C’è un modo di dire corrivo ma esauriente: ne ha viste più di Carlo in Francia! Trovatemi per analogia un giornalista nostrano che in capo a 65 anni di attività abbia un agenda telefonica (ora su smartphone) ricca come quella di Gianni Minà. Che detiene un altro primato aziendale in Rai: 17 lunghi anni di gavetta senza essere assunto. Amico di Pietro Mennea, di Diego Armando Maradona e del Papa in un filo crosso di connessioni ideologiche note solo a lui che riuscì a intrattenere per tutta una notte Fideò Castro pur di montare un’intervista scoop. Coraggio, empatia e sprezzante disistima del pericolo le qualità innate del cronista da battaglia che, partito da Torino, ha girato il mondo riempiendolo con le proprie passioni sudamericane e con il vivo senso della professione. Liquidato dalla Rai in un amen quando il ventennio berlusconiano gli ha scavato la fossa sotto i piedi. Come possono raccontare anche Luttazzi, Travaglio e Santoro. Ma il meglio era giù venuto, sotto la bandiera di Arbore, di illuminati esperimenti dell’azienda di Stato. Minà era capace di riunire in una notte romana nel più noto ristorante di Trastevere Robert De Niro, Muhammad Alì, Gabriel Garcia Marquez e Sergio Leone. In quella compendiosa foto c’era tutto Minà e il suo potete di fascinazione. Cronista d’assalto, incapace di fare il direttore, come dimostra la sua infelice esperienza a Tuttosport (testata mai nominata nel corso del libro). Le foto parlano più del testo. Un libro nato con una genesi lunga e difficile. Minà oggi over 80 si è avvalso della decisiva complicità di Fabio Stassi che ha registrato queste fluviali confidenze di una vita. A ruota libera, con un copione in divenire spezzettato in tanti capitoli, altrettanti flash di una ininterrotta esperienza professionale. Minà era l’anti-Marzullo, nemico della sedentarietà, delle frasi fatte, inevitabile nemico del potere costituito, in primis quello dell’imperialismo americano.

data di pubblicazione:04/05/2021

Share This