da Antonio Iraci | Giu 18, 2025
La vita tranquilla di Mila viene improvvisamente sconvolta dalla perdita del padre, morto in un agguato. Gli zii privano la famiglia dell’eredità costringendo la giovane, con la sorella Peta e la madre Daka, a vivere in uno stato di schiavitù e assoluta povertà. Mila si lascia convincere a travestirsi da ragazzo in modo da poter frequentare la scuola di Yungutun, apprendere i segreti della magia nera e attuare una spietata vendetta. Dopo aver procurato morte e sofferenza ai suoi parenti, si rende conto della malvagità del suo operato e decide di espiare la propria colpa…
Louis Nero è un regista e sceneggiatore italiano i cui film sono stati distribuiti con successo in tutto il mondo. Con Milarepa, ispirandosi sicuramente alla storia dell’omonimo celebre maestro del Buddismo tibetano, esorta lo spettatore a fermarsi e a meditare su quello che accade dentro di sé. Un viaggio quindi introspettivo, un rito iniziatico verso la presa di coscienza dell’esistenza dell’anima e del suo rapporto con il mondo esteriore e materiale. Il regista sceglie il paesaggio brullo e desertico della Sardegna per raccontare di un mondo industriale oramai imploso. Di esso rimangono solo tracce di strutture arrugginite, di auto sepolte e divorate dalla sabbia che ha preso ora il sopravvento. Gli uomini, sopravvissuti al disastro ambientale, non si identificano più per provenienza o razza ma vivono in simbiosi, cercando di riappropriarsi di una propria individualità in un contesto arcaico. Dopo le varie calamità e i fallimenti reiterati dalla società, l’uomo sente ora il bisogno di riconciliarsi con la natura e con sè stesso per ritrovare un nuovo equilibrio. La macchina da presa si sofferma sul volto di Mila (Isabelle Allen) per cogliere i turbamenti interiori di una ragazza che vede morire il proprio padre e che si vede improvvisamente povera e schiava al servizio di parenti senza scrupoli. Nonostante per indole mite, ubbidisce alla madre che vuole vendetta verso coloro che l’hanno privata prima del marito e poi di tutto ciò che era suo. La ragazza diventa quindi il simbolo di un riscatto, il riappropriarsi di quello che le è stato tolto anche a costo di perdere la propria natura di giovane donna con le pulsioni proprie di una giovane donna. Il regista ha creato un piccolo capolavoro riuscendo abilmente a fondere la tradizione del mondo occidentale, con le ultime tracce che ne rimangono, con la saggezza interiore della cultura orientale. Milarepa è un percorso quindi per ritrovare ciò che si è perso, in uno scenario apocalittico accompagnato da musiche popolari sarde che si intrecciano con i suoni tibetani ancestrali. Un cast molto curato dove troviamo accanto alla giovane protagonista anche F. Murray Abraham, Harvey Keitel, Franco Nero, Angela Molina, Iazua Larios e tanti altri ancora. Alla presentazione Louis Nero ha affermato: “Cercavo volti che raccontassero la propria storia, che vivessero il proprio personaggio prima di interpretarlo, che portassero sullo schermo una parte viva di sé…”.
data di pubblicazione:18/06/2025
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da Antonio Iraci | Giu 18, 2025
Mona, da anni separata dal marito, vive con il figlio Joël in una piccola cittadina non lontana da Parigi. Il ragazzo ha un ritardo mentale e un giorno comunica alla madre di essersi innamorato della collega Océane. Anche lei ha una forma di disabilità e da poco ha scoperto di essere rimasta incinta. La notizia porterà scompiglio tra i genitori di entrambi e in particolare metterà a dura prova il rapporto di Mona con il figlio, in un momento della sua vita in cui stava per iniziare una nuova relazione…
Opera prima della sceneggiatrice francese Anne-Sophie Bailly, presentata in concorso al festival del cinema di Venezia 2024 nella Sezione Orizzonti. Esordio molto promettente per la regista che ha mostrato una notevole dose di sensibilità per affrontare il complesso rapporto tra una madre e il figlio disabile. Lasciata dal marito, che si è creato nel tempo una nuova famiglia, Mona (Laure Calamy) cerca di riconquistarsi una certa libertà dopo essersi dedicata esclusivamente al ragazzo che oramai è un uomo, consapevole delle proprie azioni e del proprio ruolo nella società. Joël (Charles Peccia-Galletto) sta per diventare padre ed è fermamente convinto, insieme alla sua ragazza, di voler questo bambino a tutti i costi. Si cercherà in ogni modo di convincere Océane (Julie Froger) ad abortire ma ogni tentativo sarà vano e la gravidanza verrà portata a termine. Di fronte a queste nuove responsabilità Mona vedrà andare in frantumi il legame profondo che la lega al figlio se cederà al proprio desiderio di libertà e di autonomia dopo anni di sacrifici. Il film mette in risalto la relazione tra madre e figlio, un rapporto quasi simbiotico che pone in contrapposizione momenti di gioia con quelli di grande sofferenza emotiva. Entrambi, ognuno dal proprio punto di vista, impareranno a comprendere i propri bisogni affettivi senza necessariamente sacrificare quanto costruito nel corso degli anni. Anne-Sophie Bailly risulta molto attenta nel catturare la complessità della vita e nell’evidenziare come l’amore, quello sincero, verrà alla fine riconosciuto. Tutto l’amore che serve affronta con leggerezza temi molto dolorosi che riguardano i disabili e le responsabilità nei loro confronti affinché possano seguire i propri sentimenti e le proprie pulsioni come tutte le persone di questo mondo. Il tentativo riuscito di emancipazione da parte del giovane per aprirsi a una nuova vita e a nuove emozioni. Di contro il desiderio di una donna ancora alla ricerca di una propria identità, di una propria indipendenza ma anche la paura di rimanere sola. Un film delicato che pur utilizzando un linguaggio espressivo semplice, affronta tuttavia problemi di grande attualità e complessità di cui anche la società dovrebbe farsi carico.
data di pubblicazione:18/06/2025
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da Antonio Jacolina | Giu 18, 2025
Tre donne borghesi colte e benestanti, tre storie affettive, tre visioni diverse dell’Amore, tre amiche. La complessità della loro salda amicizia fra confidenze sentimentali, illusioni e delusioni, gioie e drammi e anche ambiguità, segreti e infedeltà…
Presentato ad aprile scorso in anteprima nazionale in occasione del XV Rendez-Vous, Festival del Nuovo Cinema Francese, esce oggi sui nostri schermi Tre Amiche. Un piccolo, splendido modello di Commedia Francese d’Autore! Raffinata, gradevole, sentimentale e molto parlata. Giusta erede di Rohmer, di Truffaut e dei cantori delle storie quotidiane di amori appassionati o difficili, di amicizie incondizionate e al tempo stesso anche tradite. Cosa ci può essere di più francese?!
Mouret senza troppo allontanarsi dal suo abituale registro ci regala un nuovo gioiellino di scrittura e di regia. Con un piccolo tocco alla Woody Allen tratteggia un delicato ritratto di tre amiche e dei loro tormenti d’amore. Solo sullo sfondo gli uomini che gravitano intorno a loro. Una conferma della rilevanza dei ruoli femminili nella cinematografia francese.
Il film è una bella commedia dolceamara profonda ed al tempo stesso leggera sulle relazioni umane, sui sentimenti, la Vita, la complessità dell’amore e dell’amicizia. I legami e le dinamiche che uniscono le protagoniste fra sincerità, non-detti e verità spiacevoli. Quasi una pièce teatrale con i personaggi che si rincorrono e le coppie che si fanno e disfano tra intrighi amorosi in un balletto di emozioni. In primo piano le dinamiche e i meccanismi dell’Amore su cui le protagoniste si interrogano in modo tenero e divertente fra scene di vita quotidiana e raffinate analisi morali. Una messa in scena fluida ed elegante per un disegno con sfumature introspettive di donne solo apparentemente superficiali. I dialoghi cesellati al dettaglio, gustosi e taglienti, rendono ancora più piacevole il sottile gioco dei sentimenti e il confronto di idee tra le protagoniste. Camille Cottin, Sara Forestier, India Hair, supportate da validi secondi ruoli, sono eccellenti e complici.
Tre Amiche è davvero un buon esempio di Cinema elegante e garbato fatto di tante piccole belle cose descritte con grazia e delicatezza da un abile Pittore dell’Anima.
data di pubblicazione:18/06/2025
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da Nadia Alese | Giu 18, 2025
Non delude la regia del Premio Oscar Danny Boyle, in questo terzo capitolo della sua saga più famosa, così come la potenza di molte scene, in particolare quelle iniziali, che ricatapultano immediatamente lo spettatore nel mondo distopico da lui creato 23 anni fa.
Sono passati quasi tre decenni da quando il virus della rabbia è fuoriuscito da un laboratorio di armi biologiche, ed un gruppo di sopravvissuti, costretti ad una quarantena forzata dal resto del mondo, vive su un’isoletta collegata alla terra ferma da un’unica strada accessibile durante la bassa marea. Ma quando il giovane e bravissimo protagonista si avventura oltre i confini dell’isola in un coming of age fra horror ed autocoscienza, segreti, meraviglie ed orrori, saranno irrimediabilmente scoperchiati.
Questo è solo il primo di tre nuovi capitoli che Boyle, con il suo sceneggiatore feticcio Alex Garland, ci restituirà. Il secondo è già stato girato ed il terzo già scritto. Ma la sensazione è che la formula, esplosiva e dirompente nel suo primo episodio, perda forza ed efficacia, come già era accaduto in 28 settimane dopo. Anche 28 anni dopo, infatti, non è all’altezza del primo precedente, pur con i suoi mille pregi visivi.
In particolare mi riferisco alla tecnica mista delle riprese, affidata anche ad Iphones, a macchine da presa leggere, a droni, a camere fatte tenere indosso agli attori, che porta ad un risultato sorprendente, in perfetto equilibrio tra innovazione totale e rimando al passato, grazie ad un abbassamento voluto della risoluzione digitale.
Metafora riuscita della Brexit, la comunità al centro della pellicola, espressione dell’Inghilterra che guarda al passato, strizza anche l’occhio alla recente pandemia di Covid, in un continuo rimando alle paure ed ai fantasmi dei tempi attuali. Il film, infatti, rispetto ai precedenti, ha un respiro più ampio, puntando di più sull’aspetto intimistico, oltre l’horror puro, sia andando ad analizzare i rapporti familiari del protagonista, che i temi della morte e dell’energia universali, affidati alle ottime interpretazioni di Ralph Fiennes e Jodie Comer,
Il tutto in attesa di rivedere, pare, Cillian Murphy, in un cameo, nel prossimo episodio, per la gioia di tutti i fan della saga.
data di pubblicazione:18/06/2025
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da Nadia Alese | Giu 17, 2025
È una delizia visiva l’ultima uscita della Pixar che, dopo una serie di sequel, torna ad un titolo originale, con una tecnica digitale ai massimi storici, sublimata dalla possibilità di goderne in 3d. Il character design è sempre più curato, le sfumature dei colori incredibili, il look generale una gioia per gli occhi. La storia, però, soprattutto rispetto all’originalità di capolavori storici della casa di produzione, da Toy Story a Cars, passando per Monsters & Co., cade sovente nella retorica con più di un momento di noia.
L’undicenne Elio Solis, orfano di entrambi i genitori, ed accudito dalla Zia, diventa per caso l’Ambasciatore intergalattico del Pianeta terra, dopo essere riuscito a farsi rapire dagli alieni. Questo il fantasioso spunto per andare a toccare molti temi: la solitudine, la capacità di trovare il proprio posto nel mondo, la ricerca della mediazione per non far scoppiare una guerra, argomento più che mai attuale, e soprattutto la grande forza dell’amore, in particolare quello familiare, che strapperà certamente più di una lacrima sul finale. Il tutto senza grandi metafore o sottotesti, completamente spiegato in maniera chiara, sottolineando quello che si vuole dire in tutti i modi possibili, nel caso qualcuno molto, ma molto distratto, non riuscisse a coglierlo.
Con due grandi pregi però. Il primo sono sicuramente le voci dei doppiatori italiani, in primis Adriano Giannini, che compie un grande sforzo vocale nell’impersonare Lord Grigon, regalandogli un timbro inquietante ed irriconoscibile, ma anche Alessandra Mastronardi, impeccabile nella parte della Zia Olga. Buono anche il piccolo cameo di Lucio Corsi, in un doppiaggio assolutamente non riconducibile a lui.
Il secondo è, invece, la lettura che si dà del ruolo della donna, mai vista in maniera convenzionale: dalla moglie di Grigon, perennemente in guerra, che lascia il marito ad occuparsi del figlio Glordon, (come quando, in una delle scene più belle del film, si leva la corazza, simbolo della sua mascolinità più tossica, e lo abbraccia teneramente per farlo rinvenire), fino alla zia Olga, soldatessa in carriera.
La pellicola in generale è godibile ma nutro dei dubbi sul fatto che riesca rimanere nell’immaginario come molte di quelle che l’hanno preceduta.
data di pubblicazione:18/06/2025
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da Daniela Palumbo | Giu 13, 2025
presentazione della stagione estiva del Teatro Biondo 2025
(Palazzo Ziino – Palermo, 12 giugno 2025)
Richiamandosi alla presentazione della stagione teatrale 2025/2026 del mese scorso, questo incontro nella sede dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Palermo mira a rinnovare l’invito a teatro rivolto alla città tutta intera, nel cuore pulsante della stessa. Il teatro non chiude le porte, il teatro non va in vacanza.
In linea con il fine che si propone il Teatro sotto la guida di Valerio Santoro, la rassegna appena presentata, forte della felice intuizione del nuovo direttore artistico, esce fuori dalle mura del palazzo (il Teatro Biondo Stabile), eleggendo come “residenza estiva” la splendida cornice della Galleria d’Arte Moderna. Qui lo spettacolo, all’ombra del chiostro interno alla GAM, “sotto il cielo di Palermo”, si presta a nuove interpretazioni, offrendo diverse chiavi di lettura per svelare l’anima della città. Il centro storico, non soltanto luogo di svago e di “degustazione” a vantaggio quasi esclusivo dei tanti turisti, tende a recuperare – grazie ad iniziative come questa – una sua dimensione culturale, fortemente connessa all’identità profonda del capoluogo siciliano, e dei suoi abitanti.
In programmazione, otto spettacoli (dal 19 giugno al 23 luglio) che – come precisa lo stesso Santoro – rappresentano una “sintesi di generi diversi”. Così come i grandi artisti in cartellone si alternano alle nuove voci del teatro, in un’ottica di apertura a tuttotondo (ben sei, gli appuntamenti previsti per scoprire e premiare la nuova drammaturgia under 40).
Non mancano i temi di denuncia (La caja de concreto – La scatola di cemento di Alessandro Ienzi, drammaturgo e avvocato per i diritti umani), di invettiva (La grande menzogna di Claudio Fava, dialogo immaginario di un Paolo Borsellino redivivo con un pubblico troppo distratto), di rivolta contro la mercificazione della donna (Ragazze all’ingrosso, di Rossella Pugliese). Terroni, adattamento di un saggio di Pino Aprile per la regia di Roberto D’Alessandro, chiude il ciclo di rappresentazioni (22-23 luglio), con la volontà di consegnare agli uditori una sorta di ribaltamento della storia ufficiale dell’Unità d’Italia.
Risalta, infine, nello spazio ideale di questa “estate a teatro”, un viaggio attraverso i sentimenti, di ieri e di oggi: così va in scena Like Alcestis, saggio sull’amore di Rosario Palazzolo, regista e autore del testo. Immaginato e scritto – come lui stesso orgogliosamente spiega – “su misura per ciascuno degli allievi della Scuola di recitazione del Teatro Biondo di Palermo”.
Biondo d’estate, accattivante nell’ambientazione come nel nome stesso, annuncia dunque un teatro personificato, solare, variegato. E ancora una volta, aperto a tutti, sempre.
data di pubblicazione:13/06/2025
da Daniela Palumbo | Giu 12, 2025
Per la nuova edizione di Cinema in festa, il Rouge et Noir di Palermo ripropone il musical Dancer in the Dark, proiezione in lingua originale di una versione restaurata del film, già vincitore a Cannes nell’anno 2000. È la storia di Selma, immigrata cecoslovacca negli Stati Uniti, condannata alla cecità per una malattia degenerativa, la stessa che è stata trasmessa geneticamente al figlio Gene. Unica via d’uscita, per salvare almeno lui dal “buio”, un’operazione molto costosa, per la quale la donna risparmia lavorando “a tentoni” e senza sosta in fabbrica. Quando la somma racimolata – lasciapassare per la luce – le viene sottratta dal padrone di casa senza scrupoli, la situazione precipita. Così lei, accusata di omicidio e sottoposta a giudizio, sarà condannata al braccio della morte e ad una prolungata agonia.
I temi affrontati in questo film, l’emarginazione e l’handicap – tanto quello fisico, del singolo, quanto quello dell’intero sistema – sono tra i più dolorosi, e tra i più duri da trattare. È il sogno americano tramutato in incubo. Dove la povertà, la disabilità (Selma immigrata ceca quasi cieca) e la colpa o colpevolezza vanno di pari passo, ma in una contrapposizione ideologica connotata anche geograficamente (Selma donna dell’est nel paese dei colonizzatori).
La sceneggiatura, tuttavia, si colora di interpretazioni candidamente poetiche (quella di Björk nelle vesti della protagonista, innanzitutto, ma Catherine Deneuve in versione teneramente materna, o Peter Stormare nel ruolo di Jeff, l’innamorato fedelissimo, non sono da meno). Così come di canti e danze tra l’ironico e il visionario (di punto in bianco tutti si mettono a ballare e a cantare!), concentrati di inquietudini escapiste che diluiscono il pathos nei momenti cruciali.
Ciascun rumore o ticchettio, gli stessi suoni dei macchinari nella fabbrica diventano musica. Ciascuna mossa un passo di danza. Lo stesso ricorrere dei numeri, nel corso della narrazione, sembra “dare il tempo”, come seguendo una partitura (citati più volte i 2056 dollari e 10 centesimi messi insieme a fatica; scanditi da più voci, nel finale, i 107 passi verso il patibolo).
Per di più, da quell’unica macchina da presa a mano dei momenti più cupi o iperrealistici si passa a una moltitudine di videocamere in grado di dilatare lo spazio, proprio quando il musical prende campo. Punti di vista molteplici che sono altrettanti occhi dati in prestito a chi non può più vedere. Ma cosa c’è da vedere? canterà Selma, di fronte ad un Jeff improvvisamente turbato e incredulo, nella scena del binario (“tu non vedi!”). Ed è come se lo chiedesse a ciascuno di noi, noi spettatori. Cosa c’è da vedere? Non le cascate del Niagara, non la Tour Eiffel né la Grande Muraglia cinese. Non le sette meraviglie del mondo, niente di tutto questo. Se volete vedere l’innocenza mortificata e punita, se volete guardare in faccia la giustizia mentre si prostituisce per denaro, drogata di pregiudizio. Se volete vedere la pietà, anche, qui nell’amica Kathy/Cvalda e persino nella carceriera compassionevole. Se volete vedere l’amore di un uomo, pronto al sacrificio per lei, la donna amata, per non lasciarla sola nel momento estremo. Questo è il film da guardare, con cuore e coraggio. E senza troppa paura.
data di pubblicazione:12/06/2025
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da Antonio Iraci | Giu 11, 2025
Eve Macarro da piccola è miracolosamente sopravvissuta all’uccisione del padre. Rimasta sola al mondo, viene educata alla danza classica sotto la supervisione del Direttore. Questi è una donna che è anche a capo della Ruska Roma, un’organizzazione criminale legata alla mafia russa. Oltre al ballo, Eve viene addestrata alla lotta e da grande diventerà una spietata killer. Oramai adulta, completato il suo addestramento, deciderà di vendicarsi della morte del padre e si metterà sulle tracce dell’uomo che lo aveva ucciso…
Diretto da Len Wiseman e basato sui personaggi ideati da Derek Kolstad, che ne ha creato un vero e proprio franchise. Il film si può considerare uno spin-off che si inserisce tra il terzo e il quarto capitolo della famosa saga di John Wick. Il personaggio principale della serie è sempre interpretato da Keanu Reeves che anche questa volta entra in azione ma non da vero e proprio protagonista. La sua presenza ha solo una funzione di supporto alla parte da sicario imbattibile ora affidata a Eve (Ana de Armas). La giovane, motivata dal regolamento di conti per l’esecuzione del padre, affronta con convinzione il mondo del crimine. Nel film tutti gli ingredienti, di cui ci siamo oramai abituati, con scene mozzafiato che hanno dato da fare a un nutrito staff di stuntman. La regia ovviamente non ha risparmiato le scene acrobatiche e gli effetti letali di ogni arma disponibile per creare quel mood adrenalinico che tanto piace. Eve non necessita di essere supportata da una storia complicata, bastano le azioni per esprimere la sua determinazione a terminare il suo spietato compito. Per i fan di Wick le aspettative non verranno deluse e tutto il cast, con Anjelica Huston nei panni del Direttore, è all’altezza delle situazioni. Essendo ora Eve la protagonista, si sono dovuti creare stili di combattimento diversi. Mentre Wick è un veterano, un assassino già collaudato, lei è da principiante che affronta il crimine e tutta una serie di pericolosi killer. Se Eve nasce come costola di Wick, pian piano le riconosciamo una certa autonomia con un intreccio narrativo assolutamente indipendente tanto da presagire un sequel. In Ballerina la vendetta è qualcosa di inevitabile, un dovere morale che deve seguire il suo corso per approdare a quel senso di totale libertà. Un revenge action thriller movie quindi carico d’azione e di tanta violenza con tutte le carte in regola per diventare il prossimo blockbuster. Farà concorrenza al già affermato Mission: Impossible, visto che i due soggetti marciano in simbiosi. Punto di forza del film rimane comunque il personaggio di Eve. Una donna sola, tormentata da un passato che la perseguita e che la spingerà a lottare contro un mondo brutale e senza scrupoli.
data di pubblicazione:11/06/2025
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da Antonio Jacolina | Giu 10, 2025
Sono stato svezzato e sono cresciuto con pagnottelle e western, ho finito le scuole con i film di Peckinpah. Sono quindi irrimediabilmente traviato fin dal mio primo imprinting cinematografico. Non posso non essere un appassionato dei Western. Nessuno è perfetto!
Che si amino o no i film Western, che si sia letto o meno André Bazin, non c’è patito di Cinema che non sappia quale sia il significato profondo di questo specifico genere. È, in estrema sintesi, la forma visiva nata con il Cinema stesso, nella quale gli americani hanno rappresentato e nobilitato gli sforzi e gli ideali di conquista degli spazi sconfinati e di affermazione di sé dei pionieri, dell’individuo e delle piccole comunità. Una trasfigurazione poetizzata dei fatti diventata nel tempo così radicata e pervasiva che, alla fine, nell’immaginario collettivo americano e non, la leggenda è divenuta realtà fino a essere mito fondativo del Grande Paese. Senza addentrarci ulteriormente nell’analisi, il successo del Genere Western è senz’altro riconducibile al fatto che rappresenta archetipi e valori universalmente riconoscibili. La sua ricchezza di temi e la varietà delle forme gli hanno consentito di superare tutte le frontiere e le barriere, anche quella del Tempo e del mutare della visione storica e delle nuove diverse sensibilità. Dato ogni volta per superato e per morto, ogni volta è risorto, si è trasformato, modernizzato, è caduto e si è rialzato ancora.
L’ultimo volo di questa eterna Fenice che aveva riempito di nuova gioia i tanti appassionati era stato nel 2024 l’annuncio della Quadrilogia di Kevin Costner: Horizon, an American Saga. Che fine ha fatto l’ambizioso progetto? È morto, è vivo? Vedremo mai al cinema i capitoli della Saga?
Si sa, tutto è già leggenda. L’attore americano aveva deciso di riproporre sui grandi schermi l’epopea del West, un’epopea corale articolata in quattro capitoli (di tre ore ciascuno). Far rivivere e recuperare i valori insiti nel Mito. Accompagnarli da una corretta revisione della rappresentazione storica di quanto realmente avvenuto negli anni cruciali della ripresa della corsa verso l’Ovest dopo il massacro della Guerra di Secessione. Un progetto che implicava un impegno economico non indifferente, fondato sulla speranza di un ritorno con incassi soddisfacenti. Per quasi tutti però, un sogno fuori tempo massimo, una follia che non teneva conto dei mutati interessi e gusti delle nuove generazioni e degli ormai acquisiti diversi modi di fruizione dei film. Determinato nelle sue idee, impegnando anche le sue proprietà Costner ha finanziato e realizzato i primi due capitoli che sarebbero dovuti uscire a tamburo battente, uno dietro l’altro, nell’Estate/Autunno 2024. Purtroppo la realtà è stata diversa, lo sappiamo, le speranze sono andate deluse. Il Primo Capitolo presentato a Cannes ’24 e uscito nei cinema il 4 Luglio non è stato accolto da recensioni calorose. Si sa i critici sono spesso supponenti e valgono quel che valgono, ma quel che è peggio è che gli incassi diretti ed indiretti sono stati molto inferiori alle aspettative. Horizon, 2° Capitolo è stato poi presentato a Venezia ’24 e anche al Santa Barbara International Festival a Febbraio ’25, ma se ne è saputo molto poco. Al momento non è uscito né si sa ancora se mai uscirà in sala o se, come e quando, verrà commercializzato in altri modi. Nel frattempo, superato anche l’ostacolo degli scioperi ad Hollywood, Costner pervicacemente convinto delle sue idee ha appena riavviato le riprese di Horizon, 3° Capitolo. Che sta succedendo? Il progetto va avanti? Quale è la verità dei fatti? Quale sarà la soluzione di compromesso? Si potrà evitare che tutto confluisca su qualche piattaforma nel gran mare dell’intrattenimento domestico?
Sia quel che sia, riusciremo mai noi appassionati a vedere sul grande schermo e nel buio spaesante della sala un film che restituisca al nostro immaginario la resa spettacolare degli spazi ed il respiro dell’epica del West? Pensare di dover ricondurre questa immersione/identificazione totale dal grande schermo allo spazio limitato di un televisore può sembrare inconcepibile ai più fanatici di noi.
Temo però che dovremo prendere atto realisticamente che la “civiltà avanza”, siamo rimasti in pochi, non ci sono più gli spazi sconfinati e non si può finire come L’ultimo Buscadero ad ostinarsi a fare il
cowboy quando fuori tutto è ormai cambiato. La marcia sul Lungo Sentiero è iniziata e bisognerà accettare una “riserva”, uno spazio, una terra di confine limitata e circoscritta ove i pochi patiti potranno coltivare la propria passione grazie allo streaming televisivo. Giusta Nemesi per un genere responsabile di tanti falsi storici a danno dei nativi americani.
È molto probabile che i capitoli restanti di Horizon verranno commercializzati essenzialmente sulle Piattaforme Tv previo, si spera almeno, un brevissimo sfruttamento/lancio/evento a prezzi iper maggiorati in qualche grande cinema. Un compromesso non dei peggiori e ce ne dovremo fare una ragione.
Il Western è morto, Viva il Western!
data di pubblicazione:10/06/2025
da Rossano Giuppa | Giu 7, 2025
(Teatro Argentina – Roma, 5/15 giugno 2025)
Torna a Roma, al Teatro Argentina Lazarus, l’opera rock di David Bowie e Enda Walsh che Ert/Teatro Nazionale ha presentato in esclusiva per l’Italia nella Stagione 2022/23. Uno spettacolo di Valter Malosti, con protagonista Manuel Agnelli nel ruolo di Newton e con la cantautrice Casadilego. Regalo d’addio di David Bowie, Lazarus è un complesso e straordinario pezzo di “testamento musicale”, scritto con un commovente sforzo creativo dall’artista insieme al magnifico album Blackstar, uscito due giorni prima della morte.
A dieci anni dal debutto a New York, torna in scena al Teatro Argentina di Roma dopo la prima italiana di marzo 2023 Lazarus, con la regia di Valter Malosti, che ha curato la versione italiana avvalendosi anche dei consigli del drammaturgo Enda Walsh. Un allestimento complesso e articolato che vede nel ruolo del protagonista Newton Manuel Agnelli, cantautore e storico frontman degli Afterhours. Al suo fianco, la cantautrice e polistrumentista vincitrice della XIV edizione di X-Factor Casadilego che veste i panni di una ragazza che gli appare in sogno, Michela Lucenti che è l’assistente di Newton, Elly e Dario Battaglia che dà vita alla figura ambigua di Valentine. Con loro sul palco sette performer e cantanti ed otto bravissimi musicisti che eseguono live i 17 pezzi dell’opera.
A più di 50 anni dal romanzo originale The Man Who Fell to Earth di Walter Tevis, e a 40 dall’omonimo film di Nicholas Roeg, che vedeva Bowie nei panni del protagonista, l’artista britannico negli ultimi mesi di vita di riprendere con Lazarus le fila dell’infelice storia del migrante interstellare Newton, sceso sulla Terra alla ricerca di acqua per il suo popolo.
Lazarus è sostanzialmente un’opera senza una vera e propria trama se non quella interiore di una mente in frantumi. L’alieno è sempre più isolato nel suo appartamento, in preda alla depressione e vittima dei suoi fantasmi e della dipendenza dal gin. In questa situazione disperata Newton riceve segnali dal passato attraverso la TV, capta visioni del futuro generate dalla sua mente, mescola realtà e sogni ad occhi aperti.
La scena, curata da Nicolas Bovey, porta lo spettatore nell’appartamento del protagonista a New York, in un interno dove regnano installazioni video mentre su una pedana rotante si muovono una poltrona, uno scrittoio-pianola e un tavolo sormontato da un teschio. Agnelli-Newton, in vestaglia rossa, guarda i video, beve del gin e affronta a viso aperto i suoi fantasmi: l’alienazione, il doppio, i misteri della morte e della rinascita. L’estrema solitudine di Newton è mitigata solo da una ragazza-sogno (Casadilego) e dall’arte, compagna fedele. Ma su tutto si staglia il profondo senso di solitudine dell’uomo-alieno che alla fine della propria esistenza, anela ad un ritorno impossibile verso le stelle, una utopica speranza che non arriva, perché impossibilitata dai limiti del mondo e da quelli interiori dell’uomo stesso.
data di pubblicazione: 07/06/2025
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