PREDATOR: BADLANDS di Dan Trachtenberg, 2025

PREDATOR: BADLANDS di Dan Trachtenberg, 2025

Il film, che vede protagonisti Elle Fanning (nel duplice ruolo di Thia/ Tessa) e Dimitrius Schuster-Koloamatangi (Dek), si inserisce in un franchise molto noto, che da anni alterna momenti cult ad altri più controversi. In questo nuovo episodio la formula viene scossa: non più un alieno che caccia gli uomini, ma un viaggio su un pianeta sconosciuto con un cacciatore fuori dal suo ambiente, una androide e una nuova minaccia.

Quindi certamente una decisiva originalità, con un Predator che diventa protagonista, alleato e vulnerabile, e l’introduzione di tematiche più profonde, dai codici culturali, all’identità, fino alla vulnerabilità. Ciononostante, si perde quella suspense che caratterizzava la saga. La sceneggiatura è priva di reali colpi di scena nella sua struttura bifasica, con una prima parte “survival” in cui il protagonista affronta un ambiente ostile e una seconda più “buddy movie” con la co-protagonista androide.

Ed è proprio la presenza di Elle Fanning, macchina dalle sembianze umane, programmata per la sopravvivenza ma incline all’empatia, la lente attraverso cui leggere il film: l’intelligenza artificiale che impara a sentire, l’alieno che impara a temere. Un gioco di specchi in cui ogni battito d’azione cela un interrogativo etico.

Il ritmo non è particolarmente avvincente, con più di un momento contemplativo alternato alle scene d’azione, la brutalità sì resta, ma è attraversata da una malinconia inedita. La regia privilegia il respiro visivo, la fotografia di Jeff Cutter scolpisce paesaggi di luce acida e sabbie minerali, e ogni inquadratura sembra spinta a restituire la vastità di un ecosistema ostile ma seducente. Le sequenze di combattimento, pur notevoli, sono sempre incastonate in un montaggio che non privilegia l’esibizione rispetto ai precedenti capitoli. Anche l’impianto sonoro, seppur curato, non indulge nella saturazione acustica degli episodi precedenti.

In conclusione Predator: Badlands è un film che vale la visione, sia per gli amanti della serie sia per chi è curioso di vedere un blockbuster sci-fi immaginativo. Però, di certo, non rappresenta uno dei capitoli più riusciti del franchise, sebbene col merito di avere tentato di rinnovarsi senza perdere completamente la sua identità e forse avere aperto ad una maggiore profondità per i capitoli successivi.

data di pubblicazione:06/11/2025


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UN SEMPLICE INCIDENTE di Jafar Panahi, 2025

UN SEMPLICE INCIDENTE di Jafar Panahi, 2025

Teheran. Un uomo è costretto a fermarsi in un garage dopo un banale incidente. Uno dei garagisti pensa di riconoscere nel passo claudicante del cliente lo stesso dell’aguzzino che lo aveva torturato quando era incarcerato dalle guardie del regime. Lo seguirà, lo rapirà per vendicarsi e cercherà presso altri prigionieri politici la conferma della sua identità…

Premiato con la Palma d’Oro a Cannes ’25 Un semplice incidente è un film bello, intenso ed intelligente che unisce bravura, forza espressiva e messaggio politico. Un’opera incisiva di un grande regista che testimonia il dolore delle vittime e le speranze di Libertà ed Umanità per il popolo Iraniano.

Lo spunto può sembrare banale ma il film è molto meno semplice di quel che appare. L’autore ci immerge subito con efficacia e credibilità in un dilemma morale insolubile: dimenticare, perdonare, vendicarsi? Giudicare, condannare, farsi giustizia da soli? Come superare l’odio? Come sanare i traumi senza rispondere con brutalità a brutalità? Vendetta o Perdono riescono a riparare i danni subiti? Restare umani o divenire come loro?

Intelligentemente Panahi inserisce le sue domande quasi metafisiche in un contesto narrativo di cui smorza le tonalità tragiche con abbondanti innesti comici o poetici. Fa quindi ricorso a diversi momenti di humour gradevole, corrosivo o anche surreale. Introduce così nella narrazione la giusta dose di leggerezza che contempera la drammaticità delle situazioni.

Scritto e diretto con mano ferma il film è ben interpretato da un cast credibile. Di fattura classica e con forte intensità narrativa il lavoro di Panahi attraversa più generi: Road Movie, Thriller Politico, Dramma Paranoico e Satira Sociale. La forza del suo cinema si rivela nei dialoghi incisivi, in un gioco di piani sequenza, di inquadrature fisse e in primi piani. Il ritmo incalzante ed il montaggio sopraffino esaltano la suspense e la tensione fino all’ultimo secondo affascinando e coinvolgendo lo spettatore lasciandolo poi senza fiato nel superbo finale ed anche oltre. Un crescendo in cui quel che conta veramente è il percorso psicologico operato dai protagonisti. Né oblio né vendetta ma consapevolezza! L’Autore lancia così il proprio messaggio contro il regime ed a favore della Libertà e della Giustizia invitando il popolo a restare fedele ai valori di umanità e solidarietà, a privilegiare il confronto e ad evitare di cadere nella spirale di violenza propria del regime.

Un semplice incidente è senza alcun dubbio uno splendido lavoro autoriale. Un racconto morale. Politico ed umano traspira speranza, invita alla riflessione e tocca temi universali ed eterni.

data di pubblicazione:04/11/2025


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PER LAURA BETTI, ricordando Pasolini 50 anni dopo

PER LAURA BETTI, ricordando Pasolini 50 anni dopo

con Patrizia Bernardi, Francesca Mazza e Sandra Ceccarelli

(Teatri di Vita Scalo – Roma, 30 ottobre/1novembre 2025)

È dedicato a Laura Betti l’omaggio che Teatri di Vita ha allestito in occasione delle celebrazioni per il 50° anniversario della morte di Pier Paolo Pasolini, intrecciando memoria e attualità̀ nella rassegna PER LAURA BETTI, ricordando Pasolini 50 anni dopo. Le attrici Patrizia Bernardi (il 30 ottobre), Francesca Mazza (31 ottobre) e Sandra Ceccarelli (1novembre) hanno regalato al pubblico presente le parole e le riflessioni di Laura Betti, attrice poliedrica, cantante e regista, promotrice e custode dell’opera di Pasolini, al quale era legata da profonda e sincera amicizia.

Sarà dedicata a Laura Betti, protagonista del cinema e del teatro italiani della seconda metà del secolo scorso, la sala di TEATRI DI VITA SCALO il nuovo spazio culturale situato nel cuore di San Lorenzo, oggi ancora affascinante cantiere in costruzione, che ospita un interessantissimo percorso di narrazione dal significativo titolo IL GIARDINO DI EVA, dedicato all’attrice Eva Robin’s che sarà poi ospite della rassegna.

Teatri di Vita Scalo è la futura sede romana di Teatri di Vita, realtà bolognese tra le più interessanti dell’attuale panorama teatrale nazionale, in una ex carrozzeria del quartiere San Lorenzo, con l’obiettivo di integrare attività artistiche nei processi di rigenerazione urbana, grazie alla creazione di un laboratorio permanente di sperimentazione culturale e sociale, aperto al territorio e con una forte vocazione ecologica e artistica.

Il cantiere teatrale, visitabile muniti di casco protettivo, pulsa già di luce propria e di progettualità innovative, mentre il giardino allocato tra palazzi e rami di binari rivela una forte identità, divenendo palcoscenico perfetto per raccontare nei giorni della memoria di Pier Paolo Pasolini, la vita e il rapporto speciale di Laura Betti con l’uomo e l’artista Pasolini. Una riflessione toccante grazie anche alla voce narrante di tre straordinarie attrici, Patrizia Bernardi, Francesca Mazza e Sandra Ceccarelli.

data di pubblicazione:04/11/2025


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LA DIVA DEL BATACLAN con Claudia Marsicano

LA DIVA DEL BATACLAN con Claudia Marsicano

regia, drammaturgia e liriche di Gabriele Paolocà

(Teatro Vascello – Roma, 28/30 ottobre 2025)

(Teatro Diego Fabbri di Forlì il 22 settembre 2025)

Claudia Marsicano è la Diva del Bataclan, il musical scritto dal compositore e polistrumentista Fabio Antonelli e da Gabriele Paolocà, che firma anche la regia. Lo spettacolo, presentato in anteprima a Forlì nella vetrina Colpi di Scena e ora in prima nazionale al Teatro Vascello per Romaeuropa festival, racconta la storia di Audrey, una ragazza dalla fervida immaginazione che, per dare un senso alla propria esistenza, finge di essere una sopravvissuta all’attentato terroristico al Bataclan del 2015.

La Diva del Bataclan è un musical che si discosta decisamente dalla leggerezza tipica del genere, lasciando da parte la spensieratezza della commedia e il lieto fine. Non vi sono nemmeno coreografie o cori di ballerini ad animare la scena. Al centro dell’opera c’è un unico personaggio, Audrey. Indossa una maglietta degli Iron Maiden, ma calza due pantofole di pelo rosa. Un contrasto rispecchiato anche nell’uso del format musical per raccontare una storia cruda e complessa, con arrangiamenti rock che si contrappongono all’estetica scintillante della scena, fatta di paillettes e tende luccicanti.

Siamo nella stanza di Audrey, una ragazza che conduce un’esistenza mediocre, solitaria, in un modesto appartamento popolare condiviso con una madre problematica. Il padre è scappato chissà dove, lasciandola con un passato segnato dalla violenza, da cui ha ereditato solo ferite, non solo fisiche. Il linguaggio che utilizza è diretto e violento, parlato nelle periferie ai margini.

Come se stesse affrontando un processo, Audrey si difende narrando in terza persona la vicenda che l’ha condotta a essere messa sotto accusa, vittima di disprezzo pubblico. Ha falsamente dichiarato di essere sopravvissuta agli attacchi terroristici che, una tiepida sera di novembre del 2015, hanno sconvolto Parigi e la Francia intera. Nel caos generato da quella tragedia che ha ribaltato il mondo, Audrey si aggrappa alla menzogna come unica via di fuga dalla sua condizione di emarginazione sociale. La narrazione drammatica si sviluppa con una carica emotiva intensa, anche se l’inserimento di dettagli precisi e riferimenti accurati agli eventi reali assume a tratti un carattere eccessivamente documentaristico, finendo per rallentare il ritmo dell’azione scenica.

Internet diventa l’ingrediente essenziale della sua personale ricetta della felicità. Abile nella scrittura, inventa nuove identità e si immerge nel mare di testimonianze online delle vere vittime del Bataclan, convincendosi di non essere più sola. Diventa così volontaria nel movimento Life for Paris, scoprendo che aiutare gli altri allevia anche il suo dolore. Ma quando esce dal mondo virtuale e affronta la vita reale durante il concerto commemorativo un anno dopo gli attentati, la sua truffa viene smascherata.

Per quanto il nostro senso civico possa spingerci a condannare l’inganno, la storia di Audrey invita a una riflessione. Grazie allo straordinario talento di Claudia Marsicano, che canta e interpreta con carisma ed energia, passando con maestria da registri rock a toni pop con una voce matura e versatile, ci si ritrova sospesi nel giudizio, spinti quasi a cercare delle motivazioni a quella menzogna.

In fondo, Audrey, come tanti giovani nella sua condizione, desiderava solo un po’ di gentilezza.

data di pubblicazione:31/10/2025


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CINQUE SECONDI di Paolo Virzì, 2025

CINQUE SECONDI di Paolo Virzì, 2025

Cinque Secondi è forse il film più intimo e insieme più ambizioso del Paolo Virzì degli ultimi anni: un’opera che indaga la ferita della colpa e la solitudine come rifugio oscuro, ma che non rinuncia alla possibilità di rinascita. Un Virzì che non rincorre la grande denuncia sociale, come in Siccità, ma che preferisce scavare dentro l’anima, nei piccoli momenti che separano un passato doloroso da un futuro possibile.

La storia ruota intorno ad Adriano Sereni (Valerio Mastandrea), deciso a punirsi restando lontano dal mondo dopo un incidente. Il suo isolamento forzato a Villa Guelfi, un’antica dimora in rovina attorno a cui gravitano vigne abbandonate e stagioni mute, diventa lo spazio per un dramma interiore, ma anche la scena su cui germoglia lentamente un’alleanza con la vita, grazie all’arrivo di un gruppo di giovani idealisti, studenti, agronomi neolaureati, e di Matilde (Galatea Bellugi), attraverso la quale la memoria del nonno, della terra, della terra-madre ferita ritorna e rompe il silenzio.

Virzì scrive una sceneggiatura che è equilibrismo tra flashback e presente, tra rivelazione e sospensione. Senza fretta. La narrazione privilegia il ritmo del respiro, mentre sul piano registico si conferma maestro nel dirigere spazi e volti. La villa decadente e le vigne non sono solo ambienti scenografici, ma personaggi essi stessi. È nelle sequenze di giochi di luci naturali tra filari e stanze semiaperte che dà il meglio, la macchina da presa è discreta, anch’essa messa in attesa come il protagonista, pronta però anche lei al movimento, al cedimento, al risveglio.

Valerio Mastandrea, pur rimanendo nel suo inconfondibile stile, offre qui una delle sue prove più dense e stratificate. Con poche parole, con un tremore nascosto, riesce a restituire la durezza di un uomo che tenta di sedare il rimorso, ma anche la tenerezza che riemerge quando l’isolamento cede. Buone anche le interpretazioni di Galatea Bellugi, convincente nel ruolo della ragazza che incarna contemporaneamente l’energia della memoria e del futuro e di Valeria Bruni Tedeschi, che porta, anche lei alla sua maniera, ormai un marchio di fabbrica, un contrappunto emotivo essenziale, la voce della ragione fredda, ma anche lo specchio del dolore.

Ogni tanto la forza del film rischia di scivolare verso il sentimentalismo, soprattutto quando il confronto tra vecchiaia e gioventù si fa retorico o quando il simbolo (la villa, la vigna, la maternità), rischia di diventare cliché cinematografico, ma risorge completamente nel finale, che giustifica il titolo e che ovviamente non sveleremo, ma che rimanendo aperto, arriva come un pugno, portando la riflessione ben oltre la sala cinematografica.

data di pubblicazione:29/10/2025


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DRACULA – L’amore perduto di Luc Besson, 2025

DRACULA – L’amore perduto di Luc Besson, 2025

La storia, ambientata nel XV secolo, si ispira alla figura di Vlad III, principe di Valacchia. Tornato vittorioso da una guerra contro i barbari rinuncia a Dio dopo la brutale e crudele perdita dell’amata moglie…

Il film è una ennesima rivisitazione, questa volta a firma di Luc Besson, tratta dal leggendario omonimo romanzo sui vampiri di Bram Stoker. Dracula, signore dei vampiri, condannato a vagare in eterno fino a quando ritroverà l’amore che ha perduto. Ritorna quindi la storia del famoso Conte, quando ancora rimane nella memoria il recente adattamento curato da Robert Eggers con il suo impressionante Nosferatu. Ma questo nuovo Dracula è visivamente più classico, abbandonati gli schemi della storia originale, Besson trasforma tutto in una tragedia romantica. Il suo film parla in maniera esplicita di sentimenti e della ricerca disperata di un amore di cui si è stati ingiustamente privati.

La sua rabbia passa attraverso la negazione di un dio che gli ha tolto la sua sposa e gli ha rifiutato il privilegio di morire. Lo condanna così ad attraversare i secoli, diventando immortale, crudele e infelice. Decisamente fuori luogo il paragone con il Dracula di Coppola del ’92. Dietro a entrambi i film c’è una ricerca minuziosa del dettaglio, ma con Besson si ha comunque una ambientazione diversa. Il regista risulta pieno di nuove idee, ambientando parte della storia in una Parigi ricca e sontuosa, tra balli sfarzosi e acconciature patinate. Un film sicuramente originale nel genere realizzato da un cast eccezionale dove risalta la recitazione impeccabile di Caleb Landry Jones nei panni del Conte. Dracula riesce a destare persino tenerezza perché è un uomo solo, ferito nel cuore, destinato al castigo eterno pur di rivedere la sua amata. Un dramma d’amore tra gli sfarzi della Versailles imperiale.

Dracula – L’amore perduto è una storia affascinante che fa dimenticare il vampiro sanguinario e induce invece alla benevolenza e alla comprensione. Una colonna sonora ben ispirata quella di Danny Elfman, per non parlare dei costumi curati da Corinne Bruand. Scene che fanno pure sorridere di fronte agli interventi da esorcista del prete, interpretato da Christoph Waltz, o del dottore impersonato da Guillaume de Tonquédec. In questo film Besson affronta il rischio di rendere poco incisiva la figura del protagonista, forse esagerando nelle scene di corte e tralasciando la storia. A parte le stravaganze e le sue scelte criticabili, il film risulta comunque ben riuscito e godibile, che si segue volentieri. Ad eccezione di qualche eccentricità, Besson offre un intrattenimento efficace che non annoia. Dopo tante edizioni, sotto forma di Dracula o di Nosferatu, il Conte sembra destinato a risorgere ancora per sorprendere con la sua strana leggenda.

data di pubblicazione:29/10/2025


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THE TOXIC AVENGER di Macon Blair (2025)

THE TOXIC AVENGER di Macon Blair (2025)

Il reboot della serie di film The toxic Avenger risorge in un involucro che tenta di trasformare il caos grezzo della serie cult in un’operazione high budget e dall’estetica curata, e questo salto, purtroppo è la lama a doppio taglio del film.

Sul piano tecnico la pellicola funziona bene: la fotografia, la scenografia e gli effetti ricreano un mondo “super-sporco” ma dall’aspetto definito. La violenza è visivamente pazzesca, anche se l’esecuzione molto stilizzata le conferisce quel tipico aspetto più comico che sconvolgente. Però le sequenze di trasformazione, i passaggi rapidi tra grottesco e slapstick, la violenza espressa in modo visivamente paradossale, tra cadute, esplosioni di liquido tossico e deformazioni mostruose, conferiscono al tutto uno stile ben preciso. Seppure il più delle volte rimanga esercizio di stile più che strumento di insight.

Il film gioca su due registri: l’horror splatter e la commedia trash, non riuscendo a trovare sempre un buon equilibrio. La sceneggiatura si dilunga in maniera ingombrante soprattutto nella prima parte, diluendo la trasformazione del protagonista e rallentando il ritmo. L’ambientazione e la premessa – un addetto alle pulizie con gravi problemi personali che diventa un mostro vendicatore – sono potenzialmente interessanti, ma la caratterizzazione resta sottotono: il figlio, la malattia, l’inquietudine del quotidiano sono accennati, e talvolta sacrificati, sull’altare della gag gore.

Peter Dinklage è credibile nel ruolo di Winston Gooze, l’uomo che cede la propria vita alla metamorfosi, gli antagonisti, a partire da Bob Garbinger (Kevin Bacon) si divertono nel loro ruolo, ma restano figure schematiche e la grande tenuta visiva fa risaltare ancora di più la superficialità del tratteggio psicologico.

Dal punto di vista narrativo il film cerca anche di introdurre tematiche sociali, dall’ecologia, alle corporazioni, all’emarginazione anche se la satira diventa costantemente parodia, perdendo corrosività.

Nella parte finale però l’opera ha un’impennata qualitativa tra gore, ritmo più incalzante e idee visuali audaci lasciando, dopo l’inizio faticoso, un sapore di occasione sprecata. Quindi per gli amanti dell’edonismo splatter, delle esplosioni di sangue e del cinema che non si prende sul serio, sicuramente questo Toxic Avenger risulterà un’esperienza divertente. Ma se ci si aspetta un revival profondo o satirico con forza, il rischio è di trovarsi in mezzo a tante idee visive stordenti ma con un plot che fatica a sostenerle.

data di pubblicazione:29/10/2025


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LA VITA VA COSI’ di Riccardo Milani, 2025

LA VITA VA COSI’ di Riccardo Milani, 2025

Ambientato sulla costa meridionale della Sardegna, il film ha come fulcro Efisio Mulas (Ignazio Giuseppe Loi), pastore che rifiuta di vendere la terra su cui vive, costretto a misurarsi con un mondo che preme dall’esterno con ricatti, promesse, contraddizioni. Intorno a lui una comunità che si spacca, una figlia (Virginia Raffaele) che oscilla tra fedeltà e desiderio di cambiamento, e l’imprenditore determinato (Diego Abatantuono) che rappresenta il paradigma dell’Italia che “vuole crescere”.

Sebbene liberamente ispirato ad una storia vera il tema non è originalissimo, e il testo spesso vacilla, con reiterazioni insistenti dei no, delle pressioni e dei dubbi che più che escalation, rischiano di restare ritornello. I lunghi monologhi e le scene dichiarative finiscono inoltre sovente per appesantire l’economia del racconto.

Ciò che pulsa però è l’atto del rifiuto come gesto morale, la resistenza come gesto “normale” di chi non vuole essere comprato, l’epica del quotidiano. Efisio è un’icona senza proclami eroici, ma con una forza che sgorga dall’incontro fra memoria, affetti, territorio e dignità personale.

Milani torna su un tema che aveva già esplorato, il conflitto tra comunità radicate e spinte modernizzatrici, ma lo fa spostandosi in un panorama diverso rispetto al precedente Un mondo a parte. Qui il mare, il vento, l’orizzonte sono elementi strutturali, non sfondo, ma co-protagonisti che chiedono di essere difesi.

Sul piano del linguaggio si avverte una tensione fra la commedia e il dramma civile, da una parte battute che cercano leggerezza e ironia, dall’altra lo sviluppo generale che tende a fare del reale un simbolo, con un equilibrio a volte precario e momenti urlati che spostano la dimensione dal possibile al declamatorio.

Il cast, comunque, si muove con convinzione. In particolare Loi, vero pastore sardo, sorprende con una presenza che occupa lo schermo senza bisogno di smorfie. La sua non formazione cinematografica diventa la sua forza, rendendo palpabile che Efisio non recita, è. Anche il resto del gruppo, nonostante il rischio di risultare stereotipato, vista l’insistenza della sceneggiatura su contrapposizioni nette, risulta invece forte e credibile.

Non si tratta di un film perfetto, ha fratture, momenti reiterati ed un ritmo che ne risente, soprattutto nella prima parte, ma ha un grande valore, quello di ricordarci che se “la vita va così”, non significa che tutto debba essere accettato, riportando il valore della resistenza nella centralità del discorso.

data di pubblicazione:29/10/2025


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RE CHICCHINELLA scritto e diretto da Emma Dante

RE CHICCHINELLA scritto e diretto da Emma Dante

(Teatro Argentina – Roma, 28 ottobre/9 novembre 2025)

(Teatro Biondo – Palermo, 18/26 ottobre 2025)

La pièce conclude la trilogia ispirata ad alcune fiabe dello scrittore campano Giambattista Basile, ed è un libero adattamento di uno dei suoi “cunti”. Reduce da una battuta di caccia e in preda a un improvviso ed incontenibile bisogno fisiologico, re Carlo III, per pulirsi dopo l’evacuazione, decide di adoperare una gallina “dalle morbide piume” che giaceva in terra e che lui credeva morta. Errore fatale: questa, ancora viva, attraverso quel varco “proibito” e oscuro, si insinua dentro il suo corpo, prendendone possesso irrimediabilmente.

Carlo III d’Angiò, qui tristemente ribattezzato Re Chicchinella, è un sovrano. Possiede una corona, un mantello rosso e una sfilza di titoli da sciorinare. Ma il nome altisonante lascia il posto ad una buffa onomatopea. E su questo palcoscenico spoglio di orpelli e di suppellettili, il re è nudo. Coperto soltanto, dalla vita in giù, da un’ampia gonna a balze, che ricorda le ballerine di can can. I cortigiani invadono il palco, danzando, tra lustrini e paillettes, e la scena si apre allo spettacolo di un cabaret parigino, o meglio, alla sua parodia.

Francese e napoletano – lingue opposte e complementari -, così come passato e presente, si mischiano. In uno scambio di gesti, ora affettati ora istintivi, e di battute sagaci e insieme amare. Il tocco naïf è affidato ai due servitori, in calzamaglia intera color della pelle. Si mostrano anch’essi nudi, come il loro sovrano, che accudiscono sin dalle prime ore del giorno come fosse un bambino.

Il grottesco risiede in questa miscela di elementi visivi e narrativi – abilmente integrati all’interno di una scenografia originale e a tratti visionaria – in forte contrasto con il dramma della malattia e della morte incombente. Il re, cui per tradizione si addice la posa eretta e fiera, si ritrova qui accovacciato, piegato in avanti nel gesto di sottoporre alla vista altrui il proprio posteriore. Soggiogato dall’animale che credeva ormai inoffensivo, e che gli impone una metamorfosi degna di un bestiario medievale, Chicchinella sperimenta il disagio, la sofferenza, e anche il cinismo e l’avidità di coloro che lo circondano. Comprese la figlia e la consorte dai “nobili natali”.

Come nella celebre favola di Esopo, il re produce, dopo ogni pasto, delle uova d’oro. Divenute oggetto della cupidigia dei familiari. Ma in senso opposto rispetto alla versione originale, qui è proprio il protagonista a decidere di porre fine alla propria esistenza. Un ultimo tentativo da parte di uno dei tanti medici venuti apposta per visitare il suo “regale deretano”, e il re si accascia a terra privo di vita. È il momento più emozionante: sulle note struggenti della celebre aria di Händel – Lascia ch’io pianga -, si mette in atto l’estremo intervento per tentare di espellere la “creatura” dalle viscere del re. Con le mani nude di medici e infermiere, con le spinte vigorose, e alla fine, persino con un forcipe. Mentre si assiste a questa sorta di “parto al contrario” – parto fallito, che si chiude con l’inevitabile sacrificio umano -, la risata s’arresta e la platea quasi trattiene il respiro. Ci si commuove, per qualche momento, si prova compassione per l’uomo. Per poi tornare, ancora una volta, a ridere e a stupirsi, posando lo sguardo su di lui, “Sua Maestà/Sa Majestè”. In qualche modo e assurdamente redivivo.

data di pubblicazione:19/10/2025


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MACBETH di William Shakespeare

MACBETH di William Shakespeare

con Daniele Pecci e Sandra Toffolatti, regia di Daniele Pecci

(Teatro Greco – Roma, 21 ottobre/2 novembre 2025)

La neonata stagione al Teatro Greco di Roma ospita fino a domenica il Macbeth di Shakespeare firmato da Daniele Pecci, in duplice veste di regista e protagonista. Prodotto dalla United Artists, lo spettacolo esplora la natura omicida dell’essere umano collocandola in uno scenario da incubo, desolante e claustrofobico. Una lettura tradizionale della tragedia con qualche piccola variazione a intensificarne la crudeltà.

Il sentiero che conduce al potere è un’instabile impalcatura in salita. Per arrivare a sedere sul trono bisogna salire una scalinata stretta e tortuosa, che ammette il passaggio non più di una persona alla volta. E quindi in solitudine, tratto caratterizzante chi è destinato ad ottenere con la prepotenza ciò che una sorte malefica – le streghe del testo in sembianza di tre mendicanti usciti da una stampa fiamminga – ha vaticinato.

È questa la visione che Daniele Pecci dà della terribile tragedia scespiriana, immersa nella suggestiva quanto mai imponente scenografia di Carmelo Giammello. Enormi pareti simili ai battenti di antiche porte bronzee dilatano e restringono lo spazio, strozzando il respiro dell’ambizione del sovrano nella morsa soffocante della paura. Si vede anche la brughiera in lontananza. Ma è uno spazio irraggiungibile e desolato, che i bagliori dell’alba iniettano di rosso o che la luce del giorno rende abbacinante come per l’effetto di una fitta nebbia. All’interno tutto è scuro, buio come la notte. Anche le giubbe dei baroni di Scozia, nobile e numerosa masnada intorno alla coppia regale, sono nere. Così gli abiti di Macbeth e della sua Lady.

Macbeth è un uomo dal cuore giovane, ancora inesperto e sopraffatto dalla paura. Nella scalata al potere, necessita di qualcuno che gli offra conforto e sostegno quando la debolezza e il tormento lo assalgono. Per questo riveste un ruolo fondamentale la Lady, interpretata da Sandra Toffolatti, il cui atteggiamento materno e rassicurante diventa un punto di riferimento imprescindibile.

Daniele Pecci sviluppa il testo mantenendo un approccio di lettura tradizionale, introducendo lievi variazioni che amplificano l’orrore di una narrazione già carica di crudeltà. Aggiunge particolari come la sorprendente decapitazione in scena del tiranno o la Lady posseduta dallo spirito di Ecuba. Ma la regia è pulita e didascalica, epurata di ogni accento esoterico o demoniaco. Concede spazio alla corruzione di un’anima travolta dalle proprie paure e dalle proprie ambizioni, e la mostra sopraffatta dalle allucinazioni della mente, stritolata dall’incubo alimentato da una volontà omicida che trova fine solo nella morte dell’assassino.

data di pubblicazione:28/10/2025


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