nel 1596, Hamnet, l’unico figlio maschio di William Shakespeare, muore all’età di undici anni. Cinque anni dopo Shakespeare perde il padre e durante il periodo di lutto scrive La tragica storia di Amleto, principe di Danimarca. Il dramma racconta del re danese Amleto, che porta lo stesso nome di suo figlio, avvelenato dal fratello Claudio e dalla moglie Gertrude che sono amanti. La loro passione si intreccia con il tragico amore tra il principe Amleto e la giovane Ofelia. Il fantasma del padre di Amleto appare al figlio, lasciandogli in eredità il compito di ucciderlo e vendicarlo.

Quale è l’attualità di questa storia oggi? Quale è il peso ed il valore dell’eredità ricevuta dai nostri padri che deve essere trasmessa ai nostri figli? Quanto è ineluttabile e quanto invece può essere rigettata?

Eugenio Barba e Odin Teatret si concentrano sui dubbi e le incertezze del giovane Amleto di fronte all’obbligo di vendetta che il fantasma gli impone. Spettacolo bellissimo e sospeso, onirico, onomatopeico, in pieno stile Odin Theater, fondato da Eugenio Barba nel lontano1964.

60 anni di impegno e ricerca con la realizzazione di spettacoli e video, didattica, seminari in cooperazione con università, gruppi e associazioni culturali. 86 progetti internazionali presentati in 67 paesi ed in contesti sociali diversi basati sulla diversità culturale e sull’interazione del lavoro performativo con musiche, canti e danze dei luoghi in cui gli spettacoli sono stati rappresentati.

data di pubblicazione:26/10/2025


Il nostro voto:

L’ANALFABETA dai testi di Agota Kristof

L’ANALFABETA dai testi di Agota Kristof

con Federica Fracassi, drammaturgia di Chiara Lagani, regia di Luigi Noah De Angelis

(Teatro Vascello – Roma, 18/19 ottobre 2025)

Fanny&Alexander e Federica Fracassi tornano ad esplorare l’universo letterario di Agota Kristof dopo il successo della Trilogia della città di K. (2023). In prima nazionale per Romaeuropa Festival e in replica prossimamente al Piccolo di Milano, è andato in scena lo spettacolo tratto dal racconto autobiografico della scrittrice ungherese, L’analfabeta.

È una drammaturgia di suoni, voce e atmosfere fedeli al linguaggio secco e tagliente di Agota Kristof quella costruita da Chiara Lagani e Luigi De Angelis per L’Analfabeta, nuovo allestimento andato in scena al Teatro Vascello di Roma per l’interpretazione impeccabile di Federica Fracassi. In fuga dall’Ungheria occupata dal regime sovietico del dopoguerra, la scrittrice raggiunge clandestinamente la Svizzera, dove trova lavoro come operaia in una fabbrica di orologi (la stessa sorte toccherà a Sandor, protagonista del suo romanzo Ieri). Qui affronta la fatica di imparare una nuova lingua, il francese, trovando sfogo ai suoi tormenti nella scrittura.

Lo stile di Kristof, essenziale e asciutto, è costruito da frasi brevi, punti frequenti e lunghi silenzi. L’urgenza di raccontare mette in atto una sequenza veloce e concisa di azioni, volte a fissare il ricordo di quello che è stato. Il male del mondo è descritto con una crudeltà fredda e disarmante, ma talvolta l’ingegnosa risposta dei personaggi, animata dall’istinto di sopravvivenza, suscita una risata amara. Le figure nate dalla sua immaginazione riflettono costantemente le esperienze vissute dalla scrittrice in prima persona.

Per chi, come il recensore che scrive, ha assistito al suggestivo e imponente adattamento della Trilogia – giudicato miglior spettacolo dall’ANCT e vincitore di cinque premi Ubu – è chiara la continuità stilistica e drammaturgica adottata in questa rinnovata collaborazione.

Lo spazio scenico continua ad assumere un ruolo cruciale nella narrazione. Un lungo pannello attraversa la scena per tutta la sua estensione, creando una netta separazione tra lo spazio di recitazione e il pubblico. Su quel confine l’immaginazione viva della protagonista proietta i ricordi e i volti di coloro che sono stati lasciati indietro nella fuga dal paese natale. Gli schermi tornano quindi ad avere un ruolo cruciale come strumenti per dare forma visiva ai dettagli che solo la scrittura riesce a rivelare. Diversamente dalla Trilogia, dove cadevano a pioggia inondando lo spazio aereo della Sala Melato, qui l’utilizzo si riduce a uno schermo, funzionale a rendere l’area di recitazione rigidamente delimitata. Genera la percezione di vedere l’autrice come rinchiusa in una detenzione coatta o, la contrario, in un luogo di solitudine protetto e slegato dal mondo.

La narrazione si snoda attraverso brani tratti dai romanzi della Kristof, restituendo la crudezza e l’asprezza della sua vicenda personale e letteraria. È arricchita poi da una polifonia linguistica: francese, tedesco e ungherese oltre l’italiano. La Fracassi recita rompendo volontariamente la precisione della dizione, imitando lo sforzo di chi apprende una lingua diversa da quella natìa. Lotta, parola dopo parola, nel tentativo arduo e faticoso di imparare di nuovo a parlare, leggere e, infine, a scrivere. Come chi ricomincia da zero; come un’analfabeta.

data di pubblicazione:26/10/2025


Il nostro voto:

& SONS di Pablo Trapero, 2025

& SONS di Pablo Trapero, 2025

(20ª FESTA del CINEMA di ROMA 2025)

Sono passati quasi 20 anni da quando qualcosa ha distrutto la famiglia Dyer, un qualcosa con un nome: Andy. Andy è il motivo per cui lo scrittore di fama mondiale Andrew, meglio conosciuto dai lettori come A.N. Dyer, non parla più né con i suoi figli adulti, Richard e Jamie, né con la sua ex moglie, Isabel. Ora, sentendo che il suo tempo sulla Terra sta per scadere, chiama i suoi figli a raccolta, per rivelare una sconcertante verità, oppure no?

A dieci anni dal Leone per la migliore regia vinto al Festival di Venezia con Il clan, Trapero torna con la figura di un padre dal grande passato ora alle prese con un oggi complesso, un uomo divenuto misantropo e socialmente inadatto.

& Sons è la storia di uno scrittore alla fine della sua vita, che fa i conti con le importanti decisioni che ha preso e le conseguenze che hanno lasciato. Tratto dall’omonimo romanzo di David Gilbert, scritto da Trapero assieme a Sarah Polley, premiata all’Oscar alla miglior sceneggiatura non originale nel 2023 per Women Talking – Il diritto di scegliere, l’opera affronta temi particolari: la tensione molte volte tipica nelle nostre relazioni – che siano con gli amici, il lavoro o la famiglia – e anche di come noi, come individui, lottiamo per trovare la nostra strada.

In più, al centro c’è anche il tema della paternità e del rapporto padre-figlio visto da diversi punti di vista, principalmente quello del figlio maggiore. Un ragazzo cresciuto col mito del padre, un ragazzo per il quale non deve essere facile convivere con una figura così ingombrante, soprattutto quando il suo sogno è lavorare in quello stesso ambito professionale.

Tutto gira intorno alla figura del geniale scrittore solitario, a cui presta il volto un eccellente Bill Nighy, intorno al quale la famiglia ruota attorno. Il cast è di livello e tutta l’operazione sembra andare a buon fine, perché arriva al cuore e sfiora la psiche; gli equilibrismi su cui si muove, al limite della plausibilità, lo rendono un dramma distopico, con un finale in bilico tra una soluzione forse scontata e una confusa ambiguità, rendendolo comunque singolare e piacevole.

data di pubblicazione:25/10/2025








& SONS di Pablo Trapero, 2025

DEUX PIANOS di Arnaud Desplechin, 2025

(20ª FESTA del CINEMA di ROMA 2025)

Mathias (F. Civil) è un apprezzato pianista appena rientrato in Francia dopo anni. Ritrova Elena (C. Rampling) la sua mentore che gli propone una serie di concerti in coppia a Lione. Casualmente Mathias incontrerà anche il suo vecchio amore con effetti inattesi e sconcertanti. Il suo piccolo mondo cadrà a pezzi…

Fin dal suo debutto Desplechin ha creato ed alimentato un proprio universo cinematografico in cui ogni volta cerca di sondare e cogliere un aspetto della complessità umana: le tante variabili dei legami affettivi e dei sentimenti ed il loro peso sui rapporti e sull’esistenza.

In Deux pianos, l’Autore esplora i seducenti meandri della Memoria ed i loro effetti sugli animi tormentati dei suoi personaggi. Una riflessione sulla Memoria che può paralizzare o che può rappresentare il senso di tutta una vita. Memoria di un amore perduto, capacità di memorizzare gli spartiti e paura di perderla. E con la Memoria inevitabilmente il Tempo che passa, i desideri, i sentimenti, le occasioni, i rimpianti e le traiettorie umane ed artistiche che si incrociano, confliggono, si ricercano, si perdono. I turbamenti dei protagonisti che tentano di conciliare le incongruenze delle loro vite sono lo spunto da cui il regista avvia la sua narrazione. Al centro ci sono le crisi di identità e le fragilità di persone incapaci di accettare la Realtà, di procedere oltre e affrontare la Vita. Di certo un soggetto convenzionale già visto molte altre volte: un melodramma classico e romantico.

Desplechin sublima però il mélo con un’eccezionale direzione degli attori e con una regia, un ritmo ed un montaggio dinamico, insolito e a tratti anche bizzarro. Rifiuta le convenzioni stilistiche, evita il tradizionale campo e controcampo nei dialoghi, taglia le scene ed i dialoghi stessi in modo inusuale. Le riprese poi sono sempre con la cinepresa in spalla quasi fosse un documentario catturando le emozioni senza però soffermarcisi più di tanto. Il tono romantico nonostante tutto permane, anzi viene ancor più accentuato dalla Musica, quasi personaggio a sé stante, che tutto avvolge con Bach, Chopin, Bartok… Gli attori recitano in modo misurato e sono tutti giusti nel dare corpo e sguardi alle loro prese di coscienza. La Rampling è brava e affascinante.

Deux pianos non è certo perfetto. Il film è però una riflessione intima e delicata sul mal di vivere e sulla fragilità degli esseri umani e dei sentimenti. Un dramma romantico discreto, gradevole sul piano formale e non privo di un certo fascino melanconico che può anche sedurre. Un mélo singolare, sincero ed elegante che melomani e cinefili apprezzeranno e gli altri guarderanno con interesse.

data di pubblicazione:25/10/2025