ARSA di Masbedo, 2025

ARSA di Masbedo, 2025

Arsa è una ragazza molto scontrosa che vive in una casupola in mezzo a una riserva naturale di Stromboli. Ha scelto di vivere in maniera solitaria a contatto con la campagna e il mare. Spesso si aggira sulla spiaggia a raccattare ciò che la gente ha dimenticato o che il mare ha restituito. La sua mente vaga tra i ricordi della prima infanzia quando il padre le raccontava, per farla addormentare, storie di terribili mostri…

Masbedo è un duo artistico composto da Nicolò Massazza e Iacopo Bedogni. In Arsa, che è il nome della protagonista, i registi raccontano la storia di una ragazza che decide di isolarsi da tutto e da tutti. Concentrata a elaborare la perdita del padre, uno scultore poco talentuoso ma di grande immaginazione. Anche lei ha una vena artistica che dimostra trasformando semplici materiali raccattati sulla spiaggia. Costruisce la sua vita ai margini della vita, in una natura contaminata dagli uomini e che lei stessa cerca di ripulire liberandola da ogni sporcizia. Un racconto onirico costruito su spazi ristretti dove Arsa (Gala Zohar Martinucci) si muove come un animale selvatico in cerca di una tana dove rifugiarsi. Lei in effetti ora ne ha una di tana, che difenderà da ogni intruso. Il film si concentra sul rapporto tra l’uomo e la natura, tra cielo e mare, tra arte e inquinamento sociale. Un’ambientazione perfetta dove però la storia traballa in virtuosismi talvolta eccessivi. Un esercizio di stile vero e proprio, forse esageratamente ambizioso. Anche l’incontro scontro tra la ragazza e Andrea (Jacopo Olmo Antinori), sull’isola insieme ad altri due amici alle prime armi nel cinema, sembra troppo costruito. I Masbedo hanno forse troppo indugiato sulla sceneggiatura e ne hanno ridimensionato il lato creativo e immaginifico. La protagonista si presenta nella sua essenzialità per difendersi dal mondo esterno che la circonda e per confermare la propria scelta di vita. Il suo isolamento è voluto, non obbligato. Un film poetico pensato anche troppo e per questo che risulta artificioso e inutilmente didascalico. I lunghi tempi di osservazione da parte della ragazza non giovano alla narrazione e sembrano compromettere il significato profondo che i registi volevano trasmettere. In Arsa c’è una propria elaborazione del lutto da parte della giovane che non dimentica la figura paterna, complessa e fragile nello stesso tempo. Un padre che non rispecchia i canoni a cui siamo abituati ma che è quasi fiero della propria fragilità. Un padre che non ha bisogno di mostrare la propria autorità, ma piuttosto di insegnare il bello della creatività. La scoperta di una statua classica sul fondale del mare, un segreto non svelato e vissuto come esclusivo, non sono elementi sufficienti a rendere il plot decisamente coinvolgente.  Il film era stato presentato in anteprima all’ultima edizione della Festa del Cinema di Roma.

data di pubblicazione:25/04/2025


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UNTIL DAWN – FINO ALL’ALBA di David F. Sandberg, 2025

UNTIL DAWN – FINO ALL’ALBA di David F. Sandberg, 2025

Clover, con alcuni amici, è alla ricerca della sorella Melanie scomparsa da un anno in situazioni misteriose. Si recano pertanto nella valle, dove sembrerebbe che la ragazza sia stata vista l’ultima volta, per cercare una risposta a quanto accaduto. Occupata una casa abbandonata, i ragazzi presto saranno nelle mani di uno spietato assassino che potrebbe avere a che fare con la sparizione di Melanie…

Until Dawn, diretto dal regista svedese David F. Sandberg, è tratto dall’omonimo videogioco survival horror pubblicato da Sony Computer Entertainment in esclusiva per PlayStation. Non è la prima volta che si riproduce al cinema l’atmosfera di un gioco in cui il gamer interagisce con le immagini, lasciandosi coinvolgere emotivamente. Nel film in questione lo spettatore, pur non avendo a disposizione una tastiera, si troverà comunque a essere parte attiva. Proprio come in un loop temporale dove gli stessi protagonisti dovranno affrontare ripetutamente le efferatezze di un crudele assassino. Per gli appassionati del genere horror/splatter il film potrebbe suscitare un grande interesse anche se le situazioni proposte sembrano ripetersi senza soluzione di continuità. Il plot per la verità non presenta novità di rilievo rispetto ad analoghi film già visti e rivisti in passato. Trovando ispirazione nel videogioco, il regista sviluppa un mix di ambientazioni prestate e solo in parte rielaborate con il risultato di creare scene prevedibili. Pieno di strane creature, frutto di un design inquietante, che rincorrono senza un perché i giovani protagonisti, come veri morti viventi dalle fattezze raccapriccianti. Difficile seguire la linearità di una trama perché il film va preso per quello che è, un horror pieno di brividi ma decisamente non geniale. Il cast si compone di attori quali Ella Rubin, Odessa A’zion, Michael Cimino, Ji-young Yoo, Belmont Cameli e Maia Mitchell. Sicuramente bravi che però non salvano le sorti di un film ai limiti della banalità. Non sembra riuscito il tentativo di adattare Until Dawn alla dinamica del gioco. Del resto era logico che si dovessero trovare dei nuovi strumenti non potendosi creare lo stesso tipo di intervento interattivo. Il regista cerca di introdurre nuovi personaggi e nuove azioni per colpire l’immaginario dello spettatore ma la pellicola non decolla e lascia sicuramente disorientati. Non si capisce in fondo la figura del serial killer che assume varie forme mostruose e che si trasforma continuamente insieme all’ambiente circostante. Ci si sforza invano di avvertire quell’energia che dovrebbe fare percepire il senso autentico del terrore e della morte.

data di pubblicazione:24/04/2025


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THE ACCOUNTANT 2 di Gavin O’Connor, 2025

THE ACCOUNTANT 2 di Gavin O’Connor, 2025

Chriss Wolf (B.Affleck) il brillante contabile neurodivergente, viene contattato da Marybeth (C. Addai- Robinson) per risolvere l’omicidio del suo ex capo e mentore. Si imbattono in una rete internazionale che sfrutta i migranti. Chriss chiede allora aiuto al fratello Braxton (J. Bernthal). Insieme affronteranno i criminali…

 Diciamolo subito, The Accountant 2 si inserisce a pieno titolo nelle non numerosa schiera dei sequel che superano il precedente. Dopo il sorprendente successo di pubblico e critica del primo The Accountant (2016) si è ricomposta infatti la stessa squadra vincente: direttore, sceneggiatore ed interpreti. Il regista O’Connor conferma da una parte le proprie collaudate capacità di dirigere un buon Action Movie ma, dall’altra, dimostra anche di saper cogliere l’intuizione geniale del nuovo Script. Gioca infatti con abilità ed umorismo sullo sviluppo dei caratteri dei protagonisti sottolineandone idiosincrasie, goffaggini e fragilità facendo così emergere con ironia le diverse personalità dei due fratelli. Il risultato è un’efficace ed equilibrata alternanza di azioni adrenaliniche e sparatorie con situazioni comiche paradossali. E’ questa la scommessa vincente. Aver puntato sull’alchimia fra i due caratteri e fra i due killer. Un gioco di contraddizioni e di opposti. Un risultato interessante, coinvolgente e divertente. Un film di azione stravagante a tratti duro e violento e contemporaneamente anche una Buddy Comedy. Al centro l’incontro fra i due fratelli, i loro vecchi traumi, il passato, le fragilità. Il duo Affleck e Bernthal in stato di grazia sostiene il film e va alla meraviglia. Hanno carisma, si divertono e divertono con le loro prestazioni ricche di sfumature. Sono credibili e i loro giochi e scambi di battute, tutte ben scritte, funzionano perfettamente, intrigano e, al contempo, esaltano il rapporto di fratellanza. Affleck è insuperabile nelle sue goffaggini o nei tentativi di socializzazione ma Bernthal gli ruba spesso la scena. Le sequenze dei combattimenti, le sparatorie e gli inseguimenti sono tutte di alto livello, ben filmate e ben coreografate.

The Accountant 2 pur senza allontanarsi troppo dal Concept di base è un film più maturo e consapevole del primo ma anche più leggero e divertente. Un audace e riuscito mix di azione ed ironia. Nulla di rivoluzionario o di eccezionale ma certamente un approccio narrativo insolito ed intrigante che soddisferà sia gli spettatori che cercano dei semplici stimoli emotivi sia quelli che apprezzano il buon vecchio cinema di intrattenimento e le storie ben raccontate.

data di pubblicazione:24/04/2025


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30 NOTTI CON IL MIO EX di Guido Chiesa, 2025

30 NOTTI CON IL MIO EX di Guido Chiesa, 2025

Bruno (Edoardo Leo) e Terry (Micaela Ramazzotti) sono separati da tempo. Hanno una figlia, Emma (Gloria Harvey) che Bruno ha cresciuto da solo. L’uomo è molto metodico e cerca di imporre regole che l’adolescente Emma puntualmente disattende e contesta. Anche sul lavoro il suo socio Paolo (Claudio Colica), appassionato di vela, sembra non volerlo stare ad ascoltare spronandolo a prendere la vita con maggior leggerezza. Ma quelle regole sono la corazza di Bruno perché Terry, da tanti anni, vive presso una struttura a causa di un disturbo mentale.

Ma un giorno Angela la psicologa del centro (Anna Bonaiuto) comunica a Bruno che Terry è pronta ad affrontare di nuovo il mondo. Affinché però il reinserimento funzioni, è consigliabile che Terry torni a vivere per un breve periodo in famiglia con gli affetti più cari, suo marito e sua figlia. Solo allora sarà pronta per la sua nuova vita. Quella sorta di convivenza forzata, passaggio obbligato perché Terry non si spaventi più delle proprie fragilità, metterà ovviamente a dura prova Bruno. L’esuberanza e la schiettezza della ex moglie porteranno scompiglio nella sua triste vita, e dovrà inevitabilmente rivedere alcune restrizioni che si era imposto per andare avanti senza di lei.

Guido Chiesa con questa deliziosa commedia romantica affronta con leggerezza temi importanti, legati prevalentemente alla salute mentale e come essa si relaziona con i legami affettivi nella fase della ricostruzione dopo la rottura, mettendo in luce a livello emotivo la complessità di azioni che i due protagonisti sono chiamati ad affrontare. Nel film diventa una metafora potente il fatto che Terry pratichi l’antica arte giapponese del kintsugi (letteralmente “riparare con l’oro”), che consiste nel riparare oggetti in ceramica rotti usando una lacca mista a polvere d’oro. Come accade agli oggetti anche le persone possono “rompersi”, emotivamente parlando. L’applicazione del kintsugi valorizza le crepe rendendole parte della storia dell’oggetto senza cancellarle ma esaltandole, rendendo l’oggetto ancora più prezioso, non più rotto ma trasformato. Così le persone possono colmare le proprie lacerazioni e quelle “crepe” non cancellano l’amore ma lo rendono più prezioso.

Il film si mantiene in equilibrio tra dramma e commedia grazie anche alla coppia di attori che hanno affrontato i loro ruoli con sensibilità e consapevolezza. Entrambi si muovono in quella che potremmo definire la loro zona di comfort: Micaela Ramazzotti ha già affrontato in molti film ruoli similari così come Leo si muove in un terreno a lui non nuovo nell’ambito delle dinamiche di coppia. L’approccio di entrambi è empatico: i loro personaggi ad un certo punto, tra il serio e il faceto, in una specie di scambio di ruoli si mettono nei panni dell’altro scoprendo cose sino ad allora celate. Il risultato di tutto questo è un film gradevole, per tutti.

data di pubblicazione:23/04/2025


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78° FESTIVAL di CANNES – 13-24 Maggio 2025

78° FESTIVAL di CANNES – 13-24 Maggio 2025

” Dopo 130 anni dalla nascita del Cinema, il Cinema è vivo! Viva il Cinema!”

Con queste parole è stato presentato nei giorni scorsi il 78° Festival di Cannes con J. Binoche presidente della Giuria. Sulla Croisette si apre la stagione dei Festival Internazionali sulle cui passerelle scorreranno i film dalle grandi ambizioni ed elevata qualità. Cannes e Venezia sono i due appuntamenti che contano. I più determinanti per valutare quali film avranno maggior successo fra la Primavera, l’Autunno e la fine dell’Anno, il periodo più ambito per arrivare in sala. Se a Venezia si è già all’inizio della campagna per gli Oscar, a Cannes invece si possono riuscire a capire le tendenze e le correnti che caratterizzeranno il Cinema nei mesi a seguire e come quindi orientare il pubblico ed il mercato. Avere successo, un premio o anche solo una buona recensione alla Kermesse o in una delle Sezioni Collaterali consente infatti di avere un volume di pubblicità che accresce l’attrattività a livello mondiale. Sono evidenti quindi i motivi per cui produttori, distributori ed artisti premono per partecipare al Festival. Per selezionare i 18 film en Compétition e gli altri 80 circa ammessi ai concorsi paralleli sono stati preliminarmente esaminati ben 2909 film! Quasi 1/3 dell’intera produzione mondiale annua. Essere a Cannes significa quindi prendere parte ad un evento imperdibile per i professionisti e per gli appassionati. La montée des marches, i 24 gradini sul tappeto rosso che portano al Palais des Festivals è uno dei momenti più emblematici. Un privilegio per pochi, un sogno per molti. Un momento di celebrazione dell’eccellenza dell’industria cinematografica.

Dopo i grandi successi dell’anno scorso, la 78° edizione si preannuncia ricca di novità. Contrariamente alla tradizione non ci saranno i Grandi Maestri del Cinema ma verrà dato spazio ad autori in ascesa e a giovani emergenti confermando così la politica di massima attenzione al rinnovamento generazionale degli spettatori e all’obiettivo del Festival di cogliere il cambiamento ed esserne cassa di risonanza.

Dopo il sorprendente successo di Anora, quest’anno il Cinema Indipendente Americano sarà rappresentato in Concorso dall’eccentrico J. Jarmusch con il suo Father, Mother, Sister, Brother con interpreti del calibro di C. Blanchett, T. Waits e A. Driver. Sempre in concorso segnaliamo poi R. Linklater con Nouvelle Vague (remake di Fino all’ultimo respiro di Godard); il genialissimo W. Anderson con il corale The Phoenician Scheme; A. Aster con il western horror Eddington con E. Stone e J Phoenix; il debutto di K Stewart con The Chronology of Water; gli immancabili fratelli Dardenne con La Maison Maternelle; e, non ultimo, il regista della new wave iraniana J. Panahi (Taxi Teheran) con A Simple Accident.

Fuori Concorso verranno proiettati Mission Impossible – The Final Reckoning con T. Cruise, Vie Privée di R. Zlotowski con J. Foster. e forse Highest 2 Lowest di Spike Lee con D. Washington In Un Certain Regard debutterà alla regia S. Johansson con Eleanor the Great.

A Robert de Niro verrà consegnata la Palma d’Oro per la Carriera.

Il Cinema Italiano è presente con tre film. Sarà in Competizione Ufficiale con Fuori di M. Martone con V. Bruni Tedeschi nei panni di Goliarda Sapienza. Concorrerà nella sezione Un Certain Régard, con Testa o Croce? opera seconda dei giovani talenti A. Rigo de Righi e M. Zoppis e con il road movie Le Città di Pianura del debuttante F. Sossai.

Vedremo se anche quest’anno ci sarà una sorpresa contestata ma di successo e se la qualità dei nostri Autori riuscirà a portare finalmente all’Italia un riconoscimento. Speriamo!

data di pubblicazione:19/04/2025

EDEN di Ron Howard, 2025

EDEN di Ron Howard, 2025

Tra la prima e la seconda guerra mondiale, due utopisti tedeschi, Friedrich Ritter e Dora Strauch lasciano la Germania e vanno a vivere nell’isola di Floriana alle Galapagos. Pensano di sfuggire alla civiltà europea che credono in declino e contano di vivere in quel posto sperduto in perfetta solitudine. Speranza vana. Vengono raggiunti prima dalla famiglia Wittmer e in seguito da una sedicente baronessa con amanti- aiutanti al seguito. La sopravvivenza tra i diversi gruppi non sarà idilliaca.

Gli inizi di Eden si soffermano sull’instaurarsi della vita sull’isola da parte della famiglia Wittmer, padre (Daniel Bruhl), madre (Sydney Sweeney) e figlio cagionevole (Toby Wallace), appena giunti alle Galapagos, per sfuggire al nazismo e seguaci delle idee di Fredrich Ritter. L’ambiente ostile ed il trattamento loro riservato, almeno inizialmente, da parte di Fredrich (Jude Law) e Dora (Vanessa Kirby) smonteranno, sulle prime, gli entusiasmi di una nuova avventura. A complicare ulteriormente le cose sarà l’arrivo della baronessa Eloise (Ana De Armas), avventuriera priva di qualsivoglia scrupolo morale. Le diverse motivazioni dei personaggi: l’idealismo di Ritter e moglie, l’esigenze da sopravvivenza della famiglia Wittmer e gli obiettivi della baronessa (costruire un lussuoso albergo per ricchi) creeranno un’inevitabile miscela esplosiva. In apparenza quindi, un film di avventure con un climax che va crescendo fino alla violenza tout court?  Non direi o meglio non solo. Ron Howard, regista di interessanti pellicole e, cito a caso A Beautiful Mind, Apollo 13, Frost/Nixon, riflette piuttosto sui conflitti umani, la convivenza forzata, il ruolo della donna, la profondità stessa dell’esistenza, l’utopia, come ispirazione ideale, quasi sempre irrealizzabile o irrealizzata. Il rifiuto della scienza e della politica, la libertà creativa e sessuale, il vegetarianesimo, ma anche la voglia di lasciare tracce della propria esistenza, il desiderio del potere della mente, questo ed altro ancora avevano spinto nel 1929 Fredrich Ritter a recarsi a Floreana, da cui inviava periodici aggiornamenti alla stampa europea. Il personaggio, realmente esistito e tutta la storia, si basa su testimonianze dei sopravvissuti agli eventi raccontati nel film. La narrazione, senza essere un thriller in senso stretto, alterna tensione a pause che consentono al regista riflessioni sulle condizioni della vita di allora come di oggi. I personaggi sono ben delineati, assolutamente convincenti nei rispettivi ruoli, in virtù di un cast di altissimo livello. Jude Law offre un ritratto sfaccettato dell’idealista frustrato, Vanessa Kirby è una moglie dalla fede incrollabile, la Sweeney e Bruhl, misurati e coerenti piccolo borghesi, ma, direi che su tutti primeggia per bellezza, carisma ed eclettismo, Ana De Armas, la spumeggiante e controversa baronessa. Un po’ per i personaggi, un po’ per le atmosfere, il film mi ha ricordato due pellicole, il Fitzcarraldo di Herzog e il più recente, Capri Revolution del nostro Martone. In entrambi c’era l’utopia, e la riflessione filosofica sulla vita e le relazioni umane quando vengono private delle convenzioni sociali. Nel complesso una singolare ed intensa esperienza cinematografica, certo non un intrattenimento leggero, ma un percorso ricco di domande anche scomode, per una rievocazione che riesce a cogliere tanto la bellezza aspra dei luoghi quanto la ricchezza degli stati d’animo degli individui. Ovviamente, la fotografia di Mathias Herndl è parte integrante, nonché valore aggiunto, nell’immersione suggestiva cui ci si sottopone in oltre due ore di proiezione.

data di pubblicazione:18/04/2025


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QUEER di Luca Guadagnino, 2025

QUEER di Luca Guadagnino, 2025

Tratto dal libro di William S. Burroughs Queer è stato presentato in concorso nell’ultima edizione del Festival di Venezia. Adattamento del romanzo omonimo racconta di una permanenza a Città del Messico e di un successivo viaggio in Sud America nei primi anni ‘50, attraversati da un’ossessione sessuale che trasforma la vita di un uomo di nome Lee.

 L’americano William Lee vaga da un bar all’altro alla ricerca di uomini da portarsi a letto, con contemporaneo e abbondante uso di droghe e alcool. Lee è alla continua e spasmodica ricerca di qualcosa che si concretizza in continui rapporti occasionali, fin quando incontra per strada Eugene, giovane e bello, forse gay, forse no. Da lì iniziano a frequentarsi, una relazione/non relazione che li porterà anche in Sud America.

L’andamento di Lee è un continuo girovagare per i bar di Città del Messico, con una continua e disarmante ossessione sessuale. Questo viaggio disperato, ma allo stesso tempo vitale, avviene in una capitale che è stata ricreata a Cinecittà con sapiente coerenza, realizzando un’opera nell’opera.

Il film può sembrare a tratti sconcertante, soprattutto per le dipendenze e i tormenti che la condizione comporta, ma Daniel Craig, vero e proprio traino dell’intera opera, è a suo agio, nelle movenze, nella voce, nell’essere sempre sul filo tra irruenza e delicatezza. Alcune canzoni utilizzate – ci sono due cover dei Nirvana, per esempio – come colonna sonora delle scene rispecchiano totalmente il mood dell’opera.

Nel complesso, anche ricordando le sue precedenti opere, la cinematografia di Guadagnino offre una visione complessa e sofisticata del mondo queer, esplorando anche temi di identità, trasformazione e scoperta di sé. Ma ciò che può disturbare è un andamento che a tratti può far sorgere il dubbio allo spettatore, del tipo: ‘ma dove vuole andare a parare effettivamente?’, soprattutto nelle scene contorte e al limite del metafisico/onirico ambientate in mezzo alle foreste sudamericane.

In sostanza, l’opera non sempre riesce a scavare fino in fondo, nonostante il grande lavoro produttivo nell’utilizzo delle scenografie, citato sopra, perché affiorano zone d’ombra – la già citata parte nel folto della foresta appare poco a fuoco – e qualche scelta risulta forzata e non essenziale.

data di pubblicazione:16/04/2025


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LA GAZZA LADRA di Robert Guédiguian, 2025

LA GAZZA LADRA di Robert Guédiguian, 2025

Maria (A. Ascaride) non più giovane si arrangia assistendo con dedizione diversi anziani. Di tanto in tanto però ruba qualche soldo un po’ qui e un po’ là. Lo fa per le sue precarie condizioni economiche (il marito gioca a carte) e per qualche golosità. Per un intreccio di coincidenze viene scoperta e denunciata. Si creerà uno scompiglio che coinvolgerà più famiglie …

Con La Gazza Ladra Guédiguian si è definitivamente lasciato dietro le spalle le cupezze di Gloria Mundi (2019) e riprende e sviluppa l’ottimismo della speranza di E la Festa Continua! (2023) per trasportarlo in una favola marsigliese. Una commedia drammatica a lieto fine in cui i sentimenti sono apparentemente un po’ più centrali rispetto ai soliti temi sociali. Come è noto, il regista franco armeno è un Autore arrabbiato ed impegnato. L’equivalente francese del britannico Ken Loach. A differenza del collega inglese preferisce però centrarsi sul dramma dei mutamenti dei valori causati dal capitalismo sulla Società tutta e su quella marsigliese in particolare. Torniamo infatti ancora una volta a Marsiglia.

Con la sua città il cineasta ritrova anche il suo gruppo di amici ed attori. Primi fra tutti la coppia Ascaride e Darroussin. La loro chimica recitativa fa di nuovo meraviglie. Attorno a loro gli altri comprimari di sempre. Giovani ed anziani, tutti egualmente bravi e complici nel dar vita e cuore ai loro personaggi. All’apparenza sembra un film corale. In realtà il fil rouge che lega le varie vicende sono due splendide figure femminili. Due donne forti, una matura presa fra malinconie e sogni, l’altra giovane ma volitiva e determinata nelle sue decisioni. Al cuore della vicenda ci sono sempre la precarietà economica e sociale e le solitudini. Le devastazioni che l’individualismo capitalista ha prodotto sulle aspettative. La malinconia che ne deriva, ci dice Guédiguian, non è però rinuncia o sconfitta. Ci sono certo i problemi ma ci sono anche le soluzioni, prevedibili o imprevedibili, che scaturiscono dalla solidarietà derivante dai legami di cuore o di amicizia. Le occasioni della Vita!

Il film naviga con sensibilità in questa specie di commedia sentimentale e scorre con fluidità, forte di un’ottima sceneggiatura arricchita da dialoghi vivi. Splendide le musiche e le citazioni poetiche. Un vero inno alla forza della cultura!

La Gazza Ladra senza essere un mélo è un film toccante che sembra uscito da un’altra epoca. Un film che sa alleggerire i tratti lirici e malinconici con humour e levità perché, ci ripete Guédiguian, c’è sempre l’ottimismo della Speranza! Un bel momento di Cinema.

data di pubblicazione:16/04/2025


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CLOUD di Kiyoshi Kurosawa, 2025 – 22° ASIAN FILM FESTIVAL

CLOUD di Kiyoshi Kurosawa, 2025 – 22° ASIAN FILM FESTIVAL

Cloud, scritto e diretto dal regista giapponese Kiyoshi Kurosawa (nessuna parentela con Akira), è un film che mescola thriller psicologico e sfumature da film samurai (o western), ma di quelli che si muovono al di là del concetto di bene e male. Alla fine, a sopravvivere sono in pochi – e nemmeno brava gente.

Il protagonista è Ryusuke Yoshii (Masaki Suda), un trentenne brillante ma disilluso: il suo talento non viene riconosciuto nella fabbrica dove lavora. Decide quindi di puntare tutto sul suo secondo lavoro: il dropshipping. Un’attività online in cui compra merce a prezzi stracciati per rivenderla fino a venti volte tanto.

Già nella prima scena lo vediamo acquistare un macchinario medico da un piccolo produttore, riducendolo quasi al fallimento. Una collaboratrice del produttore lo supplica di offrire qualcosa in più, almeno per avvicinarsi al prezzo reale, e gli chiede se non provi vergogna per quel comportamento. Ma Yoshii resta freddo. In parte perché, davvero, quei soldi non li ha; in parte per un principio che attraversa tutto il film: mors tua, vita mea.

Il messaggio morale di Cloud è già chiaro in quei primi istanti.

Dopo una breve ascesa economica, inizia la discesa agli inferi. Con i proventi del primo affare, Yoshii si compra una casa-magazzino alla periferia di Tokyo. È moderna, spaziosa, quasi sterile. A raggiungerlo è anche la sua fidanzata Akiko (Kotone Furukawa), affascinata non tanto da lui quanto dai soldi che ha – e che promette di continuare a fare. Yoshii lo sa, ma sembra non importargli.

Anche quando gli affari iniziano a perdere slancio, la coppia riesce a mantenere un tenore di vita ben diverso dal passato. Yoshii può addirittura assumere un assistente: Sano (Daiken Okudaira), giovane, enigmatico, imperturbabile. Resiste perfino ai tentativi di seduzione di Akiko, sempre più annoiata mentre Yoshii si dedica ai suoi traffici a Tokyo.
Online, Yoshii si fa chiamare “Ratel” – il tasso del miele, un animale che non teme nulla. Ma più cresce la sua visibilità, più si attira nemici: la sua merce è sospetta, il suo metodo brutale. Tradisce persino vecchie conoscenze: un ex superiore della fabbrica, un amico di liceo. La rete reagisce. Nasce un gruppo di “haters” di Ratel, pronti a stanarlo e cosi la seconda parte del film si trasforma in una caccia all’uomo. Il tono diventa surreale, da incubo: un western urbano, contaminato da horror e splatter. Fucili, inseguimenti, sangue. E quando sembra spacciato, Yoshii viene salvato da Sano.

Ma non è un lieto fine. Yoshii riemerge sì con qualche brandello di umanità, qualche riflessione tardiva su ciò che ha perso. Ma non è stato salvato per redimersi. Sano lavora per un’organizzazione potente, interessata solo a sfruttare il suo talento per fare ancora più denaro.
Nell’ultima scena, li vediamo in macchina, mentre attraversano un paesaggio irreale, un tramonto dai colori apocalittici. Yoshii guarda fuori dal finestrino, e si chiede – senza trovar risposta – come sia finito su questa strada per l’inferno. E per dirla con una battuta del film che mi è piaciuta tanto: “Ora è troppo tardi per vivere”.

Il film racconta in modo emblematico quei paradossi che spesso rimangono sommersi nella vita di ogni giorno della maggior parte dell’umanità: la potenza della rete e il cinismo del dio denaro. Che poi ci si chiede: abbiamo veramente bisogno di tradire il prossimo per una macchina del caffè che non sappiamo neanche utilizzare?

Cloud è stato presentato in Italia in anteprima alla 81ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia e durante la 22° edizione di Asian Film Festival a Roma. Uscirà nelle sale il 17 aprile.

data di pubblicazione:14/04/2025


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IL PICCOLO PRINCIPE … IN ARTE TOTÒ scritto e diretto da Antonio Grosso

IL PICCOLO PRINCIPE … IN ARTE TOTÒ scritto e diretto da Antonio Grosso

con Antonio Grosso e Antonello Pascale

(Teatro Cometa Off – Roma, 9/13 aprile 2025)

Torna in scena per il pubblico romano del Cometa Off Il piccolo principe … in arte Totò scritto e interpretato da Antonio Grosso, prodotto da La Bilancia e 3atro. L’attore ripercorre la vicenda umana di Antonio De Curtis prima del successo arrivato con il cinema negli anni Cinquanta.

 

Come un’equazione perfetta, Totò sta a Peppino De Filippo come Antonio Grosso sta ad Antonello Pascale. Necessari l’uno all’altro, ogni comico vuole la sua spalla. E se il paragone appare improprio o azzardato, basta andare a veder recitare la commedia di questi due attori per avere conferma che il miracolo dell’intesa (comica) si perpetua nelle nuove generazioni di artisti. Si divertono – assai! – loro e per osmosi la platea.

Divertimento e commozione. Perché la motivazione che spinge ad andare a teatro è anche un’altra. Altrettanto importante e forse più urgente: rendere omaggio alla memoria del Principe della risata. Onorare un attore famosissimo eppure poco ricordato. Passeggiando per Napoli si incontra il volto di Totò disegnato sui muri; una targa ricorda la sua casa natale in via Santa Maria Antesaecula, nel Rione Sanità. Eppure non c’è ancora un museo a lui dedicato, nonostante sia in piedi da decenni un progetto per realizzarlo. Lo spettacolo di Antonio Grosso è quindi un momento prezioso. Un gesto più che gradito e apprezzato. Non solo per Napoli, ma per tutto il pubblico italiano.

Il racconto si sofferma sugli episodi della vita di Totò partendo dalle umili origini fino alla consacrazione di critica e pubblico che lo vide acclamato finalmente anche nella sua Napoli. A scuola riceve involontariamente un pugno dal maestro che voleva insegnargli la boxe. L’incidente gli devia il setto nasale. Ma torna utile quando è il momento di decidere quali caratteristiche dare alla sua maschera. Debutta come attore nelle periodiche, ma sono prove deludenti. La somiglianza con il comico fantasista Gustavo De Marco è troppo evidente. Intanto si esercita con le imitazioni, ispirandosi ai personaggi osservati per strada (nasce così la celebre macchietta di Gagà).

Quindi la decisione di andare via da Napoli, arruolandosi come volontario per la guerra. Grazie alla simulazione di un attacco epilettico schiva il pericolo di andare al fronte in Francia. La difficile relazione con il caporale del reggimento è una scuola di vita e fonte di ispirazione. Da qui nasce l’espressione – e più tardi un film – Siamo uomini o caporali, contrapponendo l’abuso meschino di un superiore all’umiltà di un uomo perbene. E alla fine Roma, la città piena di opportunità. La gavetta nella compagnia di Umberto Capece, i primi contratti offerti dall’impresario Giuseppe Jovinelli. E così il successo e il ritorno a Napoli per la prova più grande: la conquista del pubblico che lo aveva fischiato da giovane.

Antonio Grosso recita senza chiudere il personaggio dentro i confini di una caricatura già vista. Le caratteristiche della comicità di Totò ci sono tutte, inconfondibili, ma non c’è imitazione. Semmai il ricordo della mimica e della gestualità, delle battute dette a raffica e dei giochi di parole. Antonello Pascale interpreta con perfezione da orologiaio tutti gli altri personaggi della storia.

La scena, curata da Marco Maria Della Vecchia, è semplice. Due altalene penzolano dalla graticcia. Una per lui e l’altra per Eduardo, la figura romanzata del cugino e confidente, sempre presente in ogni avventura di Totò. Mentre sono le luci di Giacomo Aziz a disegnare le tappe del complesso girovagare dell’artista. Repentine nei cambi, riflettono gli umori di una vita fra alti e bassi, difficoltà e successi. Come in una giornata di cielo sereno variabile, magari davanti al mare, a passeggio lungo il golfo della amatissima e bellissima Napoli.

data di pubblicazione 12/04/2025


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