da Antonio Iraci | Apr 7, 2026
Seconda versione cinematografica dall’omonimo romanzo di Albert Camus. Dopo il primo adattamento, diretto da Luchino Visconti nel 1967, si cimenta nell’impresa Ozon, presentando la sua trasposizione all’ultima edizione del Festival di Venezia. Da un testo a dir poco enigmatico, sin da subito viene delineata la figura complessa del protagonista…
Oggi è morta mamma. O forse ieri, non so. Con questo lapidario incipit Albert Camus dà avvio al suo romanzo e così inizia anche il film di François Ozon, oramai ben noto regista francese. Un raro esempio in cui la sceneggiatura si adatta perfettamente al testo originario, lasciando pochi margini all’invenzione. La storia si concentra esclusivamente sul protagonista Meursault, cittadino francese che vive ad Algeri. Impiegato presso un ufficio governativo, vive la sua vita in uno stato di indifferenza verso il mondo, in un grigio conformismo. Il giovane è concentrato su sé stesso e rimane insensibile alla notizia della morte della madre, da tempo abbandonata presso un ospizio. Un giorno, dopo un litigio senza apparente motivo, ucciderà un arabo e così si inizierà contro di lui un processo kafkiano dove verrà riconosciuto colpevole.
In ogni sequenza, in maniera del tutto didascalica, il regista intende delineare la specificità dell’individuo e il vuoto esistenziale che risulta caratterizzare la sua condizione. Una percepibile solitudine in un mondo che risulta sempre più estraneo se non addirittura ostile. Ottima l’interpretazione di Benjamin Voisin, nel ruolo del protagonista, che riesce a concentrare su di sé l’attenzione. Un volto interessante da nouvelle vague, sia per la fotografia sia per la scelta di girare in bianco e nero. Molto indovinata anche l’ambientazione, in una Algeri assopita e rassegnata sotto la dominazione francese, ma che mantiene ancora intatta la sua essenza magrebina. Ozon riesce a confezionare un film di buon livello e molto curato nei dettagli, interpretando appieno il pensiero filosofico di Camus. Lo scrittore vuole fare di Meursault un uomo responsabile delle proprie azioni che non accetta alcun condizionamento esterno, tanto meno quello della religione.
Lo straniero non può certo essere interpretato come un manifesto dell’esistenzialismo, ma sicuramente ne mette in risalto l’aspetto nichilista proprio di quella corrente di pensiero. Il protagonista è un soggetto estraneo che vive tra estranei, incapace di esprimere ogni tipo di affetto e privo di ogni apparente sensibilità. Un film sicuramente interessante, anche se di non facile lettura, con l’unica pecca di essere troppo aderente al romanzo. Lo studio dell’uomo da un punto di vista esclusivamente soggettivista, incapace di percepire la realtà e oppresso da un senso di distacco dal mondo. Un esperimento cinematografico riuscito anche perché porta la firma di un regista di grande e riconosciuto talento cinematografico.
data di pubblicazione:07/04/2026
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da Daniela Palumbo | Apr 7, 2026
Netflix ripropone in catalogo il capolavoro di Franco Zeffirelli, trasposizione cinematografica della celebre tragedia di Shakespeare e grande successo internazionale.
Di Romeo e Giulietta conosciamo trasposizioni diverse, sia teatrali che cinematografiche, più o meno fedeli all’opera shakespeariana. Questa versione, o visione, firmata Franco Zeffirelli e risalente al 1968, oltre a fornire un esempio di perfezione formale, può dirsi “fedele”. Non soltanto al testo originale ma, aggiungerei, all’interpretazione che ne dà la critica più accreditata. Secondo la quale questa non sarebbe una vera tragedia, specie se messa a confronto con la storia di Otello e Desdemona, ad esempio. I due giovani, innamorati e sposi a dispetto del proprio nome, muoiono per la crudeltà del Fato, nutrita dall’odio degli uomini (“Dove sono questi nemici?!” – tuonerà il Principe di Verona). Ma non prima di aver realizzato il loro “desiderio d’amore”. E conosciuto l’amore stesso come dono di sé e insieme come fonte inesauribile (“Più te ne do, più mi sembra di possederne!”). Gli amanti vivono la pienezza, fino in fondo; destino che non è riservato a chiunque, su questa terra.
La famosa “scena del balcone” vede una giovanissima Olivia Hussey (sarà Maria nel Gesù di Nazareth dello stesso Zeffirelli) nel ruolo di Giulietta, capace di armonizzare con estrema naturalezza l’aspetto trasognato e l’ardore del sentimento che si svela. Senza finzioni, senza pudori. Mentre Romeo (Leonard Whiting) traduce l’impeto della passione nello slancio fisico, nel protendersi a più riprese verso di lei, oltre che negli sguardi smaniosi, “voraci”. I primi piani restituiscono intatta la limpidezza degli sguardi, e la trasparenza del sorriso, tanto più seducente quanto privo di malizia o di ricercata sdolcinatezza. Ed è subito poesia. Poesia che è data anche, in questo film, dalla splendida fotografia, dalla recitazione degli attori, impeccabile come la scenografia tutta. E dalle musiche di Nino Rota, struggenti, che da sole sanno suscitare emozioni e compassione autentica.
La voce narrante, quella del grande Vittorio Gassman, finisce per esaltare la commozione, che lo spettatore fa propria, con coinvolgimento pieno. L’alba livida della scena conclusiva sembra invadere lo spazio oltre lo schermo, spingersi fino alla mente e al cuore di chi ha visto e sentito. Testimone nei secoli. Perché, come recita il coro con i toni dell’addio, “mai storia fu più dolorosa di quella di Giulietta. E del suo Romeo”.
Da non perdere.
data di pubblicazione:07/04/2026
da Giovanni M. Ripoli | Apr 6, 2026
Ogni lunedì un episodio di quello che è un sequel della saga dei Dutton, ovvero una delle produzioni dello showrunner di maggiore successo, Taylor Sheridan, creatore di Yellowston, ma anche dei prequel, 1883 e 1923 e del prossimo sequel The Dutton Ranch.
Chi ritiene che il western, in quanto genere cinematografico, sia tramontato, temo s sbagli. Mai come negli ultimi anni, specialmente, in streaming abbiamo assistito al proliferare di produzioni che per stile, affinità ideologiche, location, fanno giustamente parlare di neo western. Tuttavia, nonostante il clamoroso successo della serie primigenia, Yellowstone & prequel e sequel, creature del già citato Sheridan, non godono dei favori dei critici di settore, quelli che assegnano i premi, per intenderci. Le ragioni vanno divise a metà fra lo spirito soap che contraddistingue la saga in alcuni frangenti e l’anima conservatrice del suo creatore. Alla faccia di tali pregiudizi, per lo scrivente infondati, la saga di Sheridan, seppure priva dell’apporto di Kevin Costner continua a macinare consensi di pubblico e i successivi sequel confermano che la vena non si è esaurita del tutto. Con Marshals seguiamo le vicende del figlio più giovane di John Dutton, Kayse, interpretato dal simpatico Luke Grimes, U.S. Marshal nel Montana, dopo aver lasciato il ranch di famiglia, venduto per un dollaro al capo della confinante riserva indiana, Thomas Rainwater. Un altro spin-off The Dutton Ranch seguirà invece la combattiva Beth e suo marito Rip., riconosciuti protagonisti di Yellowstone, ma sarà un’altra storia! Tornando alla serie in onda, il fulcro del racconto è incentrato sul coraggio e la lealtà del giovane Dutton, sempre teso a combattere i crimini nelle aree sperdute del Montana, spesso in contrasto interiore fra gli ideali di giustizia e le tradizioni locali. In lotta fra sangue e potere, rispetto delle tradizioni familiari e desiderio di trovare una propria identità, Kayse va avanti affrontando la dilagante violenza del territorio e pesanti drammi familiari. Spesso al suo fianco c’è il giovane figlio Tate con cui divide il lutto per la scomparsa dell’amata madre Monica, vittima di un tumore, contratto a causa dell’inquinamento da sostanze tossiche nella zona. Non mancano alleati e nemici storici ma, ovviamente, ci saranno tante new entry in una storia che si dipana in 13 episodi per la prima stagione. Nel cast, oltre al protagonista Luke Grimes, ci sono Logan Marshall (Pete Calvin, leader della squadra e compagno di Kayse quando in Afganistan combattevano nei SEAL), Arielle Kebbel (Belle Skinner, specialista in operazioni sotto copertura), Ash Santos (Andrea Cruz marshal in carriera), oltre al bravo Gil Birmingham (il capo della riserva di Broken Rock, Thomas Rainwater), e al giovane Brecken Merrill (problematico figlio di Kayce). Marshals è una serie godibile per svariate ragioni. Intanto prosegue una saga molto amata, è ricca di scenari meravigliosi, piace a chi ama i western per le molte scene di azione, ha una trama thriller che si sviluppa nello scoprire nemici che agiscono nell’ombra. Va altresì detto che non sempre il livello è all’altezza delle serie precedenti, non fosse altro per quell’inevitabile senso di “già visto” e di una certa standardizzazione delle tante produzioni di Sheridan & soci, che forse cominciano ad inflazionare lo streaming.
data di pubblicazione:06/04/2026
da Giovanni M. Ripoli | Apr 5, 2026
La Stella del Diavolo è considerato il miglior romanzo di Jo Nesbo, dominatore delle crime story norvegesi e in assoluto fra gli scrittori più letti al mondo. Nel libro, come nella serie TV, Harry Hole è un poliziotto onesto, ma non privo di vizi e problemi, periodicamente alcolizzato e perennemente a rischio di licenziamento per comportamenti poco ortodossi. Nella nostra vicenda indaga su un serial killer uso a uccidere le sue vittime, donne nella fattispecie, recidendo loro un dito e lasciando un diamante a cinque punte sotto la palpebra, appunto, la stella del diavolo.
Teatro della storia è Oslo, dove stranamente fa un caldo bestiale e sembra quasi Gotham city… A Hole viene offerta dal suo capo un’ultima occasione professionale, indagare sul killer che ogni tre giorni fa fuori una donna. Ma la vita nel distretto per Hole è alquanto complicata, non solo per l’obiettiva difficoltà del caso, e per il suo perenne malessere psicofisico, quanto per l’accesa rivalità di un collega corrotto. Nella prima stagione, composta da nove episodi, diciamo solo che Hole verrà comunque a capo dell’intrico, attraverso un’indagine che lo coinvolgerà sul piano fisico seppure sprofondandolo in una discesa nell’oscurità. Pur con qualche inevitabile sfasatura, La Stella del Diavolo si colloca tra le migliori serie nell’ambito del c.d. nordic noir che ci ha consegnato autentiche perle, come la serie The Bridge (Bron in originale) o Wallander, immediatamente dopo l’indimenticata e iconica Millennium. I pilastri della serie Netflix in onda sono diversi e vanno dall’ambientazione cupa, oppressiva, quasi dark, a una colonna sonora di grande effetto affidata alle coinvolgenti ballate rock di Nick Cave, Ramones, Sex Pistols e The Clash. Come non si può tacere l’interpretazione di almeno tre protagonisti, Tobias Santelmann, Joel Kinnaman e Pia Tjelta, attori già affermati, rispettivamente nei ruoli di Harry Hole, il corrotto Tom Waaler e Rakel Fauke, la fidanzata dell’eroe. La serie vive delle contraddizioni e delle oscure dinamiche in seno alla polizia di Oslo, esaltate da una fotografia tra il verde e il giallo che solo gradualmente si schiarisce fino a definire i contorni dei protagonisti. C’è qualcosa che stride? Forse le troppe pause legate ai flash back in chiave psicologica che rallentano il ritmo del pari esageratamente frenetico del resto della vicenda. In estrema sintesi si potrebbe aggiungere che la chiave “nordica”, forse, non sempre si sposa con lo stile da thriller americano, ma, ciò non impedisce di consigliare Detective Hole come uno dei migliori prodotti Netflix della stagione. Da ultimo, ricordando che Jo Nesbo è autore per stomaci forti e che la trasposizione sullo schermo va giù pesante, è doveroso segnalare che non è una visione da consigliare a tutti, senza distinzioni.
data di pubblicazione:05/04/2026
da Paolo Talone | Apr 3, 2026
con gli attori della compagnia FortApache Cinema Teatro
(Teatro Vascello – Roma, 31 marzo/4 aprile 2026)
Nella notte che separa la fine del Carnevale dall’inizio della Quaresima, un paese si riunisce per fare festa. E per rievocare quello che l’omertà ha seppellito nella dimenticanza. In (encomiabile) coproduzione con La Fabbrica dell’Attore, è in scena al teatro Vascello il nuovo spettacolo di FortApache Cinema Teatro (FACT), Mercoledì delle ceneri. Un gesto di fiducia della sala di via Carini al lavoro di Valentina Esposito, da oltre un ventennio impegnata nella formazione e nel collocamento di artisti – oggi professionisti affermati – che hanno trascorso parte della loro vita in detenzione.
Dopo aver indagato i nodi complessi delle relazioni generazionali in Famiglia (2019) e la precarietà dell’esistenza, oggetto di Destinazione non umana (2021), Valentina Esposito torna a scuotere le coscienze, affrontando una delle piaghe più incancrenite e attuali della nostra società: il femminicidio. In questa nuova prova, la regista e autrice compie un miracolo di sublimazione teatrale. Il dramma di cronaca è calato nell’immagine macabra di un Carnevale vestito a lutto. La violenza sociale si traduce nel dirompente simbolismo di uno spettacolo dal potente linguaggio visivo. A collaborare nell’allestimento, come in altri lavori passati, Mari Caselli (costumi), Luca Novelli (musiche), Alessio Pascale (luci).
L’apertura è affidata ad Alessandro Bernardini, volto storico della compagnia, che introduce uno scenario dove il confine tra festa e pentimento si fa sottile. Al centro della scena troviamo Caporale – il personaggio interpretato da un sempre intenso Giancarlo Porcacchia (Lallo) – che, come ogni anno, arriva in paese trasportando la pupazza destinata al rogo del martedì grasso. La ciclicità dell’atto, diventato ormai tradizione, ha sospeso il tempo, incastrandolo tra le maglie di un doloroso ricordo: il fattaccio. È lui l’artefice del simulacro, sorvegliato da “sacerdotesse” destinate al martirio del divertimento sessuale di una comunità di maschi disposta a pagare per appagare la propria arroganza. Costruita in memoria di Rosa, la donna amata, abbandonata e infine travolta da un destino brutale nei pressi di un fiume nero e melmoso, il fantoccio fatto di fili di metallo (opera di Edoardo Timmi) è figura di ogni donna ingabbiata dalla prepotenza maschile.
Il fiume che scorre sul proscenio a dividere il palco dalla platea è, invece, una barriera morale. Lo spettatore si trasforma in testimone omertoso, un turista del dolore. O, peggio, il guardone di una violenza che la retorica quotidiana ha reso tristemente normale.
A trascinare il carretto è Ciuccio (Giulio Maroncelli), emblema della diversità che diventa umanità degradata e vilipesa quando incontra la tracotanza maschile. Lo stesso destino che tocca alle donne, protagoniste della festa.
Lo spettacolo mette a nudo la “maschera criminale” che attraversa i nostri giorni. Un copione che si ripete all’infinito, senza mai essere davvero compreso. Tutti sanno, ma tutti dimenticano. È più facile il giudizio spietato e il pettegolezzo anonimo. I pupazzi realizzati dai Gemelli Magrì, figure grottesche e tutte uguali, sono proprio lo specchio di questa società che nasconde la propria indifferenza dietro malelingue senza volto.
Sempre originali le scritture della Esposito. Elaborate insieme al gruppo di attori formatosi tra le pareti della Casa Circondariale di Rebibbia Nuovo Complesso, da anni impegnato, insieme ad altri artisti professionisti provenienti da diversi ambiti formativi, in un percorso professionale. Un’esperienza unica in Italia, da sostenere e applaudire, che ha lo scopo di reinserire nel mondo del lavoro – piuttosto che semplicemente contenere – cittadini che hanno scontato la pena. Sul palco, con i già citati artisti, Fabio Camassa, Matteo Cateni, Chiara Cavalieri, Christian Cavorso, Viola Centi, Massimiliano De Rossi, Roberto Fiorentino, Sofia Iacuitto, Gabriella Indolfi, Claudia Marsicano, Cristina Vagnoli e Camila Urbano.
data di pubblicazione:03/04/2026
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da Antonio Iraci | Apr 2, 2026
Secondo film con la regia di Nunzia De Stefano, napoletana doc che ha già collaborato in importanti film diretti da Matteo Garrone. Un attento esame della periferia degradata di Napoli, tra malavita e rispetto dei codici d’onore dove ogni sgarro dovrà essere ripagato a caro prezzo…
La storia drammatica di Sasà, un ragazzo napoletano di tredici anni dotato di un grande talento musicale. Aspira a diventare un rapper famoso per permettere alla giovane madre single una vita più agiata. Con l’aiuto di Yodi, anche lui con la passione per l’hip hop e già un mito nell’ambiente musicale partenopeo, Sasà scrive il suo primo pezzo. Il rap è dedicato alla madre Rusè con la quale ha un rapporto intenso che spesso sfocia in una gelosia possessiva.
Dopo essersi scontrato con la realtà cinica del mondo della musica, disilluso da tutto, cede alla criminalità pur di raggiungere il suo obiettivo. Si troverà coinvolto nello spaccio della droga e si vedrà scoperto dalle autorità, rischiando così di essere obbligato a vivere in una casa-famiglia. Sasà sprofonda così in una forte depressione e soltanto l’intervento di Yodi riuscirà a far breccia nell’animo del ragazzo facendogli ritrovare l’entusiasmo che aveva perduto. La regista affronta un tema molto collaudato che riguarda la situazione dei ragazzi napoletani, tutti con buoni propositi ma spesso coinvolti nella malavita organizzata. Il film quindi ricalca alcuni cliché che, nel bene e nel male, caratterizzano la città e i suoi abitanti. Sembra così rinato un neorealismo che affronta il tema della povertà e delle situazioni estreme. Elemento catalizzatore risulta ancora una volta il sentimento che unisce e che addolcisce qualsiasi questione di malaffare.
Malavia ha Mattia Francesco Cozzolino, Daniela De Vita e Junior Rodriguez come attori principali, tutti non professionisti che hanno recitato bene la loro parte. Se da un lato le riprese riescono perfettamente a cogliere l’essenza dei fatti, tuttavia la sceneggiatura pecca di superficialità. Si ripetono le solite dinamiche che non riescono più a impressionare lo spettatore. Napoli oramai si identifica con la sua periferia dove degrado e corruzione sembrano dominare esclusivamente la scena. Un film quindi che ha del vero, ma che non dice nulla di nuovo usando un linguaggio espressivo già visto. L’interpretazione verace dei giovani attori è fuori discussione ma non è sufficiente a modificare l’esito finale del film. Sembra piuttosto una ripetizione di formule già note più che una vera originalità cinematografica. La regista dimostra di avere delle potenzialità ma sembra frenata da una sceneggiatura che non sfrutta le sue capacità e sicuramente penalizza la sua creatività. Il film è stato presentato in anteprima all’ultima edizione della Festa del Cinema di Roma.
data di pubblicazione:02/04/2026
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da Antonio Jacolina | Apr 1, 2026
Al di là di ogni autoreferenziale illusione direi proprio che continuano a non essere tempi belli per il Cinema Italiano. Il 2025 a livello internazionale non è stato per noi certo un anno memorabile!
Non si riesce più ad attrarre l’attenzione della critica e del pubblico degli altri paesi. I nostri film non riescono più ad entrare in lizza per i grandi Premi o nei Festival che contano realmente e che sono poi il più concreto volano di diffusione e di ritorno economico. Le cause sono più che note. Le nostre storie sono molto “locali”, non hanno afflato universale, sono di breve respiro e per di più prive di coraggio innovativo.
Quali le soluzioni? Occorrerebbe investire meno sulla quantità e invece molto di più sulla qualità dei progetti. Bypassare i vincoli linguistici, economici e culturali attivando collaborazioni internazionali per acquisire sostegni economici e distributivi che non abbiamo. Tornare ad avere una visione strategica più ampia.
Se poi non ci fosse stato il ciclone Zalone di fine anno il saldo degli spettatori e degli incassi totali sarebbe stato ben più amaro.
Tornando alla realtà ed all’Anno appena passato i membri dell’Accademia hanno esaminato i ca.120 lungometraggi usciti in sala nel 2025 ed hanno definito oggi le “cinquine” delle candidature per le singole categorie di premi. I vincitori verranno resi noti durante la cerimonia del prossimo 6 Maggio.
Come per la corsa agli Oscar anche da noi si aprono ora i grandi giochi! Vedremo in queste prossime settimane se i nostri front runner riusciranno a mantenere il distacco o se emergerà qualche outsider. Dopo la sconfitta storica di Parthenope sarà questo l’anno della rivincita di Sorrentino con Il film d’autore più redditizio dell’annata (7,5 Mln di incassi): La Grazia? Prevarrà Martone con Fuori? Vincerà più che meritatamente la vera rivelazione dell’anno Le Città di Pianura di Sossai? Presentato a Cannes nella Sezione Un Certain Regard il film è stato molto gradito dal pubblico (2 Mln di incassi). Oppure verrà apprezzato altrettanto meritatamente il ritorno di Soldini con Le Assaggiatrici che è piaciuto sia alla Stampa che al Pubblico?
Va segnalato, a conferma che successo commerciale e premi non coincidono, che anche in questa edizione così come fu l’anno scorso per Diamanti è assente fra le candidature Follemente di Genovese il film che ha registrato il massimo di incassi e di spettatori. Segnaliamo infine che fra gli “esordienti” si conferma la tendenza di una presenza prevalente delle registe donne.
Di seguito riportiamo le “cinquine” per le principali categorie:
– Miglior FILM:
Cinque Secondi;
Fuori;
La Grazia;
Le Assaggiatrici;
Le Città di Pianura.
– Miglior REGIA:
Mario Martone: Fuori;
Gabriele Mainetti: La Città Proibita;
Paolo Sorrentino: La Grazia;
Silvio Soldini: Le Assaggiatrici;
Francesco Sossai: Le Città di Pianura.
– Miglior ATTRICE PROTAGONISTA:
Valeria Bruni Tedeschi: Duse;
Barbara Ronchi: Elisa;
Valeria Golino: Fuori;
Aurora Quattrocchi: Gioia Mia;
Anna Ferzetti: La Grazia;
Tecla Insolia: Primavera.
– Miglior ATTORE PROTAGONISTA:
Valerio Mastandrea: Cinque Secondi;
Claudio Santamaria: Il Nibbio;
Toni Servillo: La Grazia;
Pierpaolo Capovilla: Le Città di Pianura;
Sergio Romano: Le Città di Pianura.
– Miglior ATTRICE NON PROTAGONISTA:
Valeria Golino: Breve Storia d’Amore;
Valeria Bruni Tedeschi: Cinque Secondi;
Barbara Ronchi: Diva Futura;
Matilda De Angelis: Fuori;
Milvia Marigliano: La Grazia;
Silvia D’Amico: Tre Ciotole.
–Miglior ATTORE NON PROTAGONISTA:
Francesco Gheghi: Quaranta Secondi;
Vinicio Marchioni: Ammazzare stanca-Autobiografia di un assassino;
Fausto Russo Alesi: Duse;
Roberto Citran: Le Città di Pianura;
Andrea Pennacchi: Le Città di Pianura;
Lino Musella: Nonostante.
-Miglior ESORDIO ALLA REGIA:
Ludovica Rampaldi: Brave Storia d’Amore;
Margherita Spampinato: Gioia mia;
Greta Scarano: Vita da grandi;
Alissa Jung: Paternal Leave;
Alberto Palmierieri: Tienimi Presente.
– Miglior SCENEGGIATURA ORIGINALE:
Cinque Secondi;
Duse;
Gioia mia;
La Grazia;
Le Città di Pianura.
Miglior FILM INTERNAZIONALE:
Io sono ancora qui;
La voce di Hind Rajab;
The Brutalist;
Un semplice incidente;
Una battaglia dopo l’altra.
data di pubblicazione:01/04/2026
da Maria Letizia Panerai | Apr 1, 2026
É davvero possibile vivere seguendo alla lettera i precetti cristiani? E tutti coloro che si professano cattolici si comportano realmente in modo moralmente impeccabile, aiutando gli altri senza secondi fini e dicendo sempre la verità?
Arturo (Pif) è un agente immobiliare della Trinacria Real Estate di Palermo. L’abilità dimostrata sul lavoro fa dimenticare al suo responsabile Tommaso (Francesco Scianna) quanto sia scarso come portiere nelle partite di calcetto aziendale. Per esse come per molte altre cose Arturo non nutre alcun interesse, mentre ha una autentica passione per i dolci siciliani, da vero cultore della materia. Un giorno conosce Flora (Giusy Buscemi), figlia di un noto pasticcere palermitano: la donna sta cercando un locale dove aprire la sua pasticceria. Flora è bella, sensuale, intelligente, allegra e, ovviamente, esperta di dolci. Tra i due è subito amore! Arturo, pur avendo ricevuto una educazione cattolica, è agnostico mentre Flora una credente convinta. Fra i due si crea una frattura dopo i numerosi e goffi tentativi di Arturo nel mostrarsi un fervente cattolico. E una sera per consolarsi Arturo ingurgita 35 sciù alla ricotta e gli “appare” il Papa che gli parla seduto su una poltrona del salotto. Quell’apparizione, nata da un picco glicemico, lascerà un segno nelle future azioni quotidiane di Arturo. E, di quell’incontro inverosimile, rimarrà una edizione tascabile del Vangelo sul tavolino del suo salone…
… Che Dio perdona a tutti è un film sull’incoerenza, su come spesso solo a parole si è convinti di seguire i dettami della fede, professandosi cattolici e comportandosi ipocritamente. Diliberto e Astori, da veri equilibristi, firmano a quattro mani soggetto e sceneggiatura del film, tratto dall’omonimo romanzo di Pif del 2018. E il collante tra i due, per loro stessa ammissione, è la ricotta, che forse non è solo quella goduriosa che troviamo nei cannoli, negli sciù e nelle cassatine. Il film è divertente ma non irriverente. Ironico, intelligente ma anche leggero. Mai superficiale per la serietà con cui viene affrontato il tema della fede, e fa riflettere.
L’incontro reale che Pif ebbe con Papa Francesco prima di scrivere il libro fu di ispirazione per la stesura dello stesso. E oggi nella sceneggiatura del film le battute che il Papa pronuncia sono stralci di dichiarazioni autentiche raccolte dall’autore nei loro successivi incontri. Il cast di attori, tutti bravissimi, è bilanciato e a fuoco, anche nei camei. E uno di questi non passerà inosservato. Si ride, ci si commuove e si pensa durante la visione di questo film, che riesce a analizzare nel profondo un modo superficiale di vivere il credo religioso. Ed anche se Pif rispetto al libro riscrive il finale, sicuramente non ha cambiato ciò che i tre puntini di sospensione significano…al pubblico scoprirlo!
data di pubblicazione:01/04/2026
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da Antonio Jacolina | Apr 1, 2026
Una bella sorpresa! È L’Ultima Battuta? è un buon film, delicato, toccante e realista. Una cronaca sincera e singolare con la capacità di rendere leggera ed universale una situazione particolare: la separazione non conflittuale di una coppia dopo 20 anni di vita in comune.
Alla sua terza prova dietro la cinepresa Cooper si conferma autore sensibile, dotato e capace di saper coniugare profondità narrativa ed accessibilità emotiva. La sincerità del suo sguardo sempre abile anche nell’evitare gli stereotipi ne fa un cineasta a parte nel grande mare del cinema americano. Ancora una volta torna a parlarci di una coppia e dell’amore. Questa volta dell’usura di una relazione trasformando delicatamente il racconto di una separazione coniugale in una bella storia di cinema. Una riflessione agrodolce sugli effetti del tempo che passa con i dubbi, i rimpianti, gli slanci passionali ed i condizionamenti che limitano le aspirazioni profonde. Un racconto che riesce a parlare a tutte le coppie senza avere le pretese di analizzare le situazioni fino alle profondità di un Bergman ed ha semmai il gusto della commedia amara in cui alla fine la domanda essenziale sembra essere: è meglio essere infelici insieme o separatamente?
Fin qui nulla di particolarmente innovativo. La bella idea è invece soffermarsi sulla parola come mezzo di guarigione, sul bisogno terapeutico di raccontarsi e da qui l’intuizione della Stand Up Comedy come rifugio/sfogo. Elemento catartico per la coppia e occasione per inventarsi nuovi orizzonti. Il racconto può così alternare lo humour delle scene dello Stand Up con il pudore sincero e disarmante dello sconcerto dei due separati.
Cooper si appropria dei toni della Commedia, vi aggiunge un pizzico di mélo e ci restituisce un film ben strutturato, realistico e misurato, leggero e profondo. Alla base di tutto un’ottima sceneggiatura, dialoghi autentici e soprattutto due eccezionali protagonisti. Il troppo poco conosciuto Will Arnett con una recitazione misurata in un ruolo toccante ricco di sfumature e l’ottima Laura Dern. Intorno a loro un eccellente Cast di supporto.
La regia asciutta e nervosa regge saldamente il timone e gioca con un montaggio serrato molto efficace. Filma in modo lineare ma con una cinepresa in costante movimento, talora in spalla e con primi piani insistiti quasi fosse un film indipendente.
È L’Ultima Battuta? È dunque un film inatteso, un buon prodotto dal taglio quasi più europeo che americano. Un lavoro che regala momenti di cinema emozionanti e che ci offre buoni spunti per riflettere. Si esce con un sorriso un po’ pensieroso ma convinti che certe rotture non sono necessariamente delle “fini”.
data di pubblicazione:01/04/2026
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da Nadia Alese | Apr 1, 2026
The Drama di Kristoffer Borgli è un ibrido, a metà tra commedia romantica, satira sociale e thriller psicologico, che mette deliberatamente lo spettatore in una posizione scomoda.
La premessa – una coppia apparentemente perfetta il cui equilibrio viene incrinato da una rivelazione scioccante durante la settimana del matrimonio – è solo il punto di partenza. Il film infatti ruota tutto, non tanto sul segreto in sé, quanto sulle reazioni che esso genera nel microcosmo sociale dei protagonisti, trasformando una romcom in un’analisi crudele dei meccanismi di giudizio collettivo. Borgli, provocatoriamente, costruisce un dispositivo narrativo che mette a nudo l’ipocrisia della borghesia urbana, oscillando continuamente tra disagio ed ironia nera.
L’opera volutamente destabilizza, passando dal meet-cute al perturbante, dal rapporto romantico alla tensione psicologica. Con una regia che amplifica questa ambiguità, utilizzando variazioni di scena e prospettive multiple per confondere i piani fra realtà, percezione e memoria, rafforzando così la sensazione di instabilità. Il tutto con una compiacente operazione di marketing che ricopre il film di attese ed aspettative riguardo il segreto in questione ed i suoi possibili sviluppi, che fa arrivare in sala già carichi rispetto a quello che potrebbe accadere sullo schermo.
Sul piano attoriale Zendaya è il vero centro gravitazionale del film. La sua Emma è costruita per sottrazione, è un personaggio che trattiene, nasconde e poi lascia emergere gradualmente crepe inquietanti, sostenendo il peso emotivo dell’intera narrazione. La sua interpretazione è capace di mettere lo spettatore di fronte ad un paradosso morale; comprendere senza giustificare. Accanto a lei Robert Pattinson lavora invece su un registro più nevrotico e autoironico, incarnando un uomo sempre più destabilizzato, quasi risucchiato dal crollo dell’immagine ideale della sua relazione.
Certo, il tema è tragico, e trasformarlo in un espediente narrativo è forse discutibile, ma il film è esattamente quello che il titolo promette, non un melodramma sentimentale, ma un esperimento sul disagio contemporaneo, sulle dinamiche di coppia e sulla fragilità dell’identità sociale. Più che piacere o non piacere, sembra scritto per mettere alla prova lo spettatore, e per continuare a far discutere ben oltre i titoli di coda.
data di pubblicazione.01/04/2026
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