da Daniela Palumbo | Mag 11, 2026
con Franco Branciaroli, Alessandro Albertin, Valentina Violo, Ester Galazzi, Emanuele Fortunati
(Teatro Biondo – Palermo, 09/17 maggio 2026)
Dramma composto da Pirandello e ultima sua opera teatrale, Non si sa come, rappresentato per la prima volta nel 1935, risulta oggi quanto mai attuale. Morale e razionalità si scontrano con l’assurdo, la forza istintuale, l’inspiegabile. Muovendo dalla ricerca socratica, l’invito alla conoscenza di sé approda ad una tragica rivelazione: impossibile per l’essere umano conoscersi davvero, essere padrone di sé e delle proprie azioni. Sapere, comprendere, e governare.
“Conoscere se stessi è morire”. Queste tra le parole più illuminanti di Romeo Daddi, protagonista di questo dramma, pronunciate in una sorta di delirio febbrile, che a più riprese viene chiamato “follia” dagli altri interpreti presenti sulla scena. Bice, la moglie fedele, Giorgio, l’amico fraterno e la moglie di lui, Ginevra. Muore l’illusione di poter controllare tutto con la ragione, essere artefici del proprio destino e padroni del proprio sentire. L’amore tra sposi, l’amicizia di lunga data, la lealtà si frantumano come cristalli fragilissimi. Cosicché, “non si sa come”, Romeo e Ginevra, in assenza dei rispettivi coniugi che pure dicono e “sentono” di amare, finiscono l’uno tra le braccia dell’altra. Senza motivo apparente, e di conseguenza quasi senza memoria, e senza rimorso. Unico motore dell’assurdo, all’origine di una casualità imprevedibile, il sole con la sua luce e il suo calore asfissiante. In qualche modo, come ne Lo straniero di Albert Camus, questo diventa simbolo di una forza opprimente capace di annientare la volontà umana, e quasi viene individuato come unico responsabile. Proprio sui temi di responsabilità e volontà verte l’intero dramma, giocato tutto attorno al costante andirivieni dei personaggi, al turbinio delle loro conversazioni contorte, sempre in bilico tra rivelazione e mistificazione, tra verità e inganno, evidenza e mistero. Una volontà che abdica al suo ruolo (“Io non volevo. Non l’ho voluto fare”), scavalcata da pulsioni che affiorano direttamente dall’inconscio. Quello stesso inconscio che si manifesta nel sogno e che nel sogno stesso trova la sua assoluzione. E insieme la sua colpa, quando questo dilaga nel reale e diventa “fatto” concreto.
“Non ero io, era un altro me” è il motto attraverso cui il personaggio incarna ed esprime la crisi esistenziale dell’uomo scisso in una molteplicità che sconvolge e disorienta. Dalla pluralità dei tanti sé, in cui è facile riconoscere le maschere pirandelliane, alla riduzione progressiva verso l’essenziale, la comune natura umana: tale movimento è reso visibile, mostrato allo spettatore attraverso il gesto tangibile. Sulla scena i personaggi si spogliano via via di abiti, scarpe e altri orpelli, mentre sullo sfondo uno schermo ingigantisce i volti di ciascuno di essi, i loro sguardi, le espressioni colte in primo piano. Persone perbene, autori inconsapevoli di “delitti innocenti”, non programmati, non voluti. Così, innocente, poiché non voluto, può definirsi persino un assassinio – la vita di un ragazzino sacrificata per vendicare una lucertola – avvenuto in un tempo lontano, che inevitabilmente riaffiora. Delitti sopraggiunti “non si sa come” e poi rimossi, confinati in una dimensione pseudo onirica che dovrebbe purificarne le colpe. E la cui pena, alla fine, non è la reclusione ma la libertà, suo esatto opposto. Libertà di agire senza controllo possibile. Per l’uomo, estrema condanna.
data di pubblicazione:11/05/2026
Il nostro voto: 
da Daniela Palumbo | Mag 10, 2026
regia di Pino Ammendola con Annalisa Favetti
(Teatro Biondo – Palermo, 07/10 maggio 2026)
L’incidente che causò la morte di Lady Diana è appena avvenuto, sotto quel ponte di Parigi. Lei si rivolge incredula ora al compagno Dodi, ora alla guardia del corpo Trevor, entrambi assenti dalla scena. E da quel palco dove troneggia la carcassa dell’auto, avvolta da una fitta nebbia, interpella il pubblico circa il suo destino. In una sorta di perenne, reiterato passato – presente.
Questo monologo lungo cinquanta minuti, portato in scena da Annalisa Favetti, non è una semplice celebrazione della vita di Lady Diana. Non è una ennesima rievocazione della sua tragica morte. Sebbene vengano passati in rassegna, in ordine sparso, i fatti più rappresentativi della sua storia. Dal matrimonio da favola – lei una Cenerentola qui alla ricerca della scarpetta smarrita tra le lamiere dell’auto – all’incubo del protocollo di corte e dello “scandalo di Stato”, costantemente in agguato. Sotto lo sguardo onnipresente e imperturbabile della regina in versione “strega cattiva”. Passando attraverso il ricordo dei propri amanti (tanto fugace il ricordo quanto deludenti furono quegli stessi amanti) e delle “opere buone” a favore dei più deboli.
La pièce pare voler essere innanzitutto una “rimembranza” dell’amore. L’amore che prevale su tutto il resto, sempre e comunque. Che sia l’illusione di un vero legame coniugale da parte di una giovane sposa ingenua (“Nel mio matrimonio eravamo in tre”) o il miraggio di una passione travolgente, di quell’erotismo troppo a lungo negato. La propensione sincera per il prossimo, per il bisognoso a cui tendere la mano, o ancora, l’amore nella sua forma più pura, quello per i figli. William e Harry, e persino Sara, la figlia “ignota”. La bambina che lei stessa avrebbe tanto desiderato, mentre – inversamente – Spencer padre avrebbe voluto un maschio al posto di lei, Diana. Così lei, Diana, quasi a parziale risarcimento della mancata realizzazione delle “aspettative”, da sempre si vede destinata a “grandi cose”.
Il tono altisonante della recitazione, spesso sopra le righe, è alternato ad accenti più lievi, quasi sussurrati. Espressioni e gesti perentori da “futura regina” si avvicendano ad esplosioni di gaiezza svampita, che ricordano la bionda Marylin del mito americano.
Prigioniera di quel tunnel che sembra “non finire mai”, anticamera di una fine inevitabile, pochi minuti prima dell’impatto, Diana “futura regina” si mette a contare, come in un gioco, i piloni dell’Alma, il ponte fatale. E persino nel momento dell’addio, accolto infine con rassegnazione, la sentiamo cantare allegramente sulle note di “Candle in the wind”, insieme al suo “Elton”.
Tutta la rappresentazione è dunque un’altalena tra il sogno e la realtà più cruda. Di chi, malgrado la fama che l’ha resa immortale, voleva solo essere una donna. “La meno importante e la più felice”.
data di pubblicazione:10/05/2026
Il nostro voto: 
da Antonio Jacolina | Mag 7, 2026
È la prima volta da decenni che l’Italia è assente contemporaneamente dalle più prestigiose Vetrine Internazionali o dai Premi che contano realmente e che sono poi il più concreto volano di diffusione e di ritorno economico. Nessuna nomination per gli Oscar. Nessun titolo selezionato per Berlino. Ancora peggio poi a Cannes. Non è certo un bel momento per la nostra Industria Cinematografica!
Le cause sono più che note. È una vera crisi strutturale legata a molteplici fattori, ivi comprese le difficoltà al sostegno pubblico, che incidono ormai tutti sulla produzione e realizzazione di progetti autoriali di qualità o potenzialità internazionale. In realtà vengono prodotti troppi film! I volumi eccessivi rendono difficile gestire i passaggi in sala rispetto ai gusti del pubblico e agli interessi della distribuzione. Il tutto a danno dei nuovi autori e delle nuove proposte, schiacciate fra i soliti noti e le solite storie. Mancano quindi le opportunità e si fatica a realizzare un ricambio generazionale e a far emergere nuovi autori e valorizzare nuove idee e nuovi volti.
Pur in questo clima, il rituale dell’autocelebrazione non può che andare avanti… e il nostro Cinema torna a premiare sé stesso con i David di Donatello. Riesce però a farlo con un pizzico di coraggio. Questa volta infatti l’outsider è riuscito a battere i suoi più che qualificati concorrenti.
Trionfa più che meritatamente in questa edizione Le Città di Pianura (16 candidature) di Francesco Sossai che colleziona ben 8 premi. I più prestigiosi: Miglior Film, Migliore Regia, Migliore Sceneggiatura Originale e migliore Attore Protagonista e altri premi tecnici. Presentato con apprezzamenti a Cannes 2025 nella Sezione Un Certain Regard il film del quasi esordiente Sossai era stato poi ben accolto dal pubblico quando uscito in sala (2 Mln di incassi). Merita più che giustamente i riconoscimenti avuti per la sua qualità, il coraggio e la particolare originalità, il suo realismo e l’ironia surreale. Meriterebbe ora anche una migliore distribuzione!
Ancora una volta il grande sconfitto è Paolo Sorrentino con La Grazia (14 candidature) che nonostante il successo riportato in sala è rimasto letteralmente a mani vuote. Non molto meglio è andata al pur meritevole Le Assaggiatrici (13 candidature) che per lo meno ha ottenuto il riconoscimento del David Giovani e quello per la Migliore Sceneggiatura Non Originale e un altro premio tecnico. Apprezzato è stato l’esordio nel cinema del regista d’opera Damiano Michieletto con Primavera che ha ottenuto 4 David tecnici. Più che meritatamente all’ottimo Una Battaglia dopo l’altra di Paul Thomas Anderson è stato assegnato il David per il Miglior Film Internazionale
L’Accademia ha poi riconosciuto il David alla Carriera al regista Gianni Amelio, il David dello Spettatore a Buen Camino di Checco Zalone ed il David Speciale ad Ornella Muti.
Il David per la migliore regia esordiente è andato nuovamente ad una regista donna: la giovane Margherita Spampinato per la sua interessante opera prima Gioia Mia, a sottolineare ancora una volta il crescente e qualificato contributo artistico e professionale femminile.
Dunque qualcosa si muove e cambia? Speriamo! L’auspicio è che siano segnali veri e sinceri verso un’apertura a nuovi autori e a nuovi approcci narrativi ed artistici. Una sottolineatura che il coraggio di rischiare, unito al talento, alla qualità delle storie e a nuove idee possano essere apprezzati e divenire premianti rispetto alla stagnazione omologante e conformista degli ultimi anni e al predominio dei soliti noti e delle solite storie.
Di seguito riportiamo i Vincitori per le principali categorie:
Miglior FILM:
Le Città di Pianura
Cinque Secondi;
Fuori;
La Grazia;
Le Assaggiatrici.
Miglior REGIA:
Francesco Sossai per: Le Città di Pianura
Mario Martone per: Fuori;
Gabriele Mainetti per: La Città Proibita;
Paolo Sorrentino per: La Grazia;
Silvio Soldini per: Le Assaggiatrici;
Miglior ATTRICE PROTAGONISTA:
Aurora Quattrocchi per: Gioia Mia
Valeria Bruni Tedeschi per: Duse;
Barbara Ronchi per: Elisa;
Valeria Golino per: Fuori;
Anna Ferzetti per: La Grazia;
Tecla Insolia per: Primavera.
Miglior ATTORE PROTAGONISTA:
Sergio Romano per: Le Città di Pianura
Valerio Mastandrea per: Cinque Secondi;
Claudio Santamaria per: Il Nibbio;
Toni Servillo per: La Grazia;
Pierpaolo Capovilla per: Le Città di Pianura;
Miglior ATTRICE NON PROTAGONISTA:
Matilda De Angelis per: Fuori
Valeria Golino per: Breve Storia d’Amore;
Valeria Bruni Tedeschi per: Cinque Secondi;
Barbara Ronchi per: Diva Futura;
Milvia Marigliano per: La Grazia;
Silvia D’Amico per: Tre Ciotole.
Miglior ATTORE NON PROTAGONISTA:
Lino Musella per: Nonostante
Francesco Gheghi per: Quaranta Secondi;
Vinicio Marchioni per: Ammazzare stanca-Autobiografia di un assassino;
Fausto Russo Alesi per: Duse;
Roberto Citran per: Le Città di Pianura;
Andrea Pennacchi per: Le Città di Pianura;
Miglior ESORDIO ALLA REGIA:
Margherita Spampinato per: Gioia mia;
Ludovica Rampaldi per: Brave Storia d’Amore
Greta Scarano per: Vita da grandi;
Alissa Jung per: Paternal Leave;
Alberto Palmierieri per: Tienimi Presente.
Miglior SCENEGGIATURA ORIGINALE:
Le Città di Pianura
Cinque Secondi;
Duse;
Gioia mia;
La Grazia.
Miglior FILM INTERNAZIONALE:
Una battaglia dopo l’altra
Io sono ancora qui;
La voce di Hind Rajab;
The Brutalist;
Un semplice incidente.
data di pubblicazione:07/05/2026
da Nadia Alese | Mag 6, 2026
Pecore Sotto Copertura è un film che sulla carta rischia di sembrare un esercizio di stile un po’ bizzarro, con le sue pecore detective, un omicidio in campagna ed il tono a metà tra il family movie ed il giallo classico. Ma in realtà, sorprendentemente, trova proprio in questa eccentricità la sua forza più autentica. Diretto da Kyle Balda e tratto dal romanzo di Leonie Swann, il film costruisce un equilibrio delicato tra leggerezza narrativa e una vena malinconica che emerge quasi in sordina, ma con insistenza.
La premessa è tanto semplice quanto fertile: un pastore affettuoso (Hugh Jackman) legge ogni sera romanzi gialli al suo gregge, inconsapevole che quelle storie vengono capite ed assorbite dalle sue pecore. Quando l’uomo viene ucciso, saranno proprio loro a farsi carico dell’indagine, osservando il comportamento umano con sguardo ingenuo ma acuto. Ed è qui che il film trova la sua intuizione più riuscita, quella di trasformare il punto di vista animale in una lente straniante capace di rivelare l’assurdità e la fragilità delle dinamiche umane.
Pecore Sotto Copertura funziona perché, oltre ad essere una favola divertente, riesce anche a costruire un racconto emotivo coerente, alternando ironia e riflessione senza mai risultare forzato. La regia di Balda, al suo primo live action dopo una carriera nell’animazione, si percepisce proprio nella gestione del ritmo e nel modo in cui le pecore realizzate in CGI si integrano con il mondo reale. C’è, infatti, una fluidità visiva che evita l’effetto artificioso e permette allo spettatore di accettare rapidamente la premessa.
Ciò che rende però più interessante la pellicola è la sua ambizione tematica. Sotto l’apparente leggerezza, infatti, si parla di perdita, memoria e responsabilità affettiva, affrontando con tatto il tema del lutto e della rielaborazione emotiva.
Non tutto è perfetto. In alcuni passaggi, ad esempio, la sceneggiatura indulge in soluzioni convenzionali, ma quando vira sul punto di vista animale, tutto si fa più vivido e brillante.
In definitiva, Pecore Sotto Copertura è un piccolo oggetto anomalo, una detective story travestita da favola o forse una favola che usa il giallo per parlare d’altro. Ed è proprio questa ambiguità, insieme ad una scrittura più sottile di quanto ci si aspetterebbe, a renderlo un’operazione curiosa e riuscita.
data di pubblicazione:06/05/2026
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da Antonio Iraci | Mag 6, 2026
Francesca Archibugi, oramai veterana nel panorama cinematografico italiano, confeziona un film molto interessante. Non tanto per il tema principale trattato, legato al ben noto racket dello sfruttamento minorile. La regista dimostra altresì di saper affrontare le ferite ancora aperte che coinvolgono in maniera diversa i singoli personaggi. Si rivelano così varie storie e soprattutto i prevedibili attriti tra polizia, magistratura e servizi sociali. Alla fine, tra mille difficoltà, la cruda realtà verrà rivelata …
Partendo da una storia se non proprio vera almeno verosimile la regista, sin dalle prime immagini, ci porta nel mondo legato al giro della prostituzione. Rosa Lazar (Angelina Andrei) di origine moldava, non ancora sedicenne viene indotta da un cugino a cercare fortuna in Francia come fotomodella. Ovviamente è tutto un tranello per introdurre la bellissima Rosa in un giro di ragazze messe a disposizione di importanti esponenti del Parlamento Europeo. La giovane è sempre allegra e ottimista e si lascia trascinare in un vortice dal quale sarà difficile uscirne fuori. Alla fine si troverà a Perugia in mano alla mafia albanese che saprà vendicarsi al primo atto di insubordinazione da parte sua. Da qui inizia l’indagine affidata a una testarda sostituta procuratrice (Jasmine Trinca) affiancata da uno psicologo (Michele Riondino) e osteggiata da un superpoliziotto (Filippo Timi).
Senza entrare nei particolari di una vicenda fin troppo complessa, la regista affronta ogni situazione con estrema cautela. Si fa cenno ai drammi interiori dei protagonisti senza però perdere mai di vista il tema centrale. Così, oltre ad affrontare le problematiche che coinvolgono in prima battura Rosa, verranno fuori problemi di tutt’altra natura, che riguardano la vita di ogni giorno. Conflitti sociali e istituzionali che finiscono con il travolgere la vita di coloro che si trovano invischiati, loro malgrado, nelle maglie di una cieca burocrazia. Reticenza per nascondere un passato doloroso, nascosto e rimosso per evitare, o almeno lenire, una sofferenza al limite della sopportazione. La Archibugi, partendo da un trattamento molto corposo, è stata abile nel rappresentare una realtà oscura senza nello stesso tempo appesantirne la narrazione.
Illusione vede impegnato un cast di attori all’altezza dei ruoli assegnati, non sempre facili da seguire. Un film quindi che poteva concretizzarsi in un minestrone di fatti, pieno di sovrapposizioni fuorvianti. Il risultato è stato invece decisamente positivo e lo spettatore potrà seguire l’intera vicenda, quanto mai attuale perché di cronaca quotidiana. Si percepisce una certa sensibilità nel predisporsi verso le problematiche affrontate senza però indugiare in inutili pietismi. Una storia che non riguarda solo la violenza sui minori ma che affronta la lotta di potere e i traumi non risolti. Un dramma psicologico che si cerca di decifrare e che accompagna l’attività investigativa per arrivare alla verità. Il film è stato presentato in anteprima all’ultima edizione della Festa del Cinema di Roma nella Sezione Grand Public.
data di pubblicazione:06/05/2026
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da Daniela Palumbo | Mag 3, 2026
Je m’appelle Agneta è il titolo originale di questo film di produzione svedese, attualmente su piattaforma Netflix. Tratto da un romanzo di Emma Hamberg.
Una vita monotona e incolore si trascina stancamente per Agneta, moglie e madre di famiglia nella fredda Svezia. Il licenziamento improvviso giunge come un deus ex machina, a dare una svolta insperata all’esistenza di lei. Assumerà un incarico come “ragazza” alla pari in Provenza, nella Francia dei suoi sogni, e finirà per occuparsi di un vecchio eccentrico. Burbero e intrattabile, al principio, ma tutto da scoprire.
Follia e saggezza si intrecciano in questo film ironico, sensuale, straziante e consolatorio insieme. La “normalità” è una prigione che mortifica il corpo e ammutolisce lo spirito. Attraverso la metamorfosi di Agneta (Eva Melander), donna per troppo tempo inibita e incapace di credere in sé stessa, rivive quella parte di ciascun essere umano che reclama libertà. Fuori dalle convenzioni e dallo sguardo altrui. La “conversione” avviene sotto la guida bizzarra del vecchio viveur Einar, bene interpretato da Claes Månsson. Che usa la “gioia” – la fantasia, il teatro – come antidoto contro malinconia e rimpianto. Che rinasce, mattina e sera, al grido di “Cosa vuoi, mia libido?”
La macchina da presa cattura via via questo processo di liberazione attraverso primissimi piani e dettagli minuziosi. I pori della pelle così come le curve generose sono mostrati senza pudori, in una riscoperta della femminilità autentica, e del calore umano. I gesti contenuti, la posa rigida delle prime scene cedono il posto a danze scomposte sempre più armoniose, semplicemente perché “se qualcuno t’invita a ballare non puoi rifiutare”. E ancora, a fughe improvvise tra i vicoli del villaggio, a corse sfrenate in mezzo ai campi di lavanda. Persino i sapori, messi al bando dai regimi “salutisti” del precedente vissuto, sono svincolati dalla censura, scarcerati. E si sciolgono al sole di un mercato all’aperto, prima ancora che sulle papille gustative in estasi.
La bellezza di una donna è la sua capacità di lasciarsi andare, riscoprire sé stessa, scegliere per sé stessa, e aprirsi agli altri, infine.
Le canzoni di sottofondo – dalla versione francese di The winner takes it all, vecchio successo degli Abba, alla celebre For me formidable di Aznavour – rappresentano anch’esse un inno alla gioia di vivere, o di restare in vita. Che sia nelle notti di passione selvaggia o in una veglia di tenerezza pura, purché sia vita vera. E sia nell’unico posto dove ciò può davvero esistere: nella douce France.
data di pubblicazione:03/05/2026
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da Rossano Giuppa | Mag 1, 2026
(Teatro Vascello – Roma, 28/30 aprile 2026)
Eleonora Danco arriva al Teatro Vascello con un’antologia di spettacoli che attraversano oltre vent’anni di ricerca e produzione artistica: dEVERSIVO, Sabbia e Intrattenimento Violento. Il 28, 29 e 30 aprile è stata la volta di Intrattenimento Violento, diretto e interpretato dalla stessa Danco, uno spettacolo-performance, tragicomico e viscerale, con racconti di strada, condizioni e stati d’animo, ricordi.
Eleonora Danco è un fenomeno di culto, come scrittrice e interprete di scrittura d’immagini di grande impatto evocativo.
In Intrattenimento Violento condensa e assembla frammenti di storie di personaggi estremi, pezzi di vita. Ecco allora che l’inquietudine della narrazione si muove tra gli alti e i bassi delle giornate, lo sguardo nostalgico all’infanzia perduta, i riflessi ed i condizionamenti dell’educazione ricevuta nella condizione di adulto. Attraverso monologhi, dialoghi, poesie, i personaggi raccontati sono tutti invischiati in conflitti ma sono intrisi di vitalità, hanno bisogno di affermarsi, ma non sanno scegliere in che direzione andare.
Personaggi estremi, folli, drammatici e divertenti, animati da un’energia provocatoria e fisica, senza reticenze, una galleria di ologrammi che anima la Capitale, le strade, gli angoli, le stazioni della metropolitana. Una performance intensa, vitale e trascinante che arriva allo stomaco ed al cuore dello spettatore.
data di pubblicazione:01/05/2026
Il nostro voto: 
da Nadia Alese | Apr 29, 2026
Nel Tepore del Ballo è uno dei lavori più essenziali e cupi di Pupi Avati, un film che rinuncia a qualsiasi illusione consolatoria per affondare in una dimensione narrativa dove il dolore, la caduta e la memoria si intrecciano senza filtri.
Al centro c’è la parabola discendente di un volto televisivo, Gianni Riccio (Massimo Ghini), travolto da uno scandalo finanziario proprio nel momento del massimo successo, che diventa lo spunto non solo per una denuncia dell’essenza spietata del mondo della televisione, ma anche per un racconto di rovina e possibile riscatto, per l’immersione in un’umanità fragile, segnata fin dall’origine da abbandoni e solitudini.
Il tono è tetro e disincantato, la regia sceglie una forma asciutta, che rifugge la spettacolarizzazione e punta invece su una costruzione per accumulo di dettagli emotivi, da una tinta che si scioglie sotto una doccia fino a un finale struggente che tenta disperatamente l’elaborazione consolatoria di un lutto mai veramente affrontato, per sopravvivere a una tragica vita di solitudine.
È un cinema che non fa sconti, dove anche gli inserti più eccentrici, una serie di camei di personaggi famosi nella parte di sé stessi, figure sopra le righe, non rompono mai la sensazione di un mondo che si sfalda lentamente.
Sul piano attoriale massimo Ghini risulta completamente credibile, mentre Isabella Ferrari lavora per sottrazione, senza trucco, in linea con lo stile della pellicola. Ma è soprattutto Giuliana De Sio a imporsi come presenza dominante, con una performance straordinaria, nel ruolo di una conduttrice col pelo sullo stomaco alla Barbara D’Urso, ma che in fondo può essere chiunque, figura al tempo stesso grottesca e tragica.
Quel che resta è un film che non cerca di piacere né di rassicurare. Avati torna ad un’idea di cinema spoglio, quasi controcorrente rispetto alle logiche produttive contemporanee, e proprio in questa scelta trova una sua coerenza radicale. Nella sua malinconia insistita e nello sguardo disilluso, finisce per trasformare la storia individuale del protagonista in qualcosa di più ampio, una riflessione amara sul tempo, sulla solitudine, la perdita e la difficoltà, oggi, di immaginare una vera possibilità di rinascita.
data di pubblicazione:29/04/2026
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da Maria Letizia Panerai | Apr 29, 2026
New York oggi. Miranda Priestly cerca di salvare Runway in un mondo dominato dai social: servono nuove idee, nuovi linguaggi, nuovi contenuti. Andy Sachs, mentre sta per ricevere un premio per il suo ventennale lavoro da giornalista, viene licenziata insieme a tutti i suoi colleghi con una email senza troppe spiegazioni. Le due donne, per uno strano scherzo del destino, tornano a lavorare insieme ma con dinamiche diverse rispetto al passato.
Assistendo alla proiezione de Il diavolo veste Prada 2 ci si chiede se sia giusto creare un sequel al passo con i tempi, andando a “manipolare” nell’immaginario collettivo quella favola graffiante e iconica che ci aveva tanto appassionati. Sparisce l’alchimia nata dalla contrapposizione tra la cattiva Miranda e l’ingenua Andy del 2006, i ruoli si mescolano, la patina glamour si affievolisce e diventa tutto un po’ nostalgico. Forse è questo il prezzo da pagare nell’essere realistici e attuali: mostrare un mondo diverso e meno scintillante? Di sicuro ne Il diavolo veste Prada 2 la parola magica è: cambiamento.
Meryl Streep, Anne Hathaway, Emily Blunt e Stanley Tucci riprendono i loro ruoli ma con sostanziali differenze. Miranda è alle prese con il declino delle riviste cartacee e lo scontro con il digitale. Andy continua a mantenere un profilo basso pur essendo diventata una professionista nel suo campo. Entrambe subiscono la trasformazione dei settori della moda e dell’editoria. Nigel ha perso brillantezza accentuando quel suo “rimanere nell’ombra di Miranda”, mentre Emily è divenuta una potente dirigente nel mondo della moda. Le loro storie si intrecciano ancora, i personaggi si riconoscono nelle battute e nei gesti, ma intorno a loro c’è un mondo molto diverso che riesce a mettere il bavaglio anche alla perfida Miranda, addomesticandola. Il film ha il pregio di valorizzare l’intelligenza di ciascun personaggio particolarmente attraverso i dialoghi che li mettono a confronto con il passato e con i radicali cambiamenti del presente. Miranda in primis deve reinventarsi, ha perso il suo graffio ma il suo sguardo tagliente è lo stesso di un tempo, come a dimostrarci che lei è sempre lì, nonostante tutto. Andy non è più la “bambina” degli esordi, ha costruito la sua carriera conoscendo sia il mondo reale sia quello della moda: rispetta ciò che rappresenta Miranda ma non è più intimidita da lei. Tutti gli altri fanno da supporto al loro nuovo modo di interagire.
Il film è gradevole, esteticamente perfetto, con un ritmo più riflessivo, con un montaggio meno veloce che riflette come l’industria della moda e dell’editoria abbiano perso centralità e velocità rispetto al passato. In questa scelta più adulta e melanconica, costruita in sottrazione sacrificando a tratti ritmo, ironia e tensione, l’unico elemento coerente che sicuramente non deluderà il pubblico è la Moda: puro spettacolo visivo per questa nuova favola elegante ma inevitabilmente più spenta a vent’anni dal suo esordio.
data di pubblicazione:29/04/2026
Scopri con un click il nostro voto: 
da Antonio Jacolina | Apr 28, 2026
Tracciare le vie del Domani-la visione dei giovani
Cogliere in un unico Evento sia il piacere di scoprire o riscoprire una delle meraviglie di Roma sia l’opportunità di affrontare temi di attualità. Dove? A Palazzo Farnese!
Il 13 Maggio tornerà infatti la nuova edizione de La Notte delle Idee. Una serata dalle 18 alle 24, articolata su dibattiti, tavole rotonde, proiezioni, performance ed installazioni artistiche. Location l’intero Palazzo dai sotterranei al piano nobile, la Galleria dei Carracci, il Salone d’Ercole, la Grande Biblioteca, la terrazza su Roma, il cortile e gli splendidi giardini. Un’occasione unica per scoprire luoghi della prestigiosa sede dell’Ambasciata di Francia a Roma non sempre aperti ai visitatori. Una serata di bellezza, di condivisione e di conoscenza. Un’opportunità che farà dialogare il patrimonio storico-artistico di Palazzo Farnese con temi di confronto scelti da un comitato di giovani italiani e francesi fra i 16 ed i 29 anni: Tracciare le vie del Domani–la visione dei giovani.
Quale Futuro intravvedono od auspicano le nuove generazioni? Quale può essere il ruolo dell’Europa in un tempo di conflitti? I limiti e le opportunità della sua diplomazia culturale. Che futuro hanno le nostre città? Come i nuovi fenomeni sociali: gentrificazione, overtourism, incidono sulla inclusività e sostenibilità del vivere collettivo. Gli esseri umani del Futuro prossimo? Un Uomo Aumentato grazie all’interazione della IA con le biotecnologie, le nanotecnologie e le neuroscienze. Quali le incidenze della IA sulle professioni e sulla creatività artistica? Come evitare una rivoluzione distruttiva e realizzare invece una riconfigurazione ed un nuovo immaginario L’essere umano ed il suo ambiente? Coesistenza ed interdipendenza delle varie forme di vita. Quale l’alimentazione del domani? In un futuro con meno risorse come influire sull’alimentazione di miliardi di persone. L’Amicizia è ancora possibile? Le varie forme che la compongono, una riflessione sui legami di simpatia nella Società contemporanea. Quali gli impegni fondamentale per tutte le Società Civili?
Architetti, Urbanisti, Etnologi, Ingegneri Biomedici, Giuristi e studiosi di Geopolitica, giornalisti ed artisti italiani e francesi condivideranno riflessioni e progetti. Fino a che punto le nuove tecnologie sono utilizzabili? Quale ruolo possono assumere le nuove generazioni? Quali gli scenari politici? Soluzioni globali o soltanto locali? Quali le ricadute economiche? Quale il contributo dell’Arte e del Cinema per sensibilizzare e mobilitare? Interrogativi su cui avviare un dialogo senza inibizioni per far luce sugli ineluttabili cambiamenti che si dovranno affrontare.
L’ingresso è libero fino ad esaurimento dei posti, previa iscrizione presso l’Ambasciata o il Centro Culturale Francese.
data di pubblicazione:28/04/2026
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