RITORNO A BUENOS AIRES di Marco Bechis, 2026

RITORNO A BUENOS AIRES di Marco Bechis, 2026

Ventisette anni dopo Garage Olimpo, il regista e sceneggiatore italo-cileno Marco Bechis torna a scavare nelle ferite mai rimarginate della dittatura argentina degli anni Settanta. Il film, presentato in concorso all’ultima edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, si configura come l’ideale e doloroso seguito di un discorso sospeso. Bechis fa solo un breve accenno agli spazi asfissianti in cui venivano rinchiusi gli oppositori al regime. Si concentra piuttosto su un sopravvissuto e sulla sua testimonianza in un’aula del Tribunale di Buenos Aires, trent’anni dopo…

Nella storia troviamo la figura tormentata di Mariano Guerra, medico torinese, che durante gli anni della dittatura si trovava a militare clandestinamente proprio in Argentina. Il giovane venne sequestrato e rinchiuso nel famigerato Garage Olimpo dove fu sottoposto a violenze di ogni genere. Il Mariano di oggi è una persona angosciata che deve affrontare la sua tragedia e soprattutto superare il rimorso morale che lo affligge. Trent’anni prima era riuscito a salvare la propria pelle dopo due anni e quattro mesi di prigionia, arrivando a vendere ai carnefici i nomi di alcuni compagni. La sua ferita più profonda è stata quella di essere stato costretto a collaborare da studente in medicina con l’équipe medica di quel lager.

Proprio nel 2008 il protagonista viene convocato a Buenos Aires per testimoniare contro i suoi aguzzini, pretesto per riaprire delle ferite mai rimarginate. Un’ occasione per resettare un trauma psicologico, oltre che fisico, che ha condizionato da sempre la sua coscienza umana. A dare un corpo e un’anima a questa figura martoriata da un passato così ingombrante troviamo un Adriano Giannini di una bravura disarmante. Capace da solo di reggere sulle proprie spalle il peso drammatico di una performance eccezionale, fatta di silenzi e di sguardi carichi di angoscia. Marco Bechis, che lo ha scelto, dimostra una straordinaria sensibilità civile e poetica nel riportare alla memoria i drammatici eventi del 1976, di cui lui stesso fu vittima.

L’ottima riuscita del film riguarda l’interpretazione di Giannini che impersona un individuo lacerato dai rimorsi, dalla sete di vendetta e da un desiderio di giustizia. Tale groviglio emotivo lo accompagnerà sino alla deposizione finale in cui il protagonista troverà la forza di guadare finalmente in faccia la sua realtà. I due Mariano, quello segnato dal tempo e quello cristallizzato nel trauma della dittatura, si guardano finalmente negli occhi a viso aperto, in un commovente ricongiungimento con la propria identità.

data di pubblicazione:21/09/2026


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THE ECHO CHAMBER di Andrea Pallaoro, 2026

THE ECHO CHAMBER di Andrea Pallaoro, 2026

Ava May (Susan Sarandon), è una famosa cantante che manca dalla scena musicale da molti anni. Leo (Luca Marinelli), suo amico e produttore discografico, riesce a convincerla a pubblicare un nuovo disco. Le prove si svolgono nell’appartamento dove l’uomo vive perché afflitto da un perenne dolore alla schiena che non gli dà pace e gli impedisce di uscire di casa.

Per alleviare quel profondo dolore Leo si fa fare dei trattamenti domiciliari da una fisiatra, Anne (Alicia Vikander), che gli fornisce anche degli oppiacei da usare con parsimonia. In quell’appartamento, rifugio dal mondo e nel contempo prigione, tra Anne e Leo nasce una storia sentimentale in cui il dolore fisico dell’uomo e i rimedi farmacologici della donna creano una dinamica di dipendenza affettiva e fisica e di bisogno di controllo mascherato da cura.

In musica “la camera dell’eco” è una stanza progettata come sistema chiuso per rafforzare l’acustica producendo un effetto di riverbero. Pallaoro (Medeas, Hannah, Monica) in questo film, il primo di cui non è anche sceneggiatore, parla delle tracce che ognuno di noi lascia negli altri e negli ambienti che viviamo. E si ha la netta sensazione che nei silenzi, nei chiaroscuri, nelle lunghe inquadrature del portone dell’appartamento di Leo, nel suo dolore fisico si percepisca la presenza di Bertolucci, quel “fantasma da abbracciare” di cui parla Ava a Leo durante le loro sedute musicali. Un ambiente che per bellezza evoca gli interni de L’assedio del 1998. È qui che la vicenda amorosa nasce, prende corpo e muore e poi rinasce, in un circolo senza tempo. Il racconto stesso si accavalla andando avanti e indietro, senza un ordine necessario.

L’incapacità di Leo di lasciarsi andare e vivere liberamente la sua storia d’amore con Anne, genera nella donna il bisogno del controllo mascherato da cura. La donna lo sorveglia ed in sua assenza si intrufola in casa. La dinamica ossessiva che si istaura tra i due è una dipendenza sentimentale al pari di quella da farmaci. Il film richiama alla memoria, seppur con differenze sostanziali, il “né con te né senza di te” di Truffaut, generando la stessa domanda di fondo: cosa accade quando l’amore diventa dipendenza da cui non si riesce a disintossicarsi, né restando né andandosene?

Il regista non ci fornisce risposte e non stupisce che l’ultimo atto, virando bruscamente verso il dramma, abbia diviso la critica a Venezia. Sicuramente però nel complesso ci regala una prova di grande impatto emotivo e visivo coerente con la parabola distruttiva dei due protagonisti. Merito anche di una sceneggiatura preziosa completata da Ilaria Bernardini e Ludovica Rampoldi e interpreti eccellenti, tra cui spicca l’interpretazione magistrale di Luca Marinelli.

data di pubblicazione:14/09/2026


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LA VENDETTA PERFETTA – BEAR COUNTRY di Derrick Borte, 2026

LA VENDETTA PERFETTA – BEAR COUNTRY di Derrick Borte, 2026

Diciamolo subito, si tratta di un appena discreto Crime Movie di medio budget con toni di Commedia. Una Crime Comedy. Un film commerciale che grazie all’appeal di Russel Crowe potrà trovare una più giusta collocazione sulle Piattaforme TV. Gli amanti del Genere potranno apprezzarne alcuni momenti.          

Borte è un regista e sceneggiatore americano con dietro le spalle alcuni film di un certo apprezzamento. Con La Vendetta Perfetta cerca di fondere il Crime-Noir, l’Action Thriller e la Dark Comedy in una storia di gangster, poliziotti corrotti, ladri e tradimenti incrociati. Sulla carta potrebbe risultare un gradevole Crime Caper molto pulp, pieni di doppi giochi e suspense. Se ci aggiungiamo un protagonista come Crowe ed un Cast discreto potrebbero esserci elementi per un risultato più interessante. Il regista prova a evocare le atmosfere e le situazioni dei film di Guy Ritchie ma gli mancano l’arguzia, il ritmo, la genialità e la confidenza necessaria per portare a termine in modo equilibrato un progetto così ambizioso. Il Plot più che intrigante ed intrigato risulta spesso solo ingarbugliato.

Al centro c’è ovviamente Crowe: proprietario di un night di successo a Los Angeles che funge anche da lavanderia di denaro sporco per un cartello messicano. Per motivi di salute ha deciso di uscire dal giro e godersi la vita in un’isola remota. Facile a dirsi difficile a farsi. Da lì in poi tutto si complica sia nella vicenda sia nella sua realizzazione cinematografica.

Borte rende bene visualmente le atmosfere cupe di violenza e cinismo ma si trova a dover affrontare un eccesso di storie secondarie, di personaggi, di colpi di scena e doppi giochi senza riuscire ad amalgamarli in modo coerente e fluido. Ogni sviluppo sembra mancare del necessario respiro ed appesantisce la narrazione e la tensione reale. Gli elementi ed i toni leggeri della Comedy non si integrano correttamente con i toni violenti della Crime Story. La Scrittura è superficiale e non definisce le motivazioni reali dei troppi personaggi ed il Ritmo è fiacco senza tensione ed intensità adrenalinica.

Crowe fa quel che può ed anche di più. La sua performance è più che apprezzabile e sempre carismatica ed il resto del Cast è di buona professionalità.

La Vendetta Perfetta risulta discontinuo e sembra soffrire di identità come se Regista ed Autori avessero difficoltà a trovare il giusto tono fra Drama, Action Movie e Satira di un certo mondo criminale. Come fosse un film costretto a contenere in sé altri film male assortiti fra loro.

Un film che mantiene a malapena le aspettative generate dai troppi Ingredienti e si salva grazie ad un certo appeal generale, a momenti apprezzabili e soprattutto alla buona recitazione generale. Giusto per le Piattaforme TV.

data di pubblicazione:14/09/2026


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INORBITA COMEDY

INORBITA COMEDY

eventi di stand up comedy a Sasso di Castalda

(Sasso di Castalda – Potenza, 29/30 agosto 2026)

Fenomeno popolarissimo sui social, specchio diretto delle nostre nevrosi dal linguaggio irriverente e dissacrante, la stand up conquista Sasso di Castalda. Fuori dai soliti circuiti di pub e teatri, lo spettacolo di monologhi dal vivo invade gli spazi all’esterno del piccolo borgo in provincia di Potenza per due serate. Complici il bel tempo e le piacevoli temperature del posto a 950 m di altezza, quattro artisti si sono esibiti nell’edizione numero zero di InOrbita comedy, facendo registrare il tutto esaurito e richiamando il pubblico dai paesi limitrofi della Valle del Melandro. La rassegna, voluta per iniziativa dell’assessore alla cultura Mariangela Laurino e sostenuta dal Comune, è stata possibile grazie allo sforzo congiunto di Oltre Finisterre in collaborazione con i ragazzi della proloco Il Nibbio.

CRISTINA CHINAGLIA – Moriremo tutti ma tu di più

La kermesse comica si è aperta con la storia apocalittica ed eversiva raccontata da una donna, alter ego dell’attrice e autrice di Badia Polesine, tradita dal fidanzato. Mentre medita la vendetta un grosso meteorite sta per impattare la Terra. Una piccola catastrofe che si inserisce nello scenario più ampio di distruzione dell’intera umanità.

Forse una fine meritata (per l’umanità) visto come la società sta precipitando noncurante della salute del pianeta, rincretinita dai social e dall’impoverimento culturale. Non a caso ammaliata dalla lettura di Cinquanta sfumature di grigio, il best seller erotico pieno di contraddizioni che Chinaglia non si sottrae dall’evidenziare.

Un monologo più vicino a una scrittura teatrale che allo stile stand up, ma non per questo meno esilarante e irriverente, condotto con prudente ironia e un’elegante quanto ammirevole intelligenza di linguaggio. Ci aspettiamo magari di leggerlo pubblicato in un libro.

DANIELE CINIGLIO – stand up show

Buca decisamente la quarta parete Daniele Ciniglio, senza vergogna e resistenza, catturando immediatamente l’entusiasmo del pubblico, sul quale e con il quale costruisce lo spettacolo. Laureato nel campo dei social come content creator, nasconde dietro l’aspetto sornione del bravo ragazzo in cravatta e camicia una comicità fresca e scanzonata, a tratti demenziale.

La battuta pronta e una forte autoironia gli permettono di uscire dal seminato del testo con quella spontaneità partenopea – Ciniglio è nato a Ottaviano – che è fortemente caratterizzante, ma che allo stesso tempo non fa l’imitazione di nessun altro attore napoletano. Nel suo show trova spazio anche la riflessione su tematiche contemporanee che includono il cambiamento climatico, i matrimoni estivi e Trump.

Ciniglio girerà presto nei teatri con il suo nuovo spettacolo Il posto “fesso”.

VALENTINA MEDDA – All in

La seconda serata, aperta dall’aspirante comedian Giuseppe Avigliano – orgoglioso potentino in lotta per abbattere gli stereotipi della sua regione e del mestiere di attore – vede protagonista Valentina Medda. Forse lo show più stand up del festival sassese. Recita un monologo che è anche un manifesto politico femminista – Valentina fa parte del collettivo comico C’è Figa – prendendo di mira la generazione dei Millennials a cui appartiene.

Cruda, disinibita, sociopatica e disillusa, scaglia dardi alla società prendendo a bersaglio slogan, terapie, piani e soluzioni per essere felici. Siamo vittime del tempo che viviamo e delle nostre malsane abitudini e Valentina ce lo dice in faccia con urticante ironia.

CARMINE DEL GROSSO – live

Chiude il festival Carmine Del Grosso, lo scanzonato ragazzo di provincia, volto noto della TV, che non impiega molto a conquistare il pubblico proprio perché, come lui, viene da un piccolo paese. E allora demolisce senza pietà, con una raffica infinita di battute, i tabù dei piccoli centri e i loro riti quotidiani, tra farmacie, barbieri, sagre di paese e disavventure in B&B arrangiati che mette in lista per eleggere la peggior struttura.

Un one-man-show che misura e smaschera con coinvolgente simpatia l’assurdità delle nostre abitudini, mettendone in risalto i lati più ridicoli.

data di pubblicazione:13/09/2026


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SERPENTI di Roberto De Paolis, 2026

SERPENTI di Roberto De Paolis, 2026

Un uomo si reca nel commissariato di zona per costituirsi. Il suo nome è Paolo Marra e dichiara di aver ucciso la moglie. Il poliziotto seduto in guardiola lo obbliga a riempire un modulo con le sue generalità perché quella è la prassi, per poi farlo accomodare in attesa del responsabile che dovrà interrogarlo. Ma l’attesa sarà molto lunga e gli incontri nell’arco di un’intera giornata alquanto insoliti. L’uomo matura sempre più la convinzione che nessuno voglia ascoltare le sue ragioni di pentimento per aver commesso un delitto così grave.

L’interrogatorio effettuato dal poliziotto (Alessandro Borghi) a cui viene affidato Paolo Marra (Leonardo Lidi) è a dir poco surreale e il successivo incontro con il suo avvocato d’ufficio (Pietro Castellitto) lo è ancor di più. Tutti sembrano interessati soprattutto al suo stato depressivo di pentito e a quel macigno che sente sul petto, piuttosto che alla vittima. Sino all’incontro fortuito, in uno dei tanti ambienti in cui viene messo in attesa, con una cartomante (Valeria Golino). È lei che darà sorprendentemente un senso “reale” a tutta questa vicenda tragicomica. Leggendogli i tarocchi, Paolo finalmente si sentirà sollevato anche senza che la donna gli sveli l’ultima decisiva carta…

Serpenti è un film intelligente, con trovate geniali in cui si riconosce la mano dei fratelli D’Innocenzo, assieme a quelle sapienti del regista (Princess, Cuori duri). Un film che ha saputo, sotto forma di farsa, affrontare un tema drammaticamente delicato come l’omicidio di una moglie per mano del marito. Si ride ahimè, e tanto. Ma a mano a mano che ci troviamo immersi in questo enorme paradosso, si prova la stessa spiacevole sensazione di quando alcuni articoli giornalistici indagano le ragioni che hanno spinto l’omicida a commettere un delitto invece di concentrarsi sulla vittima. La giornata di Paolo Marra, tra cavilli, attese, burocrazia, avvocati molto calati nel loro ruolo e poliziotti particolarmente zelanti, è una metafora grottesca di un tema di grande attualità. Ma sul finale tutto appare improvvisamente chiaro e la burla si trasforma in qualcosa di reale. Una realtà sociale che resiste nel riconoscere il concetto di uguaglianza e continua ostinatamente a fare dei distinguo, identificando il genere sempre, in ogni ambito o situazione. Ritengo che coniare termini ad hoc come “femminicidio”, per quelle donne uccise da uomini che avrebbero dovuto amarle, forse mette in luce meno l’atto in sé, ovvero un omicidio tout court, quanto la necessità ancora troppo sentita di specificarne il genere.

Non stupisce che Serpenti abbia vinto al Festival di Venezia 2026 il Premio Federazione Italiana Cineclub per la libertà creativa con cui il film affronta il tema della violenza sulle donne attraverso una vicenda satirica, surreale e tragicomica.

data di pubblicazione:13/09/2026


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A MANO A MANO … RINO GAETANO di e con Maurizio Sarubbi

A MANO A MANO … RINO GAETANO di e con Maurizio Sarubbi

e con Paola Pennacchia

(Teatro di Porta Portese – Roma, 2 settembre 2026)

È tornato di nuovo ospite a Teatramm’ l’attore e regista Maurizio Sarubbi, direttore della Compagnia Teatrale Artù di Bari. Quest’anno ha portato in scena A mano a mano… Rino Gaetano, uno spettacolo musicale del 2021, personalissimo omaggio all’autore dei successi Gianna, Ma il cielo è sempre più blu, Berta filava. Con lui sul palco del festival organizzato da EDM Factory l’attrice, cantante e musicista Paola Pennacchia, che veste i panni dell’artista scomparso nel 1981.

Se mai qualcuno capirà Rino Gaetano è il titolo che Freddie Del Curatolo diede alla biografia sull’artista, una delle tante, citando un verso del brano del 1974 Ad esempio a me piace il sud. Maurizio Sarubbi risponde indirettamente con la scrittura di A mano a mano… Rino Gaetano, affermando che di un grande personaggio – come lo è stato il cantante calabrese cresciuto nella periferia romana – è impossibile registrare sulla scena con precisione cronologica ogni singolo episodio così come è accaduto nella realtà.

Però si possono cogliere qua e là dei momenti che hanno ispirato un verso o una melodia. Immaginare storie e inventare personaggi partendo dal materiale raccolto. Rielaborare in forma poetica l’informazione biografica per crearne un racconto nuovo e originale.

È così che è nata una storia che sa parlare di Gaetano e insieme di qualcos’altro. Di qualcosa di intimo che solo all’autore è dato conoscere nella sua personale sfera di artista e di uomo.

Ciò che caratterizza la scrittura drammaturgica di Sarubbi, infatti, è una totale libertà stilistica, un gioco creativo svincolato dall’ortodossia dettata da regole e da schemi preposti. In sostanza quel modus operandi che ritrova nel cantante crotonese, di cui – lontano dal farne un personaggio macchietta – vuole sottolineare la vicenda umana, di artista venuto dal basso.

Sfuggire alla trappola dell’imitazione è allora uno dei nodi dell’operazione. Anche in questa nuova produzione, infatti, con un voluto e cercato cambio di genere, il personaggio di Rino Gaetano è affidato a una voce femminile. E Paola Pennacchia mostra di essere all’altezza del ruolo, affidando a un’allegria scanzonata la sua interpretazione.

Sebbene ci siano ancora dei margini di crescita nella definizione del carattere del protagonista (manca per esempio un po’ di coerenza espressiva tra le parti recitate e quelle cantate), l’immagine che ne viene fuori è quella del Rino che tutti ricordano. È il ragazzo con la chitarra e il cilindro, dall’acuta ironia e dalla battuta veloce, condita di nonsense e provocazione fino a sfiorare il demenziale.

Ma è anche la voce del popolo, osservatore attento dell’animo umano, legato alla terra di origine e alla gente di periferia. Il ribelle malinconico, refrattario e intristito dalle logiche del mercato discografico. Ed è qui che Sarubbi affonda il colpo, tracciando un solco nella storia per mettere in evidenza la solitudine del personaggio. Lo scava azzardando un parallelismo con un altro artista, lontano nel tempo, ma simile per tormento umano: Van Gogh. Nonché nel dialogo immaginario di Gaetano con Agapito Malteni, il macchinista di Manfredonia del brano omonimo che soffre nel vedere la gente della sua terra salire sul treno per migrare a Gorgonzola o Vimercate. Senza dubbio il momento dello spettacolo più emozionante e poetico.

Il buono e il bello del Sarubbi narratore sta proprio in questa capacità di creare connessioni inaspettate, apparentemente stonate ma mai forzate. Coerenti alla scintilla da cui viene l’ispirazione, libere da costrizioni accademiche e filologiche. Puro e semplice gesto creativo, insomma, ad uso di una scena che diverte e commuove.


Il nostro voto:

data di pubblicazione:12/09/2026

MUTINY di Jean François Richet, 2026

MUTINY di Jean François Richet, 2026

Ad appena sei mesi dall’ultimo ecco già un nuovo Statham Movie pronto a massimizzare il più possibile la redditività del Genere. Un discreto piccolo film d’azione. Un B Movie dichiarato. Una realizzazione classica senza grandi pretese o sorprese. Nel suo tipo sufficientemente gradevole e ben realizzato pur se costretto nel solito mare di cliché.                

Che fa Jason? Jason fa Statham! Sono ormai lontanissimi i tempi e le interpretazioni sotto la direzione del geniale Guy Ritchie. Con la sua inespressività granitica Statham è ormai fuori del Tempo ed è sempre uguale a sé stesso. È convincente, ha carisma e raramente delude i suoi fan. Gli Stathamofili non si pongono infatti alcun problema, preferiscono la rassicurante familiarità delle vicende all’originalità. L’importante è che si rispettino i soliti codici dei suoi film. L’uomo solitario, taciturno ed ex qualche cosa che agirà solo per proteggere un innocente, per vendetta o per riparare un torto. Attesa, suspense, evento, azione, caccia ai cattivi, scontri fisici e successo finale del giustiziere solitario. Questa la ricetta, questo è ciò che ci si aspetta.

Dopo Jason capo cantiere (A Working Man), apicultore (The Beekeeper), eremita in un’isola deserta (Mission Shelter) eccolo questa volta imbarcato su un cargo porta container. Location insolita e di gran fascino. Un ambiente chiuso in cui ogni camminamento può trasformarsi in una Trappola in alto mare (1992). Sulla carta un’idea molto interessante, nei fatti lo spunto è sottoutilizzato e non genera nulla di nuovo.

Il regista francese Richet ha trovato da tempo la sua realizzazione nei B Movie d’azione girati però all’antica. Si conferma con Mutiny a suo agio nel Genere. Dirige con professionalità, esalta il personaggio, padroneggia bene il necessario ritmo incalzante degli eventi. Sa tenere alta la tensione e riesce senza troppi sforzi a divertire gli appassionati. Una buona fotografia, camera sempre in movimento, belle riprese aeree e alcuni flash forward valorizzano la messa in scena. La sceneggiatura però è molto convenzionale e procede in automatico secondo i consueti canoni. Un prodotto ben confezionato ma volutamente convenzionale nella sostanza.

Al centro c’è ovviamente Statham ex poliziotto riconvertitosi in capo della sicurezza di un ricco Thailandese che viene ucciso in un complotto. Accusato ingiustamente il nostro eroe si imbarcherà clandestinamente su un cargo e scoprirà i colpevoli e un traffico di esseri umani. Farà giustizia da solo in un crescendo sempre ben coreografato di combattimenti con tutte le armi possibili.

Mutiny è quello che vuole essere. Nulla di più di un onesto e discreto film commerciale ben calibrato ed orchestrato. Costruito su misura per Statham e destinato ai suoi fan.

data di pubblicazione:11/09/2026


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OASIS: DON’T LOOK BACK IN ANGER di Dylan Southern e Will Lovelace, 2026

OASIS: DON’T LOOK BACK IN ANGER di Dylan Southern e Will Lovelace, 2026

Presentato fuori concorso a Venezia 83, il documentario ripercorre il tour, Oasis Live ’25, per molti, l’evento musicale più importante del 2025. Evento che segnò la reunion della band e la riconciliazione dopo oltre 15 anni dei fratelli Gallagher.

Come fu studiata ad arte dai media, quindi, sostanzialmente inventata la rivalità fra i Beatles e i Rolling Stones, così nell’agosto del ’95 si parlò di un’accesa polemica fra i Blur e gli Oasis, ovvero le due band che nell’immaginario giovanile dell’epoca avevano preso il posto dei gruppi di Lennon-McCarney e Jagger -Richard. Accusati ingiustamente di plagio verso i Beatles, certamente loro fonte di evoluta ispirazione, gli Oasis con i loro primi due album spopolarono letteralmente nelle hit di tutto il mondo, divenendo la band numero uno e alimentando un fanatismo che non si riscontrava da anni. Fu pertanto un vero shock per le folli osannanti sapere che Liam e Noel Gallagher prima di in concerto avevano pesantemente e irrimediabilmente litigato, sospeso lo show, e di fatto chiusa l’esperienza degli Oasis. Dopo 15 anni, come se non fosse successo nulla, gli Oasis si ricompongono, i fratelli si riconciliano e la band parte per uno straordinario tour sempre sold out in molte città del mondo, sapientemente documentate del Docu. La pellicola di Southern e Lovelace, ideata da Steven Knight, dal 10 settembre nelle sale Imax italiane, ma poi anche in streaming su Disney +, segue sulla scena e nelle prove l’“Oasis Live 25”, uno dei più attesi tour musicali dell’anno. Evidentemente imperdibile per i fan della band di Definitely Maybe, autentico inno generazionale, il documentario può trovare un suo perché a prescindere. É infatti ben girato, attraverso interviste recenti e pregresse (“quello che non siamo? Una band di destra!”), delinea la figura e la personalità dei due fratelli, ed evidenzia in modo obiettivo il fenomeno di costume quasi planetario che attraversa la scena rock. Gli Oasis si erano sciolti nel 2009 e nel film la riconciliazione dei fratelli Gallagher sembra sincera, documentata da abbracci baci e dichiarazioni di perdono reciproco. Che poi si tratti di una mera operazione di marketing, a noi interessa relativamente, resta il piacere della visione e dell’ascolto di un film che offre la visione e l’ascolto di buon rock tirato e diretto per il piacere di chi ha assistito dal vivo e di chi può goderne ora almeno sugli schermi.

data di pubblicazione:10/09/2026


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CHORA/DODI di Sofia Nappi

CHORA/DODI di Sofia Nappi

(Auditorium Conciliazione – Roma, 8 settembre 2026)

La quarantunesima edizione del Romaeuropa Festival si è aperta sotto il segno delle nuove eccellenze del nostro paese. Sofia Nappi, tra le voci più sorprendenti e riconosciute della coreografia contemporanea internazionale, cofondatrice e direttrice artistica della compagnia Komoco. ha presentato in prima nazionale la nuova produzione CHORA – Il vuoto all’origine, un’opera che invita a tornare all’origine del movimento e dell’esistenza, esplorando ciò che precede il linguaggio e la forma. La serata è stata aperta da DODI, prima coreografia firmata da Sofia Nappi, un breve duetto che esplora il tormento e la poesia nascosta nel rapporto con l’altro.

Il lavoro della coreografa italiana dal forte respiro internazionale, formatasi alla Alvin Ailey School di New York, esplora il vuoto come presenza tangibile attorno e dentro di noi. Attraverso l’ascolto del respiro e della gravità, nasce il movimento: gesti leggeri che si ampliano, pause che si dilatano ed allora ciò che sembrava vuoto si rivela relazione, racconto.

Con CHORA Sofia Nappi approfondisce la sua ricerca sulla natura del movimento e sulle condizioni stesse dell’esistenza. Silenzio, pause, sospensioni e gesti minimi diventano la materia viva da cui emergono volumi, relazioni, traiettorie. Il vuoto diventa presenza: contiene memoria, tensione, vita.

CHORA si inserisce nella linea poetica che contraddistingue l’opera della coreografa, costruita su un lavoro essenziale, ricco di ascolto, precisione e intensità fisica. Un linguaggio potente e riconoscibile, che le è valso premi prestigiosi e che le ha permesso di firmare creazioni per importanti compagnie internazionali come Staatsballett Hannover, Scottish Dance Theater, Göteborg Opera, NDT 2.

CHORA non descrive il vuoto: lo rende presenza. Fragilità e potenza convivono mentre il gesto cresce, si amplifica, diventa relazione. É l’istante in cui tutto può accadere, quando dallo spazio emergono corpi e forme che parlano di passato e futuro.

Il disegno luci straordinario di Alessandro Caso ed i sette danzatori magmatici dalla decisa personalità hanno fortemente contribuito alla creazione di un racconto ipnotico con momenti di pura poesia, accolto dai convinti applausi del numeroso pubblico presente.

data di pubblicazione:10/09/2026


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AMORI E INCANTESIMI 2 di Susanne Bier, 2026

AMORI E INCANTESIMI 2 di Susanne Bier, 2026

Ritornare nei corridoi intrisi di lavanda e nei giardini stregati della famiglia Owens è un po’ come rispolverare un nostalgico talismano della cultura pop di fine anni Novanta e sostituirlo con uno nuovo, accettando con consapevolezza che non sarà mai uguale all’originale, anche se profondamente sintonizzato su quelle stesse frequenze emotive che resero il capostipite un cult.

Alla regia Susanne Bier non delude, dando anche un tocco autoriale in più rispetto al primo capitolo, senza snaturare la grammatica visiva e narrativa dell’originale, mantenendo l’equilibrio tra toni fiabeschi, venature dark e squarci di commedia. La trama riprende i fili della secolare maledizione amorosa che pende sulla discendenza Owens, per cui ritroviamo Sally immersa nel suo perenne e razionale tentativo di respingere il sovrannaturale dopo nuove sofferenze sentimentali, affiancata dalla solita esuberante Gillian, spirito libero e motore dinamico della sorellanza. Quando poi la nuova generazione viene trascinata in Inghilterra da un’oscura chiamata legata alle origini ancestrali della famiglia, l’opera si trasforma in un vero e proprio road movie, magico e transatlantico.

La vera forza catalizzatrice del racconto risiede, senza sorpresa, nella magnetica alchimia tra Sandra Bullock e Nicole Kidman. La loro intesa sullo schermo ha la naturalezza del tempo che passa ma non scalfisce. A fare da fondamentale contrappeso simbolico rimangono le eccentriche ed eccezionali zie, interpretate da Stockard Channing e Dianne West, che regalano lampi di pura classe attoriale e presenza scenica ogni volta che occupano l’inquadratura.

Tuttavia l’incantesimo perde parte della sua fluidità quando la sceneggiatura cerca di rincorrere una fin troppo articolata sovrastruttura mitologica, frammentando il gruppo e mortificando parzialmente la dinamica corale, relegando alcuni personaggi secondari, come le figlie e l’accademico interpretato da Lee Pace, a ruoli funzionali.

Ciononostante il film custodisce una genuina dolcezza tematica. Il nucleo profondo non riguarda semplicemente la magia intesa come trucchi e formule, ma la magia dell’eredità affettiva, della solidarietà femminile e del coraggio di accettare il dolore come parte integrante dell’amore. Amore e Incantesimi 2 si conferma così un’opera imperfetta ma che sa ancora come preparare il perfetto margaritas di mezzanotte.

data di pubblicazione:09/09/2026


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