da Paolo Talone | Apr 15, 2024
con Matteo Baronchelli, Stefano Braschi, Vittorio Bruschi, Jacopo Cinque, Gianni D’Addario, Lucio De Francesco, Alessio Esposito, Lorenzo Garufo, Amedeo Monda, Laura Pannia, Donato Paternoster
(TeatroBasilica – Roma, 11/28 aprile 2024)
Debutta in prima nazionale il classico schilleriano nella lettura irriverente di Michele Sinisi. Una esplosiva miscela di talenti che fa letteralmente ribaltare il TeatroBasilica di Roma. La bellezza del saper fare teatro attraverso un testo dal profondo valore poetico (foto di Simone Galli)
I Masnadieri secondo la rielaborazione testuale e la regia di Michele Sinisi e Tommaso Emiliani è tutto tranne che una tragedia. O meglio, ne conserva i tratti. Ma non è la rappresentazione del dramma così come appare sulla pagina che interessa questa stravagante rilettura. Protagonista indiscusso è il teatro nei suoi molteplici significati e funzioni. Come luogo fisico e spazio di aggregazione. Come strumento di lettura e interpretazione della complessa commedia umana. Come arte che si realizza unicamente mettendo insieme una pluralità di talenti e mestieri. Ed è dalla fusione di più realtà impegnate nella produzione teatrale a livello nazionale che prende forma questo imperdibile spettacolo. Intanto il Gruppo della Creta, che ha sede proprio al TeatroBasilica di cui ne cura la gestione. Poi la compagnia di innovazione Fattore K e il Centro di produzione teatrale milanese Elsinor, legato al teatro Fontana.
Le chiavi di lettura sono l’ironia e il gioco. Il testo conserva la sua potenza poetica, ma non è sorretto da nessuna impalcatura di finzione. Semmai è commentato in maniera irriverente dalle continue intromissioni che ne smontano il dato distruttivo e tragico. Tra gli espedienti usati la ripetizione e soprattutto una sottolineatura grottesca della provenienza regionale nell’inflessione dialettale di alcuni degli attori. Parricidi, fratricidi, assassinii e violenze vengono smorzati da una risata dissacrante. E per contrasto mostrano che i sogni, le ambizioni, le gelosie, le battaglie che animavano l’uomo della fine del Settecento sono validi ancora oggi. La storia non è ferma in nessun punto.
Michele Sinisi svela fin da subito il meccanismo magico della scena, cancellando ogni possibile illusione e mostrando la verità del fare teatro. L’originale struttura drammaturgica viene smantellata e ricomposta seguendo uno schema originale, geniale, creativo. Il capolavoro giovanile dell’autore tedesco perde il suo riferimento storico e comunica direttamente con la nostra epoca. Rimane una debole traccia del passato nei costumi di Giulia Barcaroli. Pezzi di abbigliamento cinquecentesco o ottocentesco tirati fuori dal baule di chissà quale spettacolo sono pallidi indizi su abiti moderni, gli stessi che indossiamo noi spettatori.
Entrando in sala la prima cosa che si nota è la luce diffusa che dal palco arriva alla platea. Gli attori sono già in scena, seduti ai bordi, in attesa di entrare. Si ha la sensazione lo spettacolo non sia ancora pronto, che l’atto fondativo della prima scintilla creativa debba ancora brillare. E infatti, attraverso un espediente epico, gli attori si presentano al pubblico con il loro nome, cognome e età. Sono artisti prima ancora di trasformarsi nel personaggio e di percorrere le infinite possibilità dell’interpretazione. Sono amici pronti a condividere un sorso di birra (di lattine vuote è cosparsa la scena di Federico Biancalani). In amicizia, sulla scena, nessuno pesta i piedi dell’altro, nessuno è il migliore perché è la squadra che vince. Lasciate dunque il palco a questa irriverente masnada di pazzi e godetevi lo spettacolo.
data di pubblicazione:15/04/2024
Il nostro voto: 
da Antonio Jacolina | Apr 15, 2024
Ed. Altromondo 2024
Nei giorni scorsi sotto l’egida del Comune di Roma si è tenuto negli splendidi saloni di Palazzo Merulana e nella Biblioteca Enzo Tortora un doppio appuntamento per la presentazione del libro di vivissima attualità di Maria Vittoria Sbordoni. L’Autrice, docente universitaria in Master Internazionali sulla Cooperazione, ha anche collaborato attivamente per anni come project manager con ONG italiane ed internazionali. Ha quindi accumulato esperienze culturali e concrete operando direttamente sul campo nei Paesi ove si stavano realizzando progetti di cooperazione allo sviluppo. La stasi creata dalla pandemia e la pausa di riflessione forzata hanno dato alla Sbordoni l’opportunità di rivedere e condividere le proprie esperienze, valutazioni ed analisi critiche accumulate. Eccoci allora restituiti vivacemente i luoghi, le persone, i conflitti, le emergenze e soprattutto le relazioni umane instauratesi fra le difficoltà.
Un testo che ci porta in 21 Paesi, in Sudamerica, in Africa Orientale, nel martoriato Medio Oriente, in Cina e in Cambogia. Appunti di viaggio il cui titolo si ispira ai murales con grandi formiche nere apparsi a Rosario (Argentina) in ricordo di un volontario ucciso dalla repressione poliziesca durante le proteste per il carovita. Il suo motto era “Lavorando insieme come le formiche possiamo cambiare il mondo!”.
Un quadro aggiornato con ricche testimonianze ed informazioni sulla realtà di ogni Paese, sui problemi insoluti e sulle loro conseguenze sui flussi migratori. Un’opportunità per conoscerne le cause strutturali e congiunturali. Una proposta per una più efficace cooperazione allo sviluppo.
Lo studio della Sbordoni è utile per comprendere e prepararci ad una realtà ineludibile che sarà al centro delle politiche economiche, sociali e culturali della nostra Europa.
Il libro è scorrevole e coinvolgente e certamente potrà interessare anche ai non addetti ai lavori.
data di pubblicazione:15/04/2024
da Daniele Poto | Apr 14, 2024
regia di Carlo Emilio Lerici, con Rodolfo Laganà e Sandra Collodel
(Teatro Ciak – Roma, 12/21 aprile 2024)
Il tragico bombardamento di San Lorenzo risuona ancora nelle menti e nella drammaturgia innescata dal ben noto prolifico e fecondo Gianni Clementi. Ma un sorriso gioviale accompagna l’atto di guerra attraverso il dialogo intimo, quasi una confessione, tra un sacerdote e una sua parrocchiana fin troppo fedele.
A sipario chiuso intermezzi di un atto sessuale. Ma la sorpresa è quando l’azione rivela che uno dei due protagonisti è un prete. Che quando cadono le bombe cade in preda a un’amnesia vera o finta che sia e si ritrova in mutande bloccato da una pesante trave. Il fermo immagine della scena è funzionale all’attuale condizione di immobilità di Laganà, alle prese con una feroce sclerosi multipla che non gli ha tolto la gioia di vivere e di recitare. Così il peso dei movimenti e della vivacizzazione della scena è tutta affidata all’indubbia bravura della Collodel. I testi sono all’altezza della situazione drammaturgica tra la paura di essere scoperti e la malizia dovuta all’insolito incontro ravvicinato. Puro succo di teatro fecondo con finale imprevedibile. C’è di mezzo anche la voce del Papa e l’indubbia eco che suscitò in Roma l’accaduto. Clementi è tradizionalmente vicino a questi tempi e ha pescato gli interpreti giusti per restituire un’emozione profonda che si rianima in vicinanza dell’iconico 25 aprile. La scena è quanto di più veritiero si possa immaginare in un catafascio di rovine e di confusione. Si ondeggia tra il sacro e profano. Con ostie che servono a sfamare i due protagonisti, se non consacrate, ma che diventano cibo religioso con la comunione. E il prete non può dimenticare fino in fondo di essere anche un uomo. Religione e carnalità fanno ping pong agitando quella contraddizione che è perfetta sintesi teatrale.
data di pubblicazione:14/04/2024
Il nostro voto: 
da Antonio Jacolina | Apr 14, 2024
Chi ama la Settima Arte sa che il Cinema è uno strumento eccezionale per illustrare e conoscere la pluralità dei codici culturali dei vari Paesi produttori. Tra le tante cinematografie mondiali i cinefili non potranno di certo trascurare quella francese. I tanti capolavori del suo passato hanno fatto la Storia del Cinema. La quantità, qualità e varietà della sua produzione recente ne fanno l’attualità.
Quale migliore occasione quindi per gli appassionati per vedere o rivedere i grandi Classici oppure gustare in anteprima rispetto all’uscita in sala le ultime novità e successi della cinematografia d’Oltralpe. Le proiezioni organizzate dall’Istituto Francese si svolgono nell’ampia e tecnologicamente avanzata sala del Centro Culturale in Largo Toniolo a Roma. Gli appuntamenti si susseguono ogni anno da Settembre a Maggio per un totale di circa 100 film a Stagione. Tutti i film sono in V.O. e sottotitolati in italiano. Ogni venerdì alle 19.00 si tiene un cineforum introdotto da un esperto di cinema o dagli stessi Autori per un approfondimento critico.
Una grande opportunità per un viaggio attraverso la cinematografia francese che coinvolgerà di sicuro gli appassionati. Il Programma con i giorni e gli orari di proiezione si può consultare sul sito dell’Istituto o nelle locandine presso il Centro Culturale Francese.
data di pubblicazione:14/04/2024
da Rossano Giuppa | Apr 12, 2024
(TEATRO INDIA- Roma, 9/21 aprile 2024)
In scena al Teatro India di Roma, dal 9 al 21 aprile, lo spettacolo Giunsero i terrestri su Marte. Una missione interplanetaria su Marte termina in tragedia in quanto i giovani e valorosi astronauti vengono dati per dispersi. Ma cosa è successo davvero sul quel pianeta misterioso? Colpa di fantomatici marziani? Un racconto che prova ad indagare sulla scomparsa degli astronauti, ma anche una riflessione sul desiderio del nuovo e dell’ignoto, sul fascino del futuro tra desiderio e paura (foto Claudia Pajewski).
Giulia Heathfield Di Renzi, Gaia Rinaldi e Francesco Russo sono gli eroici astronauti che, nel corso di una missione interplanetaria su Marte, hanno tragicamente perso la vita.
Immagini e speaker raccontano la misteriosa scomparsa dell’equipaggio di una spedizione privata italo-cinese sulla superficie del pianeta rosso. Le domande che sorgono sono molte: chi sono i marziani che i terrestri potrebbero aver incontrato? Qual è la ragione di questa iniziativa spaziale?
Marte e la corsa allo spazio diventano così un territorio metaforico per una drammaturgia inedita a cura di Pierfrancesco Franzoni e Giacomo Bisordi, per una produzione del Teatro di Roma e del Teatro Nazionale.
La discesa, l’esplorazione del pianeta, la bandiera da piantare in segno di conquista scandiscono gli istanti prima della morte che dilatano il tempo per fare emergere i ricordi, riesumando le immagini dell’infanzia, del tempo del gioco, delle corse, dei palloncini, della corda, del ping pong, di Pippi Calzelunghe, mentre l’aria comincia a mancare.
Marte è il non luogo che è anche il desiderio umano di superare le barriere della conoscenza, un mondo che finora nessuno ha avuto modo di conoscere e calcare: esiste come archetipo di desideri, di sogni, paure e illusioni ma anche di distacco dagli affetti e dall’identità detenuta.
data di pubblicazione:12/04/2024
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da Paolo Talone | Apr 11, 2024
(Teatro La Comunità – Roma, 3/21 aprile 2024)
Ancora prima che nella dicotomica formula uomo-donna, l’umanità è divisa in femmine e maschi. È questa l’equazione base da cui parte ogni possibile interazione o combinazione. E assume una forma primitiva ed esemplare anche il contesto storico scelto da Giancarlo Sepe per il suo nuovo lavoro: la liberale e democratica Repubblica di Weimar. Con Femininum Maskulinum riapre al pubblico la storica sala romana del teatro La Comunità fondata nel 1972. Allora come oggi baluardo dell’avanguardia teatrale italiana (foto di Manuela Giusto)
La chiara differenza tra i sessi se osservata bene in realtà cela una sorta di ambiguità. Donne androgine e uomini effeminati danzano mostrando una vulnerabilità e una violenza che hanno matrice nella ribellione. Un effimero e grottesco tentativo di rivalsa rispetto a una guerra che si è persa. Femininum Maskulinum è un affresco in gesti e musica che ritrae il disfacimento umano nella Repubblica di Weimar. La società ha ancora addosso i segni della deflagrazione del primo conflitto mondiale. La scena di Carlo De Marino (realizzata dal laboratorio di scenografia del Teatro della Pergola di Firenze) è lo scolo di un sobborgo berlinese dalle pareti insudiciate, dove dalla penombra emerge un’umanità disorientata, inconsapevole dell’imminente rovina. Quando il nazionalsocialismo arriva, minaccioso come una nuvola carica di temporale, trova già una situazione votata al fallimento.
I semi della decadenza sono ovunque. Dalla fragilità dei corpi nudi, che è anche debolezza intellettuale e filosofica, all’ossessione per la musica come distrazione e deterrente (la complessa architettura musicale è di Davide Mastrogiovanni). Effimera è la parola. Lo spettatore è osservatore prima ancora che uditore. Il nutrito gruppo attoriale – composto da Sonia Bertin, Alberto Brichetto, Lorenzo Cencetti, Chiara Felici, Alessia Filiberti, Ariela La Stella, Aurelio Mandraffino, Giovanni Pio Antonio Marra, Riccardo Pieretti, Alessandro Sciacca, Federica Stefanelli e dall’immancabile Pino Tufillaro, con Sepe dai tempi di Allegro cantabile (1974) – è materia plasmata, violentata, ridotta allo stremo. Un collettivo fracassato di piccoli borghesi in rovina e prostitute che si lascia però modellare dalle sapienti mani del regista.
Il modello culturale di riferimento dei berlinesi di quel tempo è l’America, a cui si guarda con ammirazione e imitazione. Meta per i fuggiaschi come Billy Wilder e Thomas Mann. Ma anche il paese oltreoceano cela del marcio. La sognata società americana è in qualche modo corrotta come quella europea. E in questa fenomenologia dell’incoscienza collettiva si scopre qualcosa che ci riguarda. Lasciamo il teatro con addosso un senso di inquietudine e di rifiuto, ma con una nuova consapevolezza. Se non si adotta una visione analitica della realtà di cui facciamo parte, saremo inevitabilmente votati allo sfacelo e alla manipolazione di un potere soverchiante.
data di pubblicazione:11/04/2024
Il nostro voto: 
da Giovanni M. Ripoli | Apr 11, 2024
Il vicequestore Giovanna Guarrasi, trentanovenne palermitana, detta Vanina, viene trasferita alla Mobile di Catania , dopo una brillante carriera nell’antimafia. A Palermo ha lasciato, il ricordo del padre tragicamente ucciso e Paolo Malfitano, magistrato antimafia e suo grande amore. A Catania vuole ritrovare se stessa …
Questa volta tocca a Canale 5 l’ennesima trasposizione in serie TV di romanzi “gialli” di successo in salsa siciliana. Dopo il capostipite, Montalbano sr., dopo Makari, dopo Montalbano jr, è ora il turno della vicequestore Vanina (la bella e brava Giusy Buscemi) a interpretare sul piccolo schermo l’eroina dei romanzi di Cristina Cassar Scalia, autrice originaria di Noto già baciata dal successo in libreria. I tre episodi finora trasmessi sono da considerare prodotti onesti se anche non indimenticabili: ben girati, arricchiti dalle splendide “location” di Catania e dintorni, dai frequenti siparietti gastronomici (qui la fanno da padroni brioche & granite), da sentimenti e relazioni che intercorrono tra i questurini. Gli attori se la cavano con mestiere ed ironia senza strafare , tranne il solito poliziotto scemo “alla Catarella” ormai un must di ogni questura… Dei tre episodi, finora trasmessi, ritengo il secondo Sabbia Nera, il più riuscito anche perché il più aderente al romanzo e il meglio strutturato come impianto poliziesco. Nell’ala abbandonata di una villa signorile alle pendici dell’Etna ancora avvolta da una pioggia di cenere, viene rinvenuto un cadavere mummificato da tempo. La casa è saltuariamente abitata da un bel tenebroso (a Roma si direbbe un “piacione”) che sembrerebbe l’unico erede della dispotica e ricca zia titolare della villa e di altre proprietà.
La bella e sveglia Vanina, con pazienza e un mix tra metodo induttivo e deduttivo, sempre assistita da un ispettore esperto, ma ancor più dal precedente questore in pensione (personaggio ricalcato sul Fermin di Petra Delicado – vedi Alicia Gimenez Bartlett-, antesignana di molte poliziotte), tra un salto a Palermo, per rivedere l’ex, la corte discreta di Manfredi, medico della scientifica, le avances del nipote, Alfio Burrano, giunge alla soluzione del non facile caso.
Degli interpreti ho segnalato il generale buon livello, poco incline ai consueti gigionismi da fiction italica. Bene l’attore e regista Corrado Fortuna che presta il volto a Manfredi, sobrio, Giorgio Marchesi nel ruolo del magistrato Malfitano, come pure Claudio Castrogiovanni, Carmelo Spanò l’insostituibile braccio destro della nostra. Detto dei pregi, non possiamo per questo sostenere che la fiction in questione si elevi oltre uno standard medio, cui le fiction nostrane ci hanno abituato. La confezione è la solita, il menù, già gustato: eroina carina, triangolo amoroso, a smussare l’intrico poliziesco, il costante riferimento al dramma della mafia e del padre ucciso in circostanze da chiarire, qualche inserto musicale e la disarmante bellezza della Sicilia ad amalgamare il tutto. Ovviamente le caratteristiche della serie e la candida bellezza di Giusy Buscemi, già miss Italia, sono sufficienti per un gradimento del pubblico e tanto basta!
Per altri approdi più impegnativi bisogna rivolgersi ai fratelli Cohen!
data di pubblicazione:11/04/2024
da Antonio Jacolina | Apr 11, 2024
Edward Hopper è il pittore che più di ogni altro è riuscito a “catturare” l’America. Silenzioso e misterioso come i suoi quadri ha stimolato l’immaginario collettivo ed influenzato gli ambienti culturali della sua epoca. Ma chi era veramente l’Uomo Hopper?
Phil Grabsky, pluripremiato autore di documentari d’arte, dirige un affascinante docufilm. Un racconto vivo e coinvolgente che cerca di analizzare una personalità artistica ed umana enigmatica. Un uomo segnato dalla complessità del carattere e delle sue poche relazioni personali, affettive e professionali.
Il titolo del film gioca deliberatamente sull’ambiguità. Si riferisce infatti sia al legame del pittore con la moglie sia al suo amore per l’Architettura e per lo stile di vita e la quotidianità dell’America. Il regista si avvale con giusto equilibrio di testimonianze di esperti, di materiali e filmati d’archivio e soprattutto di diari personali. Entra così nella vita dell’artista e nei suoi rapporti con la moglie Jo. Non si può infatti comprendere chi realmente fosse Hopper se non si comprende il valore particolare della sua relazione amorosa. Jo era anche lei una promettente pittrice che rinunciò alla propria carriera per dedicarsi totalmente al marito. Compagna di vita, musa, modella, agente e manager in un legame assoluto molto complesso e con un equilibrio precario fra sottomissione e dominazione.
L’Uomo Hopper si rivela quindi un solitario, taciturno e fortemente introspettivo che però resta ancora enigmatico. La sua vita e le sue esperienze formative scorrono come un lungo filo. Dalla natia Nyack, passa per New York per arrivare ai contatti con gli ambienti impressionisti e neorealisti di Parigi. Un filo che si riunisce poi a New York ed a Cape Cod.
Il ritmo narrativo del film è sempre vivace, mai noioso. L’autore sa ben tenere vivo l’interesse e la curiosità combinando sapientemente le interviste, le riprese originali e l’illustrazione dei quadri più significativi. Una vera biografia in cornice. Hopper è infatti tutto nel silenzio, nell’attimo sospeso e nelle atmosfere metafisiche della sua produzione pittorica. Vera proiezione su tela dei suoi sentimenti.
Un film interessante ed affascinante che conferma anche quanto il Cinema sia debitore verso Hopper. È a lui che si rifanno infatti le luci, gli ambienti e le atmosfere di gran parte dei migliori noir e polizieschi americani. È a lui che si sono ispirati registi del calibro di Hitchcock, Antonioni, Wenders e Lynch.
data di pubblicazione:11/04/2024
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da Daniele Poto | Apr 10, 2024
regia di Leonardo Lidi con Giordano Agrusta, Maurizio Cardillo, Ilaria Falini, Angela Malfitano, Francesca Mazza, Mario Pirrello, Tino Rossi, Massimiliano Speciani, Giuliana Vigogna, scene e luci di Nicolas Bovery, costumi di Aurora Damanti, suono di Franco Visioli. Produzione Teatro Stabile dell’Umbria in coproduzione con Teatro Stabile di Torino-Teatro Nazionale Spoleto Festival dei Due Mondi
(Teatro Vascello – Roma, 9/14 aprile 2024)
Seconda tappa del progetto Cechov pattuito in collaborazione anteprima con il Festival di Spoleto. L’ironia sottile del drammaturgo russo qui diventa aperta irrisione di un costume antico nel segno dei tempi che cambiano.
Non ci si attenda nella seconda puntata il puntuale rispetto della tradizione. Per affabulazione, costumi, ritmo. Figurarsi, c’è persino un paziente cane in scena che sembra assecondare i movimenti dei protagonisti. Un professore spompato che spesso controlla l’andamento del proprio pene è l’ipotetico centro di una dimensione parafamiliare. Ma è un centro fittizio perché attorno a lui tutti tradiscono, irrorati dall’irrequietezza di Zio Vanja. Amori non corrisposti e febbrili pulsioni sessuali mentre attorno c’è una Russia che cambia ma che sarebbe un eufemismo definire moderna. Quando i protagonisti posano tutti insieme per una virtuale immagine del gruppo sembra balenare la fedele riproduzione di un quadro di Hopper. Parrucche e camuffamenti sobri. Ecco il balenare di una modernità che fa fatica a comparire sia pure preannunciata da qualche vagito. Età media in platea sorprendentemente bassa nel segno di rispetto di una compagnia che non tradisce nella chiarezza del proprio proposito. Far si che la corrosione satirica sia la spinta centrale di uno sviluppo che ha pure un suo plot, un suo filo sotterraneo in cento minuti di scena. Sinergia drammaturgica molto collaudata e scena basica. Apparire e sparire, voci anche senza corpi. E scene mute altamente significative ancorché spiazzanti e amene. Una citazione particolare per l’interpretazione sulfurea di Massimo Speciani.
data di pubblicazione:10/04/2024
Il nostro voto: 
da Antonio Iraci | Apr 10, 2024
Rosa, chiamata così in onore della rivoluzionaria socialista Rosa Luxemburg, lavora come infermiera presso un ospedale di Marsiglia. Vive in un quartiere popolare, pieno di locali etnici, dove il figlio più giovane ha un bar frequentato da esuli armeni. Dopo il crollo di due edifici fatiscenti, decide di entrare in politica per difendere i diritti dei poveri e degli immigrati senza fissa dimora…
Il regista, molto noto in Francia per i suoi film a sfondo sociale per lo più ambientati a Marsiglia, prende spunto per questo lavoro da un fatto realmente accaduto. Nel 2018, nella parte vecchia della città, crollarono due palazzi fatto questo che sconvolse letteralmente l’opinione pubblica. Vi furono infatti proteste da parte degli abitanti del quartiere che attaccarono con veemenza le istituzioni per aver sistematicamente trascurato la sicurezza degli edifici. Guédiguian ama raccontare facendo nello stesso tempo politica. I vari personaggi non hanno certamente timore di manifestare le proprie idee sinistrorse nei confronti di un certo establishment, sordo alle esigenze delle classi più povere. Il regista si avvale di figure di grande spessore come Jean-Pierre Darroussin, Robinson Stévenin, Gérard Meylan e soprattutto della bravissima Ariane Ascaride, nei panni della protagonista Rosa, nonché sua moglie nella vita privata. Ci sono certo altri personaggi che ruotano intorno a questa storia che in effetti comprende varie storie che si intrecciano tra di loro. Si inizia con filmati di repertorio sul crollo e si finisce nella stessa piazza dove al centro troneggia il busto di Omero. Se la leggenda narra che fosse cieco, tuttavia è lì pronto ad ascoltare le proteste di chi ha perso tutto, i propri affetti e le proprie case. Vi è anche lo spunto per parlare della diaspora armena e degli sforzi di quel popolo per difendere con orgoglio la propria identità. Un film intelligente, recitato bene e che si segue con interesse perché parla anche di amore, un amore che è fuori dal tempo. Tutto ciò sconvolgerà la vita di Rosa, aiutandola a superare le delusioni e a incoraggiare i suoi entusiasmi. Il film è stato presentato durante l’ultima edizione della Festa del Cinema di Roma dove ha ottenuto un meritato riconoscimento.
data di pubblicazione:10/04/2024
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