DANTE di Pupi Avati, 2022

DANTE di Pupi Avati, 2022

Dante Alighieri, esiliato e umiliato dalla sua Firenze, muore a Ravenna nel 1321. Trent’anni dopo Giovanni Boccaccio, studioso dell’opera dantesca, riceve, per conto e per ordine della Compagnia di Orsanmichele, un incarico singolare: andare nel convento dove risiede la figlia del Sommo Poeta, divenuta monaca con il nome di suor Beatrice, e consegnarle un risarcimento in denaro per l’esilio ingiustamente subito da suo padre. Per Boccaccio sarà un viaggio faticoso, ma che gli consentirà di ricostruire i momenti più importanti della vita dell’Alighieri.

 

 

Dopo che è passato pressoché in sordina l’anniversario per i settecento anni dalla morte del Sommo Poeta, Pupi Avati sente quasi il dovere morale di avverare un sogno ambizioso che teneva nel cassetto da diversi anni. Prima di lui nessun cineasta aveva osato rappresentare Dante né tantomeno la Divina Commedia, universalmente riconosciuta come la massima opera della letteratura mondiale, ma il regista bolognese ci riesce e realizza un piccolo capolavoro, dando prova di grande maestria e di estrema sensibilità artistica. Raccontare della vita di Dante, del suo impegno politico a fianco dei guelfi bianchi e del suo sconfinato amore verso Beatrice non era impresa facile, si rischiava infatti di realizzare qualcosa di estremamente melenso o eccessivamente didascalico e verboso. Avati sceglie il giusto equilibrio con l’inserimento, al momento giusto della narrazione, di citazioni poetiche, ma anche il silenzio fa la sua parte. Dante e Beatrice non si parlano mai e i loro rari incontri sono fatti di sguardi, le parole qui sembrano eccessive, quasi elemento ingombrante che possa persino disturbare l’amore tra i due giovani. Il soggetto narrante è affidato alla figura di Boccaccio (Sergio Castellitto) egregiamente inserito in quel momento proprio del Medioevo volto all’apertura verso nuove conoscenze ma anche considerato come periodo bellicoso e buio. Il regista ci porta in un mondo fatto di arte e di religiosità e sembra soffermarsi sugli affreschi delle chiese di quel tempo dove erano le stesse immagini che parlano una lingua diversa, a volte aristocratica a volte sostanzialmente povera. Un universo sporco e maleodorante ma dove si ha conferma, proprio nella figura di Dante, come il tormento e il dolore possano elevare l’essere umano ad un livello superiore, quasi divino. Alessandro Sperduti e Carlotta Gamba, rispettivamente nel ruolo di Dante giovane e di Beatrice, recitano in maniera convincente e ci inducono a riconsiderare il pessimo approccio che ognuno di noi aveva avuto a scuola in quanto costretti ad imparare a memoria quelle terzine di endecasillabi, tanto odiose quanto incomprensibili in quella lingua volgare fiorentina. Grazie a questo film possiamo riscoprire l’umanità di un genio assoluto, con la fragilità di un giovane che rimane tale per sempre anche se possiamo immaginarlo “nel mezzo del cammin di nostra vita”. Ottima la fotografia firmata Cesare Bastelli e i costumi curati da Andrea Sorrentino che hanno contribuito alla realizzazione di un film compiuto, che si lascia seguire bene e che probabilmente ci farà dimenticare quel Dante scolastico, di cui tutti noi abbiamo triste ricordo.

data di pubblicazione:28/09/2022


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I FIGLI DEGLI ALTRI di Rebeca Zlotowski, 2022

I FIGLI DEGLI ALTRI di Rebeca Zlotowski, 2022

Presentato nell’ultima edizione del Festival di Venezia appena conclusasi, Les enfants des autres di Rebeca Zlotowski, arrivato da qualche giorno nelle nostre sale fortunatamente con lo stesso titolo ma non valorizzato dal doppiaggio, è un film sicuramente originale per contenuti, ben diretto, con interpreti misurati nei loro ruoli, uno di quei piccoli film francesi di cui non se ne può fare a meno.

 

La quarantenne insegnante di liceo Rachel (Virginie Efira), separata senza figli, segue con molto interesse i propri allievi studiandone attentamente le attitudini, al fine di indirizzarli correttamente nell’iniziale inserimento nel mondo del lavoro. Come svago serale Rachel prende saltuariamente lezioni di chitarra dove, a volte, viene accompagnata dal suo ex compagno con il quale ha mantenuto un cordiale rapporto di amicizia. Durante una di queste lezioni conosce Alì e se ne innamora. L’uomo è separato ed ha una figlia, Leila, di 4 anni con la quale Rachel, seppur senza difficoltà, riesce a stringere un legame molto intenso, fatto anche di quelle cure che una madre mette in atto con un figlio proprio.

Rebeca Zlotowski, quarantaduenne regista e sceneggiatrice francese, dichiara di aver girato il film che lei stessa avrebbe voluto vedere al cinema su una quarantenne senza figli che si innamora di un padre single. Mentre cerca i trovare spazio nella famiglia dell’uomo, la donna incomincia a sentire il desiderio di avere una famiglia sua. Ma da personaggio tradizionalmente in secondo piano… è costretta a scomparire con la fine della storia d’amore.

Di fronte a tante pellicole che “urlano” urgenze, questo film sussurra con un linguaggio semplice ed essenziale un tema niente affatto marginale, su quanto senso materno ci sia in alcune “madri secondarie” a cui la vita non ha concesso di essere genitrici. Tra i tanti modi di esplorare le cure legate alla maternità, o al desiderio di essa, il film dimostra che queste non sono di appannaggio esclusivo delle sole madri biologiche, ma quasi un’essenza dell’essere donna: esplorando il tema della cura di quei figli che, come dice la protagonista, fanno penare i veri genitori per compensare la gioia di averli avuti, la regista pone l’accento su un tema piccolissimo, ma importante al tempo stesso, su come certi atteggiamenti materni possano sgorgare spontanei e profondi anche da chi madre non lo è, o per natura o per scelta, seppur di fronte ad una temporalità breve che non gioca a favore.

E senza voler svelare altro della storia, lo spirito lieve ma intenso che si coglie nel visionare questo film è ulteriormente esplicitato sul finale dalla scelta, decisamente vincente, della versione di Les eaux de Mars cantata da George Moustaky.

data di pubblicazione:26/09/2022


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NIDO DI VIPERE di Kim Yong-Hoon, 2022

NIDO DI VIPERE di Kim Yong-Hoon, 2022

Joong-Man proprietario con la vecchia madre di un negozio oramai sull’orlo del fallimento, lavora come dipendente part-time in una sauna. Un giorno, nel ripulire gli armadietti destinati alla clientela, trova una borsa apparentemente abbandonata che contiene un patrimonio in contanti. Da quel momento diversi personaggi senza scrupoli si fronteggeranno per entrare in possesso di quell’ingente somma di denaro.

 

Sulla scia del successo planetario ottenuto da Parasite di Bong Joon-ho (Palma d’oro alla 72° edizione del Festival di Cannes e a seguire quattro Premi Oscar, di cui uno per il miglior film) il sudcoreano Kim Yong-Hoon presenta il suo film di esordio Nido di Vipere. La sceneggiatura, curata dallo stesso regista, è congegnata come un meccanismo di precisione: i vari personaggi ruotano attorno ad un unico obiettivo che è quello di impossessarsi di una borsa (di Louis Vuitton sic!) ricolma di denaro. Sicuramente, nel corso della narrazione, lo spettatore riconosce un tratto “tarantiniano” che caratterizza l’intera storia con un mix di thriller-noir-splatter drammatico, con scene sanguinolente di cui si tralasciano i particolari per non impressionare più del dovuto. Ciascuno, per motivi diversi, si sente legittimato ad entrare in possesso della borsa che, come spesso accade nelle favole a lieto fine, finirà nella mani di chi non c’entra proprio niente in tutta questa pasticciata faccenda. Il film è suddiviso in vari capitoli i cui titoli servono per focalizzare l’attenzione dello spettatore sul tema principale al fine di assecondare la cosiddetta quadratura del cerchio poiché la storia si conclude nel punto in cui era iniziata. Decisamente convincente la recitazione dei vari attori anche se è opportuno riconoscere che la tendenza leggermente sopra le righe delle situazioni è dovuta essenzialmente al tipo di atteggiamento interpretativo orientale che si discosta molto da quello occidentale. Tra le interpreti femminili riconosciamo Youn Yuh-jung, già Premio Oscar nel 2021 come miglior attrice non protagonista nel film Minari di Lee Isaac Chung. Con Nido di Vipere abbiamo certamente ulteriore conferma che il cinema sudcoreano stia attirando molta attenzione nel panorama cinematografico mondiale, specializzandosi in un genere dove la famiglia e l’individuo stanno al centro delle storie anche se poi ci sono interferenze cruente e spietate che sembrano rimandare inevitabilmente alla prima filmografia dei fratelli Coen. Il film è accattivante, i personaggi sono ben assortiti e le situazioni ben concatenate dove nulla è lasciato al caso. Il regista, che con questa sua prima opera ha già vinto diversi premi, dimostra di saper cogliere gli aspetti essenziali dei fatti senza indugiare nelle situazioni e senza prolungare i tempi oltre il dovuto. Esperimento interessante in una pellicola di cui si consiglia la visione.

data di pubblicazione:25/09/2022


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IL COLLOQUIO – THE ASSESSMENT scritto e diretto da Marco Grossi

IL COLLOQUIO – THE ASSESSMENT scritto e diretto da Marco Grossi

(Teatro Vittoria – Attori & Tecnici – Roma, 20/25 settembre 2022)

Sei candidati si affrontano durante un colloquio per accaparrarsi l’unico posto di lavoro offerto da una prestigiosa azienda. Un incidente improvviso con il Direttore dell’azienda smaschererà le tattiche usate per convincere il loro esaminatore e farà emergere la loro vera natura.

 

La tensione nell’aula del colloquio si percepisce fin dalle prime battute, quando uno ad uno i personaggi entrano in scena con tutto il bagaglio di studi ed esperienza accumulato negli anni. Tutti e sei i profili selezionati soddisfano le richieste nonostante siano uno diverso dall’altro, espressione della folta e variegata umanità in cerca di un impiego fisso. Non manca il tipo ansioso, come quello logorroico e filosofo, o quello furbo che approfitta dei punti deboli scoperti dal rivale per affondare i suoi colpi. Così non manca la persona assertiva e ossequiosa o quella a cui non sfugge nulla, con la risposta sempre pronta a qualsiasi domanda. Il posto è importante e l’azienda è prestigiosa. Sono stati convocati per un assessment ovvero una sessione di valutazione comportamentale da svolgere in un contesto che esaspera la rivalità, perché prevede che più persone vengano esaminate insieme. I candidati dovranno dimostrare di saper lavorare in team per risolvere i casi che il responsabile delle risorse umane dell’azienda, un inflessibile e attento giudice esperto di psicologia del lavoro, sottoporrà al gruppo. La trama si complica quando il sommo e venerato Direttore dell’azienda comincerà a interferire con la situazione in scena, mostrando un lato debole che minerà la sua autorevolezza, ma che avrà come effetto quello di far emergere il vero carattere degli esaminati.

La drammaturgia scritta da Marco Grossi è la vera potenza dell’opera. Il testo trasforma in una sottile e ironica commedia il complesso lavoro di indagini e interviste a esperti del settore (responsabili di risorse umane, imprenditori e dipendenti di aziende) svolto dall’autore. Il lavoro linguistico è impastato di termini anglosassoni il cui uso eccessivo ne svela il ridicolo, e i dialoghi brillano di originalità e freschezza che stupisce e diverte scena dopo scena, senza mai risultare banali o scontati, segnale di un’attenta operazione di scrittura. Il ritmo dell’azione sostenuto dalla bravura e dalla coesione in scena degli interpreti, tutti assunti in questo caso, mantiene sempre costante la cavalcata vivace e coinvolgente della narrazione. L’attenzione rivolta alla caratterizzazione dei personaggi cesella infine il lavoro. La definizione e la chiarezza con cui emergono i tratti caratteriali di ognuno rende anche più facile la soluzione comica, perché conduce fino all’esasperazione i difetti delle personalità esaminate, e apre contemporaneamente una riflessione sull’assurdo di alcuni comportamenti – anche immorali – che l’essere umano esercita quando a muoverlo sono l’ambizione, la frustrazione e il desiderio di accaparrarsi la vittoria a ogni costo.

Il colloquio – the assessment, prodotto da Teatri di Bari e Malalingua, è valso al suo autore, interprete e regista Marco Grossi il premio SIAE Nuove Opere “PER CHI CREA” 2019. Dopo il debutto nel 2020 è in questi giorni al Teatro Vittoria di Testaccio, dove inaugura una Stagione ricca di titoli e interessanti proposte, per poi replicare ancora a Milano nel mese di dicembre.

data di pubblicazione:24/09/2022

RENOIR MIO PADRE di Jean Renoir – ed. Adelphi, 2022

RENOIR MIO PADRE di Jean Renoir – ed. Adelphi, 2022

Dopo un’estate torrida, dal punto di vista cinematografico poi ancor più triste del solito a causa dell’assenza di film di qualità perfino sulle varie piattaforme, mi ha colpito una recente sorpresa.

La potente, ma già scricchiolante, Netflix ha appena deciso di proporre fra le sue tanto banali opzioni, ben 5 classici del Cinema! Cinque film di Renoir!! “Jean Renoir è il più grande cineasta del mondo” asseriva François Truffaut, uno che sapeva bene quel che diceva.

L’occasione mi ha dato quindi lo spunto per segnalarvi anche un Jean Renoir scrittore sensibile e delicato. Si tratta di un suo bel libro uscito non molto tempo fa per i tipi di Adelphi: Renoir mio padre. La vita quotidiana e familiare di Pierre Auguste Renoir il grande pittore impressionista raccontato con prosa arguta ed abili pennellate, quasi con taglio cinematografico, da uno dei più grandi registi: suo figlio.

Una biografia ed una testimonianza che fa rivivere con amore e pochi sapienti tocchi un uomo, un artista, un mondo, un’epoca e le tante atmosfere. Jean Renoir scrive come dirige, così come crea un film: con talento, con una grande raffinatezza stilistica e psicologica e, soprattutto, con leggerezza, ironia e gusto. Cioè con quello stesso stile rapido e delicato che sarà anche la cifra dei suoi film migliori. In ogni riga traspare l’amore e l’ammirazione per quel padre e per il suo genio artistico. Uno sguardo sensibile di un artista, che è cineasta, verso un altro artista, che è pittore. Due Maestri dell’Immagine, entrambi attenti a ciò che il loro occhio interiore vede ed a ciò che ne provano sensibilmente. Al centro del racconto c’è l’uomo, un uomo imperfetto con tante contraddizioni ma buono ed onesto. Un uomo che ha vissuto a cavallo di due Mondi: nato nel 1841, morirà nel 1919 dopo la carneficina della Grande Guerra, in una realtà già moderna, in un mondo che ormai correva verso la Società della produzione e dei consumi di massa.

Un artista ed un artigiano della pittura, un anticonformista la cui forte personalità e sensibilità umana e pittorica si è impressa fortemente sui suoi figli. Jean Renoir sa riproporre con lo stesso stile dei suoi film: una scrittura semplice ed a tratti stupefacente i vari ambienti familiari, gli aneddoti che vedono coinvolti anche gli amici di casa: Monet, Pissarro, Morisot, Degas … La sua penna è veramente come una cinepresa, scrive come se stesse dirigendo … ed ecco allora scorrere, come sullo schermo, i paesaggi, la vita pubblica, la Società, le vicende politiche, il padre, l’artista, l’effervescenza dell’ambiente artistico, i luoghi, le donne, le modelle.

Un libro piacevole da leggere che ci fa scoprire anche il gusto di un’epoca più lenta e più semplice ed il privato intimo di sommi artisti. Finito il libro avrete sicuramente voglia di gustarvi un buon vecchio film di Renoir figlio oppure di correre a rivedere i quadri di Renoir padre. Quale che sia la scelta, non male come effetto speciale per un piccolo libro.

data di pubblicazione:22/09/2022

È STATO TUTTO BELLO – Storia di Paolino e Pablito di Walter Veltroni, 2022

È STATO TUTTO BELLO – Storia di Paolino e Pablito di Walter Veltroni, 2022

È una storia che assomiglia ad una favola, purtroppo senza lieto fine, quella raccontata da Walter Veltroni nel suo ultimo film documentario sulla vita, troppo breve, di Paolo Rossi che durante i mondiali in Spagna del 1982 si conferma capocannoniere imprimendosi nel cuore degli italiani come Pablito.

Una carriera costellata di battute di arresto, cadute e rinascite, con una lunga squalifica dai campi di calcio per le ingiuste accuse del calcioscommesse ed un ritorno da campione, grazie anche alla stima di Enzo Bearzot che, senza curarsi delle critiche che avvolsero la sua nazionale di Spagna, lo volle con sé scrivendo una pagina di storia calcistica che verrà sempre ricordata come un evento inaspettato e tanto bello. Esce momentaneamente per soli tre giorni nelle sale, prodotto da Palomar in collaborazione con Vision Distribution e Sky, È stato tutto bello – Storia di Paolino e Pablito, un film documentario che ripercorre carriera e vita del campione prematuramente scomparso due anni fa all’età di 64 anni. Walter Veltroni, nella sua “seconda vita”, ci ha abituati a docufilm di grande sensibilità, ad iniziare da Quando c’era Berlinguer del 2014, a I bambini sanno del 2015 sino al film C’è tempo del 2019 con Stefano Fresi; questa volta però sembra aver perso il suo smalto nel raccontare una storia che assomiglia molto ad un documentario senza tuttavia avere in sé la magia del film, non riuscendo a restituirci una immagine privata di questo grande campione molto diversa da quella che già conoscevamo, non aggiungendo dunque molto altro a quella persona semplice ed allegra che è stata Paolo Rossi.

In È stato tutto bello c’è sicuramente molto di quel Paolino del sottotitolo attraverso i racconti commossi del fratello maggiore Rossano, come c’è moltissimo di quel Pablito attraverso le sue gesta ricordate con molti filmati di repertorio e con la testimonianza amichevole di Marco Tardelli e Antonio Cabrini; manca purtroppo l’uomo, quella parte intima che ci saremmo aspettati e che il titolo stesso ci ha evocato in quel passaggio da bambino a personaggio pubblico di successo. Non bastano i racconti degli ultimi momenti attraverso le brevi interviste alla moglie ed alle figliolette a restituirci la sua essenza: la sofferenza degli ultimi momenti attraverso brevi filmati privati non aggiunge nulla a ciò che realmente colpisce e rimane, che è il suo sorriso, e non solo nell’esultazione per i gol segnati ma anche attraverso le interviste e le molte apparizioni televisive. Forse è proprio l’immagine di quel Paolino all’apparenza gracile, di umile famiglia, che ce l’ha fatta a diventare meritatamente famoso, è ciò che ci rimane di questo film documentario, che non è riuscito perfettamente a coniugare la gioia e il dolore, il sacrificio con il trionfo, tutti ingredienti che hanno caratterizzato la vita di questo grande campione.

data di pubblicazione:20/09/2022


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MAIGRET di Patrice Leconte, 2022

MAIGRET di Patrice Leconte, 2022

Anni ’50. Una giovane bella ragazza viene ritrovata assassinata in abito da sera. Il Commissario Maigret fa propria l’indagine e, indizio dopo indizio, ricerca nel passato di una provinciale arrivata a Parigi per farvi fortuna ma ne viene invece divorata …

 

Ebbene sì! Depardieu è Maigret! Anzi di più, Leconte è Simenon!

Il regista e sceneggiatore ispirandosi molto, molto liberamente al romanzo del 1954 Maigret e la giovane morta è riuscito ad entrare perfettamente nell’animo e nell’universo dello scrittore belga cogliendo le sue fascinazioni e l’essenza di ciò che gli stava a cuore ed a tradurlo poi cinematograficamente senza farne né una rilettura, né una modernizzazione, ma solo un quadro introspettivo, intimo e toccante. Ecco quindi la pena dell’esistere, la vita segnata dal Caso, i dolori profondi dell’animo umano. Leconte usa sullo schermo gli stessi tempi, gli stessi ritmi, lo stesso approccio, lo stesso sguardo asciutto ed essenziale che Simenon usava sulla carta. Senza dubbio alcuno una delle migliori riduzioni cinematografiche delle tante fatte sulle inchieste di Maigret, sicuramente uno dei migliori film del regista (autore, fra i tanti, di Il marito della parrucchiera 1990 e Confidenze troppo intime 2003) e, non ultimo, assolutamente un’interpretazione recitativa da antologia: un tutt’uno fra l’attore ed il personaggio. Depardieu, attore spesso eccessivo a scapito del suo stesso talento, incarna infatti il Commissario con sobrietà, densità ed interiorità senza mai eccedere, con una presenza in scena sufficiente ad imporre l’uomo Maigret, la sua malinconia, i suoi tormenti fisici e la stanchezza esistenziale.

Leconte, con eleganza, con dei colori che tendono al bianco e nero, ci regala una Parigi “minore”, tenebrosa, fatta di mattine grigie, di cortili ed atmosfere. Al centro giganteggia lui: il Commissario, la sua umanità, la paziente intelligenza investigativa. Un ottimo film ispirato, sensibile e ricco di charme rétro fatto tutto di primi piani sugli oggetti, sui dettagli, sui volti, con inquadrature a mezza altezza, quasi espressionista e con un’aria di un nuovo classico. Un noir in cui l’intrigo è del tutto secondario e l’inchiesta è all’antica. Uno spunto per rendere omaggio al Cinema di una volta fatto di recitazione, di espressioni, di atmosfere e di dialoghi molto contenuti.

Più che un poliziesco è la storia di un uomo ed un pretesto per rappresentare uno spaccato della varia Umanità. Un’Umanità fragile sotto il peso delle tante debolezze e vane illusioni. Un uomo, un commissario disincantato, dolente che ha quasi perso il gusto di vivere, affaticato, segnato da antichi dolori personali che, ciò non di meno, conserva ancora in un’empatia quasi “paterna”, una speranza nell’essere umano.

Il regista abilmente privilegia i non detti ed i silenzi. L’attore magistralmente è tutto interiorità e sensibilità repressa. Un incontro veramente felice quello fra Leconte, Depardieu e Simenon. Una sfida difficile ma assolutamente superata.

Un poliziesco d’altri tempi: intrigante e coinvolgente pur senza guizzi particolari. Un film classico che sarà molto apprezzato da chi ama Simenon, da chi ama il cinema francese, da chi ama il buon Cinema, le buone sceneggiature, gli ottimi registi e le ottime interpretazioni.

Un film da evitare per chi si aspetta invece un thriller, azione e colpi di scena o … un Maigret sanguigno e vitale alla Jean Gabin o alla Gino Cervi.

data di pubblicazione:20/09/2022


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TOP GUN MAVERICK di Joseph Kosinski e L’UOMO DEI GHIACCI di Jonathan Hensleigh, 2022

TOP GUN MAVERICK di Joseph Kosinski e L’UOMO DEI GHIACCI di Jonathan Hensleigh, 2022

Non avendo potuto seguire, come negli anni “Pre Covid” la nostra Direttrice al Festival di Venezia e perciò in crisi di astinenza di quelle belle scorpacciate quotidiane di film, ci siamo gettati sul “quasi nulla” che, al momento, era in programmazione nelle sale cinematografiche ancora estive e sul “poco” di interessante presente sulle piattaforme…

 

Ci siamo quindi “sparati”, tutti in una volta, un auspicabile blockbuster uscito in Estate ed un auspicabile onesto B movie. Il fil rouge della valutazione di questa nostra maratona è poi stato il concetto di “sospensione dell’incredulità” delle vicende. La “magia” condivisa tramite cui gli spettatori credono, partecipano e vivono come “vera” la narrazione per quanto impossibile essa possa essere nella realtà.

Il primo film Top Gun Maverick (con al centro un eterno ed inossidabile bravo Tom Cruise) realizza in pieno la magia. Tutto è credibile, tutto è possibile, tutto è convincente, tutto è appassionante quali che siano i momenti della vicenda. Al servizio ed al contempo elementi chiave di questa magia, ci sono l’interprete principale, il supporto di una sceneggiatura di gran qualità che copre e giustifica i minimi dettagli della storia, un’abbondanza di mezzi sapientemente usati, l’eccellenza degli effetti speciali, la professionalità di tutti gli attori anche quelli di 2° e 3° ruolo, e, non ultima, una capacità di direzione che sa sapientemente alternare i vari registri della vicenda.
Puro virtuosismo cinematografico costruito su misura per i grandi schermi. La conferma che Hollywood può e sa ancora produrre dei blockbuster convincenti, spettacolari ed appassionanti. Al centro un Tom Cruise che sa giocare sia la parte tutta azione ed adrenalina, sia la parte leggermente malinconica che lo pone davanti al tempo che è passato dal lontano 1986, in un misto di innocenza e di angosce, di amori da non riperdere e di fantasmi del passato. Un risultato onesto, generoso, di classe, credibile, coinvolgente e tutto godibile per chi ama il genere.

Il secondo film L’Uomo di Ghiaccio pur dando già per scontato che potesse essere l’ormai solito Liam Neeson Movie, è privo assolutamente della magia! Di per sé non è brutto, Neeson, pur se sempre uguale, è comunque bravo, ciò non di meno, al di là degli splendidi panorami di un Canada ghiacciato il film resta però opaco e senza anima. Manca assolutamente quella Magia che rende credibile ed accettabile la storia. Soffre di piattezza visiva e narrativa, la sceneggiatura è fiacca e presenta quindi notevoli lacune nell’evoluzione narrativa ed alcuni sviluppi sono implausibili. I mezzi a supporto del film sono poi veramente scarsi e gli effetti speciali sembrano quelli dei film di alcuni decenni fa. Oltre Neeson c’è il vuoto e la regia priva di scatti per tenere alta la tensione è impotente davanti alle tante carenze e si limita solo a filmare senza mai veramente emozionare o minimamente riuscire mai a coinvolgere. Non scatta mai “la sospensione dell’incredulità”!
Quindi un prodotto senza pretese, un piccolo, piccolo film di serie B “all’antica”, ove tutto è tanto non credibile quanto anche tanto prevedibile. Peccato! Poteva essere una versione moderna e nordica del Salario della Paura di Clouzot

data di pubblicazione:16/09/2022

Top Gun Maverick 

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L’Uomo di Ghiaccio

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L’IMMENSITÀ di Emanuele Crialese, 2022

L’IMMENSITÀ di Emanuele Crialese, 2022

Reduce dalla recente presentazione al Festival di Venezia, esce nelle sale L’immensità di Emanuele Crialese che vede come protagonista Penélope Cruz nella parte di una moglie e madre di tre figli nella Roma degli anni ’70, quando in Italia Raffaella Carrà imperversava in TV con la sua Rumore e ballava sulle note di Prisencolinensinalciusol cantata da Celentano.

 

 

Siamo a Roma, in un nuovo quartiere ancora in costruzione, dove vive una famiglia benestante con tre figli. Al di là di un cannetto sottostante il palazzo c’è un insediamento di baracche dove abitano anche nuclei familiari di operai, gli stessi che verosimilmente lavorano nei cantieri della zona. Clara e Felice si sono da poco trasferiti nel loro nuovo appartamento, ma è palese che il loro matrimonio è al capolinea: niente li lega più se non il fatto di avere tre figli, tra cui la dodicenne Adriana detta Adri, che vorrebbe essere chiamata Andrea. Clara è l’unica a non ostacolare la figlia, seguendola in questo suo “percorso” con gioia e fantasia, sino al punto di diventare lei stessa un essere ingombrante per il marito (Vincenzo Amato), autoritario ed infantile, e per l’intera famiglia di lui.

Emanuele Crialese con questo suo nuovo film che esce nelle sale dopo molti anni di assenza, ha dato un ruolo decisamente centrale alla scelta musicale inserendo canzoni che sono state la colonna sonora di quegli anni e che in qualche modo ne identificano il clima, la mentalità corrente, a cominciare dal titolo stesso (dalla canzone di Don Backy che ci accompagna sui titoli di coda), o nell’interpretazione da parte di Clara ed Adriana di Love Story nella cover a quei tempi cantata con un certo pathos dalla coppia Patty  Pravo e Jonny Dorelli. C’è molta attenzione da parte del regista anche nel tratteggiare il carattere dei personaggi, tra cui sicuramente primeggia Penélope Cruz-Clara ingaggiata dal regista lo scorso anno proprio a Venezia, in occasione della presentazione di Madres Paralelas di Almodóvar che le valse la Coppa Volpi: “come tutti i miei lavori, anche L’immensità è un film sulla famiglia: sull’innocenza dei figli, e sulla loro relazione con una madre che poteva prendere vita solo nell’incontro, artistico e umano, con Penélope Cruz, la sua sensibilità, la sua straordinaria capacità di interazione con tre giovanissimi non attori”.

A conclusione, tuttavia, anche se L’immensità non potremmo definirlo semplicemente un film sull’identità di genere seppur commuova scoprire in esso una forte componente autobiografica confermata dallo stesso regista, ma piuttosto su certe dinamiche familiari in un’Italia ancora in forte dissenso con la legge divorzile introdotta nel 1970, il film passa sullo schermo senza regalarci le emozioni che ci saremo aspettati, non riuscendo minimamente ad eguagliare la magia di Nuova Mondo e Respiro, né l’urgenza del poetico Terraferma. Crialese apre le porte a molte tematiche senza mai pigiare il piede sull’acceleratore, lasciando tutto in sospeso, generando un senso di non appagamento alla fine della proiezione.

data di pubblicazione:15/09/2022


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IL SIGNORE DELLE FORMICHE di Gianni Amelio, 2022

IL SIGNORE DELLE FORMICHE di Gianni Amelio, 2022

É un film sobrio, raffinato e profondo Il signore delle formiche di Gianni Amelio, a cominciare dal titolo che pone l’accento innanzitutto sull’amore per la ricerca di Aldo Braibanti (Luigi Lo Cascio) come studioso di mirmecologia, oltre che come filosofo e artista, vissuto e processato sul finire degli anni sessanta per plagio, vittima di un’Italia che ci sembra così lontana, ma che in realtà non lo è, intrisa di perbenismo e cattolicesimo bigotto.

Denunciato dalla famiglia del ventitreenne Ettore (nome di finzione per indicare Giovanni Sanfratello) con l’accusa di averlo plagiato per poi abusarne sessualmente, Braibanti nel 1968 (un paradosso considerando la contestazione collettiva) fu condannato a nove anni di reclusione – poi ridotti a due per i suoi meriti di partigiano – mentre la famiglia del giovane “condannò” Ettore ad una reclusione in ospedale psichiatrico per curare la sua devianza con l’elettroshock. Il film, rispettoso nel ricostruire i fatti di cui Aldo Braibanti rimase vittima, è uno spaccato della società dell’epoca in cui si pensava che “se sei omosessuale, o ti curi o ti spari” (citazione derivante da un ricordo dello stesso regista), e che fosse inutile la protesta per argomenti come l’omosessualità perché “le contestazioni si fanno per il Vietnam non per gli invertiti”.

Amelio ci parla di diritti violati in quanto durante il processo l’opinione pubblica era in accordo con l’accusa, mentre l’avvocato della difesa “rideva” durante le sedute in aula, trovata scenica questa per evidenziare la sua quasi inutilità di fronte ad un epilogo in cui tutto sembrava già deciso. Ma il regista sottolinea anche come la strada per la tutela dei diritti civili in genere sia ancora lunga e dolorosa: nel film, durante una contestazione di giovani nelle fasi finali del processo, c’è un’apparizione di Emma Bonino com’è oggi affinché fosse riconoscibile la sua figura, e ciò non solo per ricordare tutte le lotte per i diritti civili fatte dal Partito Radicale, ma anche per inviare un messaggio molto chiaro ed attuale: le battaglie per la tutela o l’ottenimento dei essi sono importanti e vanno combattute.

Il cast di attori è davvero di livello alto: Lo Cascio e l’esordiente Leonardo Maltese danno prova di grande bravura soprattutto negli assoli; ben centrato anche Elio Germano nel ruolo di Ennio, un giornalista de L’Unità che si reca sovente in carcere a trovare l’imputato più per esortarlo a reagire che per intervistarlo: “il fascismo era reale: deportavano, torturavano, uccidevano. Tutto questo invece mi sembra una farsa.”

Nel 1968, Aldo Braibanti venne condannato in base all’articolo 603 del Codice Penale che perseguiva il reato di plagio: ”chiunque sottopone una persona al proprio potere, in modo da ridurla a uno stato di soggezione, è punito con la reclusione da cinque a quindici anni”. Fu l’unico caso in cui venne applicato, prima di essere abolito nel 1981 perché incostituzionale e pertanto di fatto cancellato dall’ordinamento giuridico penale.

data di pubblicazione:09/09/2022


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