NOTTE PRIMA DEGLI ESAMI 3.0 di Tommaso Renzoni (2026)

NOTTE PRIMA DEGLI ESAMI 3.0 di Tommaso Renzoni (2026)

A vent’anni dal film che aveva trasformato la maturità in un vero immaginario cinematografico collettivo, Notte Prima degli Esami 3.0 prova a riattivare quella stessa mitologia generazionale spostandola nel presente. Diretto da Tommaso Renzoni e scritto insieme a Fausto Brizzi, il film arriva nelle sale con l’ambizione dichiarata di non essere né un sequel né un reboot, ma un nuovo capitolo autonomo, capace di dialogare con la memoria della saga originale.

La struttura resta quella che ha reso celebre il primo film, con la vigilia dell’esame di maturità vista come tempo sospeso, notte simbolica, di un gruppo di liceali romani, fra i quali si intrecciano amicizie, rivalità, primi amori e inevitabili paure prima del passaggio all’età adulta. Il nuovo protagonista, interpretato da Tommaso Cassissa, è al centro di una compagnia di maturandi che si muove tra feste clandestine, fughe improvvisate e strategie più o meno disperate per aggirare la professoressa più temuta della scuola (Sabrina Ferilli). È un racconto che conserva il tono della commedia sentimentale, provando però a raccontare la generazione cresciuta con gli smartphone e quindi con una percezione del tempo molto più accelerata rispetto a quella evocata dal film del 2006.

Il vero baricentro narrativo, però, è Sabrina Ferilli, che interpreta la professoressa Castelli, figura severa e quasi leggendaria tra gli studenti, soprannominata “la belva”. L’attrice costruisce un personaggio che gioca sull’archetipo del docente antagonista, ma con un sottotesto umano più complesso, una donna segnata da una certa solitudine, che nel corso della storia lascerà emergere fragilità inattese. Accanto a lei si muove un cast giovane corale, affiancato da presenze riconoscibili, come Gian Marco Tognazzi, Sebastiano Somma e Ditonellapiaga, quest’ultima presente con un cameo breve ma significativo, coerente con il suo profilo artistico ironico e provocatorio. Anche Antonello Venditti compare in un cameo, evocando tutto l’immaginario della saga, con l’interpretazione della celebre canzone che dà il titolo al film, indissolubilmente legata al mito della maturità italiana.

Il risultato è una pellicola che non tenta davvero di replicare il fenomeno culturale dell’originale, impresa probabilmente impossibile, ma che prova piuttosto a raccoglierne l’eredità emotiva attualizzandola.

data di pubblicazione:18/03/2026


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IDOLI – FINO ALL’ULTIMA CORSA di Mat Whitecross (2026)

IDOLI – FINO ALL’ULTIMA CORSA di Mat Whitecross (2026)

Idoli – Fino all’Ultima Corsa, diretto da Mat Whitecross, si inserisce con decisione nel filone dei film sportivi dedicati al mondo delle corse. Un genere che negli anni ha costruito una grammatica narrativa ben riconoscibile. La storia segue Edu Serra (Oscar Casas), giovane pilota motociclistico dal talento indiscutibile ma dal carattere ingestibile, troppo impulsivo per conquistare davvero la fiducia delle squadre. L’occasione arriva quando il team manager Eli gli offre un posto nel campionato Moto2, a una sola condizione però, che a seguirlo sia il padre Antonio Belardi (Claudio Santamaria), ex campione del mondo ritiratosi dopo un tragico incidente che ha segnato per sempre la sua carriera ed il rapporto con il figlio. Da qui prende forma un racconto che intreccia ambizione sportiva, conflitto familiare e melodramma sentimentale, muovendosi nel cuore del paddock della MotoGP, dove il film è stato girato, con accesso reale ai circuiti ed agli spazi del campionato mondiale.

La pellicola costruisce il suo impianto narrativo su una struttura molto classica: il giovane talento ribelle, il mentore severo, il percorso di disciplina che trasforma la rabbia in energia competitiva. Proprio questa familiarità è allo stesso tempo il suo limite e la sua forza, perché da un lato la storia appare prevedibile, ma dall’altro dimostra quanto quell’impianto continui a funzionare quando è sostenuto da un contesto credibile e da personaggi ben definiti.

Claudio Santamaria dà al padre-allenatore di Edu una fisicità ed una severità credibili, lavorando in sottrazione e trovando la sua complessità nella relazione col protagonista. Accanto a lui Oscar Casas restituisce bene l’irruenza di un talento ancora incapace di controllarsi, diventando uno degli elementi più convincenti del film. La coproduzione italo-spagnola porta anche la presenza di Ana Mena nel ruolo di Luna, che introduce la dimensione sentimentale nella pellicola. In un ruolo minore, ma emotivamente fondamentale per la storia, quello del pilota Gianni Baltelli, trova spazio anche Saul Nanni, che si conferma la rivelazione italiana cinematografica più interessante dell’anno.

In definiva, Idoli – Fino all’Ultima Corsa è un racconto sportivo tradizionale, quindi Whitecross sceglie di percorrere una pista già tracciata, ma lo fa con energia sufficiente da tenere lo spettatore incollato fino al traguardo.

data di pubblicazione:18/03/2026


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L’ULTIMA MISSIONE: PROJECT HAIL MARY di Phil Lord e Christofer Miller (2026)

L’ULTIMA MISSIONE: PROJECT HAIL MARY di Phil Lord e Christofer Miller (2026)

L’Ultima Missione – Project Hail Mary, diretto da Phil Lord e Christofer Miller e tratto dall’omonimo romanzo di Andy Weir, arriva nelle sale come uno dei più ambiziosi blockbuster di fantascienza degli ultimi anni, affidando a Ryan Goslin il ruolo di Ryland Grace, un insegnante di scienze che si risveglia da solo su un’astronave senza ricordare chi sia né perché si trovi nello spazio. A poco a poco, però, la memoria ritorna e con essa la consapevolezza della missione, ossia raggiungere una stella distante anni luce per scoprire perché il Sole stia morendo e trovare una soluzione per salvare la Terra.

La struttura narrativa, costruita su rivelazioni progressive e continui problemi scientifici da risolvere, riflette l’impianto del romanzo di Weir, già autore di The Martian, di cui ricalca peraltro la stessa linea di “fantascienza scientifica”, conciliando cioè spettacolo e rigore divulgativo.

Ryan Goslin, che regge praticamente da solo tutto il film, fornisce una buona prova, alternando vulnerabilità, curiosità scientifica e soprattutto ironia. Infatti, nonostante la posta in gioco – la sopravvivenza dell’intero sistema solare – il tono si mantiene sempre leggero. Nell’incontro con l’alieno Rocky, poi, si sviluppa anche una dinamica sorprendentemente commovente, non consueta nel cinema di fantascienza recente.

Sandra Huller, che interpreta Eva Stratt, leader del progetto, pronta a tutto pur di salvare la Terra, dal canto suo, ha un ruolo marginale, freddo e pragmatico, che ci ricorda la difficoltà degli interpreti europei di inserirsi all’interno di pellicole americane. Ma con la sua interpretazione di Sign of the Times di Harry Styles ci regala, senza dubbio, il momento più emozionante e struggente del film.

Certo non mancano i limiti. Anzitutto la pellicola fatica a liberarsi dell’ombra di The Martian, utilizzando una struttura che lo ricorda ad ogni passo. Ma anche la durata e l’ampiezza del racconto risultano a tratti eccessive, soprattutto nelle sequenze dedicate alle spiegazioni scientifiche e ai passaggi più didascalici della trama.

Nonostante queste riserve, però, il risultato è comunque buono, grazie anche all’idea originale di fantascienza non costruita sulla distruzione o sulla minaccia aliena, ma, al contrario, sulla cooperazione, sull’ingegno e sulla fiducia nella scienza.

data di pubblicazione:18/03/2026


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OSCAR 2026: Una corsa aperta fino all’ultimo respiro

OSCAR 2026: Una corsa aperta fino all’ultimo respiro

Finalmente l’Academy ha consacrato Paul T. Anderson!!! Il regista, tra i più dotati e versatili della nuova generazione, ha trionfato con sei importantissime statuette.

La notte più lunga di Hollywood si è conclusa. Per la 98ma volta l’Industria del Cinema ha celebrato sé stessa con l’assegnazione dei premi più ambiti: gli OSCAR. I premi che sanciscono i successi artistici di una Stagione e soprattutto aprono o rilanciano opportunità di ulteriore sfruttamento commerciale per i Vincitori.

Il 2025 è stata un’annata decisamente felice per il Cinema. Tanti gli ottimi film sia a giudizio della Critica che del grande pubblico. Validissimi poi tutti quelli ammessi alla competizione finale per le categorie più significative. In altri anni ognuno di loro avrebbe potuto meritare di vincere. Quest’anno la corsa è stata infatti più aperta del solito. Una competizione come sempre agguerrita in cui è parso dominare l’equilibrio. Un equilibrio elettrizzante. Già dalle iniziali nomination è stata una battaglia dopo l’altra senza esclusione di colpi fra le prime file dei concorrenti ed i Front Runner che di volta in volta si sono succeduti. Il ranking cambiava infatti di continuo rendendo difficile fare una previsione attendibile. L’incertezza è rimasta di fatto fino agli ultimi giorni quando di solito si delinea già lo scenario più probabile. Il testa a testa è andato avanti fino all’ultimo istante.

Nel rush finale ha giustamente prevalso Una Battaglia dopo l’altra mentre l’outsider I Peccatori ha ridimensionato le aspettative create dalle 16 nomination, ottenendo solo quattro statuette. L’Oscar a Jessie Buckley è stata fin dall’inizio l’unica certezza e consente al bellissimo Hamnet di non tornare a casa a mani vuote. Grande sconfitto T. Chalamet. Giustissimo il riconoscimento a Sean Penn alla sua terza statuetta. Lo splendido Sentimental Value meritatamente prevale fra i film stranieri.

Ecco i verdetti dei più di 10mila membri dell’Academy per le principali categorie:

Miglior Film:                                                          

Una Battaglia dopo l’altra

Miglior Regista:

Paul T. Anderson    –   Una Battaglia dopo l’altra

Miglior Film Internazionale:

Sentimental Value  –  Norvegia

Miglior Attore:                                                                       

Michael B. Jordan –  I Peccatori                                                                         

Miglior Attrice: 

Jessie   Buckley  –  Hamnet

Miglior Attore Non Protagonista: 

Sean Penn  –  Una Battaglia dopo l’altra     

Miglior Attrice Non Protagonista:

Amy Madigan –  Weapoms     

data di pubblicazione:16/03/2026

LE SERVE di Jean Jenet

LE SERVE di Jean Jenet

con Eva Robin’s, Matilde Vecchione, Beatrice Vigna

(Teatro Spazio Diamante – Roma, 12/15 marzo 2026)

In scena allo Spazio Diamante di Roma Le Serve, capolavoro di Jean Genet, liberamente ispirato a un fatto di cronaca che scosse l’opinione pubblica francese negli anni Trenta; siamo di fronte ad un perfetto esempio di teatro nel teatro che mette a nudo la non verità della scena, in un continuo ribaltamento tra essere e apparire, tra immaginario e realtà.

Le sorelle Solange e Claire prestano servizio presso Madame, la loro padrona che amano e odiano al tempo stesso. Le serve hanno denunciato il suo amante con delle lettere anonime. Una volta venute a sapere che l’amante sarà rilasciato per mancanza di prove e che il loro tradimento sarà scoperto, tentano di assassinare Madame, ma falliscono per mancanza di efficacia; provano allora a uccidersi a vicenda ed una di esse si dà la morte.

Jenet racconta le due sorelle nel loro devastante vissuto quotidiano, nell’alternarsi fra fantasia e realtà, fra delirio costruito e delirio reale. A turno giocano ad essere Madame e ad essere l’altra sorella, esprimendo così il loro desiderio di essere la Padrona ed esasperando adorazione, servilismo, violenza, odio. La rivolta delle serve non è una rivolta sociale e rivoluzionaria, è una frustrazione, una incapacità di sentirsi esse stesse Madame. La bravissima regista Veronica Cruciani ambienta la vicenda in un contesto contemporaneo, arredato con numerosi flight case che aprendosi e muovendosi nello spazio scenico vuoto, creano armadi, letto e comodini o piccoli giardini di fiori. Le sezioni del racconto sono scandite dagli intenti delle due sorelle riportati da frasi scritte (“Proteggimi da ciò che voglio”, “Nel deserto del reale” e “Saremo libere?”) frammenti di coscienza che affiorano e che rimandano ai temi attualissimi del potere, delle classi sociali, della devianza psichica.

Il ruolo di Madame è affidato ad una superba ed ironica Eva Robin’s, mentre ad interpretare le due sorelle sono due giovani e vitalissime attrici: Beatrice Vecchione e Matilde Vigna.

La rivisitazione della traduzione del testo dà attualità e ritmo ad un testo già molto profondo ed amaro, curato nei dettagli, che strappa convinti applausi.

data di pubblicazione:16/03/2026


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ROCCO CHINNICI – Il coraggio e la passione di un padre magistrato, di Ugo Bentivegna e Giuditta Perriera

ROCCO CHINNICI – Il coraggio e la passione di un padre magistrato, di Ugo Bentivegna e Giuditta Perriera

regia di Ugo Bentivegna, aiuto regia Federico Punzi, con Roberto Burgio e Giuditta Perriera

(Teatro Don Bosco Ranchibile – Palermo, 10 marzo 2026)

Lo spettacolo, il cui debutto risale al 31 marzo del 2022, in questi anni è stato rappresentato a Bruxelles, alla sede del Parlamento europeo e presso l’Istituto Italiano di Cultura. Oggi torna in scena per le scuole lo stesso giorno, 10 marzo, in cui viene inaugurata nella sede parlamentare di Strasburgo la mostra fotografica Le rose spezzate e il metodo Chinnici in Europa, promossa da Caterina Chinnici, figlia del giudice ed europarlamentare.

Un viaggio condotto con incisivo realismo attraverso la vita di un grande uomo, capace di essere padre dei suoi tre figli e “padre” dei suoi giovani giudici istruttori. In un immaginario, quanto emozionante, dialogo con la figlia Caterina si snodano la passione, le paure e il coraggio dell’eroe involontario. Basata sul libro di Caterina Chinnici È così lieve il tuo bacio sulla fronte, la pièce è il frutto di una drammatizzazione curata e fedele alla storia, risultato della collaborazione tra il regista e l’autrice, arricchita da un’accurata ricognizione di materiali originali che rendono il clima di quegli anni e restituiscono un’opera schietta.

Dietro un bianco lenzuolo parla l’ombra del padre che si rivolge con parole lievi e rasserenanti alla figlia, sulle note pucciniane del Nessun dorma: – Guarda com’è azzurro il cielo…  – Inizia così, con un invito a sollevare lo sguardo verso la vera natura delle cose, proprio quando tutto sembra venir meno, rievoca i pensieri del principe Andrej ferito ad Austerlitz, del Tolstoj di Guerra e pace. I ricordi di Caterina daranno la voce al fantasma, mentre si innestano, anzi si proiettano da quest’altra parte del lenzuolo le immagini dei documenti filmati del tempo. L’atmosfera immersiva coinvolge lo spettatore, anche il più giovane, nato nel ventunesimo secolo, che nonostante la distanza anagrafica avverte il messaggio.

Nella Palermo fra i decenni ‘70 e ’80, insanguinata, dilaniata dalla violenza, Rocco Chinnici comprende e difende la necessità di taluni strumenti legislativi “speciali” di contrasto alla mafia (la legge Rognoni La Torre, avversata da settori importanti della politica e della società) quando ancora le istituzioni non avevano capito, non avevano potuto o non avevano voluto. Opera con una profonda conoscenza della realtà sociale in cui vive, in cui è cresciuto. Chinnici, uomo colto, si batte. Sceglie i giovani, sa che bisogna partire da loro, visita le scuole. Lui magistrato, comprende (come farà Giovanni Falcone) che il fenomeno mafioso non può essere contrastato solo con l’azione giudiziaria e che anche quella dev’essere rinnovata. È sua l’intuizione di un gruppo – pool – che si occupi delle inchieste di mafia, l’unione fa la forza: è una legge di natura. Ma è anche la regola che vuol trasmettere ai suoi figli: “Caterina, possiamo essere divisi sulle idee, ma dobbiamo essere uniti nell’amore” – dice alla figlia in un momento delicato della vita familiare, costellata di trasferimenti e conseguenti sradicamenti.

Non è una comunicazione intimistica a caratterizzare la scena, la tenerezza del papà e la determinazione del magistrato appaiono inestricabili. C’è una grande preoccupazione filiale nell’ansia con la quale Rocco attende la telefonata dei suoi colleghi che tarda e che fa temere il peggio, c’è una grande, austera e composta fierezza nel seguire l’esame di Caterina a Roma per l’ingresso in magistratura. Ma vi è anche la quiete e la bellezza delle rose, che con enorme cura quell’uomo sapeva coltivare. Oltre le parole, sono sensazioni in grado di comporre un ritratto, che mirabilmente Burgio e Perriera sanno rendere.

Toccante il finale. Caterina è lontana quel 29 luglio del 1983, quando esplode l’autobomba che ucciderà il padre, due agenti della scorta e il portiere dello stabile in cui abitava. Non se ne dà pace, si chiede cosa avrebbe potuto fare. Stare accanto al fratello Giovanni? Abbracciare la madre e la sorella Elvira? Oppure fermare lui, portarlo fuori dal mondo per proteggerlo e ricambiare quel gesto d’amore che tante volte aveva ricevuto. È una rabbia rassegnata, non è una sconfitta, coincide con la voglia di far germogliare il seme, la speranza. Ed ecco rompersi la quarta parete, Caterina/Perriera scende i pochi gradini del palcoscenico, si avvicina ai giovani della platea, li “aggancia”. Fissandoli negli occhi, li sprona ad avere il coraggio di scegliere, li investe del compito di appropriarsi del loro destino e di pretendere un futuro diverso per la propria terra. Il modo migliore di onorare il magistrato, il padre Rocco Chinnici.

data di pubblicazione:15/03/2026


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LADY NAZCA- La signora delle linee di Damien Dorsaz, 2026

LADY NAZCA- La signora delle linee di Damien Dorsaz, 2026

Nel deserto di Nazca, dove il clima estremamente secco ha conservato tutto per oltre 2000 anni, una matematica tedesca passò quarant’anni della sua vita armata di scopa e binocolo per difendere dei disegni visibili solo dal cielo.

Negli anni ’30 Maria Reiche (Devrim Lingnau) si trasferisce da Dresda, sua città natale, a Lima dove inizia ad insegnare matematica in una scuola. Durante una festa organizzata dalla sua coinquilina Amy (Olivia Ross), conosce un archeologo francese (Guillaume Gallienne). Questi, in cambio di traduzioni dal tedesco di appunti molto importanti per le sue ricerche, la porta con sé durante gli scavi nel deserto di Nazca. É il 1936 quando Maria nel seguire la spedizione si imbatte in enormi figure e linee che solcano quello sconfinato terreno di sassi. Gli archeologi non prestano ad esse particolare attenzione, ma lei si. Una nuova ed inaspettata vocazione comincia ad albergare nel suo animo, che la legherà indissolubilmente a quella antica civiltà scomparsa intorno al 600 d.C., 800 anni prima della nascita degli Inca. Maria da matematica comincia a studiare il metodo con cui gli antichi Nazca riuscirono a disegnare figure di dimensioni gigantesche senza vederle dall’alto. Applica la sua formazione scientifica per arrivare a scoprire il significato di quelle incredibili forme. Per quarant’anni si dedicherà allo studio e alla protezione di quei simboli vivendo in una piccola capanna nel deserto.

Oggi le Nazca Lines sono uno dei più grandi enigmi archeologici del mondo e dal 1994 sono patrimonio mondiale UNESCO. Maria Reiche, detta la guardiana del deserto, morì a 95 anni in Perù dove è considerata un’eroina nazionale. Il film riesce a rendere affascinante la storia delle linee di Nazca sia per chi le conosce già sia per chi le scopre per la prima volta. Ma è decisamente interessante scoprire come in un’epoca in cui l’Europa poneva le basi ideologiche per prepararsi alla devastazione di un secondo conflitto mondiale, in Perù c’era una giovane tedesca che si preoccupava di preservare ai posteri il lascito di una civiltà millenaria. Dobbiamo a lei e alla sua caparbietà la scoperta del più grande e antico calendario astronomico del mondo.

Lady Nazca- La signora delle linee ha il pregio di narrare la storia di una eroina quasi sconosciuta, che si è battuta per tutta la vita contro la cancellazione della memoria. E seppur la struttura del biopic di Damien Dorsaz sia semplice e senza guizzi particolari, riesce comunque a raccontare l’ossessione scientifica di questa donna regalandoci inquadrature paesaggistiche mozzafiato.

data di pubblicazione:15/03/2026


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ORLANDO da Virginia Woolf, con Anna Della Rosa

ORLANDO da Virginia Woolf, con Anna Della Rosa

regia di Andrea De Rosa, drammaturgia di Fabrizio Sinisi

(Teatro Vascello – Roma, 3/8 marzo 2026)

L’adattamento per la scena di Orlando di Andrea De Rosa è un omaggio all’arte letteraria di Virginia Woolf. Un inno alla libertà creativa e sessuale che il drammaturgo Fabrizio Sinisi combina insieme alle lettere scritte dall’autrice per l’amante Vita Sackville-West. Un giardino è lo spazio di ispirazione della protagonista Anna Della Rosa, tra le attrici più talentuose del nostro teatro.

Sotto lo scheletro a vista della graticcia di una scena non plafonata, che rinuncia a ogni velario, un imponente tronco di quercia domina un prato verde. È qui che Virginia Woolf, ancorata alle radici della pianta e del tempo, dà vita a Orlando. Il romanzo che è la più lunga e sublime lettera d’amore mai dedicata all’amata Vita Sackville-West.

Il giardino, voluto dal regista Andrea De Rosa e realizzato da Giuseppe Stellato, non è un luogo naturale. È piuttosto lo spazio artificiale, come può esserlo una pagina bianca per un poeta, dove trova sfogo la creatività. Nella solitudine cercata e voluta, la scrittrice diventa essa stessa il personaggio della sua fantasia. Come la quercia, la sua vita secolare attraversa le epoche e sopravvive ai cambiamenti. Anche quello di genere. Nasce uomo alla corte di Elisabetta I e duecento anni dopo, senza cambiare nome, si ritrova improvvisamente donna. E tale rimarrà fino al ventesimo secolo, quando il romanzo verrà pubblicato.

Sopra di lei, un baldacchino di luci scende a grappolo sulla scena e restituisce la variabilità atmosferica del cielo londinese. La luce velata è squarciata da improvvisi lampi di burrasca, specchio di un’interiorità in bilico tra il sole della creazione e le nubi della malinconia.

La drammaturgia – basata sulle traduzioni di Nadia Fusini del romanzo e delle lettere – sembra infatti giocare sulle varie manifestazioni del tempo. Da un lato quello cronologico, scandito dal rintocco lontano di una campana e dei mutamenti storici. Dall’altro il tempo interno del personaggio. Quello libero, necessario alla creazione che non ammette barriere e rifiuta impedimenti.

Fabrizio Sinisi non si limita alla cronaca biografica, ma interroga sulla condizione della donna e dell’artista. La natura sessuale, imposta dal caso e non da una scelta, impone un limite sociale che solo la letteratura può trascendere. Attraverso l’esercizio letterario, Virginia capisce l’amore, la vita. Non solo come sostantivo, ma anche nel senso della persona amata. Impara a cogliere la verità nella realtà. E sa elevarla alla forma eterna dell’arte.

Il cuore pulsante di questa messa in scena è però l’interpretazione di Anna Della Rosa. La sua è una recitazione fisica, musicale. Possiede la capacità di percepire il ritmo e l’altezza dei suoni delle parole. È in grado di riprodurre con precisione la melodia dei sentimenti in consonanza con le variazioni della musica. La performance si adagia infatti sulle note della Patetica di Čajkovskij. La scelta dell’ultima sinfonia del maestro russo è quantomai azzeccata. Le sue melodie appassionate, venate da profonda tristezza, descrivono una vita che si spegnerà – anche sulla scena – solo pochi giorni dopo l’ultimo messaggio scambiato tra le due amanti.

Orlando è uno spettacolo armonioso e profondo, che celebra l’atto creativo come momento di euforia e, al contempo, di struggente malinconia. Una riflessione necessaria su come l’arte sia l’unico strumento capace di trasformare il dolore in bellezza imperitura.

data di pubblicazione:14/03/2026


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IL BENE COMUNE di Rocco Papaleo, 2026

IL BENE COMUNE di Rocco Papaleo, 2026

Il Bene Comune, quinto film di Rocco Papaleo, si inserisce con coerenza nel percorso autoriale dell’attore e regista lucano, riprendendo molti dei motivi già presenti nel suo cinema, dal viaggio, alla coralità, al rapporto col paesaggio.

Ambientato tra la Basilicata e la Calabria, prende avvio da una situazione semplice ma già carica di potenziale simbolico. Biagio (Rocco Papaleo), guida escursionistica, accetta di accompagnare insieme ad un’attrice in crisi (Vanessa Scalera) e al giovane nipote che gli fa da assistente (Andrea Fuorto), un gruppo di quattro detenute quasi a fine pena (Claudia Pandolfi, Teresa Saponangelo, Livia Ferri e Rosanna Spaparano), in una gita premio nel Parco nazionale del Pollino. L’obiettivo del cammino è raggiungere il pino loricato, un albero secolare tipico dell’area, che nel film diventa esplicitamente metafora di resilienza e resistenza. Ma quello che potrebbe sembrare un ordinario trekking si trasforma in un percorso di confronto tra persone che arrivano da mondi diversi e che portano con sé fragilità, errori e desideri di riscatto.

Papaleo costruisce il film come un road movie montano, in cui il movimento fisico nello spazio coincide con un processo di trasformazione emotiva. Il viaggio è il dispositivo attraverso cui emergono le storie dei personaggi. Infatti, il contatto con la natura, al tempo stesso aspra e accogliente, i momenti di confessione, la condivisione di musica e parole diventano occasioni per dare forma ad una comunità provvisoria, composta da individui che normalmente non si incontrerebbero. Nel corso del cammino affiorano ferite personali, tensioni e momenti di intensa solidarietà, mentre il racconto alterna leggerezza e malinconia.

E come in altre sue opere, il paesaggio non è semplice sfondo, ma parte attiva della storia. Il Pollino assume un valore quasi simbolico, accompagnando i personaggi nel loro tentativo di ridefinire il proprio posto nel mondo.

Il tono rimane quello della commedia, ma attraversata da una dimensione riflessiva, nella quale Papaleo continua ad esplorare il tema della comunità come esperienza fragile ma possibile, interrogandosi su come persone molto diverse possano, almeno per un tratto di strada, riconoscersi parte dello stesso cammino, aiutato nell’intento da un cast corale che insieme funziona e convince.

data di pubblicazione:11/03/2026


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IL TESTAMENTO DI ANN LEE di Mona Fastvold, 2026

IL TESTAMENTO DI ANN LEE di Mona Fastvold, 2026

Il Testamento di Ann Lee è uno di quei film che sembrano concepiti più come esperienza sensoriale che come biopic tradizionale. La pellicola racconta la figura della mistica settecentesca Ann Lee attraverso un linguaggio cinematografico audace che mescola storia, musica e trance religiosa, evitando deliberatamente ogni struttura convenzionale.

Il punto di partenza è la vicenda reale della fondatrice del movimento degli Shakers (Amanda Seyfried), leader carismatica che predicò uguaglianza di genere, comunità spirituale e rinuncia alla sessualità. La Fastvold, celebre per la sua ultima opera da sceneggiatrice The Brutalist, e il co-sceneggiatore Brady Corbet, non raccontano però la sua vita in maniera classica, preferendo evocare un’esperienza di fede collettiva e costruendo il film come una sorta di liturgia fatta di canto, danza e stati estatici. Le cerimonie degli Shakers, celebri per i movimenti convulsi ed i canti ripetitivi, diventano il vero motore visivo e sonoro del film, con le coreografie di Celia Rowlson-Hall e una colonna sonora di Daniel Blumberg che rielaborano antichi inni religiosi in forme quasi ipnotiche.

Il risultato è un musical insolito e straordinario che mette al centro non tanto la storia personale della Lee, quanto la nascita di una comunità legata da un forte bisogno di appartenenza ed il fascino ambiguo del carisma spirituale.

In questo contesto la performance della Seyfied, magnetica e radicale, è il fulcro emotivo del film. Che però ha anche una pecca L’eccessiva lunghezza, infatti, unita allo scarso approfondimento della psicologia dei personaggi, in favore degli aspetti visivi, rende soprattutto la seconda parte più contemplativa che narrativa, totalmente priva dell’energia febbrile della prima.

Tuttavia il coraggio artistico dell’opera è raro. La Fastvold ha realizzato un film che non cerca il consenso ma persegue con coerenza la propria visione, creando un risultato singolare nel panorama del cinema storico contemporaneo. Non interessa tanto stabilire se Ann Lee fosse una profeta o una visionaria, quanto far percepire allo spettatore la potenza emotiva di una fede capace di trasformare la sofferenza privata in movimento religioso. Ed è proprio in questa tensione tra spiritualità, corpo e comunità che il film trova la sua dimensione più affascinante e controversa.

data di pubblicazione:11/03/2026


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