da Daniela Palumbo | Giu 21, 2026
musiche di Stefano Saletti e Barbara Eramo
(Biondo d’estate: complesso monumentale di Sant’Anna, GAM- Palermo, 20/21 giugno 2026)
Dal Libro II dell’Eneide, adattamento e interpretazione di Massimo Popolizio. Le musiche sono eseguite dal vivo e impreziosite dalla voce ammaliante di Barbara Eramo e dal contributo del musicista iraniano Pejman Tadayon, dotato di straordinari strumenti.
Riflessa come attraverso una galleria di specchi, prende corpo e diventa materia la voce di Virgilio, che è quella di Enea, che a sua volta vive per il tramite dell’attore. Una e molteplice insieme, s’incarna e cambia forma, facendo della metamorfosi la propria ratio e il proprio tratto distintivo. Assume di volta in volta toni e accenti diversi. È il sibilo che traduce l’insidia: menzogna e tradimento. È il falsetto (suono “non vero”) usato per dispiegare l’inganno e le sue trame fallaci. Sono le urla di chi muore massacrato per mano nemica ed è, al contempo, il timbro possente di chi non vuole arrendersi senza combattere. È il monito disperato di chi “vede” oltre le apparenze, inascoltato e vano. E ancora, è il sussurro delle ombre – eidolon del presente e del passato – che risorgono dalle tenebre o che prendono commiato, abbandonando la vita. Sono loro: di volta in volta, Ettore e Creusa, Sinone e Pirro figlio di Achille, Laocoonte, Anchise il vecchio padre e Priamo re di Troia.
Così il mito si fa Storia – storia “umana” – e la Storia si fa racconto, e il racconto diventa sceneggiatura. Alla tessitura del canto proprio dell’io lirico, accompagnato da musica, corrisponde la costruzione del “quadro”, analisi e sintesi di immagini miranti a “far vedere ciò che è scritto”.
Ruota attorno alla figura maestosa del celebre cavallo, dono dei Greci, la struttura del testo di questa rappresentazione. È l’ossatura che sostiene e giustifica le passioni umane, dalla falsità alla pietas, dal sacrificio più doloroso al desiderio di rinascita. Risuonano, le passioni umane, come nelle cavità del ventre del cavallo di legno, accomunando donne e uomini, vecchi e giovani. Risuonano come eco di popoli antichi e di epoche lontanissime che giungono fino a noi, partecipando di un’attualità altrettanto crudele. Di guerre, distruzioni e rovine.
Drammi universali, capaci di penetrare fino nell’intimo di ciascuno, come nell’intimo più profondo fanno breccia gli eserciti qui rievocati, attraverso le porte violate della città, della reggia. Spostandosi dallo spazio aperto, folgorante per i fuochi della guerra, agli ambienti più privati della dimora, ancorché regale. Attraverso un lungo corridoio in penombra, in una sequenza visiva che mostra più di quanto non dice. Così, tutto quanto viene detto, per mezzo della voce di Massimo, novello “cantore di Enea”, diventa agli occhi della platea dipinto su tela, costellazione e specchio. Uno spettacolo autentico, a cielo aperto.
data di pubblicazione:21/06/2026
Il nostro voto: 
da Antonio Jacolina | Giu 20, 2026
Diciamolo subito Fuze è un inaspettato gioiellino, una gran bella sorpresa in una programmazione ormai estiva. Un buon poliziesco, un Thriller gradevole, interessante, ben scritto, ben diretto e ben interpretato. Un Film di Rapina dal ritmo incalzante, fantasioso, conciso e coinvolgente.
Sembra quasi di essere in un film di Guy Ritchie dei tempi d’oro! David Mackenzie regista britannico apprezzato veterano del cinema d’azione ci offre questa volta un film più mainstream del suo solito evitando però con cura gli approcci iperspettacolari propri dei blockbuster americani. Il geniale spunto narrativo è l’operazione di disinnesco in un cantiere edile di Londra di una bomba inesplosa della Seconda Guerra Mondiale, il conseguente sgombero dell’intero quartiere ed il contemporaneo “colpo” di un gruppo di scassinatori nel caveau di una vicina banca. Tutto organizzato apposta?
Un avvio molto intrigante e ricco di tensione per un noir nervoso, serio ed originale dal ritmo incalzante tutto in crescendo che riserva poi parecchi colpi di scena fino ad un ottimo e coerente finale. Siamo ben oltre i soliti Heist Movie. Un lavoro efficace dal sapore un po’ polizieschi anni ‘70 e ’80 che consente di ritrovare il puro piacere di farsi coinvolgere in una vicenda spettacolare in cui il dopo rapina, tutto sul filo del gioco delle parti, cattura letteralmente lo spettatore in una corsa contro il tempo tenendolo con il fiato sospeso in una suspense credibile, continua e crescente.
Fuze è senza dubbio da vedere e godere con molto piacere. La trama è molto creativa, la messa in scena ben curata, la regia ha un’ottima padronanza della realizzazione fin nei dettagli ed il montaggio è rapido ed efficace. Il tutto concentrato in soli 97 minuti. Cosa ormai assai rara di questi tempi. Il cast poi è di alto livello con tre protagonisti che sembrano tutti immedesimarsi con piacere nei loro personaggi: Aaron Taylor-Johnson, Theo James (possibili futuri James Bond) e Sam Worthington.
Fuze è quindi senza alcun dubbio un lavoro ben riuscito, gradevole che soddisfa tutte le attese e risponde alle aspettative dello spettatore casuale e sicuramente a quelle degli appassionati del Genere cui apporta nuova linfa vitale. Una bella sorpresa, un film ingegnoso, ben filmato, ben raccontato e ben recitato. Anche questo è buon Cinema non solo divertimento.
data di pubblicazione:20/06/2026
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da Antonio Jacolina | Giu 18, 2026
Anche ai Francesi…”non tutte le ciambelle vengono con il buco”! Era meglio domani, presentato in anteprima ad aprile in occasione del Festival del Nuovo Cinema Francese e, non a caso, distribuito in sala solo ora ad inizio Estate, è una commedia molto leggera e popolare. Scientemente voluta come tale dagli autori e così costruita per piacere a tutti, all’atto pratico scontenta invece un po’ tutti perché risulta un film di non elevata raffinatezza, sottigliezza e originalità.
Il viaggio nel Tempo, pur se non originale è un ottimo filone cinematografico che può ben ispirare gli sceneggiatori, se bravi.
Lo spunto narrativo di Era meglio domani è assai semplice: una coppia normalissima di un paesino della Francia profonda, tradizionale e patriarcale del 1958 si ritrova per caso catapultata nella Francia caotica del 2025.
Per la sua opera prima la Millereau prova a sfruttare tutte le possibili opportunità di un confronto fra gli Anni ‘50 ed i giorni nostri. Insieme agli sceneggiatori cerca quindi di regalarci una commedia tanto assurda quanto potenzialmente comica che flirta con ben più illustri precedenti provando a fondere realtà ed irrealtà e ad accennare anche a temi non banali di attualità. L’emancipazione femminile, i nuovi valori sociali e sessuali, le innovazioni tecnologiche e la presa in giro di un certo maschilismo di provincia. La sceneggiatura alla lunga risulta però piuttosto debole. La regista per alimentare i toni della commedia prova a costruire una narrazione tutta giocata sugli equivoci ma tende ad abusarne troppo. Lo humour raffinato latita ed i toni si fanno presto farseschi a scapito della tensione narrativa generale. Il breve avvio nel 1958 è interessante e gradevole ma ben presto quando siamo nel 2025, il ritmo rallenta e perde efficacia. È evidente che il filo conduttore non riesce a trasmettere molta tensione. Si scivola quindi nella riproposizione di situazioni simili, prevedibili o poco divertenti. Una sequenza di cliché, di gag, di stereotipi e battute poco sottili. La recitazione è sopra i toni e talora quasi caricaturale.
Peccato! Il risultato non è del tutto all’altezza dei propositi e dà la sensazione di un lavoro che avrebbe necessitato di un po’ più di ambizione nella scrittura e nella realizzazione.
Era meglio domani poteva essere una di quelle belle piccole commedie popolari francesi di buoni sentimenti, garbata e spiritosa che giocava sulle tradizioni obsolete. Non riesce invece ad andare oltre un divertimento superficiale né a trasmettere molte emozioni o spunti di riflessione. Una commedia discreta, adatta per le calure estive e di cui poi ci si dimentica subito. Alla regista andrà offerta una prova d’appello.
data di pubblicazione:18/06/2026
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da Antonio Iraci | Giu 17, 2026
Dopo lo strepitoso, quanto inaspettato, successo della sua opera prima I crimini di Emily, John Patton Ford ci riprova con un thriller di tutto rispetto. Al posto dell’ingenua Emily, costretta suo malgrado a diventare una criminale, ora lo spettatore si troverà a fronteggiare i delitti di un giovane ereditiero. Solo che questo ereditiero, al centro della vicenda, ha ereditato solo il nome dei miliardari Redfellow. L’avvenente Becket, al momento, non possiede altro in quanto alla sua nascita è stato rinnegato, insieme alla madre, dall’altolocata famiglia d’origine…
Il talentuoso regista statunitense insiste nel dimostrare come il crimine a volte ha una sua giustificazione di base per rivendicare quanto effettivamente spetta di diritto. Becket Redfellow, interpretato da Glen Powell, è cresciuto da solo, lontano dalla sua famiglia biologica e miliardaria. Suo nonno ripudiò la figlia incinta, e il ragazzo, rimasto ben presto orfano di madre, fu costretto da outsider a costruirsi una propria vita. Dopo aver preso coscienza cha anche a lui sarebbe spettato un giorno una parte dell’ingente fortuna, non gli rimane altro che escogitare un piano. Non volendo più aspettare, per prima cosa gli occorrerà eliminare i parenti che ostacolano di fatto l’obiettivo, il tutto anche ricorrendo alle maniere forti.
John Patton Ford riesce così a creare una storia in cui ogni delitto trova in linea di principio il suo perché. Il protagonista agisce a fin di bene perché rivendica la sua eredità anche se i metodi a cui ricorre non sono proprio ortodossi. Accanto al sorprendente Glen Powell si trova una radiosa Margaret Qualley nei panni della impudente Julia, personaggio ambiguo destinato a ribaltare i piani del giovane. Un film pieno di trovate straordinarie dove il regista ha creato un’atmosfera da thriller, ma dove si riscontrano anche dinamiche proprie di una dark comedy. Nella famiglia dei ricchi, in cui Becket vuole a tutti i costi entrare di diritto, si trovano una serie di strani personaggi. Cugini eccentrici, a volte pure simpatici, ma tutti moralmente poco affidabili.
Un cast eccezionale dove spicca anche Ed Harris, nei panni del nonno spregiudicato che insiste a non voler riconoscere il nipote. Di fatto rappresenta il potere e la ricchezza in mano all’alta borghesia americana. Un film pieno d’azione e di tensione che pone inevitabilmente lo spettatore nella condizione di approvare l’operato del protagonista, in corsa per conquistarsi l’eredità miliardaria. Merito quindi del regista di aver saputo combinare bene diverse componenti quali cinismo, comicità, satira sociale, sarcasmo e soprattutto il crimine. Un crimine feroce, ben programmato ma tutto sommato profondamente giusto. Al momento della presentazione del film il regista ha dichiarato di essersi liberamente ispirato ad una commedia degli anni Quaranta diretta da Robert Hammer.
data di pubblicazione:17/06/2026
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da Daniela Palumbo | Giu 15, 2026
con Giuseppe Moschella e Emanuela Mulè, musiche di Diego Spitaleri, Riccardo Lo Bue, Marcello Cinà
(Biondo d’estate: complesso monumentale di Sant’Anna – Palermo, 14/16 giugno 2026)
Il Teatro Biondo Stabile di Palermo apre le porte della sua “residenza estiva”, inaugurando la stagione con due spettacoli suggestivi, avvolgenti come una notte stellata. Uno di questi è “La belva”, omaggio al drammaturgo siciliano Enzo Consoli e al suo “Nido”.
“Dentro ciascuno di noi si nasconde la belva”. Si conclude con queste parole, proiettate una dopo l’altra sullo schermo che fa da sfondo al palcoscenico, la pièce diretta e interpretata da Giuseppe Moschella. Compaiono e si succedono ad intervalli regolari, così come le battute del soliloquio d’apertura risultano ritmate con effetto volutamente sincopato. La reiterazione dei suoni (la parola “mamma” si moltiplica a dismisura nelle invocazioni di lui), dall’inizio alla fine di questo “reading in motion”, è segno tangibile di quella coazione a ripetere che è conseguente al trauma. Nascosta tra le pieghe di quell’inconscio che di tanto in tanto emerge a livello visivo sotto forma di smorfia o spasmo – sorta di urlo munchiano -, vive, risiede e respira la belva. Che assume di volta in volta i tratti della goffaggine e del disadattamento (“tu sei diverso!”), del desiderio mai realizzato (“perché tutte mi lasciano?!”), della solitudine. E della rabbia incontrollata che a tratti esplode come un vulcano.
Protagonista, insieme alle figure di donne che interagiscono col personaggio di Alessio, è la casa. Immagini in bianco e nero mostrate sullo schermo ne riproducono i dettagli più inquietanti e insieme più significativi (la persiana, la porta segreta, lo sgabuzzino), insieme agli oggetti – obsoleti – di un passato che non vuole essere superato (una vecchia radio, dei 33 giri, un telefono antico). In maniera speculare, il personaggio femminile (qui triplice) rappresenta a sua volta maschere diverse, frutto di desideri camuffati e repressi. Talora esprime, attraverso una teatralità esasperata, un medesimo senso di fallimento e di noia esistenziale (perché partire, andare lontano per ritrovare altrove le stesse cose di sempre?). O riproduce modelli che offrono una parvenza di continuità rassicurante con le figure di riferimento del passato (“ti sposo!”), salvo poi far emergere tutta la frustrazione dell’uomo non più bambino. Intimamente desideroso di crescere, affrancarsi dalle “cure” dell’infanzia, valicare la barriera del “nido”, tramutato in trappola per animali – la tana della “belva”. Desideroso di uscire a riveder le stelle, infine, in un cielo diverso. Magari a tempo di jazz, improvvisando, adattandosi, ma in compagnia di altri. Pianoforte, contrabbasso, sassofono, e voce. Finalmente liberi, finalmente insieme.
data di pubblicazione:15/06/2026
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da Antonio Iraci | Giu 10, 2026
Nato a Berlino, ma di puro sangue levantino, il quarantenne Ilker Çatak, firma la regia di un film dalla doppia faccia. L’idea non è certo ambivalente, anzi tutt’altro. Da un lato affronta le dinamiche di una normale famiglia borghese di Ankara. Derya è una attrice teatrale di successo, Aziz è un drammaturgo e docente universitario, entrambi impegnati con le intemperanze adolescenziali della figlia Ezgi. Di contro il regista imbastisce una storia in cui emerge con chiarezza il rigore turco attuale e la repressione culturale imposta dal regime…
Çatak, in pochissimi anni, è diventato un nome di punta tra i più apprezzati nel panorama cinematografico internazionale. Nel 2024 con La sala professori ha rappresentato la Germania agli Oscar per il miglior film in lingua straniera, entrando nella famosa cinquina dei finalisti. Con Yellow Letters ha vinto l’Orso d’oro alla Berlinale di quest’anno. In entrambi il regista affronta temi delicati in cui prevale il proprio impegno sociale e politico. In particolare, in quest’ultimo film ambientato in una Turchia dei giorni nostri, emergono i problemi legati alle manifestazioni d’insofferenza contro uno stato assolutista. Le benché minime tracce di una pallida democrazia sono pressocché minacciate da un regime che non ammette oppositori.
I protagonisti della storia, Derya e Aziz (Özgü Namal e Tansu Biçer) sono del tutto inconsapevoli delle conseguenze della loro pièce teatrale. Rappresentata con successo, ha infatti scatenato l’ira della censura e addirittura portato al loro licenziamento in tronco. Queste spiacevoli e disarmanti notizie vengono recapitate tramite buste gialle, da cui il titolo piuttosto colorito. Çatak, probabilmente perché impossibilitato a girare in Turchia, fa diventare Berlino Ankara e Amburgo Istambul, quasi a contrapporre idealmente due città completamente agli antipodi. Antitesi tra democrazia e dittatura. La famiglia dovrà lasciare la sua città e trasferirsi a Istambul, per rifarsi una vita nuova in attesa di riprendere quella vecchia.
In Yellow Letters le tensioni all’interno della coppia si ripercuotono sulle dinamiche familiari soprattutto nei confronti della figlia tredicenne Ezgi (Leyla Smyrna Cabas). La ragazza attraversa una crisi esistenziale tipica della sua età. Un film che osserva contemporaneamente il mondo esteriore e interiore dei singoli personaggi, il loro impegno culturale e politico ma anche la loro fragilità intima. Uno sguardo attento di chi guarda da lontano le problematiche del suo paese d’origine traendone le debite considerazioni. Una regia sensibile che sicuramente lascia il segno, che affronta i problemi del quotidiano e dei disagi imposti da un regime autoritario e senza scrupoli. Ben meritato il riconoscimento alla Berlinale 2026, un riconoscimento che non va solo al regista ma all’intero cast e alla fotografia curata da Judith Kaufmann.
data di pubblicazione:10/06/2026
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da Nadia Alese | Giu 10, 2026
A quasi cinquant’anni di distanza da Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo, Steven Spielberg torna a confrontarsi con il mistero dell’esistenza extraterrestre e lo fa con un film che, più che interrogarsi sugli alieni, si domanda cosa accadrebbe agli esseri umani se la verità venisse finalmente rivelata. Disclosure Day è fantascienza, thriller cospirativo e racconto spirituale al tempo stesso, un’opera che affronta tanti temi attuali, come il rapporto tra fede e conoscenza, la manipolazione dell’informazione, la sfiducia nelle istituzioni, il valore dell’empatia, ma senza mai rinunciare a quel senso di meraviglia che aveva reso indimenticabile E.T. L’Extraterrestre.
La storia ruota intorno a due personaggi, da una parte Daniel Kellner (Josh O’Connor), coinvolto in una fuga contro poteri che da decenni custodiscono un segreto inconfessabile, dall’altra la meteorologa Margaret Fairchild (Emily Blunt), che inizia a manifestare capacità inspiegabili e diventa il centro emotivo dell’intera vicenda.
La forza della pellicola risiede soprattutto nella regia. Spielberg dimostra ancora una volta una padronanza dello spazio e del movimento che pochi altri autori contemporanei possiedono. Le scene d’azione scorrono con una fluidità quasi invisibile e le sequenze che inseguono quello stupore che caratterizzava i suoi classici, lo fanno con uno sguardo più maturo e malinconico, consapevole delle inquietudini dei giorni d’oggi.
Emily Blunt offre un’interpretazione sorprendente. Il suo personaggio attraversa trasformazioni profonde e l’attrice riesce sempre a renderle credibili senza perdere il contatto con la dimensione umana della storia. Josh O’Connor costruisce un protagonista insolito, vulnerabile e lontano dall’eroe tradizionale, mentre Colman Domingo e Colin Firth incarnano con efficacia le due forze opposte che guidano il racconto, la ricerca della verità ed il desiderio di tenerla nascosta.
Il film procede come una corsa verso una rivelazione annunciata fin dal titolo, ma il senso del film, al di là del colpo di scena finale, sta nella prospettiva nuova in cui Spielberg affronta la tematica a lui più cara e in quella frase criptata che Margaret pronuncia, inconsapevole, in diretta, “non dobbiamo avere paura di quello che non conosciamo”.
data di pubblicazione:10/06/2026
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da Nadia Alese | Giu 9, 2026
Ne Il Prigioniero, Alejandro Amenabar si confronta con il personaggio di Miguel de Cervantes, figura centrale della cultura occidentale, scegliendo però una strada meno convenzionale rispetto al classico biopic, e concentrandosi sui cinque anni trascorsi dallo scrittore in prigionia ad Algeri, dopo la cattura da parte dei corsari ottomani nel 1575. Da questo episodio storico, Amenabar ricava un racconto che parla di libertà, identità e potere della cultura, immaginando come l’esperienza della prigionia possa avere contribuito a formare l’autore che in seguito avrebbe scritto il Don Chisciotte.
L’aspetto più interessante è che Cervantes non viene presentato solo come un uomo che cerca di fuggire, ma come qualcuno che resiste grazie alla forza dell’immaginazione. Le storie diventano un rifugio, una consolazione, un mezzo per mantenere viva la speranza tra i prigionieri. Come in una pagina de Le Mille e una Notte, Miguel allontana la morte e conquista tempo con i suoi racconti al Signore di Algeri.
Julio Pena sostiene gran parte del racconto con un’interpretazione intensa e misurata. Il suo Cervantes è un giovane uomo vulnerabile ma determinato, che cresce attraverso le relazioni con gli altri prigionieri ed i carcerieri. Accanto a lui Alessandro Borghi offre l’ennesima prova di grande presenza scenica nei panni di Hasan, un personaggio sfaccettato che dà profondità al confronto tra mondi e culture differenti. Il rapporto tra i due è uno dei principali motori drammatici della vicenda.
Dal punto di vista visivo, il regista ci restituisce un’Algeri fedele alla storia ma suggestiva, sospesa tra brutalità e fascinazione, crocevia di lingue, religioni e tradizioni diverse. La fotografia valorizza sia la concretezza degli ambienti quanto le aperture verso la dimensione immaginaria, al pari della regia, in equilibrio perfetto tra spettacolo ed introspezione.
L’ambizione culturale del progetto, che mette al centro il potere universale della narrazione, capace di preservare la dignità umana quando ogni altra forma di libertà è stata negata, rende il film molto originale e potente, anche se su alcuni temi, compreso l’amore omosessuale, rimane prudente, preferendo l’eleganza della messinscena alla piena forza emotiva del racconto.
data di pubblicazione:09/06/2026
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da Antonio Jacolina | Giu 4, 2026
A Roma apre un nuovo cinema! Un evento da festeggiare assolutamente!
Negli ultimi quindici anni Roma ha perso oltre il 70% dei suoi cinema. Nel 2010 erano ancora attive 147 sale. Nel 2025 (dati Cinetel) ne erano sopravvissute solo 44! Molto peggio di quanto avvenuto nel resto del nostro Paese che nello stesso arco di tempo è passato da complessivi 2713 cinema in attività a soli 1099 con una perdita di quasi il 60%. Una escalation negativa impressionante con gravi risvolti industriali, sociali e culturali soprattutto se ci si confronta con altri paesi europei.
Un evento quindi da celebrare doppiamente perché il nuovo cinema è in pieno centro storico (via dei Santi Apostoli) e perché è, in effetti, la rinascita di una sala storica. Il vecchio cinema Odescalchi poi dal 1961 Majestic. Erede del “Teatrino Odescalchi” realizzato nel 1914 nelle scuderie del palazzo dei principi Odescalchi fu ristrutturato come cinema nel 1932. Più volte rimodernato era una delle sale più eleganti, attrezzate e frequentate grazie anche all’ottima programmazione. La crisi del settore non risparmiò nessuno e fu costretto a chiudere alla fine degli anni ’80. Un caro estinto che è sopravvissuto senza troppo snaturarsi ai successivi diversi utilizzi e che oggi riesce a tornare a nuova vita. Uno spazio storico restituito ai romani.
La rinata struttura si chiamerà FCE (First Class Entertainment) MAJESTIC e coglie, come già segnalavamo nel 2024 Cinema di Parigi: Pathé Palace il nuovo cinema di Renzo Piano, quello che è ormai il nuovo trend di successo europeo nel settore. L’apertura di Sale Boutique, sale di lusso dotate di ogni comfort e supporto tecnologico ove valga la pena andare per godersi in pieno la Magia del Cinema in una total immersion audiovisuale e riviverne il mix di emozioni, piaceri e passioni. Luoghi eleganti, attrattivi, selettivi e tecnologicamente all’avanguardia ideali per i cinefili esigenti e per gli amanti dello spettacolo tout court.
L’FCE MAJESTIC è dunque un cinema dal volto nuovo all’insegna dell’eleganza e della tecnologia. Un ambiente in un contesto piacevole ove si potrà sostare fra divanetti accoglienti, per un drink, attendere l’inizio delle proiezioni o fermarsi dopo lo spettacolo. Uno spazio che accoglie ed accompagna lo spettatore prima, durante e dopo il film. Due sale da 42 e 33 posti con grandi schermi da 18 metri, proiettori 4K Laser e sistema audio Dolby Atmos. Molto più di un nuovo cinema, quasi un Club esclusivo aperto dalle 12 alle 24. Un centro polivalente anche per incontri, dibattiti ed eventi. Inoltre, novità assoluta in Italia, oltre alla normale programmazione lo spettatore potrà anche scegliere on demand dei film da farsi proiettare in sala. Il biglietto costerà 25 Euro ma comprende oltre alla proiezione anche un drink ed uno snack.
Una modalità di fruizione dell’andare al cinema del tutto nuova e rivoluzionaria. Un salotto da condividere fra appassionati. La poltrona di casa, la tv o gli altri device non potranno certo reggere il confronto con una proposta articolata ed attraente di questo livello. Così si riporta la gente al cinema!
data di pubblicazione:04/06/2026
da Nadia Alese | Mag 27, 2026
Backrooms nasce da uno dei fenomeni più strani dell’horror online contemporaneo, un labirinto infinito di stanze giallastre illuminate al neon, nato come creepypasta su internet e poi trasformato da Kane Parsons in una serie virale su youTube. Il passaggio al lungometraggio, prodotto da A24, era un’operazione rischiosa, perché significava espandere un’idea fondata soprattutto su un’atmosfera perturbante in un racconto di quasi due ore.
Il risultato conferma Parsons come dotato di un immaginario visivo fuori dal comune. A soli vent’anni il regista costruisce un horror che rifiuta molti meccanismi classici del genere contemporaneo per lavorare invece sulla disorientante sensazione dello spazio. Le “backrooms” qui diventano un luogo mentale oltre che fisico, tra corridoi deserti, uffici abbandonati, magazzini senza uscita, stanze identiche che sembrano divorare il tempo e la memoria. Un non luogo fra Tarkovskij e certi videogiochi psicologici di ultima generazione.
Il film segue Clark, proprietario di un negozio di arredamento, interpretato da Chiwetel Ejofor, che scopre nel seminterrato una porta capace di condurre ad un universo labirintico e impossibile. Accanto a lui c’è Mary, la terapeuta, interpretata da Renate Reinsve, presenza fondamentale per dare al racconto una dimensione psicologica più esplicita. L’inquietudine è costante pur senza ricorrere all’effetto shock immediato. È un horror capace di trasformare il concetto di intrappolamento in qualcosa di profondamente emotivo oltre che fisico.
La fotografia di Jeremy Cox e la scenografia di Danny Vermette costruiscono ambienti artificiali ed opprimenti che sembrano vivere di una luce malata e irreale. Il fatto che non si tratti di ambienti digitali, ma di set enormi costruiti realmente, contribuisce a dare peso e concretezza all’incubo visivo del film.
Un limite della pellicola è forse, però, la ripetitività narrativa e una sceneggiatura che confonde a tratti il mistero con la mancanza di sviluppo.
In definitiva Backrooms più che un horror nel senso tradizionale è un’esperienza di immersione nell’ansia contemporanea, nella paura degli spazi impersonali, della ripetizione, della perdita di orientamento e di identità, che lascia lo spettatore davanti ad una serie di quesiti che rimarranno ben oltre la visione. Ma forse è proprio questa natura incompleta e quasi aliena il fascino principale di un’opera, che cerca di trasformare un mito nato su internet in un nuovo linguaggio cinematografico dell’inquietudine.
data di pubblicazione:27/05/2026
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