da Paolo Talone | Lug 27, 2025
e con Manuela Kustermann, Francesca Mazza, Silvia Battaglio e Ilaria Drago
(Teatro romano di Ostia Antica, 18/19 luglio 2025)
Il mito antico rivive in chiave contemporanea al Teatro antico di Ostia nel Festival Il senso del passato, ideato da Luca De Fusco e prodotto dalla Fondazione Teatro di Roma con il sostegno della Regione Lazio e il Comune di Roma. Roberto Latini, dopo aver vestito a Siracusa e Pompei i panni di Oreste diretto da Roberto Andò nell’Elettra di Sofocle, è ora Antigone. Superando questioni di genere e ricoprendo il ruolo della protagonista, dirige sé stesso e un eccellente cast di attrici nell’Antigone di Jean Anouilh (traduzione di Andrea Rodighiero per Marsilio). Un’atmosfera notturna fa da sfondo al destino infausto della figlia di Edipo. Il dramma classico interroga il presente e le conseguenze dovute alla capacità di scegliere.
Esiste un luogo nella mente dove i pensieri prendono forma. Un luogo oscuro, attraversato da improvvisi bagliori di coscienza prima che le decisioni vengano prese. Un luogo dove la realtà appare deformata perché ancora non compresa. È in questo spazio mentale che Roberto Latini colloca la sua visione di Antigone nella riscrittura novecentesca di Jean Anouilh.
Il dramma, redatto quando la Francia era in parte sotto il controllo dell’esercito tedesco e i territori non occupati erano guidati dal governo collaborazionista di Vichy, venne portato sulla scena la prima volta nel 1944. Il nodo centrale della vicenda, trasportata nella modernità, rimane simile all’originale sofocleo. Creonte, uomo pragmatico e zelante nel governo di Tebe, vieta la sepoltura di Polinice, colpevole di essere insorto contro la città. L’atto isolato di resistenza di un giovane che attenta alla vita del primo ministro del governo francese suggerisce ad Anouilh il carattere della sua Antigone, che si ribella al comando dello zio Creonte. Il mito classico guadagna così in profondità psicologica. Il dubbio, insinuato dai conflitti mondiali, relativizza la verità che non è più un valore condiviso. Tutto si misura sulle esigenze del singolo individuo.
Antigone non è più una storia di buoni o cattivi e Latini sa cogliere questo aspetto in encomiabile rispetto del testo. Creonte e Antigone sono personaggi speculari e nella distribuzione delle parti non si tiene conto del sesso degli attori. Quello che interessa è l’agire umano nella sua universalità. Ogni traccia di sentimentalismo o realismo storico è eliminata a favore di una visione simbolica di un incubo notturno, esasperato dalle maschere di morte che indossano gli attori. Lo scenario neutro della didascalia diventa una strada di città, illuminata dalla flebile luce di lampioni elettrici. Speculari sulla scena si ergono la fermata di un autobus e una vecchia cabina telefonica. Anche gli attori recitano sulla scena distanti tra loro. Non si toccano quasi; ognuno fa i conti con la penosa solitudine a cui lo chiama il ruolo che ricopre.
L’ostinazione di Antigone a dare sepoltura al fratello, che per la penna di Anouilh assume la caratteristica di un capriccio adolescenziale (la ragazza ha più o meno vent’anni), nasconde in realtà motivazioni più profonde che non ci è dato conoscere. Agisce forse per puro senso di ribellione. Ma forte rimane un richiamo alla libertà e all’autodeterminazione (per anni, data la sua condizione di principessa, ha dovuto adeguarsi a un’educazione che altri le avevano imposto). La ribellione si realizza nelle ore dove il sogno si tramuta in incubo. Nelle prime ore del mattino, quando le immagini oniriche sono più vivide e la mente è sprofondata nel sonno. L’ora che precede l’alba è sempre la più grigia. Il sole non è ancora sorto a definire le cose. Creonte ha deciso di fare bene il suo mestiere; Antigone ha accettato il destino di morte. Tutti hanno insieme torto e ragione. Ma non importa da che parte stare. Ciò che importa è che le scelte fatte, e quelle non fatte, ci hanno portato lì dove siamo. Ad Antigone interessa l’integrità della scelta, non la comodità di una decisione presa da altri.
La regia chiede una disposizione all’introspezione. La capacità di trovare soluzioni interpretative che facciano venire fuori l’umano nei suoi aspetti astratti, di ragionamento, di sperimentazione. Il tappeto sonoro creato da Gianluca Misiti e gli effetti di distorsione dei microfoni amplificano quest’atmosfera interiore, traducendo in suono il rumore che fanno i pensieri quando si formano nell’inconscio. Così le luci di Max Mugnai, immancabile collaboratore alle creazioni artistiche di Latini insieme a Misiti. E quali attrici potevano meglio incarnare sulla scena questo aspetto se non quelle che Latini ha scelto di mettersi accanto? Manuela Kustermann, Francesca Mazza, Silvia Battaglio e Ilaria Drago.
Nella prossima stagione teatrale lo spettacolo sarà in scena al Teatro Vascello, produttore dello spettacolo insieme al Teatro di Roma.
data di pubblicazione:27/07/2025
Il nostro voto: 
da Rossano Giuppa | Lug 26, 2025
(Teatro Argentina – Roma, 22/24 luglio 2025)
Nell’ambito di Teatro Ostia Antica Festival dal titolo Il senso del passato, è andata in scena dal 22 al 24 luglio, in prima mondiale al Teatro Argentina, Antigone la nuova creazione firmata da Alan Lucien Øyen, coreografo all’avanguardia nella reinvenzione dei linguaggi della scena. Una sinfonia di danza e parole, interpretata dai danzatori di Winter Guests, affiancati da alcuni danzatori storici del Tanztheater Wuppertal di Pina Bausch e da Antonin Monié dell’Opera di Parigi.
All’apertura del sipario un corpo pende impiccato al centro della scena. Sullo sfondo, sette pannelli di legno grezzo a rappresentare le sette porte di Tebe. La tragedia si è compiuta, la giovane Antigone si è tolta la vita, si era opposta alla tirannia dello zio Creonte che l’aveva sepolta viva per aver infranto la legge, in nome della morale religiosa che la spingeva a seppellire il defunto fratello Polinice, reo di aver tradito Tebe. A seguire i suicidi del fidanzato Emone ed Euridice, rispettivamente figlio e moglie di Creonte con il re resta solo a maledirsi lacerato nel rimorso. Arriva il cieco indovino Tiresia a svelare le aberrazioni della nostra cecità morale. E all’orizzonte appaiono i massacri, le guerre, tutti i mali del mondo, con riferimenti puntuali, dai militari che sparano per uccidere, alle madri che rovistano in cerca di cibo, al corriere di Amazon costretto a urinare nella bottiglia per rispettare i tempi di consegna.
Questa creazione, coprodotta da Winter Guests, Teatro di Roma e The Norwegian Opera and Ballet, che integra la danza contemporanea corporea e simbolica a parole e atmosfere dense e poetiche, con proiezioni video riprese con steadycam dal vivo, è un intreccio che analizza il mito per restituire una storia assolutamente contemporanea. Una donna che va contro il potere, che non si presenta come vittima, con la forza di portare avanti il suo obiettivo.
Le creazioni del coreografo norvegese, caratterizzate da una scrittura estetica e cinematografica, offrono al pubblico un’esperienza intensa, emotiva e immersiva. La prima parte si chiude con Tiresia che, chinando la testa, versa polvere sul corpo di Polinice per dargli sepoltura mentre la seconda si apre con gli attori che nel silenzio intonano versi di uccelli e di animali e richiamano il gesto universale di richiesta di aiuto delle donne in pericolo, il Signal for Help come monito alla tragedia di Antigone.
La seconda parte è un inno alla speranza. L’amore può vincere le ingiustizie? Mentre una rosa viene distrutta con il dolore, un’attrice fa leggere dei bigliettini al pubblico: remember to love, ricordati di amare. E la rosa in mano all’attore sul palco viene ricostruita petalo dopo petalo e offerta in platea.
Bellissimo il racconto fisico ed emotivo di tutti gli interpreti: i danzatori del Tanztheater Wuppertal di Pina Bausch (Douglas Letheren, Nazareth Panadero, Héléna Pikon, Julie Shanahan, Fernando Suels) Antonin Monié dell’Operà di Parigi ed Enoch Grubb, Pascal Marty e Meng-Ke Wugui della compagnia Winter Guests.
Una creazione profondamente umana e viscerale, che affronta tra violenza e destino, dilemmi irrisolti come la dignità, la complessità del potere e il costo della resistenza, in un contesto in cui luci e costumi disegnano un ambiente rarefatto e potente, in cui la lettura dell’antico acquisisce una forza tutta contemporanea.
data di pubblicazione:26/07/2025
Il nostro voto: 
da Antonio Jacolina | Lug 24, 2025
Un anziano detective di Chicago (S. L. Jackson) amareggiato e semialcolizzato viene chiamato a supporto della polizia di Edimburgo per seguire alcuni omicidi rituali simili a quelli su cui aveva già indagato senza successo anni prima a Chicago. Si farà aiutare dal suo ex collega (V. Cassel) ritiratosi dal servizio …
L’Estate incombe non solo sulle offerte in sala, ma anche su quelle televisive. L’accaldato spettatore potrà essere allora tentato dai brividi prospettati da Damaged una novità appena proposta da Prime Video con un buon Cast ed una Storia promettente. I Film sui Serial Killer sono un Genere ormai lontano dai gusti cinematografici, ma non si sa mai…
Realizzare un film anche solo nella scia di Seven di D. Fincher non è però così facile. McDonough troppo ambiziosamente ci ha voluto provare ma non ha la stoffa e non saranno certo lui ed il suo film a far rinascere il Genere. Lo spettatore che aveva sperato in qualche cosa di coinvolgente resterà solo indispettito e insoddisfatto.
Eppure lo spunto iniziale, anche se non nuovo, poteva avere un buon potenziale e dare spazio a sviluppi intriganti. Purtroppo la messa in scena del regista è piatta ed anonima e fatica a generare la pur minima tensione o coinvolgimento con la vicenda. Sembra di assistere ad un vecchio Telefilm o ad uno stanco episodio di una lunga serie TV. Manca infatti la suspense, il ritmo è lento, le situazioni hanno poco spessore e i personaggi sono stereotipati. I dialoghi sono banali e senza rilievo, la confezione è molto povera. La sceneggiatura poi è carente ed ha poco mordente e ad un certo punto perde ogni filo logico. Veramente difficile appassionarsi per un film così! Resta solo un po’ di curiosità per scoprire il colpevole di tutto.
Anche con attori di qualità e di mestiere si può alla fine fare un brutto film. Coinvolti in questo pasticcio i protagonisti non danno certo il loro massimo e non riescono a trasmettere le emozioni dei loro personaggi.
Damaged è una delusione. Un poliziesco noioso, stereotipato e senza mordente che ha un solo “pregio”: conferma l’importanza decisiva di una buona sceneggiatura e di un regista di talento per la riuscita di un vero Thriller.
data di pubblicazione:24/07/2025
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da Giovanni M. Ripoli | Lug 22, 2025
Renèe Ballard è una detective del LAPD, caduta in disgrazia e temporaneamente a capo di una unità operativa secondaria, quella cui sono assegnati i “casi freddi”, ovvero i crimini irrisolti. Lei stessa ha dovuto formare una squadra raccogliticcia di ex poliziotti in pensione e giovani volontari. La ragazza, però, sa farsi valere, affronta situazioni difficili, scontrandosi con la burocrazia e la corruzione del dipartimento e raggiunge, infine, il suo obiettivo.
La nuova serie Prime nasce come costola, oggi si dice spin-off, di Bosch, il detective creato da Michael Connelly. Autore di una ventina di romanzi di successo poi magnificamente tradotti in episodi tv per sette stagioni. Diciamo subito che Ballard non delude, pur ritagliandosi una sua identità ben differenziata dalla serie di derivazione. Già, perché il personaggio della giovane valida e scontrosa investigatrice era stato introdotto proprio da Harry Bosch nello spin-off, Bosch, Legend, a coadiuvare l’ormai stanco detective nella gloriosa LAPD (Los Angeles Police Department). Sono molti gli elementi sia formali che sostanziali a rendere differenti, ma comunque apprezzabili, le due serie che in comune mantengono l’ambientazione, la città di Los Angeles e alcuni personaggi che ritornano sia pure in ruoli di contorno. Primo fra tutti Harry Bosch, perfettamente incarnato da Titus Welliver, leggenda losangelina, detective sempre pronto a collaborare benché pensionato. Ma questa volta la vera protagonista è Maggie Q, attrice talentuosa e ricca di sfumature che ben si attagliano a un personaggio complesso e controverso come la Renèe Ballard della serie. Effettivamente il carisma della protagonista, così diversa dai muscolosi detective di tradizione cinematografica e seriale, è il valore aggiunto della produzione. Maggie/Ballard non è una bellezza classica. Ugualmente, è dotata di fascino, di ironia e intuito, con uno spiccato senso etico e naturalmente coraggiosa e intelligente. La violenza, inevitabile in una serie poliziesca, è limitata e anche il linguaggio colorito meno esplicito del solito. Diciamo che la forza di Ballard è l’aspetto minimale di tutto quanto accade. Più che sui muscoli o le sparatorie è il gioco di squadra, lo studio dei casi, il rigore scientifico a prevalere, rendendo la serie assolutamente un unicum nello streaming attuale. Altri pilastri sono la costruzione del carattere della protagonista e dei comprimari, l’attenzione alle dinamiche femminili, la precisione dei dettagli procedurali. Ma tutto quanto non toglie nulla alle vicende e alla suspance che le stesse creano in dieci episodi, quasi tutti di ottimo spessore seppure dal ritmo non forsennato. Alla regia si alternano diverse registe e registi, ma il credito maggiore va ovviamente riconosciuto a Michael Connelly, produttore esecutivo della serie, autore dei romanzi da cui sono state tratte impeccabili sceneggiature di inconsueta profondità emotiva.
data di pubblicazione:22/07/2025
da Nadia Alese | Lug 22, 2025
Matt Shakman raccoglie il testimone di un’icona come la “prima famiglia” Marvel catapultando i protagonisti Reed Richard (Pedro Pascal), Susan Storm (Vanessa Kirby), Johnny Storm (Joseph Quinn) e Ben Grimm (Ebon Moss-Bachrach), già formati, in una battaglia cosmica che riprende le atmosfere tipiche dei fumetti anni sessanta, ma con un’estetica rivista ed arricchita.
L’ambientazione, forse la cosa più bella del film, è un “retro-futurismo” che rievoca l’estetica vintage marvelliana, senza però indulgere al kitsch: i costumi e i set tessono un’atmosfera nostalgica, resa contemporanea da una fotografia vivida. Per la regia Shakman ha dichiarato di essersi ispirato a SydMead e a 2001: Odissea nello Spazio, usando la pellicola in 16mm in molte scene per una texture volutamente analogica che celebra la corsa alla luna. Mentre, per quanto riguarda la trama, contrariamente ai reboot canonici, il film salta l’origin story classica per focalizzarsi sulla dinamica di gruppo già consolidata, esposta al fuoco incrociato di una minaccia spaziale rappresentata da Galactus (Ralph Ineson) accompagnato da una seducente surfista d’argento (Julia Garner). Il che apre una riflessione sul peso della responsabilità e sul sacrificio, un tema caro ai fumetti classici, ma raramente affrontato con tale ampiezza in un blockbuster. La pellicola non gioca con l’ironia tipica della Marvel moderna, ma con il peso delle scelte: quanto si è disposti a sacrificarsi quando la Terra è in gioco? È un interrogativo etico e filosofico insito nel fumetto originale, qui affrontato con grande respiro e imponenza visiva. Temi a cui si aggiunge il sottotesto che uniti si può vincere qualsiasi minaccia, leit motiv di tutto il film. I Fantastici 4: gli inizi non è un’operazione nostalgica fine a se stessa, né un semplice film di supereroi, è la storia di una “prima famiglia” in crisi, messa di fronte alle responsabilità titaniche che i suoi poteri impongono, una famiglia autentica, piena di attrito, battute e quotidianità, che da subito spazio ai protagonisti come esseri umani, il che porta il cinema supereroico ad un livello più maturo e consapevole. Il tutto però a scapito dell’azione vera e propria e dei guizzi a cui la Marvel ci ha abituato che sono un po’ sottotono rispetto al family drama.
data di pubblicazione:22/07/2025
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da Giovanni M. Ripoli | Lug 19, 2025
Il ghiaccio fa bene e mantiene vivi. È il paradossale inizio dell’ennesima serie dedicata a Dexter Morgan, serial killer a fin di bene. Dato per morto, trafitto da un colpo di fucile al petto sparato dal figlio Harrison, il nostro si ritrova in coma all’ospedale, salvato dalla neve che a sottozero ne ha rallentato il battito cardiaco. La clamorosa resurrezione, ovviamente, dà vita a una nuova stagione di truculente ma appassionanti avventure che da Miami si spostano a New York city.
Non sono bastate otto stagioni per 96 episodi della “serie franchise”, la miniserie, Dexter: New Blood, il prequel, Dexter: Original Sin a impedire un nuovo straordinario ritorno dell’oscuro passeggero, Dexter Morgan, nato dalla penna di Jeff Lindsay nel suo romanzo, La Mano Sinistra di Dio, e interpretato da Michael C. Hall. Dopo il primo stupore per l’inverosimile accadimento della rinascita, lo spettatore, evidente fan della serie, riprende a seguire le ben articolate vicende che gli scaltri sceneggiatori sono stati capaci di ammannirci. Certo, un finale plausibile e per certi versi definitivo c’era già stato in New Blood, ma tant’è. Ora le avventure col redivivo e forse un po’ cambiato protagonista riprendono a New York e questo è già un plus e una variante rispetto al passato. Nella fattispecie abbiamo location diverse, ambientazioni suggestive e new entry, fra cui un’inquietante Charley (Uma Thurman) e Leon (Peter Dinklage) ad affiancare attori e comprimari già noti. Il figlio Harrison rimane un tipetto da prendere con le molle. Crede di aver sparato al padre e lavora in un hotel di New York non senza aver perso l’inquietudine paterna di dover ammazzare senza troppi problemi i serial killer in giro per le città. Va precisato per i non frequentatori della serie, già in onda dal lontano 2006, che il problema di Dexter è quell’”oscuro passeggero” che lo porta ad eliminare i cattivi in modo da tenere a bada l’irrefrenabile bisogno di uccidere. Tale tara pare sia ereditaria e, come fu il padre di Dexter a rimediare per così dire al diabolico istinto, così ha tentato di fare Dexter con il figlio Harrison. La discutibile morale fa sì che – come direbbe Lapalisse – è meglio uccidere terribili assassini, che magari rischierebbero di farla franca, piuttosto che vittime innocenti. Con queste premesse sarà interessante vedere nei dieci episodi della serie Paramount come evolveranno le vicende. Per ora abbiamo assistito ai primi due, caratterizzati dal miracoloso risveglio di Dexter, dal figlio fattorino nella Grande Mela e già alle prese con noti istinti paterni, dalla comparsa di un serial killer di taxisti, nonché di una affascinante dark lady. Per ovvie ragioni non si rivela altro, ma è già una trama sufficientemente intricata e intrigante in perfetto “Dexter style”. La programmazione prevede due episodi ogni venerdì sera, sempre, ai confini della realtà.
data di pubblicazione:19/07/2025
da Antonio Jacolina | Lug 17, 2025
Finlandia. Due sorelle di mezza età sono produttrici artigianali di una prelibata birra locale. Insoddisfatte del vuoto delle loro esistenze vivono con entusiasmo la richiesta di una terza sorella di avere come regalo di nozze 100 litri della loro mitica birra. Potranno finalmente mostrare il loro unico talento. Ma la deliziosa bevanda sparisce…
Visto all’ultima Festa di Roma 100 LITRI di BIRRA esce sui nostri schermi solo oggi, in un clima già vacanziero. La scelta dei distributori conferma di fatto le valutazioni sul film.
Si tratta di una piccola, piccola commedia noir che prende più o meno garbatamente in giro le abitudini e gli stereotipi dell’idilliaca ma anche noiosa provincia finlandese. Un mix di umorismo non sempre sottile, di assurdo e surreale e, perché no, anche di fierezza delle tradizioni locali.
Nikki, regista apprezzato nei circuiti festivalieri, realizza il suo lavoro combinando in modo originale gli elementi della commedia, del dramma, e della satira sociale inserendoli poi in contesti al limite del bizzarro e del grottesco con rimandi al cinema indie americano. Citare anche i Cohen, che pur vengono in mente, sarebbe però eccessivo.
Lo spunto è stravagante, la necessità di trovare prima del matrimonio la birra “scomparsa” dà il via ad un’avventura folle, fatta di incontri, scontri, conflitti verbali e fisici insoliti, sopra le righe e surreali sullo sfondo di una meravigliosa Finlandia estiva. Il ritmo è cadenzato dall’affannosa lotta contro il tempo e dal susseguirsi di situazioni e personaggi uno più bizzarro dell’altro.
L’autore sa di certo raccontare le sue storie in modo efficace e con un gusto dell’insolito tutto suo. Sa trattare le emozioni sottostanti la quotidianità e la banalità di certe esistenze. Sa cogliere le debolezze della natura umana. Tutto ben filmato ed interessante a tratti anche gradevole. Il film appare però troppo legato alla sensibilità ed alla realtà locale. Potrà risultare utile per meglio conoscere persone, usi, costumi e tradizioni sociali di una Finlandia profonda e rurale. Non si va però al di là di tutto ciò e di certo non ha quel “respiro alto” necessario per farne una grande commedia.
100 LITRI di BIRRA è quindi solo una simpatica critica di una certa realtà e un’arguta riflessione sulle relazioni inter parentali, sui sensi di colpa e le frustrazioni. È discretamente gradevole, ma nulla di più!
data di pubblicazione:17/07/2025
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da Antonio Iraci | Lug 15, 2025
Ivan, giovane poeta, è isolato in manicomio perché ritenuto schizofrenico. Ha dichiarato di aver incontrato casualmente un certo Woland che lo ha intrattenuto su questioni filosofiche e religiose. Il misterioso soggetto afferma l’esistenza di Dio e dello stesso Gesù, avendo personalmente assistito al suo processo e alla sua condanna a morte. Il Maestro, che ha perso il suo nome, è pure lui internato in quanto ritenuto pazzo. Poco prima del debutto, la sua pièce teatrale su Ponzio Pilato, in programma in un famoso teatro di Mosca, viene annullata. I critici letterari sovietici ritengono la sua opera contraria all’ideologia stalinista e una palese apologia di Gesù Cristo…
Impresa non certamente facile affrontata con destrezza dal regista americano, di origini russe, Michael Lockshin per il film tratto dell’omonimo romanzo di Bulgakov. Letteralmente acclamato in Russia e energicamente osteggiato, per ovvi motivi, dal regime di Putin, Lockshin è riuscito a catturare appieno l’essenza del racconto creando un clima unico e avvincente, un mondo di magia e mistero dove lo stesso spettatore si trova catapultato. La storia segue le vicende rocambolesche del Maestro, che ha scritto un’opera su Ponzio Pilato, e della sua giovane amante Margherita, anche lei coinvolta in una serie di avventure che hanno del soprannaturale. In un’atmosfera rarefatta e suggestiva, ambientata a Mosca negli anni ’30, in pieno fervore per l’ascesa del regime comunista, si muovono vari personaggi. Tra questi Woland (August Diehl), un enigmatico professore tedesco che di fatto è la personificazione di satana, e il suo entourage dove fa bella mostra di sé Behemoth, un gatto parlante. Il Maestro (Evgenij C’igardovič) ne diventa complice rifugiandosi in un mondo immaginario dove la stessa realtà è messa in discussione travolgendo anche il suo intenso rapporto con l’affascinante Margherita (Julija Snigir). Tra i due si instaurerà una storia d’amore alquanto tormentata in quanto la donna è sposata con un uomo molto ricco del quale non può liberarsi. Ottima interpretazione dell’attrice e modella russa che ha saputo rendere credibile un personaggio con una grande sofferenza interiore ma anche capace di diventare musa ispiratrice del nuovo romanzo del Maestro. Il film riesce bene a suggestionare la fantasia dello spettatore soprattutto nella prima parte mentre verso il finale si perde in eccessive lungaggini. Dopo il suicidio, Margherita incontra satana diventando lei stessa la regina delle tenebre che dirige un ballo demoniaco del quale faranno parte molte anime malvagie dell’inferno. Il Maestro e Margherita lascia intravedere, in maniera più o meno palese, l’assurdità di un regime e della sua contorta ideologia, chiaro riferimento a tutte ciò a cui stiamo assistendo quotidianamente. Occasione unica per riflettere sulla natura dell’arte e della creatività in generale che oggi trovano opposizione in molte società. Un film che sicuramente non deluderà tutti i fanatici del romanzo di Bulgakov e che appassionerà anche tutti coloro che non lo hanno letto, coinvolgendoli in un’esperienza cinematografica unica e avvincente.
data di pubblicazione:15/07/2025
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da Daniela Palumbo | Lug 12, 2025
(Teatro Biondo d’estate, Chiostro della Galleria d’Arte Moderna – Palermo, 11/12 luglio 2025)
Protagonisti di questo saggio sull’amore, abilmente diretti dal loro maestro, calcano le scene gli studenti della Scuola di recitazione del Teatro Biondo di Palermo: Emilia Caterina Bruno, Simona Adele Buscemi, Giulia Candiloro, Alessandro Caporali, Giuseppe Castelli, Andrea Castronovo, Lavinia Coniglio, Viviana Francesca Costanza, Martina Frazzetta, Antonella Galati, Francesca Gennuso, Gabriele Greco, Simone Mignosi, Noemi Migliaccio, Carlotta Pernicone, Giuseppina Perrotta, Riccardo Romeo, Riccardo Maria Sangiorgi, Maria Laura Turturici, Manuela Tuzzolino.
In una calda sera d’estate, rivive sul palcoscenico adombrato di luci il mito di Alcesti, cui liberamente il drammaturgo si ispira. Dei, semidei, eroine ed eroi del passato più antico risorgono. E noi, donne e uomini della platea, siamo parte di questo mito. Siamo il popolo di Fere, siamo la città vivente. Così come il maestro Palazzolo ha immaginato, e realizzato in questo luogo d’incanto, “facciamo teatro”. Insieme.
Si accostano a noi, sono quasi palpabili coi nostri sensi i giovani attori, rivisitazione in chiave moderna – a volte ironica – del classico coro greco. Saltellano qua e là come fuochi fatui in mezzo alla foresta, rischiarati da piccole torce. Sono sprazzi di luce nel buio, e altrettante domande che rimbalzano da parte a parte, negli ampi spazi aperti (Cos’è questo amore?). Parole che “bucano le labbra”, e si spingono fuori come in un parto precoce, benché difficile da portare a termine (L’amore è indicibile).
Guardiamo verso il palco che è di fronte a noi, ma anche tutt’intorno a noi, e alle nostre spalle persino. Dove un insolito Apollo (sfrontata caricatura del “mitico” Elvis), collocato su un posto di vedetta, con voce buffonesca ci parla del “gioco dell’amore” e della stupidità umana, strappando sorrisi. Volgiamo lo sguardo in avanti, là dove compaiono loro, Admeto ed Alcesti, li riconosciamo. Lei pronta a dare la vita per salvare l’amato sposo, poiché la Morte reclama un sacrificio umano. Lei stretta al suo uomo che le cinge i fianchi e si lascia consolare. Ancora Lei che scivola su quella pedana in bilico, al centro della scena quasi spoglia, mentre Lui l’afferra per le caviglie, cercando invano di trattenerla. Lei, incarnazione del coraggio e dell’amore autentico (Non fare così… Sono contenta di essere stata con te, nel tempo che ci è stato dato!)
Ma sarà vero amore, quello della donna Alcesti? Sarà per vera viltà che lui, l’uomo Admeto, lascerà che la moglie immoli se stessa per proteggerlo? È vero eroismo, da un lato? È solo paura, dall’altro?
Furtivamente, si lascia intravedere una contaminazione di matrice femminista, la stessa che riduce Ercole – presunto risolutore del caso – ad una specie di nano (Maledette! mi hanno immaginato così!), mentre erge la Donna a gigante dei sentimenti. Così come si coglie in Lui – Admeto giovane re, da lungo tempo orfano di madre – un complesso edipico destinato a reiterarsi in eterno (Quante donne sposerai, per non morire? – gli domanderà il padre Ferete, tacciato di egoismo e sfidato a viso aperto).
E la paura della morte, in sé, è ossessione del nulla, timore dell’oblio? o è piuttosto il terrore di dover rendere conto, altrove, di una vita spoglia (un mucchio di niente!), che non sia stata “all’altezza dei propri desideri”?
La risposta ai tanti interrogativi lanciati al cielo, come stelle cadenti al contrario, verrà da colei che nessuno vuole, nessuno accoglie, nessuno ascolta. Lei, la Morte, femmina potente come il suo bellissimo monologo, che riscrive il finale e reinterpreta l’Amore. Quell’amore tanto “parlato, gridato, soffiato”, l’amore letto nei libri, l’amore taciuto, persino (Ho tanti silenzi da darti, e tu li sentirai). Ma che, andando oltre il “bisogno di sentirsi amati”, semplicemente non esiste.
Un testo complesso, per un tema profondo. Che arriva fino nelle viscere e tocca corde vibranti, per opera di questi meravigliosi ragazzi, interpreti appassionati. Di cui, tolte le vesti (nuziali) delle prime scene, sono resi visibili i corpi, nella loro nudità quasi assoluta. Così come i dolori più grandi, dal fondo della propria anima vengono fuori, emergono in superficie. E infine evaporano, sublimandosi in una rinnovata innocenza. In un tripudio, rapito e disteso, di bolle di sapone.
data di pubblicazione:12/07/2025
Il nostro voto: 
da Antonella Massaro | Lug 12, 2025
con i detenuti del Teatro Libero di Rebibbia e con la partecipazione straordinaria di Alessandro Marverti
(Auditorium di Rebibbia Nuovo Complesso – Roma, 11 luglio 2025)
Josè da Silva è un operaio che, costretto dai ritmi implacabili di un lavoro sempre identico a sé stesso, non riesce a portare a casa il pane reclamato con insistenza dalla moglie e dai figli. Quando decide di tentare la via della ribellione e del riscatto, si trova a fare i conti con la vuota retorica dell’idealismo rivoluzionario, con gli stereotipi e l’ipocrisia della politica, con la morsa di un capitalismo in cui tutto, persino un angelo custode, ha un prezzo che Josè non può permettersi di pagare. Il pane di cui il protagonista va alla ricerca, allora, assume una consistenza metaforica, divenendo il simbolo di una dignità e di una solidarietà troppo spesso soffocati (anche) dai clamori della rivoluzione.
La rivoluzione alla sudamericana, ispirato all’opera omonima di Augusto Boal, è magistralmente diretto da Laura Andreini Salerno, che, insieme agli straordinari attori del Teatro Libero di Rebibbia, rapisce lo spettatore attraverso rapidi e inattesi cambi di scena, tenuti insieme da una perfetta armonia dei corpi e da un’ironia surreale dei dialoghi. Il risultato è una riflessione profonda sulla condizione dell’uomo contemporaneo, resa ancor più evocativa e potente dalla rappresentazione all’interno di un carcere, in un torrido pomeriggio di metà luglio.
Lo spettacolo è stato presentato venerdì 11 luglio 2025, in occasione della giornata di studio “Carcere e Cultura” a cura di Fabio Cavalli, nell’ambito del Master “Diritto Penitenziario e Costituzione” dell’Università degli Studi “Roma Tre”, diretto dai Professori Marco Ruotolo e Silvia Talini.
Il Progetto Teatro Libero di Rebibbia, in collaborazione con il Ministero della Giustizia – Direzione della Casa Circondariale Roma Rebibbia Nuovo Complesso e con il sostegno del Ministero alla Cultura Direzione Generale Spettacolo dal Vivo e Regione Lazio, rappresenta un’eccellenza artistica e socio-culturale capace di accorciare la distanza tra “dentro” e “fuori” e di sintetizzare in maniera mirabile il connubio tra umanità delle pene e risocializzazione, chiaramente scolpito nell’art. 27, terzo comma della Costituzione italiana.
data di pubblicazione: 12/07/2025
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