da Nadia Alese | Ott 18, 2025
(20ª FESTA del CINEMA di ROMA 2025)
Cinque Secondi è forse il film più intimo e insieme più ambizioso del Paolo Virzì degli ultimi anni: un’opera che indaga la ferita della colpa e la solitudine come rifugio oscuro, ma che non rinuncia alla possibilità di rinascita. Un Virzì che non rincorre la grande denuncia sociale, come in Siccità, ma che preferisce scavare dentro l’anima, nei piccoli momenti che separano un passato doloroso da un futuro possibile.
La storia ruota intorno ad Adriano Sereni (Valerio Mastandrea), deciso a punirsi restando lontano dal mondo dopo un incidente. Il suo isolamento forzato a Villa Guelfi, un’antica dimora in rovina attorno a cui gravitano vigne abbandonate e stagioni mute, diventa lo spazio per un dramma interiore, ma anche la scena su cui germoglia lentamente un’alleanza con la vita, grazie all’arrivo di un gruppo di giovani idealisti, studenti, agronomi neolaureati, e di Matilde (Galatea Bellugi), attraverso la quale la memoria del nonno, della terra, della terra-madre ferita ritorna e rompe il silenzio.
Virzì scrive una sceneggiatura che è equilibrismo tra flashback e presente, tra rivelazione e sospensione. Senza fretta. La narrazione privilegia il ritmo del respiro, mentre sul piano registico si conferma maestro nel dirigere spazi e volti. La villa decadente e le vigne non sono solo ambienti scenografici, ma personaggi essi stessi. È nelle sequenze di giochi di luci naturali tra filari e stanze semiaperte che dà il meglio, la macchina da presa è discreta, anch’essa messa in attesa come il protagonista, pronta però anche lei al movimento, al cedimento, al risveglio.
Valerio Mastandrea, pur rimanendo nel suo inconfondibile stile, offre qui una delle sue prove più dense e stratificate. Con poche parole, con un tremore nascosto, riesce a restituire la durezza di un uomo che tenta di sedare il rimorso, ma anche la tenerezza che riemerge quando l’isolamento cede. Buone anche le interpretazioni di Galatea Bellugi, convincente nel ruolo della ragazza che incarna contemporaneamente l’energia della memoria e del futuro e di Valeria Bruni Tedeschi, che porta, anche lei alla sua maniera, ormai un marchio di fabbrica, un contrappunto emotivo essenziale, la voce della ragione fredda, ma anche lo specchio del dolore.
Ogni tanto la forza del film rischia di scivolare verso il sentimentalismo, soprattutto quando il confronto tra vecchiaia e gioventù si fa retorico o quando il simbolo (la villa, la vigna, la maternità), rischia di diventare cliché cinematografico, ma risorge completamente nel finale, che giustifica il titolo e che ovviamente non sveleremo, ma che rimanendo aperto, arriva come un pugno, portando la riflessione ben oltre la sala cinematografica.
data di pubblicazione:18/10/2025

da Giovanni M. Ripoli | Ott 17, 2025
(20ª FESTA del CINEMA di ROMA 2025)
Nel “2001 Kate Moss, già all’apice del successo, quale modella super famosa e strapagata, dichiara alla rivista, Dazed &Confused, di voler essere ritratta dal pittore Lucien Freud, uno dei più celebri ritrattisti del’900. Il film di Lucas, coprodotto dalla stessa Moss, traccia un’affettuosa ricostruzione del profondo rapporto che si instaura fra pittore e modella.
James Lucas alla sua prima regia mette a confronto due forti personalità. Lei. Kate Moss, 27 anni. scatenata e incontrollabile icona del fashion internazionale. Lui, Lucien Freud, nipote di Sigmund, nel 2001 maturo e affermato artista. L’incontro parte maluccio, Kate è super impegnata e poco incline alla puntualità e alle regole, che sono invece le caratteristiche peculiari del grande ritrattista. Nel corso di nove lunghi mesi però le cose cambiano e gradualmente, fra incomprensioni e piccoli litigi, fra i due si instaura una profonda confidenza e una amicizia che perdurerà fino alla scomparsa del pittore nel 2011. Lucas insiste poco sugli aspetti trasgressivi di Kate Moss, esagerata consumatrice di cocaina, capace- si racconta- di tracannarsi una bottiglia di Vodka in una sola sera, preferendo delinearne piuttosto la sensibilità e le fragilità emotive oltre alla straordinaria bellezza, Una parentesi è d’obbligo: Ellie Bamber, l’attrice che la interpreta sullo schermo è persino più bella dell’originale e fornisce una straordinaria interpretazione del personaggio. Certamente in grado di offrire una vasta gamma di espressioni, Ellie Bamber regge magnificamente il confronto attoriale con il sempre grande Derek Jacobi, un titanico Lucien Freud. Per tornare al film, occorre dire che non è tanto il racconto di quegli anni, ricchi di eccessi e scandali, quanto piuttosto il ritratto intimo, giocato su toni e semitoni, di due personalità complesse e affascinanti. Che poi la storia sia vera, nulla toglie al registro minimalista scelto dal regista che ne ha solo enfatizzato gli aspetti più umani e meno noti. Per quanto le riprese privilegino prevalentemente lo studio dell’artista, l’occhio di Lucas fotografa altresì la Londra del 2002, in maniera sobria e realistica. Ma, ripeto, il pregio del film, è saper giocare con l’interazione che nasce tra i due, al lento e continuo evolvere di un rapporto tenero e intenso, quasi un amore platonico, forse il solo autentico fino in fondo provato da Kate. Si può parlare allora con convinzione di una pellicola intimista, di un film su due esseri umani così diversi fra loro ma in grado di sapersi incontrare grazie alla chimica dei sentimenti. Quindi, non solo moda, eccessi, trasgressioni, ma arte come terapia e ausilio alle problematiche esistenziali. Certamente un incoraggiante debutto per Lucas e per la brava Ellie e una conferma della statura dì Derek Jacobi.
data di pubblicazione:17/10/2025

da Salvatore Cusimano | Ott 17, 2025
(20ª FESTA del CINEMA di ROMA 2025)
Questa è la storia di due coppie. I trentenni Lea (Pilar Fogliati) e Andrea (Andrea Carpenzano), e i cinquantenni Rocco (Adriano Giannini) e Cecilia (Valeria Golino). Quattro personaggi i cui destini collidono la sera in cui Lea conosce Rocco in un bar e inizia con lui una relazione clandestina, consumata in una stanza d’albergo. Un tradimento come tanti, in apparenza, che prende pieghe impreviste.
Presentata nella sezione ‘Grand Public 2025’ del Roma Cinema Fest, l’opera di Ludovica Rampoldi, tra le più note e apprezzate sceneggiatrici italiane, sia al cinema che in tv (La ragazza del lago, Il traditore, Gomorra – La serie, Bad Guys), al suo esordio alla regia, parte da queste domande: cos’è una coppia? Come funziona? Quali sono i suoi confini?
Domande facili da porsi, ma alle quali è difficile dare delle risposte. L’esordio della Rampoldi è un film serio ma non drammatico, con tanta ironia che serve per andare in profondità. Il racconto è capace di coinvolgere lo spettatore, depistandolo e interrogandolo spesso, in una sorta di thriller psicologico. La sfida maggiore è stata proprio questa, far convivere bene questi tre elementi: il romanzo, il thriller e l’ironia, ma non c’era dubbio che il tutto fosse molto riuscito. La capacità di scrittura è davvero elevata, appassionante e i labili confini tra amore e passione, tra complessità e leggerezza delle storie d’amore (in generale) qui vengono oltremodo esagerati, volutamente esagerati, con confronti inevitabilmente necessari, a volte dolorosi, ma senza perdere di vista il filo del discorso.
Se il buongiorno alla regia si vede dal mattino, siamo davvero di fronte ad una nuova figura degna di nota nel panorama registico italiano, oltre che figura già di spicco per la sceneggiatura. Il cast ha aiutato in tutto ciò, è stato scelto bene, in maniera assortita, e rappresenta bene le due generazioni, con una nota di merito per Pilar Fogliati e Andrea Carpenzano, e con la sempre magnetica Valeria Golino.
data di pubblicazione:17/10/2025

da Antonio Iraci | Ott 17, 2025
(ALICE NELLA CITTA’ 2025)
Mattia, di appena undici anni, deve affrontare, con i mezzi di cui dispone, la malattia del genitore, appena quarantenne e affetto da Alzheimer precoce. Affronterà questo dramma familiare con determinazione e spirito di maturità…
La storia molto commovente del rapporto tra il piccolo Mattia (Javier Francesco Leoni) e suo padre Paolo (Edoardo Leo). Di fronte a questa devastante malattia, che lentamente sembra divorare la memoria del padre, il piccolo Mattia sarà sempre presente con le sue premure. L’amore e il supporto familiare emergono come pilastri fondamentali per affrontare la crudele realtà di una infermità, offrendo a Paolo la dignità di andare avanti. Attraverso l’immagine di un nucleo domestico unito e amorevole, Aronadio dimostra come l’affetto e la solidarietà possano diventare strumenti di forza di fronte all’inevitabile.
Il film tratta la storia vera di Mattia Piccoli, la cui dedizione nel supportare il padre gli hanno valso il riconoscimento di Alfiere della Repubblica. Onorificenza conferita nel 2021 dal Capo dello Stato in quanto custode di suo padre. Edoardo Leo, nel difficile ruolo di genitore, offre una interpretazione straordinaria, dimostrando una grande sensibilità e profondità in una parte emotivamente impegnativa. Il piccolo Javier Francesco Leoni, invece, sorprende per la sua professionalità, recitando con la sicurezza e la naturalezza di un grande attore. Molto brava pure Teresa Saponangelo nel ruolo della madre, allegra e coraggiosa. Il regista non intendeva narrare la storia reale di Paolo Piccoli, ma il dramma di un uomo ancora giovane che affronta la perdita della memoria. Aronadio esplora così la fragilità di un’esistenza che si sgretola, catturando l’essenza di una lotta intima e profondamente umana contro il tempo e l’oblio.
Per te è il titolo di un film che già indica una dedica. Infatti è dedicato a tutte le famiglie dove la sofferenza di un singolo diventa un’esperienza condivisa, un percorso di afflizione collettiva e profonda. Un film quindi che sicuramente toccherà la sensibilità del pubblico perché parla di amore come unico insostituibile appiglio nei momenti più bui della malattia. Il regista è stato capace di presentare il ritratto intimo e universale della fragilità umana. Aronadio si impegna a toccare la parte più umana e profonda dello spettatore, utilizzando la pura spontaneità e l’innocenza disarmante di un bambino come Mattia. Sotto questo aspetto il film risulta ben riuscito, offrendo un’esperienza commovente e autentica che lascia un segno nello spettatore più sensibile. Presente al Giffoni Film Festival, rivolto principalmente al pubblico della scuola, viene ora presentato alla festa del Cinema di Roma 2025 e contemporaneamente in Alice nella città.
data di pubblicazione:17/10/2025

da Maria Letizia Panerai | Ott 16, 2025
(20ª FESTA del CINEMA di ROMA 2025)
Tutto si svolge in una sola lunga notte, durante una festa. Siamo nel dopoguerra in Inghilterra. Hedda Gabler e suo marito Jorgen Tesman ricevono i loro amici nella loro lussuosa villa. Lei è una donna ambiziosa ma inquieta e il matrimonio con Jorgen, accademico in attesa di ottenere un incarico che potrebbe cambiargli la vita, la costringe ad un ruolo che non le appartiene. Intelligente e colta, Hedda organizza la serata non solo per dare al timido marito l’opportunità che tanto attende, ma anche per salvare il loro lussuoso tenore di vita.
Ma quella dimora borghese così elegante, come il suo matrimonio, sono una gabbia per Hedda. L’arrivo durante la festa di Eileen Lövborg, scrittrice ed ex amante segreta della donna, rappresenterà un pericolo per la carriera di Jorgen. Eileen infatti si presenterà agli ospiti con in mano il suo ultimo manoscritto in cui ha messo “tutta la verità che non aveva mai potuto dire”. Reduce da un precedente libro di grande successo, questo ultimo lavoro della scrittrice viene accolto con curiosità da tutti i presenti. A precedere l’arrivo di Eileen sarà Thea, collaboratrice non accreditata di entrambi i lavori e attuale compagna della scrittrice. In un mondo tutto al maschile, queste tre donne combatteranno ognuna per far prevalere le proprie ragioni.
Versione cinematografica di un’opera del 1890 di Henrik Ibsen, Hedda mantiene la struttura teatrale da camera in cui aleggia un costante senso di claustrofobia sottolineato da una colonna sonora appropriata. Nia DaCosta trasferisce l’ambientazione dalla società borghese norvegese di fine ottocento in un contesto inglese anni ’50, in cui mantiene una uguale repressione dei desideri femminili operando tuttavia dei sostanziali cambiamenti, in particolare sul personaggio di Eileen che nel testo teatrale è un uomo, dando al film una identità queer. La sua Hedda è crudele ed insoddisfatta perché non riesce ad esprimere sé stessa in un ambiente che la considera solo Hedda Tesman. Gli uomini vengono raffigurati mediocri e potenti, ma anche manipolatori come il personaggio del giudice Brack, simbolo emblematico del potere maschile.
DaCosta, che fa parte della nuova generazione di registe afroamericane, fa del testo di Ibsen una metafora sulla repressione di un mondo maschile che non vede le donne e le imprigiona in ruoli, privandole della libertà di esprimersi. Il cast è notevole: Tessa Thompson-Hedda magnetica ed ambigua porta in scena un personaggio distruttivo che non riesce socialmente a far valere la propria libertà, intellettuale e sessuale. A Nina Hoss-Eileen viene affidato il compito non facile di trasformare in femminile il personaggio originario, spostando il focus narrativo. I costumi sono curati e “rappresentativi” delle personalità femminili.
Hedda è un film coraggioso, in cui non mancano anche tematiche razziali, ma che tuttavia ha diviso la critica dopo la prima a Toronto. Non possiamo giudicare se questa rilettura di un testo classico sia troppo ambiziosa, ma possiamo apprezzarla.
data di pubblicazione:16/10/2025

da Antonio Iraci | Ott 16, 2025
(ALICE NELLA CITTÀ 2025)
Todd, affetto da una strana malattia, nonostante il parere contrario della sorella, decide di trasferirsi in una casa isolata, un tempo di proprietà del nonno. Insieme a lui ci sarà Indy, un cane fedele, un vero good boy che lo accompagna e segue in ogni attimo della giornata…
Good boy è stato scelto come film di apertura di Alice nella Città di quest’anno. Opera indipendente, realizzata con un basso budget, è subito diventata un caso cinematografico, conquistando l’approvazione della critica internazionale. La trama ruota intorno a Todd (Shane Jensen) ma soprattutto riguarda Indy, vero protagonista della scena. Il cane del ragazzo che ben presto si accorgerà che la casa dove si sono trasferiti è infestata da strane presenze. Il suo principale compito sarà quello di proteggere e salvare il suo padrone dalle forze del male che sembrano invadere la casa. Mentre la figura del ragazzo rimane sempre in ombra, la storia passa attraverso lo sguardo del cane che percepirà quello che sfugge invece a Todd.
Situazioni inquietanti per realizzare un interessante horror dove però viene messo in evidenza il rapporto sincero tra cane e padrone. Una simbiosi perfetta per raccontare una storia paranormale e spingere lo spettatore ad affrontare razionalmente le proprie paure e le proprie angosce. Una costante soggettiva, quella del cane appunto, che fa percepire nell’oscurità una natura malvagia, qualcosa di pericoloso che minaccia l’incolumità del giovane. Il cane sin dal primo momento intercetta presenze, avverte segnali incomprensibili e inquietanti che rimandano alle strane tracce di morte del precedente proprietario. Inoltre Todd soffre sempre di più di attacchi per qualcosa di grave e Indy gli rimarrà accanto anche per proteggerlo e salvarlo dall’entità oscura. Ogni dettaglio viene esaminato e scrutato sotto la prospettiva del cane, ogni percezione passa attraverso i suoi sensi e nulla sembra sfuggirgli creando un’atmosfera adrenalinica.
Good boy parla di fantasmi con una regia e una fotografia, curata dallo stesso Leonberg, che fanno di questo film un piccolo capolavoro. Lo spettatore imparerà a lasciarsi coinvolgere nella storia dalla recitazione di un cane, per quando sia un semplice paradosso. Indy, sotto la direzione del suo stesso padrone, è un ottimo attore che ha imparato a recitare sé stesso. Il regista riesce in pieno a evidenziare come un legame così forte e radicale possa essere necessario per salvarsi da una vita alla deriva. Un film che offre una riflessione profonda su come affrontare la paura della solitudine. Se il terrore è alle porte, Leonberg suggerisce come annientarlo. Un’opera prima degna di nota, grazie alla capacità del regista di trarre il massimo da una sceneggiatura semplice ma originale. Una narrazione delicata e suggestiva che con la sua autenticità saprà sicuramente catturare l’attenzione del pubblico.
data di pubblicazione:16/10/2025

da Antonio Jacolina | Ott 16, 2025
(20ª FESTA del CINEMA di ROMA 2025)
Eddington immaginaria cittadina nel New Mexico. Nella drammatica fase iniziale del Covid lo sceriffo J. Phoenix è in contrasto con il sindaco uscente P. Pascal. La loro rivalità, arricchita da vecchi rancori per E. Stone moglie dello sceriffo, sfocerà in un conflitto che coinvolgerà tutti…
Presentato già a Cannes ’25 dove ha diviso critica e pubblico ecco alla Festa la quarta opera del giovane idolo del Cinema Indie. Aster dopo aver rielaborato i codici dell’horror onirico e del dramma psicologico lascia il Fantastico per affrontare di petto la Realtà: l’angoscia dell’America attuale. Non c’è infatti alcun bisogno di ricorrere ai mostri, l’orrore è già tutto nella bestialità umana, nella società stessa e nel suo quotidiano. Un’America ripiegata su di sé, legata al culto delle armi, polarizzata fra opposte fazioni, Trumpismo, teorie complottiste, verità alternative, tensioni raziali, Wokismo e fautori del M.A.G.A. Un film sulla paura. Paura dell’altro, della verità e della realtà. Il Covid è solo un pretesto narrativo per evidenziare la paranoia di una nazione sul punto di implodere oppressa dalla violenza, dalla diffidenza e dall’ipocrisia ed appena sorretta ancora da una labile apparenza di ordine.
Il regista inquadra la vicenda nella maniera di un Neo-Western. Si destreggia infatti con i codici classici del Genere, evoca il mito fondativo della conquista dell’Ovest e restituisce con amarezza ciò che il Grande Paese è divenuto oggi. Il Sogno Americano trasformatosi in un incubo. Un western che si rifà ai Coen ed anche a Tarantino segnato come è da un feroce humour nero e dalla violenza. Una satira politica, una commedia nera che poi deborda in un thriller allucinante. Un mero pretesto per rappresentare, senza fare diagnosi o offrire soluzioni, il collasso di una Democrazia minata dalla sfiducia e da una violenza congenita.
Nessun personaggio è gradevole, nei panni dell’antieroe Phoenix è ottimo e porta tutto il film sulle sue spalle, gli altri attori, pur bravi, sono sacrificati in ruoli marginali. Eddington è certo un lavoro ambizioso ed anche interessante che sviluppa troppi temi ed alla fine pur mantenendo costante la tensione resta però schiacciato sotto il proprio stesso peso. La narrazione si fa incoerente, diviene caotica e sembra priva di una visione d’insieme. Il film risulta infatti troppo lungo, disordinato e intricato sia visivamente sia narrativamente. Peccato! Un’idea interessante, un gran lavoro ma il risultato è opinabile ed avrebbe di sicuro guadagnato con una maggiore concisione ed un miglior montaggio. Un’occasione non sfruttata in pieno.
data di pubblicazione:16/10/2025

da Nadia Alese | Ott 16, 2025
(20ª FESTA del CINEMA di ROMA 2025)
Ambientato sulla costa meridionale della Sardegna, il film ha come fulcro Efisio Mulas (Ignazio Giuseppe Loi), pastore che rifiuta di vendere la terra su cui vive, costretto a misurarsi con un mondo che preme dall’esterno con ricatti, promesse, contraddizioni. Intorno a lui una comunità che si spacca, una figlia (Virginia Raffaele) che oscilla tra fedeltà e desiderio di cambiamento, e l’imprenditore determinato (Diego Abatantuono) che rappresenta il paradigma dell’Italia che “vuole crescere”.
Sebbene liberamente ispirato ad una storia vera il tema non è originalissimo, e il testo spesso vacilla, con reiterazioni insistenti dei no, delle pressioni e dei dubbi che più che escalation, rischiano di restare ritornello. I lunghi monologhi e le scene dichiarative finiscono inoltre sovente per appesantire l’economia del racconto.
Ciò che pulsa però è l’atto del rifiuto come gesto morale, la resistenza come gesto “normale” di chi non vuole essere comprato, l’epica del quotidiano. Efisio è un’icona senza proclami eroici, ma con una forza che sgorga dall’incontro fra memoria, affetti, territorio e dignità personale.
Milani torna su un tema che aveva già esplorato, il conflitto tra comunità radicate e spinte modernizzatrici, ma lo fa spostandosi in un panorama diverso rispetto al precedente Un mondo a parte. Qui il mare, il vento, l’orizzonte sono elementi strutturali, non sfondo, ma co-protagonisti che chiedono di essere difesi.
Sul piano del linguaggio si avverte una tensione fra la commedia e il dramma civile, da una parte battute che cercano leggerezza e ironia, dall’altra lo sviluppo generale che tende a fare del reale un simbolo, con un equilibrio a volte precario e momenti urlati che spostano la dimensione dal possibile al declamatorio.
Il cast, comunque, si muove con convinzione. In particolare Loi, vero pastore sardo, sorprende con una presenza che occupa lo schermo senza bisogno di smorfie. La sua non formazione cinematografica diventa la sua forza, rendendo palpabile che Efisio non recita, è. Anche il resto del gruppo, nonostante il rischio di risultare stereotipato, vista l’insistenza della sceneggiatura su contrapposizioni nette, risulta invece forte e credibile.
L’apertura della Festa del Cinema di Roma non ci regala un film perfetto, ha fratture, momenti reiterati ed un ritmo che ne risente, soprattutto nella prima parte, ma ha un grande valore, quello di ricordarci che se “la vita va così”, non significa che tutto debba essere accettato, riportando il valore della resistenza nella centralità del discorso.
data di pubblicazione:16/10/2025

da Antonella Massaro | Ott 15, 2025
Il carrierismo frenetico, l’ipocrisia del perbenismo borghese, l’università e la cultura che finiscono per tradire sé stesse. Con After the Hunt, Luca Guadagnino solleva interrogativi non scontati, invitando ad andare oltre la rassicurante apparenza delle convenzioni e degli stereotipi.
Alma Olsson (Julia Roberts), in attesa della cattedra per la quale ha impegnato tutte le sue energie professionali e personali, insegna filosofia all’università di Yale, mentre il giovane collega Henrik “Hank” Gibson (Andrew Garfield) e la dottoranda Maggie (Ayo Edebiri) si contendono le attenzioni della carismatica professoressa. I legami, nella conformista e intransigente Yale, sembrano sostenersi reciprocamente sul filo di un equilibrio precario, che si spezza in maniera lacerante quando Maggie denuncia Hank per violenza sessuale. Il dubbio su “come sono andate veramente le cose” si insinua nella storia, divenendo il vero protagonista del racconto e svelando una coltre di inganni e finzioni sulla quale i personaggi si muovono a fatica, come su uno sconfinato tappeto di insidiose sabbie mobili.
After the Hunt, presentato fuori concorso durante la 81a Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, immerge lo spettatore in un’atmosfera pirandelliana, nella quale, dietro le innumerevoli maschere, si faticano a intravedere gli autentici volti. Tante storie, tutte verosimili, nessuna veramente credibile, tenute insieme dall’ipocrisia del perbenismo borghese e carrieristico. In un’accademia che, secondo l’impietosa logica del “publish or perish”, rende la ricerca funzionale al raggiungimento del prossimo gradino di un’impervia scalata professionale, si costruiscono carriere attorno a riflessioni filosofiche sull’etica della virtù, orientando però le proprie vite a una logica ciecamente e cinicamente individualistica.
La pressione esercitata dal sistema patriarcale, le possibili contraddizioni che si celano dietro una denuncia di molestie e violenze sessuali, lo scontro generazionale, pur presenti nel film di Guadagnino, finiscono per divenire temi collaterali, inglobati in una cornice più ampia e complessa. Il ritmo martellante e incessante del metronomo di una vita orientata alla ricerca dell’affermazione personale, in fondo, si risolve nella presa d’atto che tutti parlano di cosa si prova nel tentativo di raggiungere il successo, ma nessuno racconta cosa succede dopo.
Superba Julia Roberts, straordinari Andrew Garfield e Michael Stuhlbarg, decisiva Chloë Sevigny (nel ruolo di Kim). Un cast d’eccezione all’altezza della sfida raccolta da Luca Guadagnigno: affrontare un tema sulla cresta dell’onda del dibattito pubblico senza cedere alla tentazione di una narrazione “allineata” all’opinione (apparentemente) maggioritaria, servendosi, sul piano narrativo, degli stereotipi ostentati dal “politicamente corretto” per provare a decostruirli.
data di pubblicazione: 15/09/2025
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da Antonio Jacolina | Ott 13, 2025
Il conto alla rovescia per la catastrofe è iniziato! Un missile nucleare di provenienza ignota, forse Nordcoreano, colpirà Chicago. Occorre decidere come reagire entro diciotto minuti prima dell’impatto…
Presentato in concorso a Venezia ’25 A House of Dynamite esce ora in sala per passare poi su Netflix. In linea con i suoi ultimi film la Bigelow ripropone un thriller politico/militare che illustra le dinamiche del potere negli USA.
Questa volta non siamo più sul campo di battaglia ma direttamente nelle centrali operative fra vertici militari, esperti e lo stesso Presidente. Nel mirino della regista sono i processi decisionali di chi è chiamato a valutare cosa fare nelle emergenze. La cineasta ci immerge infatti letteralmente all’interno di più cellule di crisi chiamate ad affrontare il problema e prendere una decisione sotto la spada di Damocle di un’esplosione atomica imminente. La regista ha l’astuzia narrativa di frammentare l’azione in tre parti riproponendo gli stessi attimi cruciali da differenti punti di vista: analisti, militari e Governo. Ogni visione conferma e rinforza l’ineluttabilità dell’evento. L’urgenza lascia poco spazio per sentimenti personali o sprazzi di umanità. Nulla e nessuno è nei fatti pronto ad affrontare la tragica realtà con lucidità, nemmeno il Presidente degli Stati Uniti.
Sembra un film distopico o di fantascienza, ma al contrario più il film procede più il suo realismo ci colpisce, avvolge e sconvolge e ravviva vecchie e sopite paure degli inizi dell’era atomica. Il pericolo incombe in effetti oggi più di ieri eppure nessuno ne parla o ci pensa come se vivessimo spensieratamente in una casa piena di esplosivo instabile in cui l’impensabile ma pur sempre possibile non debba mai avvenire.
A House of Dynamite è un film più che discreto, interessante e ben diretto con una regia dinamica ed incisiva, un ritmo ed un montaggio incalzanti e frenetici. Il cast di tutta efficacia rende credibile l’azione. Una denuncia sofisticata. Un thriller politico mozzafiato che solletica lontani ricordi del Dottor Stranamore, ma non c’è più da sorridere!
data di pubblicazione:13/10/2025
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