da Paolo Talone | Apr 9, 2025
con Sabrina Scuccimarra, Anna Rita Vitolo, Arturo Cirillo e Riccardo Ciccarelli
(Teatro India – Roma, 1/6 aprile 2025)
Con Ferdinando si è chiusa la triade di spettacoli che il Teatro di Roma ha dedicato all’indimenticabile e compianto interprete del teatro napoletano Annibale Ruccello. Esempio luminoso di una drammaturgia legata alla tradizione e insieme nuova definita del ‘dopo Eduardo’, a cui parteciparono anche Santanelli e Moscato. Dopo Anna Cappelli con Valentina Picello diretta da Claudio Tolcachir e Le cinque rose di Jennifer con Geppy e Lorenzo Gleijeses, Arturo Cirillo firma la regia e l’interpretazione (nel ruolo che fu dello stesso Ruccello nella primissima edizione del 1984) del capolavoro premio IDI dell’autore stabiese.
Una certa attenzione a smascherare il marcio e l’ipocrisia che alberga nella società in cui siamo immersi, supportata da un linguaggio teatrale che pesca nella forma dialettale espressioni inequivocabili, è in qualche modo la cifra stilistica di Annibale Ruccello. Non è da meno Ferdinando in cui si prende gioco, attraverso la sottile ironia e l’immediatezza dei caratteri dei personaggi, di un certo bigotto conformismo che sopravvive ancora oggi nonostante siano passati quarant’anni dal debutto. Ed è un testo tuttora vivo e contemporaneo, sebbene anche l’ambientazione riporti la vicenda nel 1870, come da didascalia, nove anni dopo la caduta del Regno delle Due Sicilie.
Ancora tra la fitta e dettagliata didascalia si dà indicazione un pesante tendaggio. Cirillo lo riprende nella regia come elemento scenico caratterizzante, protagonista. Un ponderoso tappeto damascato, sbiadito dal tempo e dall’usura, percorre infatti tutta la scena, fungendo da fondale e insieme da piano di recitazione. Fuori dal perimetro tracciato si concedono baci di lussuria e si dà sfogo a voglie carnali. Oltre al mobilio d’epoca, un’oscurità appena attenuata da deboli luci suggerisce a chi guarda la sensazione di essere di fronte a qualcosa di polveroso e trasandato.
Decadenti appaiono i personaggi. Su di loro pesano gli anni e i fatti recenti della storia di un’Italia da poco unita, che ha portato con sé il declino delle famiglie nobili. E soprattutto ha uniformato il linguaggio a discapito della ricchezza del dialetto. Per questo Donna Clotilde pretende che in casa si parli solo il napoletano. Nella parte della protagonista Sabrina Scuccimarra lo rimarca con forza. È come inacidita dalla novità, alla quale si oppone con protesta passiva dal suo letto di finta malata. Eppure ha ancora qualcosa di avvenente, di vivo che la infiamma e la tiene sveglia nonostante l’apparente depressione. La comicità del personaggio sta nel trasformare la proverbiale gaiezza della napoletanità in spigoloso e pungente sarcasmo, prodotto dal rancore e dalla delusione.
Di lei si prende cura Gesualda, una parente povera, accusata ingiustamente di aspettare la morte della cugina per rilevare le sue pur scarse ricchezze. A vestirne i panni è Anna Rita Vitolo che sa toccare nello spazio di coprotagonista esilaranti punte di comicità. È espressione di una umanità arresa, bloccata, delusa, costretta ad accontentarsi del poco che la vita le mette davanti nel claustrofobico spazio dell’appartamento in cui è a servizio. Non disdegna infatti la compagnia di Don Catello, l’ambiguo prete del paese che ogni giorno fa visita alla malata, interpretato dallo stesso Cirillo.
Quando arriva Ferdinando – un giovane parente di Donna Clotilde rimasto orfano – in casa si respira un’aria nuova. Tutti se ne innamorano, anche Don Catello, per il quale rappresenta la possibilità, il futuro, la fiducia nello sperato cambiamento. Per Donna Clotilde invece è l’occasione attesa per riprendere la vita in mano, ma per Gesualda, che inizialmente soffrirà la concorrenza per le attenzioni che Don Catello rivolgerà al ragazzo, sarà solo un mezzo utile per dare smacco a chi l’ha scansata.
Ma il genio di Ruccello è nel finale, in cui l’acquistata serenità verrà nuovamente ribaltata. Ma ormai è troppo tardi e non rimane altro da fare che prendere coscienza della propria piccolezza a cui, più che con religioso perdono, sarebbe opportuno guardare con una sana e umana comprensione.
data di pubblicazione:09/04/2025
Il nostro voto: 
da Anna Paulinyi | Apr 8, 2025
Ritrovarsi a Tokyo (Une part manquante) di Guillaume Senez, in uscita in Italia al cinema il 30 aprile e scelto come film di chiusura del Festival del Nuovo Cinema Francese a Roma domenica scorsa, è uno dei film meno “francesi” mai visti per contenuto, ma deliziosamente francese per stile. Se per “francese” intendiamo il movimento naturale della macchina da presa, che diventa quasi un microscopio sotto il quale si districa, in un crescendo, una complessa situazione psicologica e sociale.
Incontriamo il protagonista, Jay (Romain Duris), un tassista, mentre dà indicazioni a un’automobilista in mezzo alla strada. Già questo ci incuriosisce: siamo a Tokyo, e Jay non è giapponese, ma occidentale. Da subito veniamo risucchiati nel suo strano mondo: il lavoro notturno da taxista, le visite ai bagni pubblici, le videochiamate con il padre in Francia, e la collaborazione con un’avvocatessa giapponese che si occupa di affidamenti familiari — sia in coppie miste che in famiglie giapponesi.
Jay viene incaricato di occuparsi di Jessica (Judith Chemla), una madre francese approdata a Tokyo colma di rabbia e determinazione, decisa a riprendersi il figlio separato da lei e affidato al padre giapponese. Per la prima metà del film, queste situazioni, gli spezzoni di dialogo, i silenzi carichi di significato e i paesaggi di una Tokyo che potrebbe essere qualsiasi grande città, sembrano solo frammenti colorati di un mosaico ancora da comporre. Ma, una volta completato, ci lascia a bocca aperta.
Ci troviamo davanti a una realtà inimmaginabile per un europeo: in Giappone l’affidamento condiviso non è previsto dalla legge. Jay è a Tokyo da nove anni solo per ritrovare sua figlia, Lily, che non vede da quando lei aveva tre anni. La madre, con la legge dalla sua parte, aveva interrotto ogni contatto tra padre e figlia.
Ma proprio quando Jay sta per rinunciare definitivamente al ritrovamento con la figlia, sostituendo un collega, si ritrova inaspettatamente Lily (Mei Cirne-Masuki) sui sedili posteriori del suo taxi. Dovrà accompagnarla ogni giorno a scuola. È un momento carico di trepidazione. La delicatezza e il rischio impliciti in questo incontro sono ormai evidenti allo spettatore, e come in ogni buon giallo, ogni parola e ogni gesto — grazie anche alla bravura degli attori — alimentano la tensione.
Chi spera in un lieto fine per questo incontro tra padre e figlia non resterà del tutto deluso. Anche se la realtà, con la prospettiva di un’ulteriore lunga separazione, getta la sua ombra.
È un film denso, toccante, pieno di ironia e delicatezza. Racconta un amore profondo tra padre e figlia, senza mai cadere nello stereotipo o nella banalità o nel giudizio culturale. Guillaume Senez ci regala un’opera che ci farà riflettere più che sorridere — ma anche questo, in fondo, è il segno di un bellissimo film francese.
data di pubblicazione:08/04/2025
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da Accreditati | Apr 8, 2025
Due eventi per la giornata mondiale della consapevolezza sull’Autismo
L’Assessorato Grandi Eventi, Turismo, Sport e Moda di Roma Capitale e l’Associazione Modelli si Nasce hanno ricordato la giornata mondiale della consapevolezza sull’Autismo con la manifestazione BEYOND WORDS un doppio appuntamento che ha previsto una sfilata che si è tenuta a Roma il 1° Aprile 2025, presso Salone delle Fontane dell’EUR cui è seguita il giorno 2 Aprile l’apertura di una mostra di immagini fotografiche presso Palazzo Braschi in Piazza di S. Pantaleo.
Modelli si Nasce è e resta la prima e unica associazione in Italia dedicata alla formazione di giovani autistici da avviare alla professione di modelli nel settore della moda e della pubblicità.
Giunta alla seconda edizione, la manifestazione, che ha visto la direzione artistica di Rossano Giuppa ha voluto unire moda, arte e condivisione sociale, con un focus particolare sulla consapevolezza riguardo l’autismo, sensibilizzando il pubblico, sfidando pregiudizi e diffondendo una cultura di accoglienza e rispetto. Un aiuto fondamentale e una speranza per le tante famiglie di ragazzi autistici, che non trovano sostegno per l’integrazione nella vita sociale, creando un modello di ispirazione, per avvicinare la società a temi così delicati e complessi come l’autismo in un’ottica di valorizzazione delle straordinarie potenzialità dei ragazzi.
Hanno sfilato cinque giovani brand Leonardovalentini, Alchètipo by Andrea Alchieri, Migale Couture, Simon Creacker, Chronos Corps, unitamente al brand francese di accessori e scarpe Calla attentamente selezionati perché vicini ai temi dell’innovazione, della sostenibilità e dell’inclusione con collezioni appositamente disegnate per 20 giovani modelli dell’Associazione.
La manifestazione ha preso ispirazione dal libro “Fantasie e non solo…” scritto da Manuel Sirianni, giovane poeta-scrittore autistico non verbale, membro dell’associazione. Un testo composto da cinque storie di fantasia, che l’autore con tanti sogni in testa, ama raccontare e raccontarsi per donare benessere e speranza agli altri. Ogni racconto che ha una morale e è stato di ispirazione per ciascun designer.
La conduzione è stata anche quest’anno a cura della giornalista e conduttrice Eleonora Daniele ed ha previsto la partecipazione degli attori Paola Minaccioni, Margareth Madè, Giuseppe Zeno, Vittoria Schisano, Giulia Bevilacqua, Fabius De Vivo, Diane Fleri, Michele Ragno unitamente alla top model Simonetta Gianfelici ed alla giornalista Mariella Milani che hanno letto degli estratti tratti dal libro di Manuel Sirianni.
All’evento hanno assistito più di 600 invitati tra i quali molti esponenti della stampa e dello spettacolo.
BEYOND WORDS, è anche il titolo della mostra a cura di Federica Trotta Mureau, inaugurata a Palazzo Braschi il 2 aprile, Giornata Mondiale della Consapevolezza dell’Autismo che racconta, attraverso le fotografie di Danilo Falà, l’essenza invisibile che solo l’arte sa rivelare.
Protagonisti sono i ragazzi dell’associazione Modelli si Nasce, primi modelli autistici in Italia formati per abitare la scena della moda non come eccezione, ma come autentica espressione di bellezza. Un percorso visivo e poetico, in cui immagine e silenzio diventano linguaggio universale, capace di parlare al cuore. La regia del film che accompagna le immagini è stata affidata a Federico Papagna, mentre la direzione grafica per la stampa è curata da Daria Reina e Andrea Ferolla. La mostra patrocinata da Roma Capitale – Assessorato ai Grandi Eventi, Turismo, Moda e Sport, resterà aperta fino al 21 aprile.
data di pubblicazione:08/04/2025
da Antonio Jacolina | Apr 6, 2025
Baptiste (S.Cissé), giovane e spiantato imitatore di talento, viene assunto da Pierre (D. Podalydès), romanziere famoso e nevrotico. Assillato dalle telefonate ha bisogno di tranquillità per concentrarsi in solitudine sul suo nuovo romanzo. Baptiste dovrà fargli da “segretario telefonico” ma non riuscirà a limitarsi a rispondere e improvviserà…
Come è possibile in un’epoca di iperconnettività riuscire a restare interconnessi e nello stesso tempo essere soli con sé stessi in silenzio per riflettere, elaborare i propri pensieri e scrivere?
La Godet prende spunto da un’ipotesi a prima vista del tutto inverosimile. Dopo poche scene lo spettatore si troverà però in piena sospensione dell’incredulità come nelle migliori fiction. La giovane sceneggiatrice e regista ci regala infatti una commedia tanto assurda quanto comica che flirta con inventiva e furbizia con più sottogeneri, come i Buddy Movie e le RomCom. I confini fra realtà e finzione riescono a fondersi in modo naturale. Un approccio originale, intelligente e ironico a temi non banali e di attualità quali le interazioni umane, l’identità individuale, la capacità di cambiare, la dipendenza dagli altri e la comunicazione moderna. La regista utilizza gli spunti più che classici della falsa identità e del “doppio” per alimentare sia la tensione narrativa sia le situazioni comiche. La sceneggiatura ben scritta gioca sugli equivoci senza però abusarne. Il ritmo, all’inizio volutamente lento, assume presto la giusta dinamicità in coerenza con la girandola di false verità. La regia elegante crea atmosfere anticonformiste e dà un giusto tocco di sottile umorismo alla vicenda. Il cast è più che apprezzabile. Bella la chimica tra i due scoppiettanti protagonisti ai quali fanno da spalla i ruoli di supporto ben caratterizzati. Le Répondeur è dunque una commedia garbata e spiritosa. Un feel good movie “alla francese” e una bella storia di amicizia. Un piccolo bijou di cinema che fa venir voglia di continuare a seguire i prossimi lavori della regista.
data di pubblicazione:06/04/2025
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da Antonio Jacolina | Apr 5, 2025
Un progetto che porta la genialità e la creatività del Cinema d’Autore al Salone del Mobile, il cui claim quest’anno è Thought for Humans. Il regista Paolo Sorrentino infatti ha messo da parte la cinepresa per dedicarsi a una installazione temporanea che sarà presentata alla Fiera di Milano dall’8 al 13 aprile. L’anno scorso l’opera Interiors. A Thinking Room era stata ideata da David Lynch. Quella di quest’anno creata dal nostro regista e intitolata La Dolce Attesa offrirà ai visitatori l’opportunità di fermarsi ad ascoltare il proprio respiro per ritrovare la bellezza nel tempo che scorre lento, evocando il valore della pazienza. Nell’epoca del tutto e subito riscoprire il senso dell’attesa significa cogliere l’opportunità di osservarsi e ascoltarsi. Perché – come ha detto il regista – L’attesa è angoscia. La dolce attesa è un viaggio. Che stordisce e ipnotizza. Ingannare l’attesa che può essere anche fonte di incertezza e ansia diventa una sospensione della vita ed è proprio in questo stato di sospensione che consiste l’essenza dell’opera effimera: una riflessione poetica sul valore del tempo e sulla possibilità di trovare bellezza anche nell’attendere.
Lo spazio – allestito con il contributo della grande scenografa Margherita Palli – si presenta come un ponte invisibile tra presente e futuro, una terra di mezzo in cui il desiderio si intreccia con il timore di incontrare il destino. Se l’attesa è uno spazio sospeso il suono deve saperlo colmare mentre ne racconta il ritmo. Per questo il regista ha voluto Max Casacci – il fondatore dei Subsonica – per la composizione di una musica che ne disegna il fluire senza strumenti musicali ma solo con rumori del mare e della Natura. Un battito che accompagna l’esperienza immersiva dell’installazione senza imporsi.
data di pubblicazione:05/04/2025
da Paolo Talone | Apr 5, 2025
regia di Carmelo Rifici
con (in ordine alfabetico), Giusto Cucchiarini, Alfonso De Vreese, Giulia Heathfield Di Renzi, Ugo Fiore, Tindaro Granata, Christian La Rosa, Marta Malvestiti, Marco Mavaracchio, Francesca Osso, Alberto Pirazzini, Emilia Tiburzi, Carlotta Viscovo
(Teatro Vascello – Roma, 28 marzo/6 aprile 2025)
Una fabbrica di trovate comiche costruita sulle parole e le situazioni questa messa in scena del classico di Feydeau La pulce nell’orecchio firmata da Carmelo Rifici. È una fiera del riso e una girandola di follia, creata in collaborazione con Tindaro Granata per la traduzione e l’adattamento, e affidata a un eccezionale gruppo di attori. Una produzione impegnativa che vede collaborare LAC (Lugano Arte e Cultura), Piccolo Teatro di Milano e La Fabbrica dell’attore – Teatro Vascello di Roma.
Commedia degli equivoci, delle coincidenze e degli imbrogli. Chiaro esempio di quel genere chiamato vaudeville che Feydeau porta a perfezione seguendo le orme di grandi autori come Labiche. Un’occasione del tutto eccezionale per un regista come Rifici – solitamente alla prova con testi più impegnati – di dirigere un intreccio comico come La pulce nell’orecchio. Sceglie un impianto moderno, privando il contesto dei riferimenti borghesi insiti nella struttura del testo e lascia scoperto il meccanismo comico che invece lo caratterizza.
Il sospetto accende la bomba, mette la pulce nell’orecchio. Per colpa di uno scambio di bretelle una moglie crede che il marito la tradisca. Per avere prova della sua infedeltà gli fa scrivere una lettera da un’amica, invitandolo in un albergo di equivoca fama. È qui che gli eventi si moltiplicano, ingarbugliandosi in una matassa fitta che farà venire a galla intrighi piccanti, tresche segrete, piaceri libidinosi e inconfessabili voglie, fino allo scioglimento finale.
Capovolgimenti, immoralità, difetti e storpiature linguistiche. Rifici sfrutta il potere comico del testo, utilizzando qualsiasi espediente per fa ridere il pubblico. Il catalogo delle soluzioni comiche è completo. Dalle ripetizioni allo scambio di persona, dal degenerare delle situazioni fino all’imitazione dell’umano nei suoi lati grotteschi e animaleschi. E poi veri esercizi di clownerie e acrobazie sui blocchi di gommapiuma – a sostituzione del mobilio belle époque – che fungono da praticabili. La scena di Guido Buganza è una stanza dei giochi posizionata su un piano girevole che ruota come un carosello svelando inevitabilmente i nascondigli dove si consumano le segrete perversioni dei personaggi. È un giardino dell’infanzia in cui non ci si fa male. In fondo il teatro è il luogo della finzione, dove tutto accade per scherzo («Davvero potete credere che qui qualcuno possa morire veramente?»). Anche i colori sono gioiosi, un lavoro di riduzione a vibranti campiture che vanno a riempire spazi geometricamente definiti. Colori puri e cristallizzati che sono anche nel disegno dei costumi di Margherita Baldoni.
Il lavoro ermetico investe anche i personaggi. La realtà umana, dissezionata e come esplosa nel disordine del gioco, rimane tuttavia riconoscibile. Rifici la spoglia delle sovrastrutture sociali, dà pari dignità al genere e osserva con una lente i tratti di ognuno fino a esasperarne la ridicolezza. Agli attori è richiesta ogni tipo di attitudine e abilità, dall’elasticità alle doti vocali, da una grande memoria per gesti e intrichi verbali – alla bisogna sdoppiati in più ruoli – fino alla capacità di saper suonare uno strumento musicale. Ma soprattutto una dote: sapersi divertire in squadra. E la compagnia di attori messa in piedi da Rifici dimostra di essere un corpo unico, in cui gli elementi lavorano in sinergia e su cui (si immagina in prova e durante la tournée) sono state costruite le innumerevoli gag che vanno oltre la perfetta macchina di divertimento creata da Feydeau.
data di pubblicazione:05/04/2025
Il nostro voto: 
da Antonio Jacolina | Apr 5, 2025
Tre donne borghesi colte e benestanti, tre storie affettive, tre visioni diverse dell’Amore, tre amiche. La complessità della loro salda amicizia fra confidenze sentimentali, illusioni e delusioni, gioie e drammi e anche ambiguità, segreti e infedeltà…
Trois Amies è un piccolo, splendido modello di Commedia Francese d’Autore! Raffinata, gradevole, sentimentale e molto parlata. Giusta erede di Rohmer, di Truffaut e dei cantori delle storie quotidiane di amori appassionati o difficili, di amicizie incondizionate e al tempo stesso anche tradite. Cosa c’è di più francese?!
Mouret senza troppo allontanarsi dal suo abituale registro ci regala un nuovo gioiellino di scrittura e di regia. Con un piccolo tocco alla Woody Allen tratteggia un delicato ritratto di tre amiche e dei loro tormenti d’amore. Solo sullo sfondo gli uomini che gravitano intorno a loro. Una conferma della rilevanza dei ruoli femminili nella cinematografia francese.
Il film è una bella commedia dolceamara sui sentimenti, la Vita, la complessità dell’amore e dell’amicizia. I legami e le dinamiche che uniscono le protagoniste fra sincerità, non-detti e verità spiacevoli. Quasi una pièce teatrale con i personaggi che si rincorrono e le coppie che si fanno e disfano tra intrighi amorosi in un balletto di emozioni. In primo piano le dinamiche e i meccanismi dell’Amore su cui le protagoniste si interrogano in modo tenero e divertente fra scene di vita quotidiana e raffinate analisi morali. Un disegno con sfumature introspettive di donne solo apparentemente superficiali. I dialoghi cesellati al dettaglio, gustosi e taglienti, rendono ancora più piacevole il sottile gioco dei sentimenti e il confronto di idee tra le protagoniste. Camille Cottin, Sara Forestier, India Hair, supportate da validi secondi ruoli, sono eccellenti e complici. Trois Amies è davvero un buon esempio di Cinema fatto di tante piccole belle cose descritte con grazia e delicatezza da un abile Pittore dell’Anima.
data di pubblicazione:05/04/2025
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da Antonio Jacolina | Apr 4, 2025
Un’anziana signora (H. Vincent) si è ritirata in un villaggio della Borgogna vicino alla sua amica di vecchia data (J. Balasko). Aspetta con gioia che il nipotino che vive a Parigi con la madre passi le vacanze con lei. Una serie di incidenti, coincidenze ed omissioni si concateneranno però fra loro…
Ozon colpisce ancora con un bel mix fra commedia dolce amara e thriller che esplora le dinamiche familiari. Preceduta dall’eco del successo avuto in Francia ecco in anteprima italiana la sua più recente e attesa opera. Ozon, uno dei registi più interessanti del Cinema d’Oltralpe, è un autore capace di passare con talento e disinvoltura da un genere cinematografico all’altro.
Quand Vient l’Automne respira l’aria di un certo cinema francese anni ‘70: le atmosfere di Simenon e soprattutto i richiami a Chabrol. Una realtà agreste, la piccola provincia ove tutti si conoscono, i caratteri sono ambigui e i pesanti segreti di famiglia nascosti dietro l’ipocrisia perbenista. Il regista è però bravo nel trasformare un apparente mélo in un’autentica commedia noir. Un dramma familiare che con l’abile passaggio fra generi e colpi di scena intelligenti vira verso un intrigo poliziesco ricco di tensione e tinto di humour ed ironia. Il film assume così dimensioni accattivanti ed impreviste che consentono di affrontare con tocchi di leggerezza e nessuna retorica temi intimi ed al contempo universali: la vecchiaia, la solidarietà femminile, la solitudine, la morte, i conflitti familiari ed il Passato. Un Passato che riemerge a seguito di circostanze ambigue. Ozon è un maestro di ambiguità e intelligentemente non impone il suo punto di vista. Lo spettatore resterà quindi libero di farsi le proprie idee sugli avvenimenti e valutare se sono fortuiti o premeditati. Un’ambiguità che, ci dice il regista, si può applicare alla morale tradizionale, ai protagonisti e alla Società perché di zone d’ombra e soprattutto di non detti è da sempre fatto l’animo umano. L’importante, alla fine, è cercare di fare del bene!
Il film è girato in maniera classica con un equilibrio narrativo sostenuto da un’ottima sceneggiatura deliziosamente contorta. La messa in scena è precisa ed attenta al dettaglio. Il ritmo è scientemente dilatato. Circondate da una corte di comprimari di buon livello le protagoniste portano con grazia sulle loro spalle il film con una recitazione ricca di sfumature. Quand Vient l’Automne è dunque un’opera delicata, semplice e complessa al tempo stesso. Il suo charme ci coinvolge ancora per molto dopo averla vista. Una fiaba contemporanea che merita perché fa riflettere senza giudicare.
data di pubblicazione:04/04/2025
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da Antonio Jacolina | Apr 3, 2025
Karsh (V. Cassel) è un ricco imprenditore. Devastato dalla morte della moglie ha inventato e commercializzato un sudario elettronico che permette di contemplare nelle tombe il corpo dei cari estinti. La profanazione del cimitero e della tomba della moglie lo spingerà a cercare i possibili responsabili con un percorso sempre più paranoico…
The Shrouds all’apparenza è un thriller con un intrigo a più piste articolato su una trama insolita e con risvolti etici, politici economici e horror. In realtà è soprattutto un compendio di tutte le tematiche predilette da Cronenberg nei suoi 50 anni di carriera. La sua fascinazione per le mutazioni dei corpi, il desiderio fisico del corpo altrui e l’impatto delle tecnologie sui corpi stessi. La sua ossessione per la passività umana davanti ai progressi non sempre etici della Scienza e per le paranoie complottiste. Un compendio privo però della visionarietà folle, vitale e geniale che lo ha reso celebre. Semmai un’opera autobiografica quasi testamentaria, realizzata con lo sguardo colmo di rabbia e dolore di un cineasta afflitto dalla scomparsa della compagna e di un uomo di 82 anni che riflette sulla vita che gli rimane e sulla morte. Le atmosfere sono macabre e funeree, affascinanti e disturbanti. Al centro c’è la Morte e la nuova tecnologia che consente di osservare il cadavere. Un’idea tanto orrorifica quanto voyeurista e cinica collegata all’elaborazione del lutto e all’industria funeraria che sfrutta il dolore. La maestria del regista è indubbia, la forma visiva è eccellente ma il film inizia a perdersi ben presto quando si squilibra fra un noir e un’indagine inconcludente. L’eccessiva verbosità dei dialoghi che girano a vuoto a scapito delle immagini e dell’azione diluisce infatti la portata drammatica e la tensione della storia. Il ritmo, già di per sé lento, diviene quasi nullo. Il coinvolgimento empatico verso gli attori, i personaggi e la vicenda stessa si attenua fin quasi a sparire. In realtà è proprio la ricchezza eccessiva dei temi affrontati da The Shrouds a divenire la sua maggiore debolezza. Infatti, dopo aver allettato lo spettatore, lo lascia interdetto davanti a uno sviluppo più confuso che complesso e a uno psicodramma non ben sviluppato che risulta tanto freddo e inconcludente quanto retorico e privo di anima. Cassel, evidente alter ego del regista anche nell’apparenza fisica e con lui Diane Kruger, sorella gemella della moglie, fanno il possibile.
Che dire allora? Bisogna essere indulgenti verso un grande Autore di culto come Cronenberg. Non è da tutti gli Artisti fare un grande film appena discreto!
data di pubblicazione:03/04/2025
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da Daniela Palumbo | Apr 3, 2025
con Vincenzo Pirrotta, Lucia Portale, Alessandro Romano, Marcello Montalto e i musicisti Luca Mauceri, Mario Spolidoro, Osvaldo Costabile
(Teatro Biondo – Palermo, 28 marzo/6 aprile 2025)
Tratta dall’omonimo libro, autobiografia di Vincenzo Rabito, questa trasposizione teatrale mette in scena il racconto di un contadino analfabeta di Chiaramonte Gulfi, in provincia di Ragusa, che ripercorrendo le tappe della sua “molto desprezzata e maletrattata vita” attraversa tutto il Novecento.
La storia è quella di Vincenzo Rabito, figlio di un Salvatore che fu e di una Salvatrice, madre tanto amata, rimasta vedova con sette creature da sfamare.
È un diseredato, lui. “Rapito” fin dalla tenera età dalla sorte, e costantemente in fuga. Sempre in cerca di salvezza e di affrancamento per sé e per i suoi familiari. Sopravvive, malgrado il destino avverso. Al lavoro “sotto padrone”, alle timpulate delle femmine nei casini, alla lingua della suocera maldicente, ai commendatori e ai ruffiani. Sopravvive alle guerre, soprattutto. Tutte e due le guerre. E ogni volta, “si salva”.
La scena è spoglia, quasi desolata, come l’esistenza. Solo una sedia, quasi sempre al centro del palco. Un caposaldo su cui “stare”, seduto oppure in piedi. Altre volte simile a un bastone, o a una stampella, da tenere sottobraccio come una baionetta. Sullo sfondo, un trio di musicanti. E di tanto in tanto qualche breve comparsa. Sono apparizioni per lo più grottesche, dal carabiniere con tanto di pennacchio al brioso barbiere dotato di mantellina svolazzante.
In primo piano, sotto le luci della ribalta, la figura di lui, lo straordinario mattatore Pirrotta, che è anche regista e ideatore della pièce. Cantastorie infaticabile, capace di recitare a perdifiato per oltre un’ora e mezza alternando toni diversi (il lirico, il comico, il drammatico), Vincenzo attore/autore esprime al meglio uno dei motivi essenziali: la capacità di adattamento. Come insegna la fame, o la necessità di mettersi addosso qualcosa, qualsiasi cosa (emblematico ed esilarante l’aneddoto delle divise distribuite ai soldati, tutte uguali e della medesima taglia: “pantaloni per uno di un metro e novanta a me che ero un metro e cinquanta… e dei quaranta centimetri in più, che me ne facevo?!”).
Un fiume di parole, dunque. Inarrestabile come l’epopea di questo contadino, soldato zappatore e carbonaio all’occorrenza. E le parole, proprio quelle, sono protagoniste assolute, padrone indiscusse della scena. Brulle come i terreni incolti, ferite e storpie come i mutilati nelle trincee. Approssimative, come il succedersi degli eventi. Imprevedibili. Eppure pregne di verità, autentiche. Vengono alla luce una dopo l’altra, così, come i figli. Turiddu e poi Tanuzzo e poi ancora Giovanni. Figli cercati, voluti, e insieme “calati dal cielo” (lanciati e presi al volo) come se nulla fosse. E riscattati, alla fine, da quella miseria vissuta realmente e realmente patita. Perché quello che “ci cunta” Vincenzo Rabito, classe 1899, forse non è tanto comprensibile, e non è detto “come si deve”. Però senz’altro, e senza dubbio alcuno, “è successo davvero”. E lascia il segno, o il solco, su questa terra matta dove trascorre la vita.
data di pubblicazione:03/04/2025
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